Gian Pio Mattogno: Mercanti e usurai: il caso della Marca pontificia e di Urbino nell’età ducale

Gian Pio Mattogno 

MERCANTI E USURAI: IL CASO DELLA MARCA PONTIFICIA E DI URBINO NELL’ETÀ DUCALE

Ogniqualvolta si parla dell’usura giudaica ‒ che, assieme al commercio degli schiavi, costituì una delle fonti principali della “accumulazione originaria” del capitale ebraico alla ricerca incessante della propria “emancipazione” ‒ viene puntualmente a galla la vecchia panzana filosemitica secondo cui gli ebrei sarebbero stati spinti all’usura dalla circostanza che erano esclusi per legge da altre attività produttive.

A suo tempo già Werner Sombart nella sua opera sugli ebrei e la vita economica, e più recentemente, anche se da un punto di vista completamente diverso, A. Léon in Il marxismo e la questione ebraica ed altri hanno liquidato questa fola sulla base di innumerevoli documenti e di una ricca bibliografia mirata, mostrando come gli ebrei abbiano praticato l’usura non perché costretti, ma perché in determinati momenti la ritenevano l’attività più lucrativa e la più atta a rafforzare la propria potenza materiale.

Tutto ciò è largamente documentato riguardo all’usura ebraica in Italia e altrove.

(Cfr. Gli usurai ebrei nell’Italia medievale e rinascimentale, Edizioni della Lanterna, 2013, pp. 26 sgg.).

Un caso minore, ma non per questo meno emblematico, studiato tra gli altri da Gino Luzzatto (1878-1964), è costituito dall’attività usuraria ebraica nella Marca pontificia ed in particolare ad Urbino, vassallo del papa, nell’età ducale.

(G. Luzzatto, I banchieri ebrei nell’età ducale. Appunti di storia economica con Appendice di documenti, Verona-Padova 1903).

Nella parte introduttiva Luzzatto ‒ il fondatore degli studi economici in Italia ed una delle maggiori figure della moderna storiografia italiana (Cfr. M. Berengo, Profilo di Gino Luzzatto, «Rivista Storica Italiana», LXXVI, 1964, fasc. IV, pp. 879-925), nato a Padova da famiglia ebraica e che per l’intero saggio non nasconde le sue simpatie filosemitiche ‒ scrive che fin dall’epoca successiva alle Crociate, quando l’aumentata popolazione e il risorgere delle città avevano mutato il quadro dell’economia naturale altomedievale dando i primi impulsi  ai commerci fra città e campagna, fra regione e regione e fra Stato e Stato, il denaro riprese d’un tratto la sua antica funzione.

Tuttavia le classi dominanti si componevano per lo più di proprietari terrieri, e i commerci e le industrie «non erano in mano di privati che potessero liberamente aumentare la produzione e moltiplicare i loro profitti, ma erano divisi fra i membri delle corporazioni e vincolati da tante leggi restrittive, che ne era impedito in modo assoluto il formarsi di grandi capitali» (p. 9).

Luzzatto non lo dice, ma ciò non era che un riflesso dell’economia cristiano-feudale basata sulla massima tomista “il bene comune prima del bene individuale”, cui già allora si andava contrapponendo il nuovo emergente spirito ebraico-borghese-capitalistico (“la gente nova e i sùbiti guadagni” di dantesca memoria).

In questo nuovo contesto, fu conseguenza necessaria che il commercio del denaro cadesse nelle mani di quei pochi mercanti che, per le loro condizioni peculiari, si trovavano esclusi dalle corporazioni locali. Questo fu il caso dei mercanti lombardi, toscani e veneziani nelle città dell’Europa meridionale, e «tale in modo caratteristico [fu] la condizione degli Ebrei per tutto il medio evo fino alla Rivoluzione francese» (p. 10).

«È stato detto e ripetuto da un gran numero di scrittori ‒ scrive Luzzatto ‒ che gli Ebrei furono favoriti nell’esercizio della loro arte e quasi spinti ad essa dalle leggi canoniche che proibivano ai fedeli il commercio fruttifero del denaro; ma in realtà non possiamo riconoscere una tal virtù al semplice divieto canonico, quando vediamo che lo stesso commercio era esercitato insieme agli Ebrei, con uguale e forse con maggiore fortuna, da tanti mercanti e da tante società commerciali delle più ricche ed evolute città d’Italia; la causa principale è invece puramente economica e consiste nel fatto che i prestatori Ebrei, come i cosiddetti lombardi, i toscani, ed i caorsini, trovandosi per le loro condizioni particolari ad essere in quelli anni gli unici possessori del poco capitale circolante, non potevano trovare per esso altra forma di impiego fruttifero se non nel prestito usurario» (p. 10).

Traduzione: gli ebrei praticarono liberamente l’usura per accrescere le proprie ricchezze.

Quando andarono sorgendo le corporazioni di arti e mestieri, informate a regole religiose che escludevano qualunque persona di fede diversa, continua Luzzatto, gli ebrei si videro tagliati fuori dalle forme più elevate del commercio e dell’industria, e si diedero al commercio di oggetti usati, al prestito su pegno e all’usura, attività, quest’ultima, che svilupparono enormemente.

Quindi, anche in questo contesto restrittivo, potendo liberamente scegliere, gli ebrei scelsero l’attività usuraria su larga scala.

Allo stesso fenomeno assistiamo riguardo alla Marca pontificia, dove negli ultimi anni dell’età comunale e per tutto il periodo delle Signorie (sec. XIV-XV) la creazione di banchi di prestito fu favorita dalle stesse amministrazioni locali, non senza interventi delle autorità pontificie quando i privilegi concessi ai prestatori ebrei erano divenuti troppo larghi.

Gli ebrei marchigiani furono costretti a praticare l’usura?

Fin dai primi decenni del sec. XIII esisteva a Montegiorgio una fiorente colonia ebrea, che esercitava liberamente le industrie del lino, della lana e della concia delle pelli, ma più tardi gli ebrei vi aprirono un banco di prestiti col permesso e i capitoli della Camera Apostolica.

Quindi, gli ebrei cominciarono a praticare l’usura non perché esclusi da altre attività produttive, ma perché evidentemente ritenevano questa pratica molto più remunerativa.

E che la pratica dell’usura fosse molto più remunerativa lo dimostra il fatto che, come documenta Luzzatto, nei decenni seguenti gli usurai ebrei divennero sempre più potenti e influenti, al punto che non v’era comune per quanto piccolo della Marca che non avesse il suo banco di prestiti ebraico, e questo durò per oltre tre secoli, non senza periodiche sommosse popolari antigiudaiche.

Le medesime cause economiche dovettero richiamare gli ebrei ad Urbino, forse a partire dal XIV secolo, come attestano i documenti.

Dai registri dell’archivio notarile di Urbino apprendiamo che nei primi decenni del 1300 da Viterbo giunse nella città un maestro Daniele ebreo «per esercitarvi il commercio e aprirvi un banco di prestito» (p. 20). Urbino stava diventando il centro principale di tutti i commerci dei paesi circostanti.

Luzzatto suppone che si sia trattato di un mercante isolato probabilmente invitato dai signori del luogo.

Ma non è questo il problema. Il problema è che maestro Daniele era un mercante, che avrebbe potuto tranquillamente continuare ad esercitare liberamente la pratica della mercatura, e che invece preferì dedicarsi altrettanto liberamente alla pratica dell’usura.

Altri mercanti ebrei presero dimora successivamente ad Urbino, ed anch’essi divennero usurai per concessione governativa. Così nel 1430 Sabbatuccio di maestro Alleuzio, ebreo di Recanati, aprì un banco ad Urbino, e nel 1436 Allegretto e Mele da Aquila.

Ma dagli archivi notarili di Urbino apprendiamo molto di più.

Fino al principio del 1500 gli ebrei potevano possedere e vendere liberamente case e terreni in qualunque parte della città e del contado.

Abitavano frammischiati ai cittadini in qualunque parte della città in case di loro proprietà o in affitto, e potevano tenere al loro servizio lavoratori cristiani «per l’esercizio delle loro arti o dei loro commerci» (p. 24).

E ciò in violazione delle leggi canoniche.

Ma neppure qui è il problema. Il problema è che, pur potendo esercitare liberamente le loro arti e i loro commerci, altrettanto liberamente avevano scelto la pratica dell’usura.

Questo passo di Luzzatto è illuminante:

«L’attività degli Ebrei non era limitata in quelli anni al solo esercizio del prestito, ma si estendeva alle forme più varie di commercio e non sempre alle infime: li vediamo nello stesso tempo commerciare in metalli preziosi, che essi rivendevano agli orefici della città; tenere pubblico laboratorio di sartoria e bottega di panni lavorati; comperare dai principi stessi in grande quantità la carta della loro cartiera di Fermignano, e impiegare i propri capitali nella concia delle pelli» (pp. 26-27).

Evidentemente tutto ciò non ha impedito loro di dedicarsi alla pratica dell’usura!

È vero, come sottolinea Luzzatto, che tra gli ebrei una parte della popolazione era povera, che gli stessi ebrei ricchi erano gravati da imposte spesso esose, ma tutto sommato non dovevano troppo lamentarsi, se nel 1400, come mostra lo stesso Luzzatto con dovizia di particolari, del prestito «essi avevano allora il monopolio» (p. 29).

Nel sec. XVI le condizioni degli ebrei peggiorarono, e si acuì contro di loro «il malanimo della parte più bassa della popolazione» (p. 44).

E certo, il popolaccio covava solo «malanimo» verso i poveri usurai ebrei!

All’inizio del XVIII secolo la situazione appare notevolmente peggiorata rispetti ai tempi passati.

Nel 1718 la comunità ebraica di Urbino rivolge un a supplica al papa lamentando il deplorabile stato di prostrazione in cui versa.

Un testimone contemporaneo, il padre Vernaccia, scrive che fu già un tempo in cui gli ebrei di Urbino traevano il loro sostentamento “dal negozio dei banchi e della mercatura”, mentre ora vivono in uno stato calamitoso e nella penuria.

Ma, di nuovo, non è questo il problema. Il problema è che gli ebrei, nel Ducato di Urbino come altrove, avrebbero potuto tranquillamente dedicarsi all’arte della mercatura e alle altre attività produttive loro consentite, mentre invece scelsero liberamente la più lucrativa pratica dell’usura.

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