Vincenzo Vinciguerra: Art. 81 c. p.: L’unico disegno criminoso

ART.81 C.P.: L’UNICO DISEGNO CRIMINOSO

Di Vincenzo Vinciguerra, 2000

La guerra in Serbia è finita. I suoi costi umani sono ancora imprecisati, ma già nei primi giorni del conflitto il Corriere della sera poteva scrivere che erano stati colpiti “…14 ospedali, 150 edifici scolastici, 7 musei e monumenti…” e che i bombardamenti avevano causato “almeno 500 morti, 4.000 feriti, mezzo milione di disoccupati” (M. NAVA, Serbia spezzata, distrutti ponti e strade, Corriere della sera 18 aprile 1999). Si è detto che questa è stata la prima guerra condotta dalla Nato dalla data infausta della sua costituzione.
È falso.
L’Alleanza atlantica di guerre in Europa ne ha fatte altre. Le ha definite “conflitti a bassa intensità”, come in definitiva è stato anche quello contro la Serbia. Li ha condotti, questi conflitti, in maniera diversa, impiegando i reparti invisibili di un’armata segreta la cui esistenza viene ancora oggi negata sebbene molte siano le tracce che ha lasciato nel corso delle sue operazioni sui campi di battaglia europei, dalla Francia alla Grecia, al Portogallo, al Belgio, all’Italia.

Anche i costi umani della guerra italiana sono ancora oggi imprecisati. Ma i suoi momenti salienti, i più tragici e più clamorosi, sono ormai fissati in maniera indelebile nella memoria e nella storia:

  • 12 dicembre 1969 – Milano, 16 morti e 87 feriti.
  • 17 maggio 1973 – Milano, 4 morti e 46 feriti.
  • 28 maggio 1974 – Brescia, 8 morti e 94 feriti.
  • 4 agosto 1974 – Italicus, 12 morti e 105 feriti.
  • 2 agosto 1980 – Bologna, 85 morti e 200 feriti.

Cinque stragi con un bilancio di 125 morti e 532 feriti.

Il disegno criminoso perseguito in Europa dagli Stati uniti e dalla Alleanza atlantica non può essere iscritto negli atti giudiziari di un Tribunale europeo che non esiste e, forse, non esisterà mai. In assenza di un giudice che possa vantare competenza sull’Europa, il processo alla Nato può farsi solo sul piano politico e storico. Esiste, è vero, il Tribunale internazionale per i crimini di guerra ma funziona solo per gli sconfitti e i deboli. Gli stragisti italiani fanno parte dei vincenti e dei forti, sono appendice del potere nazionale ed atlantico, appartengono all’occulta armata del terrore oggi dormiente ma sempre protetta dalle forze politiche e dalla magistratura italiana.

Se la realtà che viviamo impedisce il processo giudiziario alla Nato, non lo vieta agli stragisti italiani. All’interno dei nostri confini nazionali esiste ancora la possibilità di procedere al giudizio sullo stragismo atlantico e dei suoi protagonisti. Non un processo storico e politico ma penale, anche se saranno in molti gli imputati di rango elevato ad essere prosciolti per ‘sopravvenuta morte del reo’. Alcuni, però, sono ancora in vita. Ed insieme a loro c’è la faccia operativa, quella che ha agito sul terreno, studiato gli obiettivi, organizzato l’azione, collocato gli ordigni. Qualche mandante, alcuni fra organizzatori ed esecutori materiali potrebbero ancora rispondere di quanto hanno fatto, perché esistono i presupposti per giudicarli tutti insieme, in una sola aula di tribunale. Non sarà possibile farlo per tutti i loro crimini ma per alcuni, fra i più gravi, sì: piazza Fontana, via Fatebenefratelli, Brescia.
Per ora.

Non è mai stato difficile delimitare l’area stragista. È mancata la volontà politica e giudiziaria. La magistratura italiana – è noto – ha il senso dello Stato non quello della giustizia e, di conseguenza, tranne lodevoli casi individuali è riuscita fino ad oggi nell’intento di coprire le responsabilità e di pervenire all’assoluzione di personaggi come Giorgio Freda e Giovanni Ventura in modo da chiudere il capitolo sulla strage di piazza Fontana, e non solo. Vi era, difatti, la consapevolezza, basata sulla lettura degli atti, che la strage della Banca dell’agricoltura era scaturita da esigenze politiche ad altissimo livello, interno ed internazionale, tale da impedire perfino che ne fossero condannati alcuni fra gli organizzatori e gli esecutori materiali. E, difatti, li hanno assolti sia pure, bontà loro, con la formula del dubbio.
Dirà il sostituto procuratore della repubblica Luigi Rocco Fiasconaro ai componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Gerardo Bianco, il 14 aprile 1987: “Vorrei dire con tutta franchezza che il caso della strage di piazza Fontana non è mai stato un caso giudiziario, ma sembra sia stato esclusivamente un caso politico e come tale è stato trattato” (LUIGI ROCCO FIASCONARO, Audizione dinanzi alla Commissione parlamentare, 14 aprile 1987). E, sul tentativo di trasferire le indagini da Milano a Roma, il magistrato ribadisce: “…lì era stata una decisione puramente politica che l’istruttoria dovesse essere svolta a Roma” (ibidem).

Non è il solo. Anche il sostituto procuratore della repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, nel corso della sua audizione dinanzi alla stessa Commissione parlamentare d’inchiesta, afferma: “…È chiaro, quindi, che la strage veniva da più lontano, che la strage aveva una diversa matrice politica, che la strage aveva una spiegazione innanzitutto politica” (MARIANO LOMBARDI, Audizione dinanzi alla Commissione parlamentare, 14 aprile 1987).
È questa consapevolezza che spiega come da parte giudiziaria non si sia mai voluto procedere a circoscrivere, sul piano politico e geografico, l’area stragista. E non si voglia farlo nemmeno oggi. Per chi ha prevalente il senso della giustizia su quello dello Stato, non ha stipendi e carriere da difendere, piccole ambizioni da soddisfare, non è difficile procedere a fare un’analisi comparativa sui principali fatti di strage in Italia dalla quale, come si vedrà, emerge chiaramente quale sia stata l’area stragista che ha così sanguinosamente operato nel Paese.

  • 30 settembre 1967: a Trento, il brigadiere di P.S. Filippo Foti e l’agente Edoardo Martini prelevano su segnalazione di una passeggera, una valigia lasciata sul treno Alpen Express, diretto da Monaco di Baviera a Roma, che esplode mentre cercano di aprirla, uccidendoli sul colpo.
  • 25 aprile 1969: a Milano, vengono compiuti simultaneamente due attentati alla Stazione ferroviaria e alla Fiera campionaria, che provocano 21 feriti.
  • 8/9 agosto 1969: vengono compiuti attentati su 8 convogli ferroviari, che provocano 10 feriti.
  • 4 ottobre 1969: a Trieste viene compiuto un attentato dinamitardo contro la Scuola slovena, che fallisce per un difetto tecnico. In caso contrario, sarebbe stata una strage.
  • 12 dicembre 1969: a Milano e a Roma vengono compiuti attentati contro la Banca dell’agricoltura e la Banca commerciale, nella prima; contro l’Altare della patria e la Banca nazionale del lavoro, nella seconda. Oltre ai morti e ai feriti all’interno della Banca dell’agricoltura a Milano, si contano 15 feriti a Roma, mentre fallisce per un difetto tecnico l’attentato alla Banca commerciale di Milano.
  • 20 agosto 1970: a Verona viene deposta una valigia contenente un ordigno, su una veranda passeggeri della stazione ferroviaria. Notata da un sottufficiale di polizia e portata in un luogo isolato, esploderà un’ora più tardi. Con nota del 17 febbraio 1976 inviata al giudice istruttore di Bologna Vito Zincani, il ministero degli Interni ne parlerà come di “uno dei più impressionanti attentati del periodo successivo alla strage di piazza Fontana…perché il luogo prescelto era l’espressione di una volontà criminale tendente ad un eccidio indiscriminato”.
  • 22 ottobre 1972: vengono compiuti attentati contro convogli ferroviari diretti a Reggio Calabria per il trasporto degli operai e dei sindacalisti che devono partecipare ad una manifestazione antifascista. A Latina, un ordigno provoca 5 feriti.
  • 7 aprile 1973: viene arrestato, sul treno Torino – Roma, il militante del gruppo La Fenice di Milano, Nico Azzi, rimasto ferito dall’esplosione di un detonatore che sarebbe dovuto esplodere sul convoglio in corsa.
  • 20 maggio 1979: a Roma viene collocata in piazza Indipendenza, dove è prevista un’adunata di alpini in congedo, una vettura Fiat 500 contenente 99 candelotti di esplosivo. L’ordigno non esplode per un difetto tecnico.
  • 30 luglio 1980: nella notte, alle ore 01,55, viene fatta esplodere una vettura imbottita con 14 chilogrammi di esplosivo, dinanzi a Palazzo Marino, sede del Comune, in coincidenza con la conclusione del Consiglio comunale.

Nove stragi che hanno fallito il loro sanguinoso obiettivo per cause fortuite. Altri 2 morti e 51 feriti da aggiungere alla lista degli italiani che lo stragismo atlantico ha colpito in nome dei suoi interessi, avversi come sempre a quelli della Nazione.

Dove si sono verificati i 13 episodi di strage che stiamo esaminando?

  • Trento (30 settembre 1967), obiettivo: un convoglio ferroviario.
  • Milano (25 aprile 1969), obiettivo: la Stazione ferroviaria e la Fiera campionaria.
  • Varie (8-9 agosto 1969), obiettivo: convogli ferroviari.
  • Trieste (4 ottobre 1969), obiettivo: una scuola.
  • Milano-Roma (12 dicembre 1969), obiettivo: banche e l’Altare della patria.
  • Verona (20 agosto 1970), obiettivo: stazione ferroviaria.
  • Varie (22 ottobre 1972), obiettivo: convogli ferroviari.
  • Liguria (7 aprile 1973), obiettivo: convoglio ferroviario.
  • Milano (17 maggio 1973), obiettivo: il ministro degli Interni Mariano Rumor.
  • Brescia (28 maggio 1974), obiettivo: partecipanti a un comizio sindacale.
  • Emilia (4 agosto 1974), obiettivo: un convoglio ferroviario.
  • Roma (20 maggio 1979), obiettivo: i partecipanti ad un’adunata di alpini in congedo.
  • Milano (30 luglio 1980), obiettivo: il pubblico e i partecipanti alla seduta del Consiglio comunale.
  • Bologna (2 agosto 1980), obiettivo: stazione ferroviaria.

La semplice osservazione della collocazione geografica degli attentati avrebbe già dovuto suggerire, almeno a partire dal 1973 quando erano ormai 10 le stragi riuscite o mancate, che i gruppi operativi dovevano essere almeno due: uno ubicato nell’Italia del nord (Lombardia e/o Veneto), l’altro a Roma. Non è una ipotesi formulata a posteriori perché sarebbe stato sufficiente come gli episodi più gravi si erano verificati a Trento (uno), a Milano (tre), a Trieste (due), a Roma (due), a Verona (uno), in Liguria (uno).

A questo dato si aggiungeva, poi, quello determinante dei luoghi di origine degli indiziati e dei gruppi politici di appartenenza. Per l’attentato di Trento (Alpen Express) era indiziato Giorgio Freda; per gli attentati di Milano (Stazione ferroviaria e Fiera campionaria) Giorgio Freda e Giovanni Ventura; per quelli di Milano-Roma (12 dicembre 1969), ancora Giorgio Freda e Giovanni Ventura, stavolta insieme a Pietro Valpreda e a Michele Merlino, esponente di Avanguardia nazionale a Roma; per gli attentati ai treni del 22 ottobre 1972, sospettati erano i militanti di Avanguardia nazionale, a Roma e Reggio Calabria; per la tentata strage del 7 aprile 1973, imputati erano 4 militanti del Movimento sociale italiano di Milano (Nico Azzi, Francesco De Min, Mauro Marzorati, Giancarlo Rognoni); per la strage dinanzi alla Questura di Milano, l’imputato era il veneto Gianfranco Bertoli.

Cinque, in totale, le città italiane sulle quali concentrare la propria attenzione: Padova, Milano, Roma, Mestre-Venezia, Trieste. Due i gruppi politici: il Movimento sociale italiano, nel quale erano confluiti gli ordinovisti fedeli a Pino Rauti, ed Avanguardia nazionale. Le stragi successive hanno introdotto il solo elemento nuovo dell’attivazione di un gruppo operativo in Toscana, per il resto il quadro è rimasto immutato: Brescia (28 maggio 1974), Roma (20 maggio 1979), Milano (30 luglio 1980), Bologna (e agosto 1980).

La tecnica era sempre identica, la ricerca del massacro indiscriminato altrettanto, cambiavano i nomi di alcuni degli indiziati ma non i gruppi politici di appartenenza e la loro contiguità con gli apparati dello Stato.
Per la strage di piazza della Loggia si ipotizzò subito l’azione congiunta di elementi locali e di altri venuti da Milano; per il massacro fallito di Roma, vengono indiziati di reato Sergio Calore e Valerio Fioravanti, fra gli altri; per Palazzo Marino a Milano, gli indiziati saranno Gilberto Cavallini, Egidio Giuliani, Pompei, Benito Allatta; per l’eccidio di Bologna, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti; per l’Italicus, imputato il gruppo di Mario Tuti, di estrazione ordinovista.
I luoghi di origine sono ora: Milano, Roma, Brescia, Arezzo. I gruppi politici: Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Movimento sociale italiano. I ‘gruppi spontaneisti’ sono, difatti, un’invenzione a posteriori di una stampa asservita alle esigenze ‘difensive’ del Sismi e del Sisde. Con l’inserimento di Brescia ed Arezzo, salgono a 7 in totale le città italiane sulle quali concentrare le indagini per un lasso di tempo che va dal 1967 al 1980: Milano, Roma, Padova, Mestre-Venezia, Trieste e, appunto, Brescia ed Arezzo. I gruppi politici sono sempre gli stessi: Movimento sociale italiano, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale.
Ma torniamo al 1973.

Milano appariva, già allora, come la capitale dello stragismo. Non solo vi si erano verificati gli attentati del 25 aprile 1969, del 12 dicembre 1969, del 17 maggio 1973 e vi era il legittimo sospetto che a Milano era stato collocato almeno uno degli ordigni esplosi sui convogli ferroviari l’8-9 agosto 1969, ma per la prima volta era stato identificato con assoluta certezza un nucleo stragista smascherato da uno dei suoi stessi componenti, Nico Azzi.
Era un fatto di eccezionale rilevanza per quanti indagavano sullo stragismo italiano, l’individuazione certa di un gruppo che si prestava a far saltare convogli ferroviari e che applicava le tecniche della ‘strategia della tensione’, cercando di addossare la responsabilità della strage ad un gruppo di estrema sinistra, in questo caso Lotta continua. Avrebbero dovuto rappresentare, la delazione di Nico Azzi e l’incriminazione di Giancarlo Rognoni, il punto di partenza per indagini serie e coordinate. Il capo del filo che poteva srotolare la sanguinosa matassa dello stragismo atlantico e di Stato, i magistrati italiani lo hanno avuto in mano a partire dal 7 aprile 1973, con certezza probatoria, a Milano.
Cosa ne hanno fatto? Nulla.
Eppure chi fossero Giancarlo Rognoni ed i suoi amici era un fatto notorio. Lui e gli altri erano componenti a tutti gli effetti del Movimento sociale italiano milanese i cui dirigenti locali erano Frank Maria Servello, Ignazio La Russa, Giorgio Pisanò, Franco Petronio, per citare i più noti. I militanti de La Fenice, di essere i pretoriani del partito di Giorgio Almirante e Pino Rauti lo avevano scritto, ribadito, affermato, gridato dalle pagine del loro giornaletto dal titolo omonimo, specie nel corso della campagna elettorale del maggio 1972 quando si erano prodigati per procurare voti al Msi-Destra nazionale.

Giancarlo Rognoni aveva protestato con veemenza dopo l’arresto di Pino Rauti, avvenuto il 4 marzo 1972. Undici giorni più tardi, sul suo periodico aveva scritto: “Si monta un’altra criminale iniziativa, si tenta in tutti i modi di colpire il Msi, il partito cioè che si accinge a diventare uno dei più importanti, se non il più importante, partito italiano. Uno dei componenti del suo esecutivo nazionale, la più alta assise del partito, viene arrestato. L’arrestato è Pino Rauti, uno dei nomi più prestigiosi della Destra nazionale…”.
I rapporti non erano, come si vede, dissimulati. Pino Rauti era stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana perché chiamato in causa da Marco Pozzan. La ‘cellula stragista’ di Milano era pubblicamente devota al componente dell’esecutivo nazionale del Movimento sociale italiano e deputato Pino Rauti, il quale era coimputato con la ‘cellula stragista’ di Padova accusata di aver commesso una strage e attentati vari a Milano. Nessuno ci fece caso. Strano.
Ancor più singolare il fatto che nessuno si accorse delle similitudini che collegavano l’azione stragista del gruppo milanese capeggiato da Giancarlo Rognoni con quella compiuta dal gruppo padovano, allora ritenuto unico e solo responsabile della strage di piazza Fontana. Cambiava, è vero, l’obiettivo: un treno passeggeri al posto delle banche, ma per il resto lo schema era identico.

Nel dicembre del 1969, la strage di piazza Fontana (e quelle fallite, a Milano e a Roma) non era ritenuta da sola sufficiente ad innescare quel processo di ‘difesa’ dello Stato che doveva sfociare nella proclamazione dello stato di emergenza. Per giungere a questo risultato, ai morti delle stragi del 12 dicembre 1969 si dovevano sommare quelli che ci sarebbero stati nelle strade di Roma nel corso della manifestazione organizzata dal Movimento sociale italiano per domenica 14 dicembre, destinata a degenerare in gravissimi incidenti. Nel 1973, la strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile non avrebbe avuto alcun seguito se ai morti da essa provocati non si fossero aggiunti quelli lasciati sulle strade di Milano nel corso della manifestazione organizzata dal Movimento sociale italiano per il 12 aprile, destinata – come è stato – a degenerare in violenze di ogni genere. L’unica differenza visibile fra i due piani appare nella cura con la quale gli stragisti dell’aprile 1973 cercano di attribuire alla sinistra il massacro sul treno Torino-Roma e i morti sulle strade di Milano, a voler rimediare un dettaglio trascurato nel dicembre 1969. Nico Azzi, prima di innescare l’ordigno, passeggia nei corridoi del treno tenendo fra le mani il quotidiano Lotta continua. Il 13 aprile 1973, il giorno successivo agli incidenti di Milano e alla morte dell’agente di P.S. Antonio Marino, il Secolo d’Italia, organo di stampa del Movimento sociale italiano, tenta di attribuire il fatale lancio delle bombe a mano a militanti del Partito comunista ‘infiltrati’ fra i ‘giovani nazionali’, tanto da scrivere che sul luogo degli incidenti era stata ritrovata la tessera di un iscritto al Pci. Per il resto, il piano stragista dell’aprile 1973 è la mera reiterazione di quello attuato nel dicembre 1969.

Se il piano del 1973 era l’esatta fotocopia di quello di quattro anni prima, se il teatro principale della tragica rappresentazione era sempre Milano, le menti organizzative non potevano essere che le stesse che avevano curato la preparazione degli attentati stragisti del 12 dicembre 1969. E alcune di esse dovevano necessariamente vivere ed operare a Milano.
Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio ed il sostituto procuratore Emilio Alessandrini non lo compresero.
Il collegamento fra la strage mancata sul treno Torino-Roma del 7 aprile e gli incidenti del 12 aprile, lo stabilì con estrema chiarezza proprio Nico Azzi il 26 aprile 1973, quando confessò di essere stato proprio lui a procurare le bombe a mano che poi vennero impiegate in piazza quel tragico giorno (AA.VV., Venti anni di violenza politica, Ricerca Isodarco Roma 1992, vol. I, p.325). Era la prova di un piano preordinato che includeva due eventi: il massacro sul treno ed i morti sulle strade.
Anche in questo caso nessuno parve accorgersene.
Molteplici sono i motivi di questa disattenzione. Il primo risiede certamente nella scelta, tutta politica, di circoscrivere gli eventi di strage a ‘cellule nere’ in combutta con ‘servizi deviati’ (ma l’ipotesi restò, per anni, valida solo per la strage di piazza Fontana) che agivano svincolati da ogni aggancio con forze politiche rappresentate in Parlamento. Il rifiuto, rimasto costante nel tempo e in vigore ancora oggi, dei magistrati italiani di indagare sui rapporti fra i dirigenti nazionali e periferici del Msi e i componenti delle presunte ‘cellule nere’ e stragiste ha rappresentato la maggiore causa ostativa all’accertamento della verità sulla violenza di destra – o neofascista, se si preferisce – e sul fenomeno stragista in Italia.

Per limitarci alla sola Milano, vediamo che sono state disattese dalla magistratura tutte le denunce, anche circostanziate e provenienti dall’interno dello stesso ambiente missino, contro i dirigenti del partito. Dopo aver archiviato la denuncia pubblica di un attivista missino, Giovanni Ferorelli, che aveva accusato i vertici milanesi del Msi di utilizzare i giovani per compiere atti di violenza, salvo ‘scaricarli’ se individuati od arrestati, la magistratura milanese non diede credito nemmeno alle accuse lanciate (anche se poi parzialmente ritrattate) da Vittorio Loi e Maurizio Murelli che indicarono nei dirigenti missini gli organizzatori degli incidenti del 12 aprile 1973.
Ci fu, è vero, un’indagine che si concluse con il rinvio a giudizio, fra gli altri, di Frank Maria Servello e Franco Petronio, entrambi parlamentari, a carico dei quali venne richiesta l’autorizzazione a procedere il 22 giugno 1974 (ivi, p. 401), ma furono sufficienti poche udienze per mandare assolti i due, il 26 gennaio 1978, con formula ampia “per non aver commesso il fatto” (ivi, p.675).
Si disconosce poi l’esito (che sia stato favorevole è ampiamente scontato) di un altro processo che ha visto alla sbarra Frank Maria Servello, vicesegretario nazionale e segretario amministrativo del Msi, insieme all’immancabile Franco Petronio per “tentata ricostituzione del P.N.F.” per il quale vengono rinviati a giudizio l’8 marzo 1976 unitamente ad altri 44 imputati, fra i quali spicca il nome di Giancarlo Rognoni (ivi, p.514). Nelle nebbie del Palazzo di giustizia di Milano si è perso anche questo processo.

Più coraggioso dei magistrati italiani, il giornalista Carlo Casalegno, l’11 novembre 1973, su La Stampa di Torino, si rivolgerà a Paolo Emilio Taviani per dirgli: “Lei sa meglio di noi, signor ministro degli Interni, che non saranno gli squadristi neri a rovesciare la Repubblica, ma che la violenza impunita logora la fiducia dello Stato e che il teppismo neofascista è il braccio armato di un partito e rientra in una più vasta e pericolosa ‘strategia della tensione’ “.
E, a dire il vero, il ruolo di incitamento alla violenza, gli esponenti del Msi lo hanno sempre svolto impunemente alla luce del sole. Il 25 maggio 1969, il non compianto Pino Romualdi scriveva sul periodico L’Assalto: “Crediamo nell’olio di ricino e nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo manganello non basterebbero più”.
E, sul tema dello scontro armato, torna anche un fedelissimo di Giorgio Almirante, il vicesegretario nazionale del Msi Tullio Abelli che, nel maggio del 1973, sul periodico Il Dardo, scrive: “Il fascismo sta veramente per risorgere, per legittima difesa. Noi non vogliamo la guerra civile. Ma non temiamo, per noi, la guerra civile”.

Certo, passando dalla teoria alla pratica, dall’incitamento alla traduzione in atti concreti della violenza, la presenza dei dirigenti del Msi sfuma, si dissimula, si occulta ma senza riuscire a scomparire del tutto. Così, proprio sul conto di Tullio Abelli, Luigi Cavallo potrà scrivere, il 16 luglio 1970, ai dirigenti della Fiat: “…In base ad accordi presi con l’onorevole Tullio Abelli, a partire dal prossimo settembre nei periodi di forte tensione attueremo distribuzioni attivistiche congiunte alle porte ‘calde’ della Mirafiori…Attivismo d’urto. Abbiamo organizzato finora 4 squadrette. La prima, costituita tramite Abelli, è composta da 4 milanesi, altre due squadrette, costituite tramite il principe Borghese sono costituite da piemontesi. Abbiamo fornito loro targhe false, parrucche da capelloni e tubi di gomma…”.
Nessuno indagherà mai.

Mentre una chiamata di correità sull’organizzazione del campeggio paramilitare di Passo Penne in Trentino Alto Adige, iniziato il 1 luglio 1971, viene da un dirigente giovanile del Msi, Francesco Petracca, espulso dal partito secondo una collaudatissima tecnica quando il fatto finì sui giornali e agli atti della magistratura. Così, l’inviperito Francesco Petracca, il 15 aprile 1972, sul periodico Forza nuova accusa Franco Franchi “che lacrime agli occhi giura di essere straziato per la nostra decadenza dal partito ma che, come i fatti dimostrano, non si poteva fare diversamente; e sussurra che alcune foto compromettenti (per noi) acquisite a prezzo salato, spudorato bugiardo! Ben diversa – scrive ancora l’attivista missino – la dignità dell’onorevole Mitolo che, tirato ingiustamente in causa, nega di aver finanziato il campeggio ma conferma che la federazione ne era a conoscenza”.
Sono i vertici del Msi ad organizzare la manifestazione del 14 dicembre, dal cui tragico esito il Consiglio dei ministri presieduto da Mariano Rumor avrebbe dovuto trarre spunto per la proclamazione dello stato di emergenza; sono loro a candidare Pino Rauti al Parlamento e a farlo eleggere deputato il 7 maggio 1972; loro a guidare la campagna innocentista a favore di Giorgio Freda e Giovanni Ventura; loro a fornire l’assistenza legale; loro ad avere dato copertura al più enigmatico dei protagonisti dell’operazione che dal 18 aprile 1969 si concluderà il 12 dicembre 1969 nel modo tragico che tutti conosciamo, Guido Giannettini.

L’agente Zeta del Servizio informazioni difesa (Sid) nasce come politico, giornalista e, infine, ‘spione’ nell’ambito del partito di Arturo Michelini e Giorgio Almirante. La sua collaborazione con il Sid viene opportunamente occultata dalla sua qualifica di giornalista missino, militante di un partito anticomunista ma anche, e soprattutto, di opposizione al regime. Appare degno di rilievo che i magistrati milanesi che hanno indagato sul suo conto, hanno accentuato la sua qualifica di agente del Sid ed hanno, viceversa, trascurato completamente la sua militanza nel Movimento sociale. Eppure, Guido Giannettini e Pino Rauti non si sono incontrati nelle anticamere degli uffici dello Stato maggiore della Difesa per mera casualità ma in virtù di una comune, asserita ideologia fascista che li aveva condotti a militare nel Msi. Ed insieme a loro, a servire gli interessi dello Stato italiano, c’era Eggardo Beltrametti, ex componente del Comitato centrale del Msi e amico di famiglia di Massimiliano Fachini, consigliere comunale del Msi a Padova.

Adriano Romualdi, figlio del più noto Pino, vicesegretario nazionale del Msi era in ottimi rapporti con Giovanni Ventura e Giorgio Freda; Giorgio Almirante incontra Stefano Delle Chiaie, ricercato per “falsa testimonianza” nell’ambito dell’inchiesta sulla strage del 12 dicembre 1969, a Roma ancora nel 1973. E non c’è ragione fronte a quanto stiamo esponendo in sintesi, per considerare una coincidenza l’intervista concessa dal segretario nazionale del Msi al settimanale tedesco Der Spiegel, il 10 dicembre 1969, quando affermò che, a suo parere, la lotta al comunismo giustificava il ricorso ad ogni mezzo e che era giunto il momento di non fare ulteriori distinzioni fra misure politiche e militari per risolvere una volta per tutte la situazione in Italia. Due giorni più tardi si conteranno i morti della Banca dell’agricoltura a Milano.
Se l’ostinato rifiuto dei magistrati italiani di indagare sul conto dei dirigenti, soprattutto ai massimi livelli, del Movimento sociale italiano ha determinato il naufragio parziale, e spesso totale, delle inchieste sulle stragi italiane nel capitolo relativo agli ispiratori, ai mandanti ed agli organizzatori, un secondo motivo, altrettanto determinante proviene dalla frammentazione dei procedimenti penali, che ha ottenuto l’effetto di disperdere le indagini in mille rivoli, ognuno indipendente dall’altro, così da impedire la ricomposizione, al di là della volontà dei singoli magistrati, del quadro unitario nel quale si è sviluppata l’azione stragista.

Nel 1973, ad esempio, sulla strage di piazza Fontana indagava il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio; su quella compiuta da Gianfranco Bertoli, sempre a Milano, il giudice istruttore Antonio Lombardi; altro, probabilmente, sugli incidenti del 12 aprile 1973 e la morte dell’agente di P.S. Antonio Marino; sulla mancata strage del 7 aprile 1973, di cui erano responsabili i milanesi Giancarlo Rognoni ed altri componenti del gruppo missino La Fenice, indagavano invece i giudici di Genova, competenti per territorio; a svolgere le indagini sulla cosiddetta Rosa dei venti era il giudice istruttore di Padova, Giovanni Tamburino; la magistratura romana, infine, indagava (si fa per dire) sul “golpe Borghese”.
Il risultato di questa dispersione delle inchieste è noto. Le indagini sul conto degli stragisti de La Fenice vennero circoscritte alla mancata strage del 7 aprile 1973, senza procedere oltre. Interessava provare le responsabilità individuali nel fatto-reato, sulla base della confessione-delazione di Nico Azzi, non illuminare il contesto nel quale Giancarlo Rognoni aveva agito. Ai magistrati di Genova non interessavano il passato, la collocazione politica ed i collegamenti dei componenti de La Fenice che riescono così ad apparire per lunghi anni nelle vesti di stragisti sorti dall’ombra e ripiombati, a processo concluso, nella medesima indecifrabile oscurità. La ‘cellula stragista’ di Milano, sulla quale indagavano i magistrati di Genova, rimase così nettamente separata da quella di Padova, sulla quale stavano indagando i giudici di Milano. Isolato dalle due ‘cellule’, nonostante gli indizi trovati dal giudice istruttore Antonio Lombardi, rimase anche lo stragista veneto Gianfranco Bertoli anche se, già all’epoca, erano emersi elementi che collegavano costui a personaggi operanti in Veneto, Liguria e Roma, tutti inseriti negli ambienti ‘golpisti’ sui quali stava conducendo indagini il giudice istruttore di Padova Giovanni Tamburino.

Il rifiuto di comprendere l’unitarietà del fenomeno stragista e la frammentazione delle inchieste con la derivante mancanza di indagini per trovare i collegamenti, orizzontali e verticali, fra tutti coloro che, come Giorgio Almirante, ritenevano che il comunismo andava combattuto con ogni mezzo hanno prodotto come esito il ritardo di almeno venti anni nel ricostruire i contatti fra le ‘cellule’ stragiste.
“Tali continui contatti – può scrivere giustamente il giudice istruttore di Milano Guido Salvini – mai messi a fuoco prima delle recenti indagini, erano stati con ogni probabilità la base politico-operativa che aveva reso possibile l’appoggio logistico sul territorio milanese fra gli attentati del 1969″ (GUIDO SALVINI, Ordinanza istruttoria 3 febbraio 1998, p. 164). Il riferimento del magistrato è qui centrato sulle azioni stragiste del 1969 (25 aprile-12 dicembre) a Milano, ma quanto scrive può essere esteso a tutti i fatti di strage e anche al di fuori di Milano.
Restando, per ora, a Milano vediamo come la scelta di non considerare Giancarlo Rognoni ed i suoi complici alla pari della cellula stragista di Padova, solo perché il Fato generoso ha fatto esplodere nelle mani di Nico Azzi il detonatore che era destinato ad innescare l’ordigno del massacro di decine e decine di innocenti passeggeri del treno Torino-Roma, ha condizionato in maniera pesantissima, e forse determinante, il mancato accertamento della verità sugli organizzatori e sugli esecutori materiali della strage di piazza Fontana. Non è stata una evidente e smaccata sottovalutazione dei soggetti interessati a proteggere Giancarlo Rognoni ed i suoi amici da ulteriori e più serie indagini. C’è stato, come sempre in questi casi, altro, certamente più inquietante…

Un elemento indiziario a conforto di questa nostra affermazione ci proviene proprio da Milano, dall’insieme di quanto accadde a Pietro Battiston, componente de La Fenice e complice di Giancarlo Rognoni. “Pietro Battiston, componente storico del gruppo La Fenice e uomo di fiducia, al pari di Nico Azzi, di Giancarlo Rognoni – scrive ancora il giudice istruttore di Milano Guido Salvini – si era reso latitante quando il 14 dicembre 1973, in un’autovettura custodita all’interno del garage Sanremo di via Zecca vecchia a Milano di proprietà del padre Pio e in cui egli stesso lavorava, era stato rinvenuto un piccolo arsenale di armi ed esplosivo fra cui una saponetta di tritolo di 500 grammi del tutto identica a quella usata da Nico Azzi nell’aprile 1973, per commettere il fallito attentato sul treno Torino-Roma” (ivi, p.72).
Pietro Battiston non figura tra i condannati per la mancata strage del 7 aprile 1973; non compare nemmeno fra gli imputati, gli indiziati di reato, almeno per la semplice ragione che non è stato nemmeno condannato per detenzione di armi e di esplosivo. Per quanto stupefacente possa sembrare, Pietro Battiston è stato prosciolto per “insufficienza di prove” avendo i giudici accettato la peregrina tesi difensiva che armi ed esplosivo erano stati collocati all’interno di una vettura parcheggiata all’interno del garage di proprietà del padre da…avversari politici che, in questo modo, intendevano provocarne l’arresto.
È doveroso da parte nostra scartare con decisione la possibilità di un errore giudiziario, magari dovuto ad incompetenza professionale, perché si trattava di valutare i comportamenti di un individuo, ritrovato in possesso di armi e di esplosivo, inserito nel gruppo La Fenice di cui ben 4 componenti, nel dicembre del 1973, erano da otto mesi imputati per una mancata strage. È doveroso viceversa, da parte nostra, ricordare a questo punto i collegamenti che, alla pari delle altre cellule stragiste, quella de La Fenice aveva con apparati dello Stato.

“Infine Francesco Zaffoni (altro componente de La Fenice, nda) – scrive il giudice istruttore Guido Salvini – ha confermato i rapporti di contiguità, alla fine degli anni ’60, fra l’area di estrema destra milanese e i comandi della Divisione carabinieri ‘Pastrengo’, ricordando di essersi più volte recato presso la caserma di via Lamarmora insieme a Giancarlo Esposti, Pietro Battiston e altri camerati e che in tali occasioni i militari di guardia, evidentemente preavvisati, non effettuavano alcun controllo, consentendo così, in particolare ad Esposti che gestiva personalmente i contatti di entrare e di parlare tranquillamente con alcuni ufficiali” (ivi, p.60).
Non è azzardato ipotizzare che in qualche colloquio informale, qualche ufficiale dei carabinieri non abbia trovato il modo di esprimere un giudizio benevolo sul conto di Pietro Battiston, “giovane nazionale” impegnato nella lotta ai comunisti, notoriamente cinici e capaci di tutto, e che il suo interlocutore giudiziario abbia recepito nel modo dovuto e nel senso desiderato la ‘raccomandazione’. Se la nostra ipotesi pecca, è per ingenuità non per altro.

Nemmeno oggi, nonostante i passi in avanti fatti in questi ultimi anni, la magistratura ha voluto chiarire il ruolo di Pino Rauti nei rapporti fra i gruppi di destra e gli apparati segreti dello Stato. Il Movimento sociale italiano, si sa, insieme ai suoi dirigenti di spicco, primo fra tutti Giorgio Almirante, è stato sempre dipendente dal ministero degli Interni e questa realtà ormai è oggetto di ricerche storiche più che giudiziarie. Diversa la situazione di Pino Rauti. Sul suo conto la magistratura avrebbe dovuto – e ancora dovrebbe – investigare sui suoi rapporti con i vertici delle Forze armate italiane negli anni Sessanta e con il servizio segreto militare. Il sostituto procuratore della repubblica di Milano, Emilio Alessandrini, volle sfumare il tono della sua requisitoria sul punto specifico, scrivendo testualmente: “Sorgeva a questo punto il problema se anche Rauti sia stato in quel torno di tempo reclutato dal Sid. Allo stato, si può con certezza affermare che in quel periodo di tempo (estate-autunno 1966) Rauti era un elemento contattato dall’allora capo del Sid ammiraglio Eugenio Henke”.

Troppo poco, praticamente nulla …
Altre avrebbero dovuto essere le domande poste ai responsabili militari e dei servizi di sicurezza che hanno avuto in cura il capo di Ordine nuovo. Chi lo fece assumere a Il Tempo di Roma, diretto da Renato Angiolillo? Quali erano i suoi rapporti con Lando Dell’Amico? Chi lo presentò al generale Giuseppe Aloja? Chi garantì che il suo ‘nazismo’ era di facciata? Chi e quando concesse a Pino Rauti il ‘passi’ necessario per frequentare la sede dello Stato maggiore dell’Esercito e della Difesa? Sulla base delle informazioni fornite da quale ente Pino Rauti acquisì tanta smaccata fiducia da parte del generale Aloja da partecipare in prima persona alla ‘guerra dei generali’ prendendo posizione contro il generale Giovanni De Lorenzo? Come mai la comunità ebraica italiana, pur potentissima anche all’interno dell’estrema destra, non ha mai ritenuto opportuno indicare in Pino Rauti un ‘nazista’ ed un antisemita? In quale operazione rientrava la nascita di Ordine nuovo, favorita addirittura dallo stesso Arturo Michelini, contestuale alla definitiva ristrutturazione delle Stay behind? Perché nella scheda di adesione di Ordine nuovo si chiedeva, ad esempio, se l’aspirante avesse il porto d’armi, se avesse svolto il servizio di leva, in quali reparti, se detenesse armi (ovviamente regolarmente denunciate) etc.? E perché nessuno ha mai voluto richiedere, per acquisirla agli atti di un’inchiesta giudiziaria, una copia delle schede di adesione ad Ordine nuovo? È stato mai concesso, ed eventualmente quando e da chi, il Nos a Pino Rauti?

Pagine e pagine di domande si potrebbero formulare per poi sottoporle a Pino Rauti, ma anche a Giulio Maceratini oggi capogruppo parlamentare di Alleanza nazionale, e ad altri dirigenti di primo piano di Ordine nuovo. Domande pertinenti al ruolo ricoperto nella strategia complessiva della destra italiana, la stessa che ha incluso le stragi come momenti di lotta per fermare il comunismo con ogni mezzo. Interrogativi che potrebbero chiarire, in modo inequivoco e definitivamente, la strategia anticomunista ed atlantica nella quale la destra italiana ha ricoperto un ruolo tanto fondamentale quanto sanguinoso.
I servizi segreti italiani, militare e civile, hanno sempre protetto la verità sulla strategia alla quale hanno partecipato. Per restare alla strage di piazza Fontana è sufficiente ricordare quanto ha dichiarato il sostituto procuratore della repubblica, Luigi Rocco Fiasconaro: “I funzionari del Sid che noi abbiamo sentito hanno mentito regolarmente ad ogni audizione che è stata fatta; non hanno mai detto mezza verità…” (LUIGI ROCCO FIASCONARO, Audizione cit.). E lo stesso magistrato incalza: “La polizia non ha mai cercato i responsabili degli attentati dell’8 agosto, perché nessun ufficio di polizia si è mai messo in contatto con un altro ufficio di polizia per vedere quali erano i collegamenti tra questi otto attentati” (ibidem). Il riferimento è agli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 compiuti, fra gli altri, da Freda e complici nell’ambito dell’operazione che sarebbe successivamente sfociata nella strage della Banca dell’agricoltura.
Queste, però, sono dichiarazioni rese in seduta dinanzi ad una Commissione parlamentare d’inchiesta. Non le troveremo mai scritte in un’ordinanza istruttoria o in una sentenza. La magistratura crede, deve credere agli uomini che rappresentano lo Stato. E quando sa che mentono, finge egualmente di credergli.

Il sostituto procuratore della repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, ha provato, con sincerità di accenti, a spiegare la situazione nella quale è venuto a trovarsi quando dovette indagare sulla strage di piazza Fontana scontrandosi con le reticenze e le menzogne degli uomini dei servizi segreti e degli apparati dello Stato. “Chi è condizionato culturalmente da un determinato fatto – dice ai componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta – (dall’educazione ricevuta o dall’ossequio verso determinate cose) prima di cominciare a credere che il funzionario di polizia possa avere non sbagliato – perché tutti sbagliamo – ma tradito volontariamente il suo compito (ed ammesso che arrivi a crederlo) deve vedere le prove, deve vedere le prove di san Tommaso” (MARIANO LOMBARDI, Audizione cit).
Le ha evidentemente trovate, “le prove di san Tommaso”, il pubblico ministero Mariano Lombardi se, nel prosieguo della sua audizione afferma con decisione che nelle indagini sulla strage di piazza Fontana “la prova generica viene adulterata dall’Ufficio affari riservati (mi riferisco alle bombe e alle borse); gli imputati vengono fatti scappare dal Sid. I capi dei due uffici si odiavano cordialmente: apparentemente, apparentemente” (ivi).

Se gli uomini degli apparati di Stato proteggono le cellule stragiste, la magistratura copre le responsabilità dei primi affidando poi alle interviste giornalistiche i lamenti per essere stata ostacolata nell’accertamento della verità da coloro che, per dovere istituzionale, avrebbero dovuto coadiuvarla. L’esempio ci viene ancora dall’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, condotta dai magistrati Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini. Quando i due giudici milanesi si trovano dinanzi all’evidenza delle prove a carico dei funzionari dell’Ufficio Affari riservati e della polizia sui depistaggi compiuti per proteggere la ‘cellula nera’ padovana, assumono due posizioni diverse: il sostituto procuratore Emilio Alessandrini si dichiara contrario ad una loro incriminazione; il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio decide invece di procedere a loro carico, naturalmente a piede libero e senza nemmeno richiedere la sospensione dell’incarico.
Il 18 marzo 1974, arriva il giorno del giudizio. Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio si pronuncia a carico degli imputati eccellenti. Sul conto di Elvio Catenacci, già direttore della Divisione Affari riservati, e di Antonino Allegra, commissario capo, dirigente dell’Ufficio politico della Questura di Milano, scrive: “È pacifico che i pubblici ufficiali commisero i fatti loro addebitati nei capi di imputazione” ma, prosegue, “ritenuto che le omissioni, da una parte non furono rilevanti, e dall’altra non avvennero con la piena coscienza dell’illiceità del fatto, stima questo giudice istruttore doversi pronunciare la sentenza di non doversi procedere”. Sul conto di Allegra, aggiunge che ha agito “con imperizia e negligenza” e ne dispone il proscioglimento “per intervenuta amnistia”.

Per rendersi conto della gravità insita nella scelta di salvare i funzionari di polizia, compiuta da Gerardo D’Ambrosio è giusto ricordare che, fra le altre cose, i funzionari di polizia avevano tenuto nascoste le prove, acquisite già il 13 dicembre 1969, che le borse utilizzate per gli attentati di Milano erano state acquistate a Padova il 10 dicembre, due giorni prima della strage di piazza Fontana. Questo elemento probatorio, da solo, avrebbe potuto far fallire il castello accusatorio iniziale nei confronti del gruppo romano, in particolare di Valpreda, che era accusato di aver portato materialmente nella Banca dell’agricoltura proprio una di quelle borse. In ogni caso, avrebbe subito evidenziato la pista padovana che già Antonino Allegra stava indicando, e per questo era stato indiziato di calunnia nei confronti di Giovanni Ventura. Anticipare alla fine di dicembre del 1969 l’identificazione di Giorgio Freda e Giovanni Ventura come correi nella strage avrebbe potuto imprimere una svolta nelle indagini. Questo non avvenne perché, con piena cognizione e totale consapevolezza dei loro comportamenti, i funzionari della polizia italiana preposti alle indagini decisero di tacere quanto sapevano per garantire a Giorgio Freda ed ai suoi complici la possibilità di difendersi.
L’imputazione a loro carico avrebbe dovuto essere una sola: favoreggiamento personale aggravato. Invece, come abbiamo visto, vennero trattati come degli sprovveduti, dei sempliciotti, degli incapaci. Ma tutti rimasero al loro posto e hanno continuato a fare carriera fino all’età del congedo.

A riprova che quello seguito da Gerardo D’Ambrosio è un metodo in uso presso tutti gli uffici giudiziari italiani, c’è l’esempio del commissario capo di P.S. Saverio Molino, già capo dell’Ufficio politico della Questura di Padova, che avrebbe dovuto essere perseguito, anch’egli, dai magistrati milanesi e, invece, incappò solo nell’inchiesta sulla ‘Rosa dei venti’ iniziata a Padova e conclusa con un nulla di fatto a Roma. La formula con la quale il sostituto procuratore della repubblica di Roma, Claudio Vitalone, proscioglie il commissario di P.S. Saverio Molino è identica a quella utilizzata da Gerardo D’Ambrosio, differenziandosi solo per la forma: “Nessun elemento di prova – scrive Vitalone – consente di qualificare in termini di volontà colpevole un elemento psicologico connotato da negligenza e scarso intuito professionale”.
La via verso la verità sul fenomeno delle stragi si sbarra anche così, soprattutto così.
Difatti, la scelta dei giudici milanesi di salvaguardare i funzionari della Divisione Affari riservati condizionano anche il giudizio dei loro colleghi di Catanzaro che si affidano alle informazioni passate loro dalla squadra capeggiata da Umberto Federico D’Amato. Questo uno dei risultati: “I rapporti di Rauti con Serac – scrive il sostituto procuratore della repubblica Mariano Lombardi – furono evidenziati dalla Divisione Affari riservati, esclusa ogni compromissione sul piano operativo; che si esaurirono quasi due anni prima degli attentati del 12 dicembre 1969″.
Dovranno passare venti anni, prima di giungere alla verità sul ruolo di Yves Guerin Serac ed i suoi complici italiani. Grazie, dr. Gerardo D’Ambrosio.

Abbiamo parlato, fino a questo momento, rivolti al passato. È il momento di dire che, nonostante le apparenze, il presente non è diverso e migliore di questo passato sul quale ci siamo soffermati. È, la nostra, un’affermazione controcorrente che ha però fondamento in un’analisi degli avvenimenti relativi alle inchieste sulle stragi atlantiche succedutisi in questi ultimissimi anni ed in corso di svolgimento. Non vogliamo, per senso di giustizia ed amore di verità, negare che sono stati fatti dei progressi verso la verità, riscontrabili nelle indagini compiute dai giudici istruttori di Milano Guido Salvini ed Antonio Lombardi. Altri ne sono stati fatti, alla luce dei nomi degli indiziati di reato, anche dalla magistratura bresciana che indaga sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974.

Ma non basta. La visuale dalla quale noi osserviamo gli eventi ci suggerisce che, ad istruttorie concluse, inizia ora, in vista dei dibattimenti pubblici, una battaglia senza esclusione di colpi per vanificare del tutto quanto è stato scoperto ed ancora è in via di accertamento. Non staremo a riepilogare in questa sede la lotta che è stata condotta dal sostituto procuratore veneziano, Felice Casson, e dai suoi colleghi della Procura della repubblica di Milano, Grazia Pradella e Ferdinando Pomarici, contro il giudice istruttore Guido Salvini ed il capitano dei R.O.S. Massimo Giraudo. Abbiamo ritenuto sintomatico e coerente con l’operato del sostituto procuratore Casson nel corso dell’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado, che egli si sia attivato su un esposto presentato dall’ispettore triveneto di Ordine nuovo, Carlo Maria Maggi, contro il giudice Salvini ed il capitano Giraudo, accusandoli di aver gestito con metodi illeciti, in concorso con il direttore del Sismi, il collaboratore di giustizia Martino Siciliano. In altra sede ed in altro momento parleremo della collaborazione fra il Casson e il generale Ninetto Lugaresi, direttore del Sismi, fino all’aprile 1984, dal primo incautamente affermata nel corso di un’intervista ma di cui invano abbiamo cercato i riscontri nei documenti processuali, ricordando certe strane traduzioni ed altri avvenimenti all’interno, soprattutto, del carcere di Spoleto che portano chiaramente, sebbene implicitamente, la firma del servizio segreto militare e, nel caso dei trasferimenti, anche l’autorizzazione del giudice Casson. Non vogliamo nemmeno soffermarci, in queste pagine, sulla blindatura dell’appartamento privato del Casson, eseguita dal servizio segreto civile con i fondi riservati, accompagnata dall’installazione di due linee telefoniche anch’esse riservate per conversazioni che non necessariamente devono riguardare sempre e soltanto le indagini che costui compie. Né vogliamo polemizzare con il procuratore aggiunto di Milano, Ferdinando Pomarici, che non ha mai svolto un solo atto nell’inchiesta di piazza Fontana, giustificandosi a posteriori con il suo convincimento che gli atti processuali dovevano essere trasferiti a Catanzaro. È stato smentito dalla Cassazione, ma l’hanno promosso e gli hanno dato la delega delle indagini sul ‘terrorismo’…

Qui ci interessa denunciare la situazione abnorme che si è determinata nel Tribunale di Milano e di cui tutti fingono, come al solito, di non accorgersene. Ci riferiamo alla mancata unificazione dei processi relativi alla strage di piazza Fontana e alla strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973.
Abbiamo sottolineato, nelle pagine precedenti, come uno dei motivi per i quali non si è mai raggiunta una verità, oltre un certo livello, sul fenomeno stragista è dato dalla frammentazione, negli anni Settanta, delle inchieste sulle stragi e su avvenimenti collegati. Oggi, almeno a livello di magistratura inquirente, a Milano e a Brescia, certamente, si è compresa l’unitarietà dell’azione stragista e si sono individuati nei limiti del possibile le sue articolazioni, così che la chiave di lettura ha reso più agevole il raggiungimento di mete che, venti anni fa, apparivano talmente lontane da essere a priori escluse. Se, però, passiamo alla magistratura giudicante abbiamo notevoli perplessità che, a prescindere dalla onestà individuale e dalla capacità professionale, i giudici di diverse Corti di assise possano cogliere, nel lasso di tempo in cui si svolge il dibattimento, la complessità di un fenomeno che ad occhi superficiali potrebbe ancora oggi apparire come frammentario e diviso. La strage come frutto dell’iniziativa di singoli appartenenti a piccoli gruppi, alle famigerate ‘cellule nere’ in combutta con ufficiali infedeli e servizi deviati.

È un pericolo che teniamo presente, soprattutto perché nulla ci autorizza a confidare nella capacità di comprensione della materia che è politica e storica prima ancora che processuale da parte di giudici che, di solito, ignorano le prime due per dedicarsi esclusivamente alla terza contrastati da agguerritissimi collegi difensivi che, insieme agli imputati, difendono gli interessi di quanti non compaiono sul banco degli imputati, a loro fianco, ma temono giustamente di doverci finire a loro volta. E non sono, ovviamente, tutti facenti parte di ‘cellule nere’, ma rappresentanti di forze politiche e di apparati segreti nazionali ed internazionali. Lo Stato non si fa processare nelle aule dei suoi tribunali, i partiti politici nemmeno, tantomeno gli Stati uniti e la Nato.
Le avvisaglie e le premesse perché i processi ormai fissati a breve e media scadenza finiscano con un nulla di fatto ci sono tutte. La prima, la più insidiosa – e a nostro avviso la più scandalosa – è la mancata unificazione dei due processi per strage che, già da sola, sottolinea come non si voglia riconoscere l’esistenza di un ‘unico disegno criminoso’ che dal 18 aprile 1969 (data della riunione operativa, tenuta a Padova, in cui si decise la campagna di attentati successiva) si protrae nel tempo, passando per Milano (12 dicembre 1969), ancora Milano (17 maggio 1973) e giungendo fino a Brescia (28 maggio 1974) e, a nostro avviso, in Toscana (4 agosto 1974) e a Bologna (2 agosto 1980).

Riservando ora la nostra attenzione ai due processi in procinto di iniziare in due distinte Corti d’assise a Milano, notiamo attoniti che uno, quello relativo alla strage di piazza Fontana, vede come imputati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Carlo Digilio, Giancarlo Rognoni; l’altro, relativo alla strage di via Fatebenefratelli, annovera come imputati: Carlo Maria Maggi, Carlo Digilio, Giorgio Boffelli, Francesco Neami, Amos Spiazzi, Gianadelio Maletti e Sandro Romagnoli. Con una procedura singolare e sulla base di qualche ragionamento altrettanto singolare, si è disposta l’unificazione in un unico dibattimento delle inchieste condotte dal giudice istruttore Antonio Lombardi (strage del 17 maggio 1973) e dal giudice istruttore Guido Salvini relativa a fatti compiuti in Italia e all’estero per i quali ha disposto il rinvio a giudizio di: Pietro Battiston, Yves Felix Marie Guillou alias Guerin Serac, Martino Siciliano, Carlo Maria Maggi, Carlo Digilio, Ettore Malcangi, Stefano Delle Chiaie, Lorenzo Prudente, Enrico Caruso, Gilberto Cavallini.
Risalta subito la presenza nel processo per la strage di piazza Fontana, fissato per febbraio del 2000, di Carlo Maria Maggi e di Carlo Digilio, e la loro contemporanea presenza nel processo relativo alla strage di via Fatebenefratelli, il cui avvio è stato stabilito, dopo due udienze rinviate per motivi procedurali, per il mese di settembre dell’anno in corso. Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio che avrebbero dovuto subire a Milano tre processi, dovranno ora comparire in due soltanto mercé l’unificazione di due inchieste che hanno come principale punto di coincidenza la loro presenza, trattandosi per altro di fatti tutto sommato minori rispetto almeno alle imputazioni in due stragi di cui costoro dovranno rispondere.

Si è trovata la connessione logico-giuridica per giudicare nel medesimo processo i mandanti degli attentati alle ambasciate algerine, compiuti nel 1975 a Roma, Bonn, Londra con i responsabili esecutivi della strage del 17 maggio 1973, ma si è perentoriamente esclusa la connessione fra la strage alla Questura di Milano e quella alla Banca dell’agricoltura.

La divisione in due tronconi di un processo che già in sede istruttoria avrebbe dovuto essere unificato non ha base giuridica. La Corte di Cassazione ha più volte definito cosa sia il ‘reato continuato’ che discende necessariamente dalla ‘unicità di un disegno criminoso’: “La differenza fra reato continuato e reato che tale non è anche se formato da una pluralità di azioni sta nel fatto che nel reato unitario l’obiettivo del soggetto attivo è unico, anche se l’azione si articola in una pluralità di momenti successivi, mentre nel reato continuato vi è una pluralità di obiettivi tenuti insieme da un unico disegno o progetto criminoso” (CASSAZIONE PENALE sez.VI, 17 gennaio 1984 n.448 in Il codice penale a cura di L. Alibrandi, La Tribuna Piacenza 1996, p.554).
Vediamo quindi se, a parere dei magistrati inquirenti, dietro la ‘pluralità degli obiettivi’ stragisti appare un unico ‘disegno o progetto criminoso’.

Il giudice istruttore Antonio Lombardi cita a questo proposito quanto avevo dichiarato a suo tempo: “Giudicati nel loro insieme e separatamente i gruppi della destra extraparlamentare appaiono incapaci di costituire una minaccia politica, sono nati quali formazioni fiancheggiatrici di forze capaci di giungere ad una soluzione del caso italiano. Mentre non esiste la prova che in Italia si sia mai ipotizzato un colpo di Stato, esistono tutte le prove che in più occasioni, dagli anni 60 in poi, negli ambienti politici e militari detentori del potere, si è suggerito e cercato il provvedimento di necessità che temporaneamente sospende le garanzie costituzionali e permette l’emissione di provvedimenti eccezionali contro le forze politiche che minacciano la sicurezza e la stabilità delle istituzioni.
“Come hanno creato lo stato di necessità? Operando su due linee direttrici: l’azione diretta, affidata a civili inseriti in una struttura mista o reclutati negli ambienti più fervidamente anticomunisti o predisposti all’azione; l’omissione o la copertura affidati ai centri C.S., agli ufficiali dei reparti preposti all’ordine pubblico.
“Il fine politico di tale strategia era chiaro: attraverso gravi provocazioni innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare per una successiva repressione. Il fine massimo poi era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza” (ANTONIO LOMBARDI, Ordinanza istruttoria 18 luglio 1998, p.258).
Il magistrato riporta nella sua ordinanza istruttoria il brano delle mie affermazioni non per contestarne il contenuto ma perché lo condivide senza riserve. Per il giudice Lombardi, quindi, “l’episodio Bertoli si colloca perfettamente in quella strategia tesa a provocare uno stato di emergenza (strategia della tensione), si inserisce in quegli episodi di provocatoria infiltrazione, organizzati per far ricadere le responsabilità sulla sinistra…” (ivi, p.259).

E infine, dopo aver ricordato quanto da me detto, lo afferma esplicitamente con parole sue: “Nel valutare in conclusione l’attentato di Gianfranco Bertoli del 17.5.73, non va dimenticato e perso di vista il più ampio contesto storico in cui maturò, cioè dopo la strage di piazza Fontana del 12.12.69 e prima della strage di Brescia del 74. L’attentato di Bertoli è chiaramente un episodio che rientra in quella che viene comunemente definita strategia della tensione; esso fu preparato ed attuato con una sofisticata tecnica della mimetizzazione e aveva come specifico obiettivo il ministro Rumor per la sua politica ostile attuata verso i gruppi di estrema destra, culminata con la sua richiesta alla A.G. di Roma di applicazione della legge Scelba nei confronti di Ordine nuovo. Successivamente all’attentato furono poste in essere coperture per occultare le precedenti inconfessabili relazioni tra Bertoli e i servizi italiani. L’attentato di cui ci si occupa si inserisce pertanto perfettamente in quella strategia tesa a provocare uno stato di emergenza ed è stato organizzato con quelle tecniche di mimetizzazione che abbiamo già esaminato, volte a far ricadere la responsabilità sulla sinistra.
“Alcune frange di gruppi di estrema destra e in particolare Ordine nuovo (la distinzione tra Centro Studi Ordine Nuovo e Movimento Politico Ordine Nuovo è solo formale e non sostanziale), operanti in clandestinità e inserite in un più ampio disegno criminoso, furono utilizzate in quella strategia di infiltrazione e provocazione sopra descritta, volta a perseguire nei primi anni 70 la creazione di uno stato di tensione giustificatore di interventi autoritativi. È in questo contesto, ad avviso del G.I., che va inquadrato l’attentato di Bertoli e con questa chiave di lettura esso deve essere letto” (ivi, p.261).

Il giudice istruttore Guido Salvini, a sua volta, nel soffermarsi sulle azioni e sulle omissioni dei servizi segreti italiani e stranieri, le inquadra giustamente in una visione unitaria: “È chiaro comunque – scrive – che i due profili, impropriamente definiti dalla stampa ‘pista interna’ e ‘pista esterna’ si pongono in rapporto non di antinomia ma di complementarietà, poiché all’epoca nella medesima direzione era orientata la strategia globale degli apparati istituzionali del nostro Paese e di quelli dei Paesi alleati” (GUIDO SALVINI, Ordinanza cit., p.38).
Il ‘disegno criminoso’ in questo caso è un progetto politico, una strategia che ormai è riconosciuta nella sua unitarietà anche in campo giudiziario.
E a collegare in modo diretto, netto, chiarissimo l’attentato stragista del 17 maggio 1973 a quello del 12 dicembre 1969, è proprio la Procura della repubblica di Milano per voce del sostituto procuratore Grazia Pradella. Costei, in un’intervista rilasciata a Sette, supplemento de Il Corriere della sera il 1 aprile 1999, riferendosi alle stragi di piazza Fontana e di via Fatebenefratelli, afferma: “Questi attentati avevano un solo obiettivo: colpire degli innocenti per destabilizzare il nostro Paese” (R. RUSICA, Tutti gli uomini del bombarolo /Intervista a Grazia Pradella/ Sette del Corriere della sera 1 aprile 1999). In pratica, ripete con parole sue quanto già detto in maniera più articolata dai suoi colleghi, riconoscendo che entrambe le stragi rientrano nel medesimo ‘disegno criminoso’ che tendeva a destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare quello politico.

Ma il pubblico ministero Grazia Pradella va oltre. Difatti, prosegue dicendo: “…Vorrei ricordare le parole del senatore Paolo Emilio Taviani: ‘Fin da allora mi domandai se Bertoli sia stato utilizzato da chi aveva interesse a mantenere la pista di sinistra nella soluzione del caso di piazza Fontana’. È evidente – prosegue Grazia Pradella – l’interesse del generale Gianadelio Maletti a impedire che si scopra il depistaggio che c’è stato dopo la strage del ‘69″ (ibidem).
Perfetto! Non solo le azioni stragiste sono collegate fra loro ma, ovviamente, anche i depistaggi perché non è possibile coprire le responsabilità in una sola strage (quella di piazza Fontana) degli autori, quando questi ultimi sono gli stessi che compiono la seconda strage (via Fatebenefratelli). Il collegamento, anche sul piano giuridico, fra i due eventi stragisti del 12 dicembre 1969 e del 17 maggio 1973 non poteva essere stabilito in forma migliore e più autorevole.
La strage compiuta da Gianfranco Bertoli è una conseguenza diretta della strage di piazza Fontana: a dirlo è il sostituto procuratore della repubblica di Milano Grazia Pradella che rende esplicito e pubblico il pensiero, ne siamo certi, dei suoi colleghi Massimo Meroni e Gerardo D’Ambrosio.

E, difatti, gli attori sono gli stessi: Carlo Maria Maggi, Giancarlo Digilio, Delfo Zorzi, Giovanni Ventura, Giorgio Freda, Gianadelio Maletti. Giorgio Freda e Giovanni Ventura non compaiono nel secondo processo per la strage di piazza Fontana, solo perché sono stati assolti per ‘insufficienza di prove’ con sentenza passata in giudicato, e non possono di conseguenza essere sottoposti ad un nuovo giudizio. Avrebbero dovuto però essere indagati nel processo per la strage di via Fatebenefratelli. Delfo Zorzi invece compare come imputato nella strage di piazza Fontana e non in quella di via Fatebenefratelli, ma solo perché il giudice istruttore ha accertato che dopo l’iniziale attivazione si allontanò dall’Italia e non prese quindi parte all’organizzazione e all’esecuzione della strage…
Il generale Gianadelio Maletti, oggi cittadino sudafricano, rischia di restare vittima di una plateale ingiustizia. È vero che i reati a lui contestati risalgono al maggio del 1973, quando coprì la reale matrice politica di Gianfranco Bertoli (e il suo essere confidente del Sifar-Sid) ma lo fece nell’ambito di quell’azione depistante che, in obbedienza alle direttive ricevute, gli era stata imposta per coprire gli organizzatori e gli autori dell’attentato stragista del 12 dicembre 1969. E non è proprio questo il ‘reato continuato’? Lo riconosce proprio il pubblico ministero dei due processi in programma: “È evidente l’interesse del generale Gianadelio Maletti – dice Grazia Pradella – a impedire che si scopra il depistaggio che c’è stato dopo la strage del ‘69″ (ibidem).

L’ex responsabile del reparto D (Sicurezza interna) del Sid, generale Gianadelio Maletti verrà quasi certamente condannato, stante la mole degli elementi probatori a suo carico, ma perché dovrà esserlo per la seconda volta come se avesse commesso, nel maggio del 1973, un reato unico, diverso da quello per il quale ha riportato la condanna, passata in giudicato, a conclusione del processo di piazza Fontana? Giustizia e giurisprudenza vogliono che sia condannato con un aumento di pena su quella già riportata per effetto della ‘continuazione del reato’, che è cosa ben diversa dalla reiterazione del reato come sanno Gerardo D’Ambrosio ed i suoi colleghi.
E allora perché non chiedere l’unificazione dei due processi, invece di celebrarli in forma distinta, prima uno poi l’altro, sebbene abbiano le stesse motivazioni, i medesimi imputati e, perfino, gli identici pubblici ministeri? Se non ci fosse stata la strage di piazza Fontana, alcuni dei suoi autori ed organizzatori non avrebbero avvertito l’esigenza di compiere quella del 17 maggio 1973. Lo dicono le prove raccolte, lo riconoscono gli stessi pubblici ministeri, lo affermano, prima di loro, i giudici istruttori. E la giurisprudenza impone, non suggerisce, che ci sia un processo unico, dove siano esaminate le responsabilità degli autori di due stragi, una conseguente all’altra. L’unificazione del processo non viene richiesta dagli imputati proprio perché la sua divisione appare funzionale alla loro difesa. Temono i Maggi ed i suoi colleghi che in un unico processo meglio risaltino le loro responsabilità, più agevole sia ricostruire i loro collegamenti e più facile, quindi, inchiodarli alle loro responsabilità. E tanto lo comprendono anche Gerardo D’Ambrosio, Grazia Pradella e Massimo Meroni.

Ma la mancata unificazione dei due processi per la strage di piazza Fontana e per quella alla Questura di Milano, non è gradita alla Procura della repubblica di Milano per due motivi, uno distinto dall’altro. Il primo riguarda Mariano Rumor e, con lui, la responsabilità dei vertici politici italiani nella strage di piazza Fontana.
Abbiamo avuto modo di conoscere il giudice istruttore Antonio Lombardi e, per questa ragione, non ne mettiamo in dubbio l’onestà e la rettitudine con le quali ha condotto la sua inchiesta più che ventennale ricomponendo con certosina pazienza le tessere del mosaico che gli erano state sottratte ed occultate dagli apparati dello Stato italiano. Dissentiamo, però, fermamente dalle motivazioni che lui pone alla base della decisione dei vertici di Ordine nuovo di uccidere Mariano Rumor.
Il magistrato, difatti, ritiene che il movente dell’attentato vada ricercato nello scioglimento del Movimento politico Ordine nuovo, diretto da Clemente Graziani, avvenuto nel novembre del 1973, su decreto del ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, Presidente del consiglio Mariano Rumor. Nettamente contraria a questa tesi appare la Procura della repubblica di Milano. Per mezzo del sostituto procuratore Grazia Pradella fa sapere, difatti, che “l’impegno politico del ministro Rumor contro le frange eversive di destra – chiese nel ’72 lo scioglimento di Ordine nuovo – potrebbe essere un movente. Però…” (ibidem). Laddove l’uso del condizionale indica esplicitamente che a questa eventualità lei non crede. Grazia Pradella ed i suoi colleghi privilegiano la pista della diversione: la strage fatta eseguire ad un finto anarchico per rinverdire la pista Valpreda contrapponendola a quella seguita da Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini sulla ‘cellula nera’ di Padova.

Hanno torto, D’Ambrosio e i suoi colleghi. Non perché l’ipotesi sia errata ma solo perché rappresenta il secondo fine dell’azione stragista, il primo essendo rappresentato dall’eliminazione fisica di Mariano Rumor. Questo era l’obiettivo. Lo dicono i fatti (come vedremo) e lo testimoniano persone che nulla hanno a che vedere con il fenomeno del pentitismo e non possono perciò essere tacciate di opportunismo per le loro dichiarazioni che, invece, come nel caso di chi scrive gli procurano l’accanimento di secondini e delinquenti senza onore né dignità.
Il primo testimone è proprio l’ex ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani. Al giudice istruttore Antonio Lombardi, il 19 marzo 1992, costui dichiara: “Quando ero ancora ministro del Mezzogiorno io vidi l’episodio di via Fatebenefratelli soprattutto come un attentato a Rumor…” (ANTONIO LOMBARDI, Ordinanza istruttoria cit., p.115). È lecito chiedersi se la verità la dica Paolo Emilio Taviani in prima versione, quella citata da Grazia Pradella, o nella seconda, riferita da lui stesso al giudice Lombardi.
Sembra certo che la dica in quest’ultima perché anche la sorella di Mariano Rumor, Teresa, sempre al giudice istruttore di Milano dichiara: “…Mio fratello è sempre rimasto convinto che fosse lui il vero obiettivo del Bertoli” (ivi, p.114).
Paolo Emilio Taviani e Teresa Rumor sono soltanto i primi fra coloro che testimoniano come l’azione stragista del 17 maggio 1973 avesse come obiettivo primario (la strage è quello derivante) proprio il Presidente del consiglio del dicembre 1969, Mariano Rumor. Poi, ci sono gli altri.

L’appuntato dei carabinieri Angelo Toniolo, in forza al nucleo di Polizia giudiziaria del Tribunale di Padova, testimonia: “Confermo di aver riferito che l’attentato alla Questura di Milano fu preparato da più persone per far fuori Rumor…Confermo che tale notizia mi fu riferita dall’avvocato Brancalion…Ricordo le parole precise riferitemi dall’avvocato Brancalion. Furono, come ho già riferito nel 1974 ‘Nell’attentato di Milano volevano la testa di Rumor’…Escludo che il Brancalion mi abbia riferito ciò come sua opinione personale. Mi disse invece che tale notizia gli era stata riferita con certezza dalle persone che ho indicato” (ivi, p.42).
L’avvocato Gian Galeazzo Brancalion, tipico esemplare neofascista, conferma suo malgrado anche se assume su di sé, prudentemente, la responsabilità della dichiarazione fatta. “Ho riferito – dice al magistrato – che l’attentato di Milano era stato preparato per far fuori la persona dell’onorevole Rumor, esprimendo però solo una pura opinione personale” (ivi, p.44).

A Gianfranco Belloni, altro neofascista, militante missino e confidente di polizia e di magistrati, il giudice istruttore ricorda che “nell’ occasione Negriolli gli riferì di aver appreso, a seguito di accertamenti svolti per conto del Sid, facendo relazione ai suoi referenti, che Bertoli era legato a Ordine nuovo, che egli non era che un burattino manovrato da altri e che l’attentato di via Fatebenefratelli era stato preparato per eliminare Rumor” (ivi, p.46).
Roberto Cavallaro, già sindacalista della Cisnal e immancabile collaboratore dei servizi segreti militari, afferma: “Ricordo che una volta, credo alla fine di aprile del 1973, lo Spiazzi e un’altra persona presente (al riguardo dovrei fare mente locale in quanto sul punto i miei ricordi non sono molto precisi) riferì che qualcuno aveva programmato di eliminare Rumor: il fatto doveva avvenire nella villa di Pianezze” (ivi, p.64).
Attilio Lercari, braccio destro dell’industriale Piaggio, coinvolto nell’inchiesta sulla ‘Rosa dei venti’ affermerà – e la dichiarazione è provata – “Noi attendevamo l’attentato a Rumor e non c’è stato alcun attentato a Rumor” (ivi, p.71).
Il maresciallo del Sid Paolo Di Gregorio, in forza al Nucleo operativo diretto, al magistrato “dichiarava di ricordare con certezza che l’Orlandini, parlando con Labruna, in una registrazione fece riferimento a un attentato a Rumor da lui progettato…” (ivi, p.74).
La conferma viene anche dal maresciallo del Sid in forza al medesimo nucleo, Nicola Giuliani. “Effettivamente – dice – in una trascrizione (effettuata non so se da me o da altri) l’Orlandini fece riferimento, parlando con il Labruna ad un attentato nei confronti di Rumor che a suo dire doveva essere compiuto” (ivi, p.75).

Non sono i soli appartenenti al servizio segreto militare che sanno la verità. “La notizia corrente in ambiente Sid circa un progetto di attentato a Mariano Rumor – scrive il giudice istruttore Antonio Lombardi – di cui avrebbe parlato Orlandini, è stata confermata anche da colonnello Viezzer” (ivi, p.75). All’ex segretario del Reparto D si aggiunge nel ribadire la veridicità della notizia, anche il colonnello Genovesi, già responsabile della 1° sezione.
Sono stato il primo a dirlo, ma non sono rimasto il solo. Le conferme sono arrivate puntuali da personaggi inseriti all’interno del Movimento sociale italiano e da ufficiali e sottufficiali del servizio segreto militare. Sarà piuttosto arduo, nonostante lo scontato sostegno della stampa, per la Procura della repubblica di Milano smentire tutte queste testimonianze (quelle dei ‘pentiti’ le abbiamo escluse) rese senza secondi fini.
L’obiettivo dell’attentato stragista compiuto dal confidente ‘Negro’ del Sid il 17 maggio 1973 era dunque Mariano Rumor. Per quale ragione?
Abbiamo visto che il giudice istruttore Antonio Lombardi ritiene di averla individuata nello scioglimento del Movimento politico Ordine nuovo, avvenuto nel novembre del 1973. C’è stato però un errore di metodo da parte del magistrato. Egli ha considerato la responsabilità di Mariano Rumor nello scioglimento dell’organizzazione di Pino Rauti (di cui però non facevano parte Maggi e gli altri imputati) nel suo atto conclusivo, la posta fuori legge con decreto del ministero degli Interni, in un momento in cui effettivamente Mariano Rumor era Presidente del consiglio.

Noi, invece, riteniamo che bisogna risalire alla responsabilità di quanti, ai vertici politici, diedero avvio all’inchiesta contro il Movimento politico Ordine nuovo, senza la quale – è lapalissiano – non ci sarebbero stati né arresti, né processo, né scioglimento. Il meccanismo ‘repressivo’ contro il gruppo di Clemente Graziani si mette in moto nel dicembre del 1970 su segnalazione della Questura di Verona. L’inchiesta si avvia e il 31 marzo o 1 aprile del 1971 viene tratto in arresto Clemente Graziani. Nel dicembre del 1970, però, a rivestire la carica di Presidente del consiglio dei ministri era Emilio Colombo, ministro degli Interni era Franco Restivo, nei confronti dei quali nessuno ha mai preparato attentati.
Non c’è ragione, pertanto, di ritenere che gli ‘ordinovisti’ potessero assumere a capro espiatorio per la ‘repressione’ nei loro confronti un uomo politico che, al momento in cui prende avvio l’azione giudiziaria non ha incarichi di responsabilità. Anche a voler prendere in considerazione la data dell’arresto di Clemente Graziani come punto di partenza per l’ideazione dell’attentato, vediamo che passano diversi mesi prima che Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi si presentino da me, ad Udine, per propormi l’eliminazione dell’esponente democristiano vicentino. L’arresto, difatti, avviene a fine marzo/primi di aprile del 1971, i due vengono da me in estate inoltrata.

Non basta. A smentire che Mariano Rumor avesse intenzione di sciogliere il Movimento politico Ordine nuovo, c’è anche la testimonianza autorevole del ministro degli Interni che promulgò il decreto di scioglimento, Paolo Emilio Taviani. Costui, in un’intervista resa l’11 febbraio 1998 ricorda la “bontà” del suo collega Mariano Rumor che, dice, non voleva neanche mettere Ordine nuovo fuorilegge”. Non solo, quindi, Mariano Rumor non aveva titolo per farsi promotore dell’inchiesta sul Movimento politico Ordine nuovo nel dicembre 1970, ma si oppose addirittura al suo scioglimento nel novembre del 1973.
Per comprendere la ragione autentica del progetto di eliminazione fisica di Mariano Rumor, bisogna ritrovare una connessione da tutti dimenticata, sia dal giudice istruttore Antonio Lombardi che dalla Procura della repubblica di Milano, alla quale l’accanimento nei confronti di chi scrive ha prodotto un calo di lucidità.
Il 13 aprile 1971 vengono arrestati Giorgio Freda e Giovanni Ventura. L’accusa nei loro confronti non riguarda la strage di piazza Fontana ma solo la detenzione di armi da guerra e gli attentati ai treni dell’agosto 1969.
Il 12 luglio 1971, i due vengono rimessi in libertà, ma comprendono come ormai si sia posto in movimento un meccanismo giudiziario che, fatalmente, li porterà sul banco degli imputati come responsabili della strage di piazza Fontana.
Che fare? I tempi sono brevi ma c’è ancora la possibilità di intervenire, sollecitando i complici assisi ai più alti livelli perché blocchino le indagini giudiziarie. Non ci è dato sapere, ovviamente, con certezza se fra coloro che vennero invitati ad adoperarsi per Giorgio Freda e Giovanni Ventura ci sia stato anche Mariano Rumor. Tutto però fa credere che così sia stato. E che l’invito non sia stato raccolto.

Se così è stato, divengono due le defezioni dell’esponente democristiano. La prima si verificò nel dicembre del 1969 quando, nella sua veste di Presidente del consiglio, emanò il divieto di pubbliche manifestazioni, per ragioni di ordine pubblico, sul territorio nazionale facendo naufragare il progetto di affiancare ai morti di piazza Fontana quelli provocati dagli incidenti che erano stati preventivati nel corso della manifestazione indetta dal Movimento sociale italiano a Roma per il 14 dicembre 1969. Fu quella la decisione che vanificò il piano per giungere alla proclamazione dello stato di emergenza, perché troncò preventivamente la possibilità di dare avvio ai disordini di piazza che avrebbero ‘costretto’ il governo, sollecitato dal Presidente della repubblica Giuseppe Saragat, a sospendere le garanzie costituzionali fino al ristabilimento dell’ordine.
La seconda defezione è rappresentata dal rifiuto di correre in aiuto degli esecutori materiali degli attentati del 12 dicembre 1969, che vengono così abbandonati al loro destino, isolati in una battaglia giudiziaria che, per la mole degli indizi seminati nella matematica certezza dell’impunità derivante dalla riuscita del piano, appare disperata. I tempi necessari per la verifica, dopo la scarcerazione di Freda e Ventura, e Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi vengono a Udine a proporre la prima volta l’uccisione di Mariano Rumor.
Torna una seconda volta nell’imminenza del secondo arresto – questa volta definitivo – di Giorgio Freda e Giovanni Ventura, Carlo Maria Maggi, per reiterare la proposta di eliminazione fisica dell’esponente democristiano.
Il 4 dicembre 1971 vengono, effettivamente, arrestati Giorgio Freda e Giovanni Ventura.
La terza proposta avviene nell’imminenza di un altro clamoroso coinvolgimento nell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Negli ultimi giorni di febbraio/primi di marzo del 1972.

Il 4 marzo 1972 viene, difatti, arrestato Pino Rauti. A determinare la sua cattura ed il suo coinvolgimento nell’inchiesta è stato un fedelissimo di Giorgio Freda, Marco Pozzan. Dirà a Madrid: “ho eseguito gli ordini di Freda”. È un avvertimento meno cruento, questo rivolto agli ambienti interessati, facendo arrestare Pino Rauti e ottenendone successivamente la scarcerazione mediante la ritrattazione di Marco Pozzan, ma la logica è la stessa: non abbandonateci, perché non saremo i soli a pagare.
Certo, accusare un personaggio politico di primo piano come Mariano Rumor, direttamente o per interposta persona, di concorso nelle proprie attività stragiste Giorgio Freda – ed i suoi complici con lui – non lo ha neanche ipotizzato. Questo si poteva fare – ed è stato fatto – con Pino Rauti, non ancora deputato al Parlamento, capo di una organizzazione ‘nazista’ e semplice redattore de Il Tempo di Roma.
Un personaggio come Mariano Rumor poteva essere rimosso in un modo solo: uccidendolo. Le possibilità c’erano, se Maggi garantì l’appoggio della scorta che non doveva essere massiccia in quel periodo, visto che Mariano Rumor non ricopriva incarichi governativi. Dopo, invece, dovettero cambiare piani proprio perché il rientro nel governo comportò un aumento considerevole del numero di uomini addetti alla sorveglianza ed il rafforzamento del servizio di protezione.

La morte di Mariano Rumor si prestava al raggiungimento di almeno due obiettivi: offrire un esempio di spettacolare potenza che avrebbe indotto altri, meno protetti di un ministro degli Interni e Presidente del consiglio, a compiere il loro dovere di proteggere gli organizzatori e gli esecutori materiali di un piano criminale di cui altri, ai vertici dello Stato e del potere politico, erano stati gli ideatori ed i promotori; scindere ufficialmente ogni legame con il centro politico dimostrando a prezzo di due vite (Rumor e la mia) che il neofascismo italiano non scendeva a compromessi con il regime democristiano. Anche questo rientrava in una logica difensiva degli stragisti di piazza Fontana. Dopo il mio rifiuto e l’individuazione di Gianfranco Bertoli, al primo obiettivo si aggiunge quello di rilanciare la ‘pista anarchica’, necessità anche questa perfettamente rientrante nella logica difensiva degli imputati e degli imputandi.
Di tutto questo, ora esposto, la Procura della repubblica di Milano ha percepito solo il secondo fine perseguito impiegando Gianfranco Bertoli. Ma è sufficiente perché essa stessa richieda l’unificazione dei due processi in uno solo. Non lo farà, per la ragione che segue. C’è, difatti, dopo quello politico ben presente all’interno di una Procura della repubblica che ai suoi vertici ragiona in termini esclusivamente politici, un motivo che risiede nell’opportunità di trattare quanto emerso nel corso delle indagini svolte dal giudice istruttore Antonio Lombardi sulla figura del sostituto procuratore della repubblica Emilio Alessandrini.
Vediamo, prima delle considerazioni e delle conclusioni, i fatti scoperti dal giudice istruttore.

“L’istruttoria – scrive il giudice Lombardi – comunque serbava nel 1995 un’altra sconcertante scoperta, che cioè l’attentato del 17.5.1973 era stato preannunciato con due giorni di anticipo (il 15.5.73) con indicazione dell’obiettivo, del luogo e del giorno in cui sarebbe avvenuto” (ANTONIO LOMBARDI, Ordinanza cit., p.261).
A dirlo è Ivo Della Costa, “funzionario del Pci di Treviso dal 1950 ora in pensione, già consigliere e presidente del Comitato regionale di controllo, autore di numerosi libri di storia” (ivi, p.118), che sia pure con ventidue anni di ritardo racconta al giudice istruttore quanto si verificò nel lontano 15 maggio 1973, quando venne telefonicamente contattato dal conte Pietro Loredan.
“Dopo molto tempo in cui non avevo più avuto contatti con il Conte – esordisce Dalla Costa – una mattina alle ore 06.30 improvvisamente lo stesso mi telefona a casa. Posso essere molto preciso su tale data in quanto essa avvenne due giorni prima della strage di via Fatebenefratelli. Pertanto era il 15.05.1973. La telefonata mattutina mi pervenne da un telefono pubblico, a suo dire; il Conte mi apparve agitato e disse che doveva parlarmi urgentemente dicendomi di andare a Porta Santi Quaranta, un luogo del centro di Treviso. Mi recai immediatamente sul posto, salii sulla sua auto e qui dopo esserci spostati di poco lo stesso mi disse queste testuali parole: ‘Questa volta spero che mi diate un po’ di fiducia: a Milano tra 48 ore succederà un attentato contro un’alta personalità del governo e ne parlerà l’intera Italia. Avvisa chi di competenza’.

“Era molto agitato e capii che mi aveva chiamato nella sincera speranza – prosegue Dalla Costa – che io riuscissi ad evitare quanto di grave stava per succedere. Preciso che egli mi parlò dicendomi solo che l’attentato sarebbe avvenuto a Milano ma non mi fornì nessun altro dettaglio sulla località o la zona in cui esso sarebbe avvenuto. Egli non mi disse testualmente la matrice dell’attentato; tuttavia ciò era implicito per me date le sue frequentazioni dell’epoca con i neofascisti. Il Conte sapeva perfettamente che io ero al corrente delle sue frequentazioni con Freda, Ventura ed i neofascisti e che consideravo lui di estrema destra, nonostante le sue coperture di sinistra o in ogni caso dei suoi tentativi di copertura a sinistra. Dopo avermi detto ciò, le parole testuali sono precise quelle che ho riferito, egli si allontanò con la sua auto ed era veramente molto agitato. Io – conclude il dirigente comunista – non ebbi alcun dubbio sulla sincerità della sua preoccupazione né dubitai della veridicità di quanto mi era venuto a dire, naturalmente rimasi molto scosso” (ivi, p.118).
Da questa prima parte della deposizione di Ivo Dalla Costa emerge, con cristallina evidenza, la prova che la strage poteva essere evitata. Il conte Pietro Loredan indica difatti Milano come la città nella quale due giorni più tardi, il 17 maggio, sarebbe stato compiuto un attentato contro “un’alta personalità del governo”. Ammesso che Ivo Della Costa, residente a Treviso, non avesse letto l’annuncio della commemorazione del commissario P.S. Luigi Calabresi alla presenza di Mariano Rumor, pubblicato il 14 maggio da Il Corriere della sera, i dirigenti nazionali del Pci ne dovevano essere necessariamente a conoscenza. E ad essi si rivolge immediatamente Ivo Della Costa.

“Dopo aver riflettuto un attimo, solo un attimo, ritenni di non avvertire il segretario della mia federazione che mi era succeduto perché era molto giovane. Poiché non ho mai guidato mi recai subito alla stazione, che era poco distante, e presi il primo treno per Venezia ove mi recai dal dirigente on. Ceravolo, del Comitato regionale veneto del Pci. Gli riferii tutti i dettagli dell’episodio, le parole precise dettemi dal Conte e la fonte delle mie notizie, cioè il Conte Loredan. Anche l’onorevole Ceravolo – prosegue Dalla Costa – rimase scosso; pertanto salimmo immediatamente sulla sua auto e ci mettemmo in viaggio per Milano. Era un ottimo conducente, ricordo che corse ad alta velocità sull’autostrada; arrivammo alle ore 11 circa in via Volturno ove era la Federazione comunista. Devo a questo punto aggiungere – specifica con onestà – che il colloquio tra me e l’on. Ceravolo avvenne a quattr’occhi nella sede del CR veneto del Pci ubicato in Corte del Remer di Venezia” (ivi, p.118-119).
Domenico Ceravolo non dubita della parola di Ivo Dalla Costa anche perché, evidentemente, gli è nota la figura di Pietro Loredan come informatore del Pci e rivelatrici nella loro terribile forza accusatoria contro il partito di Longo e Berlinguer sono proprio le parole con le quali Loredan introduce la notizia che si appresta a fornire a Ivo Della Costa: “Questa volta spero che mi diate un po’ di fiducia…”.
Inutile chiedersi quali siano state le informazioni precedenti, visto che Pietro Loredan era inserito nell’ambiente stragista veneto. Sappiamo che l’omertà comunista le ha sempre occultate e seguiterà a farlo anche ora che i dirigenti del ‘grande partito’ sono al governo. In ogni caso, le informazioni – quali esse siano state – fornite da Pietro Loredan al partito comunista trovarono indubbia conferma, magari a posteriori, se quel 15 maggio 1973, si mobilitarono all’istante i vertici nazionali del suo apparato.

“Prima di partire – ricorda ancora Ivo Della Costa – Il Ceravolo incaricò la funzionaria del CR di telefonare alla Direzione del Pci a Roma al fine di invitare l’on. Pajetta o chi per esso a salire subito a Milano per una cosa molto grave. Infatti mezz’ora dopo il nostro arrivo in via Volturno a Milano, arrivarono anche Pajetta che aveva preso un aereo e l’on. Malagugini, consigliere di Corte costituzionale…” (ivi, p.119).
L’eccezionalità dell’evento, l’affidabilità dell’informatore, la gravità inaudita di quanto stava per accadere fecero scattare in tempi rapidissimi personaggi del livello di Giancarlo Pajetta e di Alberto Malagugini che non esitarono un attimo a prendere le necessarie decisioni.
“Riferii testualmente – prosegue Della Costa – quanto avvenuto e l’informazione ricevuta al Pajetta ed al Malagugini. Su richiesta degli altri il Malagugini si incaricò di contattare il giudice Alessandrini per riferire l’episodio e l’informazione ricevuta dal Loredan” (ivi, p.119).
La testimonianza di Ivo Dalla Costa non è rimasta isolata. Domenico Ceravolo, già deputato del Pci, dopo un’iniziale titubanza ha confermato il racconto del suo compagno di partito: la notizia, il viaggio a Milano, l’incontro con Pajetta e Malagugini, la circostanza dell’informazione da passare ad un magistrato anche se preferisce sfumare sul nome del giudice, un dettaglio che comunque non altera la mostruosità dell’episodio.
“Ricordo perfettamente – dichiara difatti Ceravolo – che la riunione si concluse con l’incarico che il Malagugini si assunse di informare rapidamente la magistratura milanese. Sinceramente non ricordo che Malagugini parlò di Alessandrini come del magistrato a cui avrebbe destinato l’informazione” (ivi, p.122).

Un riscontro indiretto alla possibilità che effettivamente persone inserite in apparati dello Stato seppero in anticipo di quanto stava per accadere ci proviene dalla testimonianza di Bruno Cerasi, dirigente della federazione comunista milanese che “aveva contatti per questioni di terrorismo e difesa dello Stato con il dott. Gustavo Palumbo, capo gabinetto del questore Allitto Bonanno (deceduto)” (ivi, p.123).
Bruno Cerasi non ricorda nulla. Ma fa presente al magistrato che Gustavo Palumbo “era andato in pensione poco dopo la strage del 73 con 10 anni di anticipo; gli aveva chiesto i motivi del suo congedo anticipato e questi gli aveva genericamente riferito che era stanco e che non voleva più lavorare” (ivi, p.124). Interrogato dal magistrato, l’ex capo del gabinetto della Questura di Milano conferma: era “andato in pensione il 31 luglio 1973, due mesi dopo la strage di Bertoli, a 53 anni e in anticipo di 10 anni” (ibidem).
Lo sconcertante episodio ha un solo precedente, quando nel 1972 un commissario di P.S. che aveva invano cercato di sottrarre l’anarchico Franco Serantini al pestaggio di un gruppo di celerini, si dimise dalla polizia di Stato poco tempo dopo. Anche in quel caso, qualcuno morì, ucciso: Franco Serantini, non curato all’interno del carcere, decedette il 7 maggio 1972 per le lesioni cerebrali riportate. Per il suo omicidio, nessuno è mai stato condannato.

La nuda esposizione dei fatti fa dubitare che la Procura della repubblica di Milano, guidata ora dal collega di Emilio Alessandrini, Gerardo D’Ambrosio possa volere che il nome del magistrato ucciso nel 1979 da militanti di Prima Linea venga accostato alla strage di via Fatebenefratelli come quello di un uomo che seppe in anticipo e nulla fece per evitare l’eccidio. Peggio, perché Emilio Alessandrini non poteva ignorare chi fosse Pietro Loredan e, di conseguenza, se non aveva potuto prevenire per salvaguardare la segretezza dei suoi rapporti con i vertici del Pci, avrebbe però potuto reprimere indirizzando da subito le indagini nella direzione del gruppo ordinovista veneto. Non averlo fatto ha significato impunità ai complici di Gianfranco Bertoli, ma anche agli autori ed agli organizzatori della strage di piazza Fontana, che sono sempre gli stessi.
Con quale serenità i sostituti procuratori agli ordini di Gerardo D’Ambrosio potranno sostenere la veridicità delle dichiarazioni rese da Ivo Dalla Costa e da Domenico Ceravolo? Noi riteniamo che troveranno il modo di disattenderle. Ma questo, se avverrà, si porrà in contrasto con la ricerca della verità e la sua affermazione definitiva.
Anche la presenza di Pietro Loredan, invece, nella vicenda della strage di via Fatebenefratelli stabilisce un collegamento ulteriore con la strage di piazza Fontana ed i suoi organizzatori veneti. A quale titolo e con quale ragione, difatti, Pietro Loredan è stato messo a parte di quanto stava accadendo se non per la sua veste di imputato nel processo per la strage di piazza Fontana? Egli era un finanziatore di Giovanni Ventura ma anche un ‘infiltrato’ a sinistra. È stata una figura tutto sommato negletta in una vicenda che, a quanto pare, lo aveva visto protagonista almeno quanto gli altri poi imputati. E non è il solo.

Due esigenze emergono imperiose da quanto abbiamo esposto:

  • la riunificazione dei processi per la strage di piazza Fontana e per quella di via Fatebenefratelli;
  • il loro trasferimento al Tribunale di Brescia per ‘legittima suspicione’.

Sulla prima ci siamo soffermati a lungo evidenziando le ragioni che, a nostro avviso, la determinano. Ne manca un’altra, altrettanto importante.

A Brescia è in corso un’istruttoria per la strage del 28 maggio 1974. Secondo fonti giornalistiche fra gli indiziati di reato figurano sia Carlo Maria Maggi che Giancarlo Rognoni. Al di là dei nomi, appare evidente che la magistratura bresciana sta indagando sul medesimo gruppo stragista lombardo-veneto per definire, nei limiti del possibile, le responsabilità individuali in un altro episodio inserito nel medesimo ‘disegno criminoso’ che è stato definito ‘strategia della tensione’.

Abbiamo enumerato numerosi episodi di strage, alcuni purtroppo conclusisi tragicamente con esito positivo, altri fortunatamente falliti. Tutti avrebbero dovuto essere esaminati da un’unica Autorità giudiziaria, perché tutti fanno parte di quella ‘pluralità di obiettivi’ che l’unicità del disegno criminoso si è proposta. Non è più possibile, almeno per gran parte di essi, giudicati insieme ai loro autori da una miriade di tribunali ognuno dei quali ha tratto le sue conclusioni spesso opposte a quelle di altri.

Ne rimangono pochi. Che siano almeno questi esaminati insieme dalla sola magistratura rimasta competente a tutti gli effetti, quella di Brescia. Non è difatti tollerabile ritenere che un individuo come Carlo Maria Maggi possa essere giudicato – se verrà rinviato a giudizio anche per la strage di piazza della Loggia – tre volte, da tre Corti di assise diverse (due a Milano e una a Brescia) per tre stragi che, ictu oculi, rispondono ad un solo fine e sono state programmate nell’ambito del medesimo disegno criminoso, non individuato come tale in sede politica ma riconosciuto in ambito giudiziario da una molteplicità di magistrati, ed in sentenze ormai passate in giudicato.
Ci sono voluti tanti anni per indurre i magistrati italiani ad abbandonare le tesi fuorvianti della ‘eversione nera’, per riconoscere sulla base di prove certe che la cosiddetta ‘eversione nera’ ha rappresentato la parte di un tutto nel quale confluivano forze politiche parlamentari, servizi segreti nazionali ed esteri, agenzie di provocazione internazionali, tutti protesi a tradurre sul piano tattico il disegno strategico elaborato per contrastare l’avanzata elettorale del partito comunista con ogni mezzo. Si vuole ora insistere a processare i pochi protagonisti identificati di quell’unica strategia che, in termini giuridici, si traduce nell’unico disegno criminoso, separatamente fingendo ancora di credere che ognuno di loro abbia operato per suo conto, con complici sempre diversi e con obiettivi distinti l’uno dall’altro? Si vuole giungere veramente al grottesco di processare Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio due volte, a Milano, per due stragi che perfino la Procura della repubblica di Milano riconosce come interdipendenti e poi, magari, giudicarli per una terza strage, a Brescia, che è vincolata per modalità, persone operanti, obiettivo alle altre due?
Vogliamo augurarci che così non sia.

Ma il trasferimento a Brescia s’impone anche per un’altra ragione, che risiede nella mancanza di serenità e, quindi, di obiettività dei magistrati della Procura della repubblica di Milano, ma anche, riferendosi al caso Alessandrini, di quelli giudicanti. Come possono questi magistrati che ogni anno commemorano il collega ucciso dai militanti di Prima linea, giudicarne le azioni sia pure in modo postumo? La ‘morte del reo’ estingue il reato, è vero, ma non esonera i magistrati dal compiere indagini, dal valutare la consistenza e la veridicità delle accuse specie quando, come in questo caso, l’episodio è centrale perché immette in ambito processuale la figura di Pietro Loredan dando definitiva conferma che l’uccisione di Mariano Rumor derivò dalle esigenze di coloro che erano sotto accusa, all’epoca, per la strage di piazza Fontana e di quanti, corresponsabili, avevano tutto l’interesse a proteggere loro e se stessi, anche se non ancora inquisiti.
La ‘legittima suspicione’ non si può invocare quando fa comodo. È un istituto che regola e disciplina lo svolgimento dei processi curandosi che essi siano fatti da magistrati che abbiano la serenità per garantire la imparzialità del giudizio. Dov’è mai questa imparzialità del giudizio nei giudici di Milano che devono pronunciarsi sulle accuse lanciate da Ivo Dalla Costa al defunto Emilio Alessandrini?
E tralasciamo il resto: il teste fuggito in Sud America perché non tollerava l’ostilità del pubblico ministero Grazia Pradella, altri oggetto di una campagna di discredito silenziosa ma provata, agli atti processuali, con vantaggio indubbio per la difesa degli imputati. Le guerre dei magistrati, condotte sulla pelle dei testimoni, a scapito della ricerca della verità che dovrebbe imporre un esame sereno delle loro dichiarazioni, non rappresentano un motivo valido per il trasferimento dei processi in corso a Milano per ‘legittima suspicione’ a Brescia?

E sia. Ma i giudici di un Tribunale non possono giudicare i comportamenti di un magistrato, sebbene deceduto, operante nell’ambito dello stesso Palazzo di giustizia. Se questo verrà fatto a Milano, benché idealmente sul banco degli imputati sieda il sostituto procuratore della repubblica Emilio Alessandrini, la violazione della legge sarà eclatante, prova indiscussa di uno Stato oppressore che, per i propri fini, non arretra davanti a nulla.
Se, invece, si procederà a riunificare i processi per strage presso il Tribunale di Brescia, dando un segnale preciso di rispetto delle norme processuali, tante volte già violate in passato in giudizi sempre relativi ad episodi della ‘strategia della tensione’, si darà un segno inequivocabile che il passato non è più presente.
Con questa classe politica non crediamo che ciò possa avvenire. Con questa magistratura…sarà difficilissimo che la legge venga rispettata. Non l’hanno difatti fatto fino ad oggi, è difficile credere che vogliano farlo nell’immediato futuro. Abbiamo, però, il diritto di chiedere sia l’unificazione dei processi che il loro trasferimento a Brescia.
Ci sono delle parti civili, dei familiari delle vittime che, per essere parte in causa, hanno il diritto di avanzare istanze favorevoli a quanto da noi chiesto. Vogliono giustizia per i loro morti? Comincino, ora, a non accettare l’ingiustizia che qui denunciamo.

Vincenzo Vinciguerra

 

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