Gian Pio Mattogno: Gli ebrei e il “prossimo” in una pagina del rabbino Nissan Doviv Dubov

Gian Pio Mattogno 

GLI EBREI E IL “PROSSIMO” IN UNA PAGINA DEL RABBINO NISSAN DOVIV DUBOV

Ogni volta che debbono difendersi dall’accusa secondo cui il giudaismo rabbinico-talmudico fomenta un odio viscerale contro il non-ebreo, per accreditare l’immagine di una presunta e inesistente filantropia ebraica gli apologeti giudei e i loro Shabbath Goyim di complemento tirano fuori puntualmente la storia di Rabbi Akiva e la sua famosa esternazione relativa al “prossimo”:

«Non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te. Questo è il principio fondamentale della Torah».

Chi è in realtà il “prossimo” per l’ebreo?

Noi già lo sappiamo: è unicamente un altro ebreo.

Ma questo lo sanno innanzitutto gli stessi ebrei.

Comunque, ce lo ricorda a suo modo magistralmente il rabbino Nissan Doviv Dubov nel cap. 26 della sua opera Die Reisen nach Innen. Ein Führer zum Besseren Verständnis der Kabbala («Il viaggio interiore. Una guida per una migliore comprensione della Kabbalah»), versione tedesca in rete di Inward Bound. A Guide To Undestanding Kabbalah (2007) (de.chabad.org), compendiando efficacemente la tradizione rabbinico-talmudica al riguardo.

Come apprendiamo dal sito rabbidubov.org, Rabbi Dubov, un’autentica autorità fra i suoi correligionari, tra l’altro è direttore della setta ebraica Chabad-Lubavitch nell’area di Wimbledon, South London, membro dell’Hanhalah/Executive di Chabad Lubavitch UK, autore di 16 libri, nonché conferenziere internazionale.

Il cap. 26 si intitola: «Ama ogni ebreo», e si apre significativamente con la citazione di Lev. 19,18: «Ama il prossimo tuo come te stesso».

Dubov cita Rashi, il quale ricorda che Rabbi Akiva riprese questa massima, e la chiosò con le seguenti parole:

«Questo è il principio fondamentale della Torah».

Già da qui si comprende chi sia il “prossimo” per l’ebreo: unicamente l’ebreo.

Rabbi Dubov afferma che nella Torah Dio ci (“a noi ebrei” n.d.r.) comanda di “amare tutti gli altri come noi stessi”, anche quelli che non ci piacciono, e riporta il pensiero di Rabbi Schneur Zalman nel cap. 32 del Tanya.

Rabbi Shneur Zalman ‒ sì, proprio quello che ha scritto che le anime delle nazioni del mondo, vale a dire di tutti i non-ebrei, emanano dalle forze impure e demoniche del male e non contengono alcun bene ‒ spiega che ogni ebreo possiede due anime distinte, Nefesh HaBehamit (che rappresenta l’esteriorità) e Nefesh Elokit (la quintessenza divina), le quali competono in lui per dominare il mondo del pensiero.

La Nefesh Elokit è un’anima divina e fa parte della divinità. Ne consegue che tutte le anime degli ebrei sono divine, perché radicate nell’unico vero Dio.

«In questo senso – dice Rabbi Dubov – [tutti gli ebrei] sono veri fratelli. Essi differiscono solo nel corpo. La Nefesh Elokit costituisce la quintessenza dell’ebreo. Di conseguenza, il comandamento di amare ogni ebreo indica la riflessione sulla quintessenza dell’altro ebreo, nella consapevolezza che la quintessenza divina dell’altro è unita alla propria. Amare il prossimo come sé stesso può essere quindi tradotto alla lettera. Per amare il proprio fratello ebreo bisogna imparare a mettere da parte l’esteriorità e concentrarsi sulla vera quintessenza. I corpi sono separati, ma le anime sono una sola cosa».

Per l’ebreo amare il “prossimo”, cioè un altro ebreo, significa avere la meglio sul proprio ego.

La causa di tutti i conflitti e odi immotivati fra ebrei è difatti la loro mancanza di consapevolezza di essere tutti parte della medesima essenza divina.

Ogni ebreo dovrebbe considerare l’altro come parte di un unico corpo, come ammonisce anche il Talmud di Gerusalemme.

Il Baal Shem Tov ha detto addirittura che si dovrebbe amare un altro ebreo anche se non lo si è mai incontrato.

Questi spiega che l’amore del “prossimo” è Ahawat Yisrael, l’amore per i propri correligionari, e costituisce la prima porta che conduce alla Corte di Dio.

Ciò si basa sull’insegnamento dello Zohar, secondo cui «Dio, la Torah e Israele sono una sola e medesima cosa».

Ne consegue, dice Rabbi Dubov, che «l’amore per Dio, l’amore per la Torah e l’amore per i propri correligionari sono una sola e medesima cosa».

Stupisce allora che in tutte queste disquisizioni rabbiniche sull’ amore del “prossimo” non compaia una sola volta neppure l’ombra di non-ebreo, e che tutto, per così dire, è in famiglia?

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