Carlo Mattogno: La controversia tra Giuseppe Fallisi e Vincent Reynouard sulle perdite ebraiche durante la seconda guerra mondiale

 

La controversia tra Giuseppe Fallisi e Vincent Reynouard sulle perdite ebraiche durante la seconda guerra mondiale

di Carlo Mattogno

Premetto che esprimo il mio punto di vista sulla questione su espresso invito del gestore di questo Blog.

Anzitutto va chiarito che considerare Reynouard una sorta di “traditore” passato al “nemico” è francamente ridicolo. Al contrario, egli dovrebbe essere elogiato e ringraziato per l’enorme lavoro revisionistico che ha prodotto, e in particolare per l’eccellente compendio, documentatissimo, SHOAH Une synthèse après trente ans de travaux, da lui pubblicato in PDF, che è dedicato essenzialmente alla demolizione della storia dei “campi di sterminio” e delle “camere a gas”, coll’impiego di tutta la migliore letteratura revisionistica esistente e delle sue ricerche personali.

La questione delle “Vittime ebraiche della Shoah”, che viene riassunta in un grafico a p. 223, è a mio avviso del tutto marginale, perché – in via di principio – anche se il numero delle vittime fosse realmente di 6 milioni, ciò non dimostrerebbe automaticamente la realtà di un piano di sterminio pianificato e attuato in camere a gas. Ciò viene spiegato chiaramente anche da Reynouard:

֯«Ci si dice: “I 6 milioni mancanti nel 1945 dimostrano l’esistenza di questo piano [di sterminio]”. Noi rispondiamo: “No, questa stima non ha alcun rapporto con la realtà. Tra uno e tre milioni di Ebrei sono morti nei campi, nei ghetti e all’Est a causa dei Tedeschi. La questione è: sono stati massacrati nel quadro di un piano sistematico di sterminio o sono stati vittime di circostanze legate, in un modo o nell’altro, alla guerra?”» (p. 228).

Reynouard propone il seguente «Bilancio generale (molto approssimativo)» delle perdite ebraiche:

«- 8 milioni di Ebrei nell’anteguerra in ciò che diventerà la sfera di influenza tedesca

– superstiti nel 1945: da 3,5 a 5 milioni;

– scomparsi: da 3 a 4,5 milioni» (p. 223).

Si può discutere molto sulla ripartizione di queste vittime che appare nel grafico summenzionato, e lo farò alla fine di quest’articolo, ma non è questo il problema. Il fatto importante è che egli si basa su uno  studio statistico di Germar Rudolf[1] che  giunge appunto alla conclusione che «secondo i nostri calcoli, da 3,46 a 5 milioni di essi [Ebrei] sopravvissero all’ “Olocausto”, e da 3,1 a 4,65 milioni non sopravvissero»[2]. Egli spiega poi che «il numero di possibili, reali vittime dell’Olocausto ‒ secondo i dati ufficiali forniti da Israele ‒ è probabilmente meno di 3 milioni o perfino di 2 milioni di Ebrei»[3].

Reynouard distingue tra Shoah, che per lui è la catastrofe che gli Ebrei subirono durante la seconda guerra mondiale, in pratica la loro persecuzione, e l’Olocausto, che va inteso come presunto sterminio sistematico e pianificato.

A mio avviso, in una eventuale statistica, bisognerebbe introdurre le categorie di “morti” (per qualunque causa), “assassinati” e “scomparsi”, le quali rientrano tutte in quella generale di “perdite”.

Ad esempio, le vittime dei campi di concentramento e dei ghetti rientrano nei “morti”, quelle degli Einsatzgruppen negli “assassinati”, mentre i deportati che passarono per i campi dell’Azione Reinhard e per Chełmno sono “scomparsi” (nel libro I campi dell’“Azione Reinhardt”. Bełżec, Sobibór, Treblinka. Propaganda nera, ricerche archeologiche, riscontri materiali. Effepi, Genova, 2024, ho spiegato e dimostrato ad abundantiam perché non si possono considerare “assassinati”).

Tutte le valutazioni sul numero delle perdite ebraiche partono inevitabilmente da due dati: il numero degli Ebrei presenti nell’Europa occupata dai nazionalsocialisti nell’anteguerra (1939) e nel dopoguerra (1945), ma questi numeri non sono così certi come si crede e il risultato dei calcoli varia in base alle fonti che si utilizzano. Ciò risulta in modo lampante dal fatto che, per  Gerald Reitlinger, le perdite ebraiche vanno da un minimo di 4.194.200 a un massimo di 4.581.000[4], mentre Raul Hilberg parla di 5.100.000[5].

Secondo Danuta Dąbrowska, Stanisław Waszak, Henryk Grynberg, in Polonia, nel 1939, vivevano 2.642.000 Ebrei; Peter-Heinz Seraphim indicò la cifra di 2.719.000, Eugene Kulisher e Malcom Proudfoot addussero quella di 2.845.000[6], Hilberg preferì la cifra di 3.351.000[7]. Già questi dati comportano una differenza massima di 709.000 persone, che possono essere considerate o no “vittime” a seconda della scelta delle fonti che si adotta.

Per quanto riguarda le perdite relative a Polonia e Unione Sovietica, Wolfgang Benz stesso, che assume 2.700.000 morti per la prima e 2.100.000 per la seconda, nel paragrafo introduttivo “Valutazioni realistiche”  del  libro da lui coordinato[8] ricorda che le relative cifre minime e massime addotte da G. Reitlinger e dall’Istituto Yad Vashem sono rispettivamente di 2.350.000-2.600.000 e 1.211.500-1.316.500, con una differenza minima di 883.500 e massima di 1.238.500, che, anche in questo caso, possono essere o non essere considerate vittime. Queste grandi divergenze dipendono infatti semplicemente dai dati numerici di partenza scelti e dalle metodologie adottate.

Il problema del numero dei superstiti nel 1945 è ancora più complicato.

Anzitutto va ricordato il carattere mitico-simbolico dei 6 milioni di vittime, ben documentato da Thomas Dalton, che ha  rivolto l’attenzione su molteplici articoli pubblicati dal New York Times dal 1869 al 1938, nei quali gli Ebrei dell’Europa centro-orientale, invariabilmente 6 milioni, apparivano sempre minacciati di sterminio per fame e per malattia[9].

Ancora il  25 giugno 1940 il New York Times riportò la seguente dichiarazione di Nahum Goldmann, presidente del Congresso Mondiale Ebraico: «Sei milioni di Ebrei in Europa sono condannati alla distruzione se la vittoria dei nazisti dovesse essere definitiva»[10]. Questa cifra fu martellata dalla propaganda ebraica anche durante la guerra. Reynouard fa riferimento ad articoli di giornali del novembre 1944 che informavano sulla pubblicazione del “Libro Nero“ sovietico, nel quale veniva consacrata la cifra dei 6 milioni (p. 218).

Le statistiche del dopoguerra furono elaborate per “dimostrare” questo assunto propagandistico. Nessuno statistico osò addurre esplicitamente la cifra di 6 milioni di vittime ‒ ciò sarebbe stato troppo spudorato! ‒ ma tutti vi si avvicinarono con notevole approssimazione.

Le statistiche relative agli Ebrei superstiti nel dopoguerra, anche supponendo molto caritativamente che non fossero truccate per il motivo suddetto, non possono comunque essere attendibili.

Nell’articolo “Perdite di Popolazione ebraica nella Sfera d’influenza tedesca durante la seconda guerra mondiale[11], Jürgen Graf, commentando lo studio di Germar Rudolf  menzionato sopra, ha esposto argomenti decisivi  su questo punto:

«Il presupposto basilare di Benz è che ogni ebreo che nel 1945 non viveva più nel luogo dove era vissuto fino al 1939, venne assassinato dai tedeschi».

Gli specialisti da lui coordinati non tennero infatti conto dei mutamenti territoriali intervenuti dopo la fine della seconda guerra mondiale. I casi più importanti, prosegue Graf, sono quelli della Polonia, dell’Ungheria e della Romania.

«La Polonia perse le proprie province orientali, dove gli ebrei erano stati particolarmente numerosi, in favore dell’Unione Sovietica. In cambio, essa acquisì vasti territori tedeschi all’Ovest, dove prima della guerra vivevano pochi ebrei».

«L’Ungheria acquisì territori rumeni, cecoslovacchi e iugoslavi, solo per perderli di nuovo nel 1945. La Romania fu costretta nel 1940 a cedere la Bessarabia all’Unione Sovietica. Ora, gli ebrei che vivevano nelle rispettive aree e che morirono, realmente o presuntivamente, durante la guerra sono contati da Benz due volte. Così, 100.000 ebrei della Bessarabia che, secondo Benz, furono sterminati dai tedeschi e dai loro alleati romeni, compaiono due volte nella statistica delle vittime».

  1. Rudolf ha dimostrato che questo doppio conteggio fruttò circa 533.000 vittime fittizie.

Ma il problema riguarda anche i superstiti, come risulta chiaramente dal metodo con cui furono censiti.

In Francia furono considerati superstiti coloro che si presentarono nel 1945 al Ministero degli ex combattenti[12]. In Polonia la lista generale dei superstiti ebrei fu compilata il 15 giugno 1945 dal Centralny Komitet ͐Żydów Polskich (Comitato Centrale degli Ebrei Polacchi)[13] ed è chiaro che, per esservi registrati, anch’essi avevano dovuto presentarsi a qualche ministero. E si può ritenere fondatamente che una tale prassi fosse consueta in tutta l’Europa. Ma quanti superstiti preferirono non rientrare nel loro paese di origine? E quanti preferirono non andare a dichiarare che erano vivi?

Tra i circa 75.700 Ebrei deportati dalla Francia, circa 26.300 erano polacchi, 7.000 tedeschi, 4.500 russi, 3.300 rumeni, 2.500 austriaci, 1.200 ungheresi[14]: si può immaginare che i superstiti delle deportazioni nel 1945 si affrettarono a ritornare in Francia a farsi dichiarare vivi dal ministero competente?

E gli Ebrei polacchi superstiti della Galizia (dove si trova Lwów/Lemberg), che fu incorporata dall’Unione sovietica, andarono a Varsavia farsi registrare come vivi?

Vanno considerati inoltre i cambiamenti di religione o di identità dei superstiti, il che vale in particolare per l’Unione Sovietica. Come ha rilevato J. Graf,

«secondo il censimento del 1939, in Unione Sovietica c’erano 3,02 milioni di ebrei. Ora il primo censimento post-bellico, che ebbe luogo nel 1959, fornì una cifra di soli 2,26 milioni di ebrei, ma tutti i sionisti occidentali concordano che questa cifra era irrealisticamente bassa. Secondo l’uso sovietico, ogni cittadino poteva scegliere da sé a quale nazionalità appartenere, e una parte considerevole degli ebrei sovietici era già assimilata: costoro si consideravano come russi, ucraini, etc. Inoltre, all’epoca l’atmosfera politica non era particolarmente favorevole agli ebrei, così molti di loro preferirono non essere identificati come tali».

A ciò si aggiunge l’emigrazione dell’immediato dopoguerra, soprattutto negli Stati Uniti, in Palestina, nei paesi dell’America latina e in quelli anglofoni.

Al riguardo J. Graf menziona un caso emblematico:

«Un breve articolo che apparve il 24 novembre 1978 in un giornale americano, The State Time, di Baton Rouge/Louisiana, illustra meglio di lunghe e complicate statistiche cosa accadde davvero agli ebrei scomparsi:

“Gli Steinberg una volta vivevano in un piccolo villaggio in Polonia. Questo fu prima dei campi della morte di Hitler. Ora più di 200 sopravvissuti dispersi per il mondo e i loro discendenti sono riuniti qui per condividere una speciale celebrazione di quattro giorni che è iniziata opportunamente il Giorno del Ringraziamento. I parenti sono venuti giovedì dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Argentina, dalla Colombia, da Israele e da almeno 13 città degli Stati Uniti. “È favoloso”, ha detto Iris Krasnow di Chicago. “Ci sono cinque generazioni qui – da tre mesi di età a 85 anni. Le persone stanno festeggiando e vivendo un momento meraviglioso. È quasi come una riunione di rifugiati della seconda guerra mondiale”».

Per concludere, le statistiche relative agli Ebrei nel 1939 sono quantomeno dubbie, quelle che si riferiscono al 1945 sono estremamente dubbie, perciò qualunque statistica fondata su questo metodo comparativo è alquanto aleatoria.

Tornando a Reynouard, se i suoi numeri assoluti sono tratti da Germar Rudolf, la loro ripartizione è congetturale e anche priva di fondamento.

Egli propone una stima al ribasso, di 3 milioni di vittime, e una al rialzo, di 4 milioni e mezzo. Le vittime sono ripartite in 6 categorie identiche, più una settima (1.500.000 vittime), che vale solo per la stima al rialzo e riguarda «Scomparsi all’Est … nei campi e nei ghetti, nei pogroms..». Non è chiaro da dove provenga questa cifra e perché essa possa essere defalcata nella stima al ribasso.

Le altre 6 categorie sono:

1) «nelle mani dei Sovietici: circa 1 milione». Anche qui non si sa da dove tale cifra provenga e che cosa significhi: come e perché morirono questi Ebrei? Al riguardo si può riportare la seguente osservazione del comandante dell’Einsatzgruppe C nell’ “Ereignismeldung (comunicazione sugli eventi) n. 81 del 12 settembre 1941:

«Mentre nelle prime settimane c’erano ancora Ebrei in numero cospicuo, nei territori dell’Ucraina centrale e orientale si poté constatare che in molti casi era fuggito il 70-90% della popolazione ebraica, in alcuni casi il 100%. In ciò si può ravvisare un risultato indiretto del lavoro della Polizia di Sicurezza, poiché l’espulsione gratuita di centinaia di migliaia di Ebrei – per la maggior parte dei casi, secondo gli interrogatori, oltre gli Urali  – rappresenta un contributo considerevole alla soluzione della questione ebraica in Europa»[15].

Ma i territori sovietici furono anche la destinazione degli Ebrei passati per i campi di transito (vedi sotto, punto 4), oltre 1.400.000, perciò il numero degli Ebrei che passarono vivi «nelle mani dei Sovietici» dovrebbe essere intorno ai 2 milioni.

2) «Einsatzgruppen: 400.000». Reynouard praticamente arrotonda la cifra proposta di Siegfried Verbeke (387.000, p. 439), ma riporta anche il mio conteggio nel mio studio sugli Einsatzgruppen: 727.871 vittime, di cui 274.149 sono registrate nei rapporti senza indicazione di luogo e data; da ciò, arrotondando le cifre, egli calcola il numero di 750.000 – 270.000 = 480.000 vittime, che confermerebbe al rialzo la cifra di Verbeke (p. 443).

Nel mio studio, discutendo la cifra suddetta di 727.871, ho rilevato che

«i dati non verificabili sono pertanto il 40,7% della cifra totale! A questi problemi si aggiunge quello delle esagerazioni, perché, anche nel caso in cui le esecuzioni vengano riferite con data e luogo preciso, nella maggior parte dei casi non c’è certezza che le cifre indicate siano esatte».

Per questa ragione, ho concluso,  «l’unico modo per valutare l’attendibilità delle cifre delle Ereignismeldungen [i rapporti operativi degli Einsatzgruppen] resta l’esame dei ritrovamenti di cadaveri e/o della loro distruzione nel quadro della cosiddetta “Azione 1005”»[16], tema al quale ho dedicato un volume apposito, nel quale ho esaminato minuziosamente la pretesa attività di tutti i “Sonderkommandos” della presunta “Azione 1005” (esumazione dei cadaveri dalle fosse comuni e loro arsione all’aperto), testimonianze oculari, rapporti sovietici e materiale fotografico, e sono giunto alla conclusione (punto 4) che

«tra le cifre delle esecuzioni proclamate nei vari rapporti tedeschi e il numero dei cadaveri effettivamente trovati [e presuntamente cremati] vi è una sproporzione talmente immensa che si può ragionevolmente ritenere che esse siano di gran lunga esagerate»[17].

(Il rapporto del 12 settembre 1941 mostra chiaramente che gli Einsatzgruppen non avevano il compito precipuo di uccidere tutti gli Ebrei che avessero incontrato, perciò le esagerazioni numeriche nei rapporti non sono da ricondurre a una loro volontà di apparire di fronte ai superiori di Berlino come sterminatori particolarmente efficienti).

3) «Ragioni varie (combattimenti, bombardamenti ostaggi…: 700.000».

Questa cifra è spropositata. Secondo l’Istituto Yad Vashem, i soldati ebrei morti in battaglia furono circa 240.000, di cui circa 200.000 nell’Armata Rossa[18], perciò non è realistico ipotizzare 460.000 vittime per bombardamenti e per uccisioni di ostaggi.

4) «Campi di transito: 300.000».  Reynouard considera campi di transito i campi di Bełżec, Sobibór, Treblinka e Chełmno. Qui l’unico appiglio potrebbe essere lo storico olocaustico Dieter Pohl, secondo il quale fino al 5% dei deportati poté morire di stenti durante il viaggio[19], il che, a fronte del

1.420.000 circa di deportati in questi campi secondo il rapporto Korherr, significherebbe all’incirca 71.000 decessi. Come si arriva a 300.000?

5) «Campi di concentramento e di lavoro: 300.000». Un’altra cifra decisamente esagerata. Karin Orth ha scritto che

«almeno un terzo degli oltre 700.000 detenuti registrati nei campi di concentramento nel gennaio 1945 morirono, forse persino la metà, nelle marce della morte o nella mortalità in massa dei campi; la percentuale dei detenuti ebrei tra i morti fu alta»[20].

La mortalità sarebbe stata dunque di 230.000-350.000 detenuti. Anche supponendo che questa stima sia fondata, quanti di questi morti erano Ebrei?

Al riguardo non esistono dati completi, ma qualche esempio significativo serve a rendere l’idea dell’ordine di grandezza.

Thomas Grotus e Jan Parcer, nella loro analisi degli Sterbebücher (registri dei decessi) di Auschwitz hanno rilevato che, su un totale di 68.384 decessi documentati tra il 1941 e il 1943, quelli di Ebrei erano 29.125, il 42,6%[21]. Il 21 agosto 1944 ad Auschwitz si trovavano 104.891 detenuti, di cui gli Ebrei registrati erano 45.876 (il 43,7%)[22] (inoltre 30.000 non immatricolati nel “Durchgangslager, dove però, di norma, restavano pochi giorni prima del trasferimento in altri campi). Perciò la mortalità dei detenuti ebrei fu ragionevolmente inferiore al 50% del totale dei decessi, che furono circa 135.500[23].

I detenuti ebrei morti a Mauthausen dal 1938 al 1945 sono 14.356 su 68.874 annotati nei registri dei decessi del campo[24], circa il 21% del totale.

Ben difficilmente dunque i decessi di Ebrei nei campi di concentramento arrivarono al 50% dei presunti 350.000 summenzionati, ossia a 175.000 decessi. E i campi di lavoro non possono aver causato i restanti 125.000 decessi, perciò la cifra di 300.000 è palesemente infondata.

6) «Ghetti: 300.000». Mi pare evidente che Reynouard si riferisce ai ghetti polacchi, perché quelli baltici e sovietici rientrano già in quella che ho indicato come settima categoria (Scomparsi all’Est … nei campi e nei ghetti,…). Ma, secondo la vulgata olocaustica, proprio da essi provenivano le vittime degli Einsatzgruppen, che dunque risultano conteggiate due volte.

I due ghetti di gran lunga più grandi ‒ quelli di Varsavia e di Lodz ‒ che ebbero un numero massimo di circa 400.000 e 160.000 abitanti ‒, registrarono, il primo 69.355 decessi nel periodo gennaio 1941-giugno 1942[25], l’altro 47.372 dal 1938 all’agosto 1944[26], complessivamente 116.727.

Per i ghetti restanti ‒ molto numerosi ma anche molto più piccoli ‒ non ci sono dati; la maggior parte di essi, inoltre, nella seconda metà del 1942 subì drastiche riduzioni di popolazione a causa delle deportazioni nei campi orientali, perciò non è realistico che vi morirono circa le circa 183.000 persone che mancano per arrivare a 300.000. Questa cifra resta dunque congetturale.

Concludendo, dal punto di vista revisionistico è facile ammettere (sulla base dei presupposti aleatori esposti sopra) una mortalità di 3 o 4,5 milioni di Ebrei: il problema è spiegare come e dove morirono.

Carlo Mattogno.

 

 

[1] In: G. Rudolf (Ed.), Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and “Memory. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003, pp. 181-213.

[2] Idem, p. 210.

[3] Ibidem.

[4]  G. Reitlinger, La Soluzione Finale. Il tentativo di sterminio degli Ebrei d’Europa 1939-1945. Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 612.

[5] R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Giulio Einaudi editore. Torino,1995, p. 1319.

[6] F. Golczewski, «Polen», in: Wolfgang Benz (a cura di), Dimension des Völkersmords. R. Oldenbourg Verlag, Monaco, 1991, p. 419.

[7] R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, p. 1313.

[8] L’opera è stata redatta da 17 specialisti dei singoli paesi sotto la supervisione di Benz. Per semplificare si parla a volte di Benz come autore.

[9] T. D. Dalton, Debating the Holocaust. A New Look at the Both Sides. Theses & Dissertations Press. New York, 2009, pp. 50-56.

[10] The New York Times, 25 giugno 1940, p. 4.

[11]Historia Magistra Vitae / Capitolo 10, pp. 109-117. Acquistabile in rete all’indirizzo: https://www.lulu.com/shop/j%C3%BCrgen-graf/historia-magistra-vitae/paperback/product-1z424zk8.html?page=1&pageSize=4

[12] S. Klarsfeld, Le mémorial de la déportation des Juifs de France, édité et publié par Beate et Serge Klarsfeld, Parigi, 1978, p. 10 (numerazione mia).

[13] «Statystyka ludności żydowskiej w Polsce», in Biuletyn Głównej Komisji Badania Zbrodni Niemieckich w Polsce, I, 1946, p. 203.

[14]S. Klarsfeld, Le mémorial de la déportation des Juifs de France, p. 23.

[15] Klaus-Michael Mallmann, Andrej Angrick, Jürgen Matthäus, Martin Cüppers (a cura di), “Die Ereignismeldungen UdSSR 1941”. Dokumente der Einsatzgruppen in der Sowjetunion I. WBG (Wissenschaftliche Buchgesellschaft), Darmstadt, 2011, p. 452.

[16] Gli Einsatzgruppen nei territori orientali occupati. Genesi, compiti e attività. Vol. I. Effepi, Genova, 2016, pp. 257-258.

[17] Gli Einsatzgruppen nei territori orientali occupati. L’“Azione 1005”. Vol. II. Effepi, Genova, 2017. vol. II, p. 335.

[18] Jewish Soldiers in the Allied Armies, nel sito https://www.yadvashem.org/holocaust/about/combat-resistance/jewish-soldiers.html

[19] D. Pohl,  «Massentötungen durch Giftgas im Rahmen der ‘Aktion Reinhardt’: Aufgaben der Forschung» in: Günter Morsch, Betrand Perz (Ed.), Neue Studien zu nationalsozialistischen Massentötungen durch Giftgas: Historische Bedeutung, technische Entwicklung, revisionistische Leugnung. Metropol, Berlino,  2011, p. 194.

[20] K. Orth, «The Genesis and Structure of the National Socialist Concentration Camps», in: Encyclopedia of Camps and Ghettos, 1933–1945. Vol. 1, Part A.  Indiana University Press,  Bloomington and Indianapolis, 2009, p. 194.

[21] T. Grotum,  J. Parcer,  «EDV-gestützte Auswertung der Sterbeeinträge», in: Sterbebücher von Auschwitz. A cura del Museo di Stato di Auschwitz-Birkeau. G. Saur, Monaco, New Providence, Londra, Parigi, 1995, p. 249.

[22] Archivio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco – Memoriale nazionale.  NTN, 155, p. 96 e 115.

[23]Vedi il mio libro – Auschwitz: Trasporti, Forza, Mortalità. Effepi, Genova, 2019, p. 276.

[24]H. Marsalek, Mauthausen. La Pietra, Milano, 1977, p. 115 e 204.

[25] T. Berenstein, A. Eisenbach, B. Mark, A. Rutkowski, Faschismus – Getto – Massenmord. Dokumentation  über Ausrottung und Widerstand der Juden in Polen während des zweiten Weltkrieges. Röderberg Verlag, Francoforte sul Meno, 1960, pp. 138-139.

[26] J. Baranowski, The Łódź Ghetto 1940-1944. Vademecum. Archiwum Państwowe w Łodzi & Bilbo, Łódź, 1999, p. 86.

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