Gian Pio Mattogno: Cronache dall'”unica democrazia in Medio Oriente”: Israele è uno Stato di apartheid

Gian Pio Mattogno 

CRONACHE DALL’ “UNICA DEMOCRAZIA IN MEDIO ORIENTE”:

ISRAELE È UNO STATO DI APARTHEID

Non passa giorno che i gazzettieri ebrei e loro Shabbath Goyim di complemento non ci rompano le scatole con la solita solfa che Israele è “l’unica democrazia in Medio Oriente”.

Le cose stanno veramente così?

Un articolo di Jonathan Cook (Israel Is An Apartheid State – and Its Weird Marriage Laws Shows Us How, THE RON UNZ REVIEW, July 1, 2026, unz.com. Cook è l’autore di Blood and Religion. The Unmasking of the Jewish and Democratic State) getta una luce sinistra su questa narrazione e giunge alla conclusione che Israele è uno Stato sostanzialmente fondato sull’apartheid, nel quale il matrimonio civile è legalmente proibito.

Il 29 giugno 2026 il giornalista Mehdi Hasan scrive su X:

«Lo sapevi che in Israele non è possibile celebrare un matrimonio civile o secolare?».

Nonostante i sostenitori di Israele siano andati su tutte le furie, scrive Cook, Hasan non ha torto.

Israele ha vietato il matrimonio civile. Ci si può sposare solo con una cerimonia strettamente controllata dalle autorità religiose. Se si desidera un matrimonio civile, bisogna recarsi in un altro Paese.

Ma Israele non è forse, come dicono, una democrazia liberale moderna, laica, di stampo occidentale?

Secondo alcuni, Israele avrebbe ereditato dall’Impero Ottomano il cosiddetto sistema dei “millet”, che conferiva ai leader di ciascun gruppo confessionale in tutto il Medio Oriente un controllo diretto sugli affari religiosi della propria comunità.

Anche se così fosse, replica Cook, Israele ha avuto a disposizione quasi ottant’anni per porre fine a quelle arcaiche leggi matrimoniali ottomane.

Perché non lo ha fatto?

In realtà, queste leggi antiquate di Israele sopravvivono perché sono utili a Israele, perché Israele è l’unico paese al mondo a non riconoscere la propria nazionalità, perché un’identità nazionale comune saboterebbe il sistema di segregazione di Israele.

È la versione israeliana dell’apartheid, un sistema di segregazione razzista che Israele è riuscito a nascondere all’opinione pubblica occidentale grazie alla complicità di politici e media occidentali.

Il divieto del matrimonio civile è fondamentale per prevenire la “mescolanza” con altre etnìe.

(Come, aggiunge Cook, nella Germania nazista. È vero, aggiungiamo noi, ma nessuno ha mai definito la Germania nazista “l’unica democrazia della Mitteleuropa”).

Cook riporta quanto scritto nel 2016 dall’attuale ministro delle finanze Bezalel Smotrich:

«Prevenire l’assimilazione nello Stato ebraico è assolutamente legittimo e niente affatto razzista. Se diamo per scontato, come base della discussione, che impedire i matrimoni misti sia sbagliato, allora ignoriamo che la maggior parte delle ragazze [ebree] che vanno con gli arabi, sono povere ragazze che vengono sfruttate» (MK denounces intermarriage, is ousted from Knesset Meeting. Bezalel Smotrich removed from women’s issues committee as lawmakers tussle over group that reportedly acts against mixed relationships, “The Times of Israel”, 14 November 2016. Questa espulsione e rimozione evidentemente non ha impedito a Smotrich di essere successivamente chiamato al ministero delle Finanze).

L’ex ministro dell’Istruzione Rafi Peretz ha definito i matrimoni misti che coinvolgono gli ebrei «un secondo Olocausto», opinione, questa, largamente diffusa nel Paese.

Nel 2018 l’attuale presidente di Israele Yitzhak Herzog ha descritto i matrimoni misti tra gli ebrei americani come una «piaga», per la quale è importante trovare una soluzione, magari come in Israele.

In Israele i matrimoni fra ebrei e palestinesi sono proibiti ufficialmente “per ragioni di sicurezza”.

Nei territori occupati, per impedire ogni forma di relazioni intime fra ebrei e palestinesi non di rado si fa ricorso alla violenza, anche la più brutale (posti di blocco, strade separate, barriere di acciaio e cemento, etc.).

Ancora oggi Israele è estremamente preoccupato per la presunta minaccia rappresentata dai “cittadini” palestinesi di terza classe definiti ufficialmente “arabi di Israele”, che attualmente costituiscono un quinto della popolazione israeliana.

Giornalisti, accademici e politici israeliani, tra cui lo stesso primo ministro Netanyahu, definiscono regolarmente i cittadini palestinesi del Paese una “minaccia demografica”.

Di fronte a tutto ciò, qual è la strategia messa in atto da Israele per non apparire troppo razzista e troppo oppressivo, e per avvalorare l’immagine edulcorata di una democrazia di stampo liberale occidentale?

Non sentiamo quotidianamente la lobby filo-israeliana in Occidente reiterare il mantra che gli arabi israeliani godono esattamente gli stessi diritti della popolazione ebraica di Israele, garantiti dalla Dichiarazione d’Indipendenza israeliana?

Questo è assolutamente falso.

Adalah, una delle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani in Israele, possiede un database che elenca oltre 70 leggi esplicitamente discriminatorie nei confronti dei cittadini palestinesi rispetto a quelli ebrei.

Le Leggi Fondamentali di Israele escludono esplicitamente qualsiasi principio di uguaglianza civile.

Nel 2018 il governo israeliano ha approvato una legge sullo Stato-nazione la quale dichiara che Israele appartiene esclusivamente al popolo ebraico, e non a tutti i cittadini che vi risiedono.

Una piccola minoranza di cittadini palestinesi vive in Israele in quartieri segregati e separati di quelle che erroneamente vengono chiamate “città miste”.

È in questo contesto che esiste e persiste il divieto di matrimonio civile all’interno dei confini dello Stato israeliano.

I cittadini palestinesi di Israele debbono sposarsi con cerimonie officiate dai leader delle rispettive comunità religiose. Lo stesso vale per gli ebrei. Essi debbono sposarsi con una cerimonia presieduta da un rabbino ortodosso.

È vero, scrive Cook, che in teoria tutti si trovano ad affrontare le medesime restrizioni, ma è proprio qui il punto: l’apparente uguaglianza di trattamento legalizza di fatto la difesa dell’identità ebraica contro i non-ebrei palestinesi, in quanto i matrimoni misti sono possibili solo se uno dei due coniugi si converte alla fede dell’altro.

Sono estremamente rari i casi in questione (di quello che la legge ebraica chiama sprezzantemente apostasia e tradimento), peraltro resi quasi impossibili dal rabbinato ortodosso, e comunque penalizzati al massimo grado.

La nazionalità israeliana esiste solo come finzione sui passaporti, per consentire alla popolazione di viaggiare all’estero. Ma all’interno di Israele ogni persona viene identificata in base al proprio gruppo confessionale.

Cook aggiunge che il sistema dell’apartheid si estende ben al di là delle leggi sul matrimonio ed influenza ogni aspetto della vita sociale.

Ad es. le scuole ebraiche sono finanziate di più e meglio di quelle “arabe”, spesso fatiscenti, con grave carenza di aule e di personale, con libri di testo obsoleti e mal tradotti in arabo dallo Stato.

Funzionari ebrei, solitamente razzisti, esercitano un controllo rigoroso su chi può insegnare e su ciò che si può insegnare.

I bambini palestinesi sono sottoposti a gravi discriminazioni (difficoltà di accedere alle scuole delle loro comunità, carenza di edifici permanenti, disagi negli spostamenti per raggiungere le scuole autorizzate).

Inoltre, forti pregiudizi culturali presenti nei test di ammissione rendono molto più difficile per i cittadini palestinesi l’accesso alle Università israeliane.

A margine e a chiosa di questo scritto di Jonathan Cook, a proposito della politica matrimoniale dell’entità criminale sionista non è mai inutile rammentare quanto scriveva il rabbino Elia S. Artom, una delle figure più autorevoli dell’ebraismo italiano contemporaneo, poco prima dell’emanazione delle leggi razziali fasciste che proibivano il matrimonio fra ebrei e italiani:

«Il matrimonio non può aver luogo che tra Ebrei. Qualunque unione tra Ebreo o Ebrea con persone estranee all’Ebraismo è, di fronte alla legge ebraica, vietata e, se avvenuta, considerata illegittima.

«È questa una delle norme che hanno più potentemente contribuito a mantenere salda la compagine di Israele: l’inserzione nella famiglia ebraica di elementi, sia pure ottimi, di altra origine e di altra fede non può che contribuire all’assimilazione di Israele e quindi avviare alla sua distruzione.

«Da grave decadenza e da pericolo di distruzione sono infatti colpiti quei nuclei ebraici nei quali, nonostante la norma sopra indicata, hanno avuto e hanno luogo frequenti unioni tra Ebrei e non Ebrei» (E.S. Artom, La vita di Israele, Casa Editrice Israel, Firenze, 5735 – 1975, p. 172. Si tratta della terza edizione del volume, a cura del figlio, Menachem Emanuele Artom, il quale si premura si sottolineare che «l’opera è ancora vitale, oltre 35 anni dopo la pubblicazione della sua prima edizione»).

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