Gian Pio Mattogno: Un improvvisato censore della “Civiltà Cattolica”: David I. Kertzer e l’antitalmudismo della Chiesa

Gian Pio Mattogno 

UN IMPROVVISATO CENSORE DELLA «CIVILTÀ CATTOLICA»:

 DAVID I. KERTZER E L’ANTITALMUDISMO DELLA CHIESA

Nel 2001 David I. Kertzer diede alle stampe un volume dal titolo: The Popes Against the Jews. The Vatican’s Role in the Rise of Modern Antisemitism, che conobbe un certo successo e venne tradotto in varie lingue.

L’anno successivo l’opera apparve in italiano, presso l’editore Rizzoli, col titolo: I papi contro gli ebrei. Il ruolo del papato nell’ascesa dell’antisemitismo moderno.

Dal risvolto di copertina apprendiamo che Kertzer, figlio di un noto rabbino e docente di antropologia presso la Brown University di Providence (Rhode Island), è uno specialista di storia italiana.

Nel 2015 è stato insignito del premio Pulitzer per la sua opera: The Pope and Mussolini: The Secret History of Pius XI and the Rise of Fascism in Europe.

Insomma, loro creano i premi e loro se li spartiscono.

Dove voglia andare a parare Kertzer appare chiarissimo sin dalla descrizione del libro, che compare in parte anche sul sito dell’autore (davidkertzer.com).

«La Chiesa cattolica è corresponsabile dell’Olocausto? In che misura il tradizionale “antigiudaismo” cattolico ha alimentato l’odio che ha condotto allo sterminio? Quali sono stati gli atti e gli atteggiamenti dei papi nei confronti degli ebrei, dall’inizio dell’Ottocento fino alla seconda guerra mondiale? (…) Kertzer sostiene che per decenni, ancora per tutto l’Ottocento, il Papato ha alimentato la demonizzazione degli ebrei, e che nel Novecento il suo atteggiamento è stato pavido e ambiguo».

Dunque, per Kertzer denunciare da parte della Chiesa la protervia e l’odio rabbinico-talmudico contro i goyim in generale e i cristiani in particolare, denunciare le ingiurie e le blasfemie giudaiche contro Cristo, Maria e il cristianesimo significa “demonizzare” gli ebrei e preparare la strada all’ “Olocausto”!

(Cfr. “La malefica azione della razza giudaica”. La polemica contro il Talmud nelle cronache e nelle corrispondenze de “La Civiltà cattolica” 1881-1882, Effepi, Genova, 2019).

È la solita vecchia solfa oramai ampiamente smascherata: tutta la secolare storia dell’antisemitismo, dalle origini greco-romane sino ad oggi, viene interpretata finalisticamente dagli apologeti giudei e dai loro Shabbath Goyim di complemento come una lunga preparazione all’inevitabile e fatidico esito finale: … Auschwitz!

Tutta la storia dell’antisemitismo sarebbe così una sorta di preistoria dell’Olocausto!

Gli antichi autori greco-romani hanno criticato gli ebrei? Queste prime forme di antisemitismo hanno cominciato a lastricare la strada per … Auschwitz.

La Chiesa ha polemizzato aspramente contro il Talmud, le Toledoth Yeshu ed altri testi della letteratura rabbinica che vomitano odio e blasfemie contro gentili e cristiani? Alla lunga tutte queste polemiche hanno preparato …  Auschwitz.

Gli ebrei, sia nel medio evo che nell’èra moderna, furono usurai, mercanti di schiavi e schiavisti? Sì, ma le critiche antisemitiche hanno portato … ad Auschwitz, etc. etc.

Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria teleologia dell’antisemitismo, nella quale tutto viene letto e interpretato retrospettivamente alla luce della religione olocaustica.

Poiché non è qui mia intenzione dare un giudizio complessivo del libro di Kertzer, mi limito a presentarlo brevemente attraverso alcuni spunti della recensione insospettabile dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) (uaar.it), per poi soffermarmi solo su alcune questioni particolari, altamente significative delle strategie messe in atto dall’autore.

Kertzer ha voluto scrivere questo libro – leggiamo – per confutare l’autoassoluzione della Chiesa dalle reiterate accuse di antisemitismo e da ogni colpa riguardante l’Olocausto. Le analisi dell’autore si focalizzano soprattutto dal 1800 in poi, e tendono a dimostrare come l’operato della Chiesa, non solo nei tempi più antichi, ma anche in età moderna, sia servita da preparazione e da solida base per l’affermazione dell’antisemitismo moderno.

Tutto ciò appare chiaramente dalla stampa cattolica, soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo, dove liberalismo, modernismo, laicismo, socialismo, massonismo ed ebraismo vengono associati nelle loro finalità demoniche di distruggere il cristianesimo.

Fra i molti giornali cattolici, il periodico più influente in tal senso fu “La Civiltà Cattolica”, fondata dai gesuiti nel 1850, che accusava gli ebrei di odiare i non-ebrei e di uccidere i cristiani, che definiva gli ebrei razza straniera, perversa, persecutrice, vessatrice, tirannica, ladra e devastatrice.

L’autore si sofferma sulle accuse di omicidio rituale, a quel tempo dai più ritenuto veridico, sul Sillabo e su altre questioni relative alla polemica antigiudaica della Chiesa contro la “Sinagoga di Satana”.

La recensione si conclude così:

«Pio XII (1939-1958) non disse una sola parola contro lo sterminio neppure quando furono deportati nei lager gli ebrei rastrellati nel ghetto di Roma. Quando vennero annullate le leggi razziali la Chiesa si batté perché almeno una parte delle restrizioni restasse in vigore. Tra XX e XXI secolo il processo di beatificazione di Pio XII subirà rallentamenti a causa delle accuse e delle proteste mosse da più parti.

«Tantissimi altri problemi, questioni, accadimenti e persone vengono affrontati e raccontati in questo libro, documentato e rigoroso ma di semplice lettura, che consigliamo sia per saperne di più sulle colpe della Chiesa, sia per essere informati sull’antisemitismo sempre strisciante e spesso risorgente».

Così anche l’UAAR aveva svolto il suo bel compitino al servizio della Sinagoga.

Ma sulla questione dei pruriti autoassolutori della Chiesa, naturalmente della nuova Chiesa conciliare, in fondo l’UAAR non aveva tutti i torti.

In una recensione del libro di Kertzer apparsa sull’ «Archivium Historiae Pontificiae» (39, 2001, pp. 339-342), il gesuita Giacomo Martina, portavoce del nuovo andazzo storiografico clerico-conciliare, scrive che questo volume, «scritto con garbo e sincero rispetto per la Chiesa, mosso solo dalla passione della verità [sic!]», vuole confutare la tesi secondo cui la Chiesa non avrebbe avuto nessuna responsabilità nella diffusione dell’odio contro gli ebrei e nella scarsa resistenza alle politiche antisemite.

Martina concorda sull’«effettivo antisemitismo» presente nella Chiesa, anche se si affretta ad aggiungere che la risposta al quesito: «Lo sterminio nazista fu il risultato ovvio dell’antisemitismo diffuso per secoli dalla Chiesa?» è «immediatamente e nettamente negativa».

E qui siamo di fronte alla prima “autoassoluzione”. Anche la religione olocaustica ha i suoi riti da ossequiare.

La seconda autoassoluzione riguarda la “Civiltà Cattolica”.

Poiché non può ignorare la battaglia antigiudaica della rivista dei gesuiti, Martina cerca in una certa misura di minimizzarla:

«Non si può negare il controllo esercitato sulla rivista dalla S. Sede attraverso la Segreteria di Stato, e, talora, raramente dal papa stesso. Questo non significa che i superiori della Compagnia e il papa approvassero sempre, in tutto e per tutto, quanto scriveva la rivista. Il P. Oreglia di S. Stefano (…) venne invitato dal p. Anderledy, consigliere del p. generale della Compagnia Beckx, poi suo successore, a desistere dalla sua insistenza sui pretesi omicidi rituali. Lo stesso Leone XIII in un colloquio col p. Cornoldi si mostrò abbastanza seccato su di lui. (“Ne avete altri della stessa specie”). Certo la rivista seguiva una linea approvata dalla Santa Sede, anche sull’antisemitismo. Questo non significa che il papa fosse d’accordo in tutto e per tutto con i singoli autori. Forse il papa e la curia erano contenti che i redattori seguissero volta per volta le idee e il proprio tono, e che se ne assumessero la responsabilità».

Passi per gli omicidi rituali, ma per il resto, e in special modo per la lotta secolare della Chiesa contro il giudaismo rabbinico-talmudico?

Ma per Martina, «forse» il papa e la curia lasciarono alla responsabilità individuale dei redattori della rivista la polemica antigiudaica, come se questa non fosse stata una costante ufficiale lungo tutta la storia della Chiesa!

(Cfr. F. Vernet: La Chiesa e la polemica antigiudaica, andreacarancini.it).

Ma qui voglio soffermarmi su alcune esternazioni di Kertzer, che la dicono lunga sulla competenza, sull’onestà intellettuale e sulla «passione della verità» (Martina dixit) dell’autore.

Come ho scritto altrove (op. cit.), alla polemica antitalmudica della «Civiltà Cattolica» e della Chiesa  Kertzer dedica poche pagine, dalle quali è arduo stabilire se egli sia più ignorante e incompetente o più mistificatore e mentitore.

Gli autori dei principali articoli furono i padri Oreglia di Santo Stefano, Ballerini e Rondina.

Nessuno dei tre era uno studioso ex professo di letteratura talmudica e rabbinica, ma le tesi espresse nei loro scritti erano comunque basate sulle opere di alcuni ebraisti e scrittori cristiani come Sisto da Siena, Johannes Buxtorf, Johann Christoph Wagenseil, Giulio Bartolocci, Paolo Medici, Luigi Chiarini, l’ex rabbino P.L.B. Drach, Justinas Bonaventura Pranaitis.

La rappresentazione che il padre Oreglia faceva del Talmud e della morale ebraica ‒ scrive Kertzer col tono saccente di chi la sa lunga sull’argomento ‒ «era oltraggiosa e fuorviante, anche se fu usata in innumerevoli articoli della stampa cattolica nei decenni successivi» (p. 150 dell’ed. italiana).

«Nel difendersi dall’accusa secondo la quale il Talmud ordina loro di ingannare o persino di uccidere i cristiani – scrive ancora Kertzer – gli ebrei potevano indicare famosi passi del Talmud come la storia dell’incontro di Hillel con un pagano. Secondo questa storia, quando il pagano gli chiese di dirgli in breve di quale natura fosse la religione degli ebrei, Hillel gli rispose: “Non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te. Questa è tutta la Torah. Il resto è commento» (p. 151).

Ora, è singolare (ma non troppo) che nel mare magnum della letteratura rabbinica per dimostrare un presunto spirito filantropico ebraico venga rispolverata quasi sempre e soltanto questa esternazione di R. Hillel.

Ma neppure in questo caso le cose stanno come pretendono gli apologeti giudei.

In realtà, come si evince chiaramente dal contesto del passo menzionato da Kertzer (quel “contesto”  invocato ad ogni pie’ sospinto dagli esegeti giudei), che compare in Shabbath 31a, il pagano in questione non è un semplice e generico goy, per natura idolatra, empio e perverso come tutti i goyim, ma bensì un pagano divenuto o in via di divenire proselito, cioè convertito al giudaismo, al quale Hillel raccomanda lo studio di «tutta la Torah», vale a dire la Torah scritta (Scritture) e la Torah orale (Talmud), e che esorta ad amare il «prossimo», cioè unicamente gli altri ebrei, come sé stesso.

Commentando poi i due articoli La morale giudaica e La morale giudaica e il mistero del sangue del p. Francesco Saverio Rondina apparsi sulla «Civiltà Cattolica», Kertzer scrive:

«Il primo articolo cominciava annunciando alcune accuse che oggi identificheremmo con la forma “moderna” dell’antisemitismo: cioè che gli ebrei erano all’origine di varie frodi bancarie e si erano impadroniti delle economie di molti paesi. Una vasta cospirazione ebraica, avvertiva Rondina, minacciava il mondo cristiano.

«Poi riproponeva il vecchio argomento del Talmud, considerato come fonte di ogni male. Secondo il Talmud, che gli ebrei seguivano supinamente secondo quanto scriveva padre Rondina, i cristiani erano “bovi, asini, cani (…) suini.

«Il più grande “dottore” ebreo, Maimonide, continuava Rondina, aveva insegnato loro che “ogni giudeo, il quale non uccide un non giudeo, quando il può, viola un precetto negativo”. (Quello che in realtà Maimonide aveva scritto sull’argomento era questo: “Il giusto di tutti i popoli ha una parte nel mondo futuro”).

«Inoltre, sosteneva padre Rondina, secondo il Talmud “il migliore fra i Goim, o cristiani, merita la morte”» (p. 172).

L’inizio della citazione relativa all’egemonia economica degli ebrei ha almeno il merito di liquidare la vecchia fola secondo cui quello cattolico non sarebbe stato un antisemitismo in senso moderno (a parte le componenti razzistiche), ma semplicemente un antigiudaismo religioso.

Riguardo alla prima citazione di Maimonide, riportata dal padre Rendina con l’indicazione Sefer Mitzvot 85, c. 2,3 Kertzer insinua che essa sia falsa, e le contrappone una seconda citazione, la quale dimostrerebbe una presunta etica giudaica universalistica, e che trae dal volume di Jacob Katz, Exclusiveness and Tolerance: Studies in Jewish-Gentile Relations in Medieval an Modern Times (New York, 1961, p. 174), nella quale viene riportata appunto la citazione di Maimonide, secondo cui “I giusti di tutti i popoli hanno parte nel mondo a venire”, cioè godranno della beatitudine eterna.

In realtà, con buona pace di Kertzer, la prima citazione di Maimonide è assolutamente corretta, e corrisponde esattamente alla mitzvah (comandamento) negativa 49 del Sefer Hamitzvoth di Maimonide, che suona letteralmente così:

«Il divieto n. 49 è che ci è proibito di permettere a qualsiasi individuo delle sette nazioni di vivere. [Questo è comandato] affinché [tali nazioni] non mandino in rovina altri popoli e non li inducano in errore seguendo l’idolatria. La fonte di questo divieto è la proibizione di Dio (Egli sia glorificato): “Non lasciare in vita una sola anima” (Deut. 20,16). Ucciderli è un comandamento positivo (come spiegato al n. 187). Chi ha avuto l’opportunità di ucciderne uno e non lo ha fatto, trasgredisce un divieto».

È vero che qui Maimonide si riferisce in particolare alle sette nazioni cananee, ma nell’esegesi rabbinica e in quella dello stesso Maimonide, «le sette nazioni hanno cessato di vivere» e dunque questo comandamento si applica a tutte le generazioni dei popoli “idolatri”, eredi naturali delle sette nazioni.

Quanto poi alla seconda citazione di Maimonide che compare nel libro di Katz, la malafede di Kertzer è ancora più evidente.

Infatti il nostro censore si guarda bene dal precisare che Katz riferisce, correttamente, le figure dei “giusti delle nazioni” non a tutti i non-ebrei che agiscono rettamente, ma solo a coloro i quali osservano i sette comandamenti noachidi, cioè ai goyim giudaizzati e giudaizzanti che riconoscono la sovranità del Dio giudaico e di Israele (meno correttamente a coloro che seguirebbero una non meglio precisata “legge naturale”).

Ciò risulta con tutta evidenza dai testi paralleli di Maimonide: Mishneh Torah, Hilkhoth Melakhim 8,11; Hilkhoth Teshuvah 3,5; Hilkhoth Eduth 11,10 e dal commentario a Mishnah Sanhedrin 10,12).

Riguardo infine al testo in cui si afferma che il migliore fra i goyim, o cristiani, merita la morte, che Kertzer di nuovo insinua essere stato inventato di sana pianta, questo, attribuito a R. Shimon ben Yochai, compare in Soferim cap. 10, uno dei trattati talmudici minori, in Qiddishim 4,11, 66c del Talmud di Gerusalemme e nei midrashim Tanchuma, Vayera 20 (ed. Buber) e Mechilta Es. 14,4.

È vero che nel testo non si fa esplicito riferimento ai cristiani, ma bensì ai goyim in generale; ma è altrettanto vero che successivamente i rabbini inclusero i cristiani nella categoria dei goyim ed estesero anche ad essi le prescrizioni relative ai non-ebrei.

(Sull’intera questione cfr. Sorgente di morte. L’omicidio del non-ebreo nel Talmud e nella tradizione rabbinica, Effepi, Genova, 2019).

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