Gian Pio Mattogno: “Bestemmia della latrina”. Le blasfemie giudaiche contro la umanità di Gesù in uno scritto di Owen Hannon

 

Gian Pio Mattogno 

“BESTEMMIA DELLA LATRINA”. LE BLASFEMIE GIUDAICHE

CONTRO LA UMANITÀ DI GESÙ IN UNO SCRITTO DI OWEN HANNON

 

Come è ampiamente dimostrato anche in questo stesso sito revisionista con precisi e puntuali riferimenti alle fonti originali, il Talmud e la letteratura rabbinica trasudano odio, ingiurie e blasfemie contro Gesù di Nazareth, Maria e i cristiani.

E ciò a dispetto di certa apologetica, che davanti a tutto ciò preferisce il silenzio, la dissimulazione oppure una autodifesa ad oltranza mendace e truffaldina.

Qui desidero segnalare uno scritto di Owen Hannon, direttore dello Yale Undergraduate Journal of Religion, che mette a fuoco un tema poco esplorato dagli studiosi: le blasfemie giudaiche contro la dimensione umana e materiale del corpo del Cristo, che l’autore compendia con l’espressione “bestemmia della latrina”.

(Broken Bread: Latrine Blashemy, Host Desecration, and 13th-Century Indecision Regarding Christ’s Phisicality, YUJR, Feb 17, 2026, yujr.netlify.app. Cito solo alcuni riferimenti bibliografici, rimandando al testo originale per la bibliografia completa).

Come c’era da aspettarsi, l’impostazione dello scritto di Owen è quella che è.

Di fronte alle stomachevoli blasfemie rabbiniche l’autore riesce a trovare il modo di denunciare … gli “attacchi antisemiti”, gli “stereotipi antisemiti” e la “violenza antisemita” della Chiesa!

Ma, separando il grano dal loglio, questo scritto risulta comunque utile, soprattutto perché fornisce idee e materiali per ulteriori ricerche su un aspetto meno conosciuto del secolare odio giudaico contro il cristianesimo.

L’autore esordisce affermando che, con la dottrina dell’incarnazione e la riconfigurazione del corpo, il cristianesimo ha compiuto un’autentica rivoluzione epocale metafisica. L’incarnazione ha colmato il divario tra il divino e l’umano (Giov. 1,14-18; 17,25-26; 13, 15; Galati 3,13; Matteo 5,17; Ebrei 9, 11-14; 1 Pietro 2,24; Ebreo 4,14-16).

La più grande differenza nel cristianesimo delle origini rispetto all’ebraismo era proprio l’adorazione di un Dio che era sceso sulla terra, un Dio che s’era fatto carne, che nella migliore delle ipotesi non trovava riscontri nel lessico religioso ebraico, e nella peggiore delle ipotesi costituiva una palese violazione del divieto ebraico sull’apoteosi delle persone umane (Glenn Siniscalchi, Early Chistian Worship and the Historical Argument for Jesus Resurrection, New Blackfriars 93, n. 1048, 2012, p. 723).

Il cristiano contempla l’uomo Gesù come Dio stesso, e lo invoca durante i rituali della Chiesa e attraverso le preghiere. La natura del corpo di Cristo è immersa in questo modello binario cristiano. La fede cristiana è intrinsecamente legata alla fisicità del corpo di Cristo e alla sua Resurrezione.

I Vangeli illustrano questa dimensione tangibile e sostanziale della Resurrezione. La storicità materiale della Resurrezione diventa una condizione indispensabile per il riconoscimento del significato dell’Incarnazione per la salvezza. La fisicità materiale di Gesù non costituisce un degrado, ma al contrario il compimento della sua supremazia. Nella tradizione evangelica, il corpo di Cristo è una verifica materiale e tangibile del Mistero Pasquale.

Tuttavia, nel successivo dibattito teologico la teologia della materialità ha conosciuto alti e bassi.

L’autore si concentra sugli scritti di Gilberto Crispino, Oddone di Tournai e Anselmo di Canterbury (X-XIII secolo), ma prende in considerazione anche l’opera Aggadat Bereshit, un midrash omiletico del X secolo sulla Genesi, che contiene numerosi passi polemici contro il cristianesimo.

La natura dell’impostazione dello scritto di Hannon emerge subito chiaramente allorché, di fronte alla varietà delle affermazioni cristiane sulla fisicità di Gesù, l’autore ci assicura che «citazioni incoerenti o rifiuti del principio del corpo materiale di Cristo hanno permesso ai cristiani di nascondere attacchi antisemiti sotto la patina di un insegnamento celeste o di confutare le critiche teologiche anticristiane di autori ebrei».

Tutto ciò, dice, può essere dimostrato in modo convincente esaminando il ruolo che la fisicità di Cristo ha giuocato nelle bestemmie della latrina e nelle accuse di profanazione delle ostie nel XIII secolo.

Quindi la colpa era dei calunniati, non dei calunniatori!

Hannon definisce “bestemmia della latrina” l’associazione, da parte degli ebrei, delle icone cristiane, in particolare di Gesù e Maria, con taluni elementi materiali dell’esistenza umana: feci, sperma, fluidi corporei, escrementi.

L’autore dice «presunta» (purported) associazione. Perché «presunta», se subito dopo lui stesso ci indica certe prassi in uso presso gli ebrei e le fonti rabbiniche che riportano tali associazioni blasfeme?

Questa forma di blasfemia compariva infatti sotto la duplice veste dello smaltimento di oggetti religiosi cristiani nelle latrine e degli scritti polemici, come il passo talmudico che raffigura Gesù immerso negli escrementi bollenti.

(H. Maccoby, The Vikuah of R. Yehiel of Paris , in Judaism on Trial: Jewish-Christian Disputations in the Middle Ages, Cambridge, 1994, p. 56).

La bestemmia della latrina mirava a ridicolizzare la dimensione umana e materiale di Gesù al fine di metterne in discussione la sua autoidentificazione con Dio.

Hannon esamina in particolare tre fonti: Vikuah (disputa) di Parigi del 1240, Teshuvot haMinim del 1260 e Sefer Nizzahon Vetus del XIII secolo, e sostiene che i cristiani del XIII secolo manipolavano ad hoc le proprie posizioni a favore o contro la materialità di Gesù, nonché le accuse mosse agli ebrei di profanazione delle ostie, «per giustificare attacchi e stereotipi antisemiti».

Tralascio le affermazioni dei teologi sulla fisicità di Gesù nel corso degli anni, dagli antichi ad Anselmo, come pure la polemica anticristiana di Aggadat Bereshit, che contiene una critica velata alla fisicità del Cristo, nonché la Disputa di un ebreo con un cristiano di Gilberto Crispino (1090 circa), che rimangono sul piano di un dibattito decoroso, e vado al cuore del problema.

In una di queste Dispute, Disputa con l’ebreo Leone sulla venuta di Cristo, figlio di Dio del monaco benedettino Oddone di Tournai, l’autore attribuisce al suo interlocutore ebreo queste parole:

«Tu dici che Dio fu concepito nel grembo di sua madre, circondato da un fluido vile, e soffrì racchiuso in questa orribile prigione per nove mesi, quando finalmente, nel decimo mese, uscì dalle sue parti intime (chi non si vergogna di una scena simile!)»

(Irven Resnick, ed. and trans., On Original Sin and A Disputation with the Jew, Leo, Concerning the Advent of Christ, the Son of God: Two Theological Treatises, Philadelphia, 1994, p. 95).

Agli occhi dell’ebreo Leone, se è vero che Gesù era Dio, allora Dio cresceva all’interno di un grembo fetido a contatto con cose impure: «genitali, viscere ed escrementi».

Questa linea di ragionamento, spiega Hannon, servì da fondamento per le bestemmie della latrina che si diffusero nel XIII secolo con un’accentuazione del tono derisorio e sacrilego.

Hannon insinua che i teologi cristiani abbiano confezionato una sorta di ebreo immaginario sul quale scaricare ogni colpa possibile e giustificare il loro antisemitismo, e che nel XIII secolo la polemica sarebbe degenerata in un’ostilità crescente che rese possibile la bestemmia della latrina e la profanazione delle ostie.

Ciò sarebbe dovuto sostanzialmente, secondo Hannon, ad una crescente belligeranza della cristianità occidentale nei confronti degli ebrei e alla diffusione di una “controreazione” cristiana, all’«ostracismo sociale antiebraico imposto dai governanti cristiani tra l’XI e il XIII secolo» e alle espulsioni.

Insomma, la colpa è sempre di chi reagisce, e mai di chi provoca la reazione!

Sostenere una tesi del genere significa chiudere gli occhi dinanzi alle vere cause dell’odio rabbinico-talmudico contro Gesù, un odio radicato nell’essenza stessa del giudaismo, per sua stessa natura intrinsecamente antigentile e anticristiano.

Fatto sta che, come sottolinea lo stesso Hannon, «gli autori ebrei del XIII secolo fecero ricorso ad una volgare impertinenza sotto forma di bestemmie».

Nelle bestemmie anticristiane della latrina, la dottrina dell’umanità materiale di Gesù professata dai cristiani fu utilizzata dagli scrittori ebrei per mettere in discussione la sua identificazione con Dio.

«Gli ebrei associavano Maria e Gesù ai rifiuti corporei per parodiare e criticare la tesi cristiana secondo cui “i suoi santi, sebbene umani, sono in realtà spirituali”».

L’autore del Sefer Nizzahon Vetus si esprime in questi termini:

«Di conseguenza, come poteva quest’uomo essere Dio, dal momento che entrò in una donna con lo stomaco pieno di feci che lo faceva sedere frequentemente sulla latrina per tutti i nove mesi, e quando nacque uscì sporco e sudicio, avvolto in una placenta e contaminato dal sangue del parto e da tessuti impuri» (D. Berger, The Jewish-Christian Debate in High Middle Ages: A Critical Edition of the Nizzahon Vetus, 2008, p. 43).

Hannon ricorda che nella disputa di Parigi contro il Talmud del 1240, l’accusatore Nicholas Donin citò il passo talmudico su Gesù condannato fra gli escrementi bollenti.

Nondimeno, anche in questo caso tira fuori la solita storia delle persecuzioni ebraiche, che resero più feroci le polemiche anticristiane «rendendo gli ebrei bersagli politici più appetibili».

L’autore cita anche il Sefer Hasidim del XIII secolo, dove si consiglia agli ebrei di non insultare le icone cristiane espletando i propri bisogni fisiologici su di esse, confermando di fatto l’esistenza di questa prassi fra gli ebrei.

Di fronte a tutto ciò le disquisizioni di Hannon circa il fatto che gli ebrei avrebbero approfittato di una presunta debolezza intellettuale dei teologi cristiani riguardo alla fisicità di Gesù, che la bestemmia della latrina (come pure la questione della profanazione delle ostie) sarebbe frutto dell’indecisione cristiana sulla fisicità di Gesù ed altro ancora, come pure tutto il giustificazionismo avanzato dall’autore ‒ tutte queste disquisizioni lasciano il tempo che trovano.

Non era più semplice ammettere che i teologi cristiani non fecero altro che difendere l’onore di Cristo e del cristianesimo di fronte alle accuse degli ebrei?

Resta il fatto inequivocabile e irrefutabile, suffragato da fonti ineccepibili, di un odio giudaico anticristiano espresso in forme volgari e blasfeme, che può stupire solo chi non sa o finge di non sapere come stanno realmente le cose.

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