
Gian Pio Mattogno
APOLOGETICA GIUDAICA E STORIOGRAFIA.
SALVATORE DE BENEDETTI E GLI STUDI SUL TALMUD
NELLA SECONDA METÀ DEL XIX SECOLO
Come ho mostrato nei miei lavori e in alcuni scritti su questo stesso sito revisionista, nella sua storia secolare l’apologetica rabbinico-talmudica ha impiegato in passato e impiega tuttora strategie diverse, ma tutte invariabilmente improntate alla menzogna e alla mistificazione.
(Cfr. Strategie dell’apologetica giudaica talmudista. Una mistificazione esemplare del Gran Rabbino Solomon Klein; Cronache truffaldine dell’apologetica talmudista: un rabbino rinnegato e il “Corriere della Sera”; Una “maligna furfanteria” del rabbino Joseph Samuel Bloch contro August Rohling, andreacarancini.it)
In una memoria presentata al IV Congresso Internazionale degli Orientalisti, tenuto a Firenze nel 1878, il “dottissimo orientalista” ebreo Salvatore De Benedetti (1818-1891) ha preferito un tipo particolare di strategia, che potremmo definire strategia della dissimulazione e dell’insinuazione, dove l’autore non critica direttamente ed esplicitamente, ma, più prudentemente, si limita, appunto, a dissimulare e ad insinuare.
(Dei presenti studi sul Talmud e specialmente sull’Aggada. Memoria di Salvatore De Benedetti, «Atti del IV Congresso Internazionale degli Orientalisti tenuto in Firenze nel settembre 1878». Volume primo, Firenze, 1880, pp. 175-187).
La figura di Salvatore De Benedetti è così presentata dalla «Jewish Encyclopedia» (Vol. 3, pp. 5-6), sulla base dello studio di Alessandro d’Ancona, Salvatore De Benedetti, in «Annuario dell’Università di Pisa per l’anno accademico 1891-1892».
Nato a Novara, poiché ai suoi tempi le scuole pubbliche italiane erano chiuse agli ebrei, De Benedetti frequenta l’unica scuola importante aperta agli ebrei, il collegio Foa di Vercelli, e destinato specificatamente alla preparazione dei rabbini. Tuttavia, dopo aver completato gli studi, non sente alcuna vocazione per il rabbinato, e si guadagna da vivere insegnando e lavorando per alcuni giornali piemontesi e milanesi. In questo periodo traduce, in forma abbreviata, il libro di Adolph Franck sulla Cabala.
Nel 1844 viene nominato sovrintendente delle Pie Scuole Israelitiche di Livorno. Quattro anni dopo diventa uno dei più attivi militanti del partito mazziniano ed ha una parte importante nella pubblicazione del “Corriere Livornese”.
Quando gli Austriaci invadono Livorno, De Benedetti lascia la città e ritorna in Piemonte. Per un certo periodo rimane a Torino, dove si dedica all’attività giornalistica, e successivamente entra nella redazione del “Progresso”, fondato da Cesare Correnti.
Dopo la chiusura del giornale si trasferisce a Novara, dove tiene conferenze pubbliche di storia, e fonda e dirige “La Vedetta”.
Nel 1862 diventa professore di ebraico all’Università di Pisa (la prima cattedra di ebraico nell’Italia unita), dove si dedica ai suoi studi scientifici e al tempo stesso collabora con alcune testate giornalistiche locali.
Nella nota di presentazione della recente biografia di Salvatore De Benedetti (1818-1891) a cura di Liana Elda Funaro (“La bella curva dell’Arno”. Per una biografia di Salvatore De Benedetti, Edizioni ETS, 2024) leggiamo che questi si formò nel Collegio Foa di Vercelli e a diciassette anni rifiutò una promettente carriera di rabbino. Fu dapprima critico letterario, poligrafo, insegnante, direttore di giornali e collaboratore di riviste. Dal 1862 fu docente di lingua e letteratura ebraica presso l’Università di Pisa (la prima cattedra di ebraico dell’Italia unita). Fra le sue opere vanno ricordate: Canzoniere sacro di Giuda Levita (1871); Vita e morte di Mosè, leggende ebraiche tradotte, illustrate e comparate (1879).
Nel 1878 De Benedetti presenta al IV Congresso Internazionale degli Orientalisti la memoria su menzionata.
L’esordio della memoria è una significativa dichiarazione d’intenti.
De Benedetti parla di «imparzialità» sotto il rispetto scientifico, di «guida assennata e secura per salvarci dai traviamenti dell’intelletto e delle passioni», di «serena e queta indagine scientifica» che a suo dire s’è venuta affermando negli ultimi tempi, che ha fatto giustizia degli «incorreggibili errori», di «pretensioni tiranne», di verità stabilite «a priori» (p. 175).
Subito dopo si capisce dove l’autore voglia andare a parare. Egli afferma che ora finalmente gli studi in materia religiosa si fanno con serietà, con libertà di ragionamento e con larghezza di giudizi, ed aggiunge:
«Eccone notevole saggio. Un’opera che rappresenta la somma dei pensieri di un popolo in ogni parte di sua vita intellettiva e morale, un’opera che, quantunque consti di più volumi, ed a più altri dia argomento, pur non è un libro, tanto ha forme diverse d’ogni costume letterario e ribelli a ogni norma, un’opera infine che somiglia solo a sè stessa, tragge a sé le cure de’ Semitisti francesi e tedeschi. Come di leggieri, o Signori, voi avete indovinato, io parlo del Talmud, il quale, come il Corano, come le opere dottrinali di religione in genere, affrontò i più opposti giudizii, fu segno d’inestinguibile odio e d’amore indomato» (p. 176).
Era dunque la questione talmudica il nervo scoperto che turbava l’ebreo De Benedetti, e che egli poneva all’attenzione di un consesso di semitisti con tutta probabilità totalmente ignoranti in materia. Non risulta infatti che qualcuno di loro abbia obiettato alcunché alle disquisizioni dell’autore.
«Quel Re di Francia – continua – che in seno del Cristianesimo lasciò tanta fama di pietà, Lodovico IX, San Luigi per dargli il nome popolare, persuaso da un apostata del Giudaismo, Nicolao Donin, che, come soleva allora, s’era fatto più accanito nimico della fede rinnegata, ed avea accusato il Talmud di scagliare ingiurie contro Gesù Cristo, condannava al rogo tutti gli esemplari dell’opera incriminata. Chiamava prima a difenderla i più rinomati rabbini del tempo, R. Jechiel da Parigi, R. Mosè da Coucy, R. Jehudà ben David da Melun, e R. Samuel ben Salomo da Chateau Thierry.
«Ma si porgeva l’esempio rinnovellato poi per Geronimo da Santa Fe, e null’altro. Simulacri di giustizia erano quelli, non giustizia; gli accusati erano, innanzi che si udissero, condannati. La sentenza fu che 24 carra di Talmudi, per ordine di papa Innocenzo IV (povero intelletto umano!), vennero dati alle fiamme. È superfluo il dire che il provvedimento infervorò più che mai i veneratori del Talmud, facendoli più sottili e avveduti nel deludere la legge. Le materie contenute nel Talmud vennero riprodotte in altri libri, con altri titoli; e si studiarono più che mai» (p. 176).
Qui De Benedetti allude al processo contro il Talmud che ebbe luogo a Parigi nel 1240 e liquida sbrigativamente la questione insinuando che le ingiurie contro Gesù Cristo erano solo il frutto delle calunnie dell’apostata Donin.
Ma, a dispetto della penosa autodifesa di R. Yehiel, e a dispetto dei vari De Benedetti e compagnia cantando, come oggi ammettono gli stessi ebrei, più onesti o più impudenti, vi sono pagine nel Talmud che trasudano odio anticristiano.
Con tanti saluti alla «imparzialità» e alla «serena e queta indagine scientifica» invocata dall’autore!
(Cfr. Il Talmud e i cristiani nella disputa di Parigi del 1240, Effepi, Genova, 2015).
Quanto a Geronimo da Santa Fe (Jerònimo de Santa Fè), ebreo convertito al cristianesimo e promotore della nuova opposizione al Talmud nella Spagna del XV secolo, autore dei due trattati contro i giudei Ad Convincendam perfidia Iudaeorum (1412) e De Iudaicis erroribus ex Talmuth (1413), De Benedetti dimentica di precisare che nelle sue opere Jerònimo riporta puntualmente in una sua traduzione latina i passi talmudici relativi all’odio anticristiano.
(Cfr. Impia Judaeorum Perfidia. La Chiesa e la polemica contro il Talmud dalle origini al XV secolo, Effpi, Genova, 2021, pp. 53 sgg.).
In compenso, l’autore riconosce che le presunte persecuzioni antitalmudiche resero gli ebrei «più sottili e avveduti» nell’eludere la legge. Traduzione: l’odio giudaico anticristiano continuò ad essere trasmesso furtivamente di generazione in generazione «in altri libri» e «in altri titoli».
De Benedetti passa poi alle polemiche contro il Talmud in Germania, dove, dice, a Giovanni Reuclino (Johannes Reuchlin) toccò di combattere i Domenicani di Colonia, feroci nemici del giudaismo, e in primo luogo contro Pfefferkorn. Fu durante questa lunga guerra che nel 1454 venne portata a termine la prima edizione compiuta del Talmud babilonese dal Bomberg a Venezia.
Nel XIX secolo, continua, il dotto rabbino Schwab ha intrapreso la traduzione francese del Talmud «in bella edizione», in quella stessa Francia, tiene a precisare, dove abbiamo visto innalzare i primi roghi del Talmud.
È strano che l’autore non specifichi che in realtà non si tratta del Talmud babilonese (quello più autorevole fra gli ebrei), ma bensì del Talmud di Gerusalemme.
De Benedetti, tuttavia, mostra delle perplessità circa la traduzione integrale del Talmud (in particolare della sua parte halachica, cioè strettamente normativa) nelle lingue moderne, perché «difficile, oscuro, intricato» (p. 178). L’autore ritiene invece più opportuna la sola traduzione della parte del Talmud chiamata Aggada, cioè la parte narrativa e omiletica. In tale contesto, annuncia la prossima pubblicazione di un suo lavoro nel quale riporta tra l’altro alcune fonti midrashiche.
Ma De Benedetti – invocando l’autorità di Renan e di altri studiosi tedeschi e francesi ‒ raggiunge l’apice dell’esegesi rabbinica truffaldina là dove riesce trovare in Filone Alessandrino e nei primitivi midrashim come i Rabbot, la Mechiltà, il Sifrà, i Sifrè, il Tanchumà, «quell’ampliamento e svolgimento graduato dell’interpretazione dell’Antico Testamento, da cui a poco a poco sorse il Nuovo, cioè il Cristianesimo e la sua leggenda. E invero moltissime delle idee evangeliche erano, il dirò col modo arguto ed efficace adoperato nell’opera sua celebre sul Cristo, dall’illustre nostro presidente, signore Ernesto Renan, erano moneta corrente nella Sinagoga. E veggiamo in Germania e in Francia i Critici faticare con ansiosa indagine e nel cercare sentenze, narrazioni, e sino frasi della letteratura rabbinica che rechino simiglianza coll’Evangelo. E due Antologie o Crestomazie, così le chiamerei, sono uscite a poca distanza, una del dottor Wünsche e una più ampia del dottor North, a cui gli studiosi possono attingere con profitto» (p. 181).
Apprendiamo dunque dal prof. e mancato rabbino Salvatore De Benedetti che tra la letteratura rabbinica e i vangeli vi è «simiglianza», e nient’altro!
E le differenze radicali fra l’esegesi rabbinica e quella cristiana della Torah?
E l’odio, le ingiurie e le blasfemie contro Cristo, Maria e i cristiani?
E la tradizionale polemica antitalmudica della Chiesa?
Niente di tutto ciò.
In tutti questi secoli, tanto rumore per nulla!
Riguardo più specificatamente al Talmud, che «è da anni ricollocato nel seggio che nella Storia gli spetta, considerato quale monumento di particolare natura, e originale e, per quanto appare a noi, incomunicabile», dopo aver accennato ai lavori di Derenbourg e Neubauer, De Benedetti scrive che sarebbe «colpa il tacere di quel miracolo di giudizio, di operosità e di costanza, che sono i Diqduqè Sopherim del dottore Rabbinovicz, la collezione delle Varianti del Testo talmudico incominciata a Monaco nel 1867, eletto a testo fondamentale un manoscritto rarissimo del Talmud intero, del 1343, che si ritrova in quella Biblioteca, ed accuratamente esaminato il maggior numero possibile di testi autorevoli scritti e stampati, dal codice della allora Imperiale Parigi, sino ai più importanti d’ogni paese, e che viene proseguita fin qui in nove bei volumi, tale da mostrare, possiamo ben dirlo, continuo miglioramento» (…)
«Chi avrebbe potuto immaginare che questo scandalo sorgerebbe ai nostri dì, per cui il Talmud, il libro scomunicato e maledetto, fosse esaminato colla calma e la imparzialità che la Iliade e la Eneide? Che si faticasse a fissarne il testo con tutti i sussidi della critica e della linguistica? E in nome della scienza che diradando le tenebre toglie i germi della diffidenza e dell’odio fra le varie famiglie del genere umano [leggi: diffidenza e odio contro gli ebrei], noi ce ne congratuliamo col secolo nostro e col dotto Critico che l’onora» (pp. 182-183).
Ora, il manoscritto di Monaco menzionato da De Benedetti è esattamente quello che alcuni decenni dopo il rabbino Lazarus Goldschmidt avrebbe utilizzato per la sua traduzione integrale tedesca del Talmud babilonese, col testo ebraico a fronte ‒ manoscritto dove l’esperto talmudista De Benedetti avrebbe potuto facilmente e tranquillamente trovare tutti i passi antigentili e anticristiani che hanno fatto del Talmud quel «libro scomunicato e maledetto» che dice.
È evidente che, quando parla della «calma» e «imparzialità» con cui ai suoi tempi doveva essere studiato il Talmud, al fine di «togliere i germi della diffidenza e dell’odio fra le varie famiglie del genere umano», De Benedetti si riferisce all’apologetica talmudista truffaldina, il cui intento non era di spiegare, ma di ignorare e dissimulare le vere ragioni di questa «diffidenza» e di questo «odio».
De Benedetti conclude la sua memoria ricordando il ponderoso lavoro intrapreso a partire dal 1870 dal tedesco Hamburger con la sua Enciclopedia storica biblico-talmudica (preceduta da un’altra enciclopedia intitolata Erech Millin (Ordine dei vocaboli), incominciata, ma non portata a termine, dal rabbino di Praga Giuda Rapoport), nella quale, scrive, nel mare magnum del Talmud l’autore mostra una sicura padronanza della materia.
Peccato che in tutto ciò il gentile e il cristiano appaiano completamente assenti.
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