Gian Pio Mattogno: Esclusivismo etnico-religioso e odio giudaico antigentile. Le cause reali dell’antisemitismo in alcune antiche fonti rabbiniche

Gian Pio Mattogno 

ESCLUSIVISMO ETNICO-RELIGIOSO E ODIO GIUDAICO ANTIGENTILE.

LE CAUSE REALI DELL’ANTISEMITISMO IN ALCUNE ANTICHE FONTI RABBINICHE

Non passa giorno che gli apologeti giudei, col consueto codazzo di Shabbath Goyim di complemento,  e dei vari utili idioti al servizio della Sinagoga, non attribuiscano le cause generali dell’antisemitismo (uso qui questo termine oramai di uso comune come sinonimo del più corretto antigiudaismo) al pregiudizio, all’ignoranza, all’odio contro il povero ebreo, in una parola alla “giudeofobia”.

E questo nonostante che già un ebreo come Baruch Spinoza nel Tractatus theologico-politicus avesse perfettamente individuato le cause reali dell’avversione contro gli ebrei nell’odio “intensissimo” e “pio” che i giudei nutrivano verso i non-ebrei.

E, ancora, nonostante che un altro ebreo, Bernard Lazare, nella sua classica opera L’Antisémitisme. Son histoire et ses causes, avesse lucidamente denunciato nell’esclusivismo etnico religioso di Israele, nella sua protervia, nel suo odio viscerale nei confronti dei non-ebrei le cause generali dell’antisemitismo.

Altrove ho ricordato le parole del rabbino Elio Toaff, secondo il quale le cause reali dell’antisemitismo risiederebbero nell’ignoranza della religione e della storia del popolo ebraico, e mi sono permesso di ribattere che è vero esattamente il contrario: l’ignoranza della religione e della storia del popolo ebraico non sono la causa dell’antisemitismo, ma del filosemitismo!

E difatti, chiunque voglia studiare con un’attitudine non prona ai dettami della Sinagoga, ma anche con serietà scientifica, le cause reali dell’antisemitismo, non può non risalire alle stesse fonti primarie del giudaismo, e cioè ai fondamenti teologici della Torah.

O meglio, all’esegesi rabbinica dei fondamenti teologici della Torah.

(Cfr. I fondamenti teologici della Torah, «La Questione Ebraica», 1. Agosto 1998, pp. 23-40).

La fede giudaica è fondata su quattro princìpi fondamentali: la rivelazione di Jahvè a Israele; il patto di Jahvè con Israele; l’elezione di Israele fra tutti i popoli della terra; la promessa della conquista della Terra d’Israele prima, e del mondo intero poi.

Mentre l’esegesi cristiano-cattolica interpreta la Torah in senso spirituale e universale, come preistoria e annuncio della venuta del messia nella persona di Gesù Cristo, l’ebraismo rabbinico-talmudico la interpreta in senso esclusivistico, temporalistico e materialistico, in una futura prospettiva messianica di dominio mondiale giudaico e di asservimento e/o distruzione di tutti i popoli non ebrei.

Come ha mostrato anche uno studioso come il padre gesuita Joseph Bonsirven, che non può essere certo accusato di antisemitismo, conseguenza logica e naturale dell’esegesi rabbinica dei princìpi fondamentali della Torah è l’esclusivismo etnico-religioso di Israele, la sua protervia, l’odio viscerale contro i popoli non ebrei in generale e il cristianesimo in particolare, l’aspirazione messianica al dominio materiale del mondo.

(Cfr. Ebrei e non-ebrei nel giudizio del padre Joseph Bonsirven S.J.; Vecchie recensioni e orientamenti bibliografici per lo studio della questione ebraica (Laible, Dalman, Vernet, Bonsirven), ed altri scritti al riguardo in: andreacarancini.it).

Tutto ciò è ampiamente documentato dalle fonti della letteratura rabbinica antica, medievale e moderna, anche se l’apologetica giudaica si affanna a dimostrare il contrario.

Ogni tanto, però, ci imbattiamo in qualche studioso ebreo, o di origini ebraiche, che ha il coraggio di dire la verità.

Qui non sto parlando di casi come quello di Israel Shahak o degli intellettuali israeliani di Daat Emet, o altri (su cui cfr.: andreacarancini.it), ma, nella fattispecie, di Sacha Stern, ebreo ortodosso, docente di Studi ebraici presso l’University College di Londra, autore del volume: Jewish Identity in Early Rabbinic Writings, Leiden-New York-Köln, 1994.

(Cfr. Sacha Stern e il razzismo ebraico, andreacarancini.it).

Quello che segue è un compendio dettagliato delle pagg. 1-4 del Cap. I: Israel and the Nations. Assumptions, Images and Representations. I. Self and Other: Cultural Representations. A. The dialectics of self and other.

Riporto anche le fonti rabbiniche, puntualmente citate da Stern.

L’autore esordisce con queste parole significative:

«La contrapposizione fra l’elemento ebraico e quello non ebraico non è una mia ipotesi personale, non è qualcosa di meramente implicito negli scritti rabbinici. Gli ebrei (“Israele”) e i non-ebrei (“le nazioni”) sono considerati esplicitamente come entità radicalmente differenti, ad es. come nell’espressione: “Fra le nazioni nessuna è come (Israele)” (Num. R. 10,5)».

Su questo punto, spiega Stern, le fonti sono praticamente unanimi, ad eccezione, dice, di Tanna DeVei Eliyahu, che contiene alcuni passi nei quali ebrei e non-ebrei sono sostanzialmente posti sullo stesso piano (specialmente Eliyahu R. 10; ib. 17 fine; ed anche 15. Un’eco di Eliyahu R. 10 si trova in Lev. R. 2,11).

(In realtà, nei passi in questione il non-ebreo assimilato all’ebreo è unicamente il goy giudaizzante e giudaizzato che riconosce la sovranità di Jahvè e di Israele n.d.r.).

Quest’ultima opera, come scrive Stern, differisce dalle altre fonti sotto molti aspetti. Diversamente dagli altri Midrashim non è una compilazione di svariati detti e tradizioni, ma un’opera uniforme con un carattere coerente tutto suo. Sebbene l’autore attinga a molte tradizioni rabbiniche, egli impiega espressioni originali ed uno stile retorico e poetico suo proprio (cfr. Tanna DeVei Eliyahu, in E.J; Tanna Debe Eliyahu, 1981, ed. Braude-Kapstein, pp. 3-12).

Per tali ragioni, chiosa comunque Stern, alcune delle vedute sui non-ebrei espresse in questo midrash non possono essere considerate rappresentative della tradizione rabbinica ortodossa.

Altre fonti fanno occasionalmente riferimenti al parallelo fra ebrei e non-ebrei (es. Lev R. 5,7), ma questo non significa che ebrei e non-ebrei siano posti sullo stesso piano.

Questa nozione è fissata anche nella recita liturgica settimanale della havdala (“separatezza”), alla fine dello Shabbath, e che così si conclude: «(Dio) distingue tra il sacro e il profano, tra la luce e le tenebre, tra Israele e le nazioni, tra il settimo giorno e gli altri sei giorni …» (B. Pes. 103b).

Il midrash glossa che questa differenza tra luce e tenebre è la stessa differenza che esiste tra Israele e le nazioni (Num. R. 18,7).

Stern sottolinea come nelle più antiche fonti rabbiniche il non-ebreo sia sempre posto in contrapposizione con l’ebreo.

Se in generale nella Mishnah il non-ebreo non costituisce la maggiore preoccupazione (ad eccezione del trattato Aboda Zara), nella Tosefta diventa un tema halachico, come ad es. in T. Demai 1, 12-23.

Stern rimanda al lavoro di Gary Porton: Goyim. Gentiles and Israelites in Mishnah-Tosefta, che reputa una fonte unica e indispensabile circa l’immagine del non-ebreo nei primi scritti rabbinici, dove ricorrono espressioni come le seguenti:

«Le nazioni sono semi d’impurità; voi siete semi di verità e santità» (Tanh. Naso 7).

«“Il saggio”, cioè Israele; “i folli”, cioè le nazioni» (Tanh. Tetzave 11).

«Le nazioni sono “straniere” dinanzi all’Onnipotente; Israele gli è intimo, gli Israeliti sono suoi figli» (Est. R. 7, 15).

Israele e le nazioni si distinguono in tutte le loro istituzioni, dai bagni pubblici (B. Taan. 20a; Eccl. R. 1,7,5 etc.) ai teatri e ai circhi (B. Meg. 6a; Eccl. R. ib., etc.).

I costumi degli ebrei sono radicalmente diversi da quelli delle nazioni:

«Il prepuzio è ripugnante …la circoncisione è grande» (M. Ned. 3,10; T. Ned. 2,4-7, etc.).

«L’eclisse solare è un brutto presagio per le nazioni, l’eclissi lunare è un brutto presagio per Israele; per questa ragione le nazioni hanno un calendario solare, mentre Israele ha un calendario lunare» (T. Suk. 2,6; B. Suk. 29a; Mekh. Bo 1; Ex. R. 15).

«Quando Israele mangia e beve, essi [gli Israeliti] seguono le parole della Torah …  le nazioni invece seguono cose oscene» (B. Meg. 12b; Est. R. 3,13).

Questa differenza radicale tra ebreo e non-ebreo è spiegata ampiamente in altri testi rabbinici.

In Cant. R. 6,8 leggiamo che, diversamente dalle nazioni, Israele ha una scrittura, un linguaggio, e conosce i propri padri e le proprie madri.

Altrove è scritto esplicitamente: «Guardate quanto siete differenti dalle nazioni!» (Sifra Kedoshim 11,18. Cfr. Tanh. Balak 14; Tanh. Re’eh 6).

Infine, in un certo numero di passi tutto ciò che riguarda i non-ebrei è visto come una negazione radicale rispetto a Israele.

«Voi siete chiamati “uomini”, non le nazioni» (B. Yev. 61a).

«Israele si occupa della Torah, non le nazioni» (B. Meg. 15b).

«L’Onnipotente mi ha condotto nelle sue stanze più intime, ma non mi ha condotto in nessun’altra nazione o regno» (Eliyahu R. 7).

«Da quando Israele è stato sul Monte Sinai, la sua lordura è stata rimossa; ma nelle nazioni, che non sono state sul Monte Sinai, la loro lordura non è stata rimossa» (B. AZ 22b).

Questo stile ripetitivo, che si ritrova anche altrove nella prima letteratura rabbinica ‒ osserva Stern ‒ ha un significato specifico: indica che la sola funzione del non-ebreo è quella di favorire la formazione dell’identità ebraica attraverso un processo dialettico basato sulla negazione, cioè sulla contrapposizione radicale fra ebreo e non-ebreo.

A scrivere tutto ciò non è un Eisenmenger, un Rohling, un Pranaitis, o la «Civiltà Cattolica» d’antan, e meno che mai un Alfred Rosenberg o altri biechi antisemiti dello stesso stampo, ma un autorevolissimo studioso ebreo contemporaneo.

Qui e in nessun altro luogo risiedono le cause reali dell’antisemitismo.

Con buona pace degli apologeti giudei e dei loro Shabbath Goyim di complemento, e di tutti gli utili idioti al servizio della Sinagoga.

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