Simon Wiesenthal e la sua scia di menzogne

Simon Wiesenthal e la sua scia di menzogne

Il libro da cui è tratto il presente articolo

Ho deciso di tradurre
questo articolo perché, pur con certe banalità proprie della stampa mainstream,
mi sembra, data la fonte, una clamorosa rottura della vulgata su uno dei grandi
miti del nostro tempo. Se Robert Faurisson a suo tempo aveva elencato 20 vittorie del revisionismo[1],
questa rivisitazione di Wiesenthal compiuta dallo scrittore Guy Walters mi
sembra la ventunesima vittoria (seguita, dopo il 2009, da altre vittorie, come
i primi riconoscimenti da fonte mainstream di analoga truffaldineria
riguardante Elie Wiesel[2]).
Tutto ciò, naturalmente, senza dimenticare i fondamentali – e pionieristici –
contributi revisionistici emersi in precedenza sul “primo cacciatore di nazisti”,
come quelli di Mark Weber[3],
di Theodore O’Keefe[4] e,
soprattutto, di Gerd Honsik[5],
che deve probabilmente alla sua biografia “non autorizzata” buona
parte dei propri guai giudiziari.

LA SCIA DI MENZOGNE
DEL PRIMO CACCIATORE DI NAZISTI[6]

Guy Walters –
Timesonline 18 luglio 2009

Sin dai primi anni ’60, il nome di Simon Wiesenthal è
diventato sinonimo di caccia ai nazisti. La sua reputazione è quella di un
santo laico. Candidato quattro volte al premio Nobel per la pace, destinatario
della carica onoraria di cavaliere britannico, della medaglia del Congresso
americano, della Legione d’onore francese, e di almeno altre 53 onorificenze, è
stato spesso accreditato di qualcosa come 1.100 “scalpi” nazisti. Viene
ricordato, soprattutto, per i suoi sforzi tesi a snidare Adolf Eichmann, uno
dei più famigerati criminali di guerra.
Ma la sua reputazione è costruita sulla sabbia. Fu un
mentitore, e di quelli incalliti. Dalla fine della seconda guerra mondiale fino
alla fine della sua vita nel 2005 mentì ripetutamente sulla sua presunta caccia
a Eichmann come pure sui suoi altri successi nella caccia ai nazisti. Escogitò
anche vergognose fandonie sui suoi anni di guerra e rese false dichiarazioni
sulla sua carriera accademica. Vi sono anche moltissime contraddizioni tra le
sue tre principali memorie – e tra queste memorie e i documenti coevi –da
rendere impossibile trarne una narrazione coerente. La scarsa considerazione di
Wiesenthal per la verità rende possibile dubitare di qualunque cosa abbia detto
o scritto.
Qualcuno potrebbe pensare che io sia troppo duro con lui e
che incorra nel pericolo professionale di imparentarmi, apparentemente, con una
pessima schiera di neonazisti, revisionisti, negazionisti dell’Olocausto e di
antisemiti. Io rimango fermamente fuori da tutti questi squallidi campi ed è
mia intenzione strappare le critiche a Wiesenthal dalle loro grinfie. La sua
figura è complessa e importante. Se vi fu un motivo per la sua doppiezza,
potrebbe essere nata da buone intenzioni. Perché le sue menzogne non sono le
sole scoperte scioccanti che ho fatto nell’indagare le fughe dei criminali di
guerra nazisti. Ho scoperto una mancanza di volontà politica nel dare loro la
caccia. Molti avrebbero potuto essere consegnati alla giustizia se i governi
avessero destinato al loro perseguimento risorse anche relativamente modeste.
È in parte grazie a Wiesenthal che l’Olocausto è stato
ricordato e commemorato in modo appropriato ed è forse la sua più grande eredità.
Consegnò qualche nazista alla giustizia; ma fu un niente rispetto alla quantità
presunta e Eichmann certamente non fu tra costoro. Non c’è spazio qui,
tuttavia, per il mio esame forense delle sue pretese come cacciatore di
nazisti. Mi limiterò ad alcuni episodi famosi prima e durante la guerra che
fanno parte del nocciolo del mito di Wiesenthal.
Nacque nel 1908 a Bučač[7], in
Galizia, che allora faceva parte dell’impero austro-ungarico e che ora fa parte
dell’Ucraina. Dopo la prima guerra mondiale, Bučač passò spesso di mano tra le
forze polacche, ucraine e sovietiche. Nel 1920, l’undicenne Wiesenthal fu
attaccato con una sciabola da un ucraino a cavallo che gli squarciò la coscia
destra fino all’osso. Wiesenthal considerò la cicatrice come parte di una lunga
serie di prove per le quali egli fu protetto dalla morte violenta da un “potere
invisibile” che lo voleva tenere in vita per uno scopo.
La sua formazione era ideale per qualunque aspirante
mentitore. Come molti galiziani, Wiesenthal aveva trascorso l’infanzia immerso
in quel genere letterario polacco di panzane che si raccontavano la sera a cena.
In un posto come la Bučač degli anni ’20 la verità era un concetto
relativamente elastico. A 19 anni, si iscrisse come studente di architettura all’Università
Tecnica Ceca di Praga[8], dove
trovò il suo mestiere come brillante conversatore e cabarettista.
I suoi studi andarono meno bene. Sebbene la maggior parte
delle biografie – inclusa quella sul sito web del Centro Simon Wiesenthal –
sostengano che si laureò, non completò gli studi. Alcune biografie sostengono
che conseguì una laurea come ingegnere edile al Politecnico di Leopoli[9] in
Polonia, ma gli archivi di Stato di Leopoli non conservano tracce che lui abbia
studiato lì e il suo nome è assente dall’albo pre-bellico degli architetti e dei
costruttori polacchi. Per tutta la vita, affermò in modo fraudolento di aver
conseguito una laurea; la sua carta da lettera intestata la mostra con
orgoglio.
Analogamente  vi sono
molte contraddizioni nei suoi drammatici racconti sulla seconda guerra
mondiale. Si trovava a Leopoli mentre cadde nelle mani dei nazisti nel 1941. Affermò
che lui e un suo amico ebreo chiamato Gross furono arrestati alle 4 pomeridiane
di domenica 6 luglio, una delle poche date che rimangono costanti nella sempre
mutevole storia della sua vita. Ogni volta, però, che è così preciso di solito
mente.
Condotti in carcere, vennero messi in riga con altri 40
ebrei in un cortile. La polizia degli ausiliari ucraini iniziò a sparare ad
ogni uomo sul collo, mentre avanzava verso Wiesenthal. Venne salvato dalle
campane della chiesa che annunciavano la messa serale. Incredibilmente, gli
ucraini fermarono l’esecuzione per andare a messa. I sopravvissuti vennero
condotti nelle celle, dove Wiesenthal sostiene di essersi addormentato. Venne
svegliato da un amico ucraino della polizia ausiliaria, che salvò lui e Gross
dicendo loro che dovevano sostenere di essere spie sovietiche. Vennero
interrogati in modo brutale – Wiesenthal perse due denti – ma vennero liberati
dopo aver pulito l’ufficio del comandante.
La storia di questa fuga sensazionale – una delle più famose
della guerra di Wiesenthal e una di quelle che hanno contribuito a fondare
l’idea della sua missione divina – è con ogni probabilità una totale invenzione.
Certo, gli ucraini misero in atto dei brutali pogrom a Leopoli all’inizio del
luglio 1941; ma poi vi fu una pausa e non ricominciarono prima del 25 luglio.
Secondo la testimonianza che Wiesenthal diede dopo la guerra agli inquirenti
americani che indagavano sui crimini di guerra, egli in realtà venne arrestato
il 13 luglio e riuscì a fuggire “grazie a una bustarella”. Ponendo
successivamente il suo arresto alla data del 6 luglio, la sua storia quadrava
con l’epoca dei pogrom.
Alla fine dell’anno Wiesenthal si trovava a Janowska, un
campo di concentramento fuori Leopoli. Avendo avuto l’incarico di dipingere
locomotive ferroviarie sovietiche con insegne naziste, fece amicizia con Adolf
Kohlrautz, l’ispettore capo tedesco dell’officina, che era segretamente
antinazista. Il 20 aprile 1943, Wiesenthal venne a quanto pare nuovamente
selezionato per una esecuzione di massa. Le SS di Jonawska lo scelsero tra alcuni
ebrei da fucilare per un sinistro festeggiamento del 54° compleanno di Hitler.
Si incamminarono silenziosamente verso un’enorme buca, profonda 6 piedi[10] e lunga
1.500 piedi[11]. In
essa, erano visibili pochi cadaveri. Costretti a spogliarsi, vennero sospinti
in fila indiana lungo un corridoio di filo spinato conosciuto come il tubo per
esservi fucilati ad uno ad uno sull’orlo della buca.
Un fischio interruppe gli spari, seguito dall’urlo di
“Wiesenthal!!”. Un esponente delle SS chiamato Koller si avvicinò e disse a
Wiesenthal di seguirlo. “Rimasi stupefatto come un ubriaco”, ricordò
Wiesenthal. “Koller mi colpì il viso due volte e mi riportò sulla terra. Stavo
tornando indietro attraverso il tubo, nudo. Dietro di me, il suono degli spari
riprese ma finirono molto prima che avessi raggiunto il campo”. Tornato
all’officina, trovò un raggiante Kohlrautz, che aveva convinto il comandante
del campo che era essenziale tenerlo in vita per dipingere un manifesto che
avrebbe raffigurato una svastica e le parole “Noi ringraziamo il nostro
Führer”.
Il 2 ottobre 1943, secondo Wiesenthal, Kohlrautz lo avvertì
che il campo e i suoi prigionieri sarebbero stati di lì a poco liquidati. Il
tedesco diede a lui e ad un suo amico dei lasciapassare per andare in una
cartoleria in città, accompagnati da una guardia ucraina. Essi riuscirono a
fuggire dal retro mentre l’ucraino li aspettava all’ingresso.
Ancora, di nuovo, egli sembra averla fatta in barba alla
morte in un modo che ha del miracoloso. Ma, per tutto ciò, abbiamo solo la sua
parola. Secondo Wiesenthal, Kohlrautz venne ucciso nella battaglia di Berlino,
nell’aprile 1945. Disse però anche, ad un biografo, che Kohlrautz era stato
ucciso sul fronte russo nel 1944.  E in
un affidavit reso nell’agosto 1954 sulle sue persecuzioni del tempo di guerra,
omise integralmente tale storia. In entrambi questi documenti, e nella sua
testimonianza agli americani del maggio 1945, egli menziona Kohlrautz senza
dire che questo tedesco gli salvò la vita.
Da questo punto [in poi], nella guerra di Wiesenthal è
impossibile stabilire un’attendibile successione degli eventi. Di fronte ad
almeno quattro resoconti totalmente differenti delle sue attività tra l’ottobre
1943 e la metà del 1944 – incluso il suo presunto ruolo di capo partigiano – è
doveroso sollevare dei seri interrogativi. Alcune persone, come Bruno Kreisky,
l’ex cancelliere austriaco, accusarono ripetutamente Wiesenthal negli anni ’70
e ’80 di aver collaborato con la Gestapo. Le affermazioni di Kreisky erano
sostenute da prove non comprovate dei governi polacco e sovietico. Wiesenthal
lo portò in tribunale e vinse.

Qualunque sia la verità, nel novembre 1944 Wiesenthal si
trovava a Gross-Rosen, un campo vicino Breslavia. Egli disse a Hella Pick, la
sua biografa, che era stato costretto a lavorare a piedi nudi nella cava del
campo e presto si rese conto che il gruppo di 100 prigionieri assegnato al
commando di lavoro diminuiva di una unità ogni giorno. Dopo pochi giorni capì
che il suo turno era imminente. “Il mio carnefice era dietro di me”, ricordò,
“pronto a rompermi la testa con un sasso. Mi girai e l’uomo, sorpreso, lasciò
cadere la pietra. Mi ruppe il dito del piede. Urlai”.

La pronta reazione di Wiesenthal e il suo urlo a quanto pare
gli salvarono la vita perché c’era una qual forma di ispezione quel giorno –
pensò che avrebbe potuto trattarsi della Croce Rossa – e così venne portato in
barella al pronto soccorso. Il dito del piede venne tagliato senza anestesia
mentre due uomini lo tenevano fermo. Il giorno seguente, disse Wiesenthal, era
agonizzante. “Il dottore tornò e vide che avevo una vescica infettata sulla
pianta del piede. Così la aprirono e la cancrena schizzò in tutta la stanza”.

Ancora, di nuovo, uno dei “miracoli” di Wiesenthal è di
dubbia origine. Primo, la storia non compare in nessun altra memoria o
dichiarazione. In secondo luogo, se la Croce Rossa avesse davvero ispezionato
quel giorno il campo di Gross-Rosen, allora le SS avrebbero temporaneamente
fermato qualunque esecuzione. In realtà, all’epoca alla Croce Rossa non era
permesso l’accesso ai campi di concentramento. In terzo luogo, le conseguenze
mediche sembrano del tutto improbabili.

Poco tempo dopo, secondo il resoconto di Wiesenthal, egli
riuscì a percorrere a piedi 170 miglia a ovest di Chemnitz dopo che Gross-Rosen
era stato evacuato. Camminare con un piede incancrenito con un dito amputato di
recente sarebbe stato qualcosa di infernale. Al posto di una scarpa, aveva la
manica di un vecchio cappotto avvolta sul piede con qualche filo. Come bastone
da passeggio aveva un manico di scopa. Dei 6.000 prigionieri che uscirono a
passo di marcia, solo 4.800 arrivarono a Chemnitz. Con il suo piede infettato,
Wiesenthal fu così fortunato da essere tra costoro.
Da Chemnitz, i prigionieri finirono nel campo di Mauthausen,
vicino Linz, in Austria. Wiesenthal arrivò lì nella gelida notte del 15
febbraio 1945. Ne Gli assassini sono tra
noi
, racconta come lui e un suo compagno di prigionia, il Principe
Radziwill, unirono le braccia per percorrere le ultime quattro miglia di salita
fino al campo. Lo sforzo fu troppo grande ed essi crollarono sulla neve. Un uomo
delle SS sparò un colpo che cadde in mezzo a loro. Poiché i due uomini non si
alzavano, vennero lasciati morire nella temperatura sottozero. Quando arrivarono
i camion per raccogliere quelli che erano morti durante la marcia, Wiesenthal e
Radziwill, svenuti, erano così congelati che vennero gettati su un mucchio di
cadaveri. Al crematorio, però, i prigionieri che li scaricavano capirono che
erano vivi. Per scongelarli, vennero sottoposti ad una doccia fredda e
Wiesenthal venne portato al Block VI, il “block della morte” riservato ai
malati terminali.
Nel 1961, quando Wiesenthal venne intervistato per l’archivio
dello Yad Vashem dal giornalista Haim Maas sui suoi anni di guerra, disse che
la sua infezione al piede all’epoca era diventata blu-verde e che si era
diffusa fino al ginocchio. Egli giacque nel blocco della morte per tre mesi
fino alla fine della guerra. Troppo debole per alzarsi dal letto, affermò di
essere sopravvissuto – incredibilmente – con 200 calorie al giorno, insieme ad
occasionali pezzi di pane o di salsiccia passatigli di nascosto da un amico
polacco.
Mauthausen venne liberata il 5 maggio 1945. Nonostante pesasse
appena 100 libbre[12], Wiesenthal
si sforzò di uscire per accogliere i tank americani. “Non so come riuscii ad
alzarmi e a camminare”, ricordò. Se fu capace di camminare, la sua gamba
gravemente infetta avrebbe dovuto essere stata curata nei tre mesi precedenti,
o con l’amputazione o con gli antibiotici. Sappiamo che la prima soluzione non
ebbe luogo, e che la seconda non era notoriamente un trattamento comune per gli
ebrei malati nei campi di concentramento. Ancora una volta, sembra che abbia
avuto luogo un miracolo.
La rapidità della guarigione di Wiesenthal è così
sbalorditiva che è dubbio che fosse malato come aveva affermato. Solo 20 giorni
dopo la liberazione, scrisse al comandante americano del campo chiedendo di
poter essere aggregato come assistente delle autorità americane che indagavano
sui crimini di guerra. Sostenendo di essere stato in 13 campi di concentramento
– in realtà era stato in non più di sei – Wiesenthal fornì un elenco di 91 nomi
di coloro che riteneva fossero responsabili di “incalcolabili sofferenze”.
Secondo la maggior parte dei resoconti, Wiesenthal chiese di
potersi unire agli inquirenti americani per i crimini di guerra, ma essi
rifiutarono, dicendogli che non era sufficientemente sano. Dopo che ebbe
acquistato un po’ di peso, ritornò e venne assegnato a un capitano con cui
Wiesenthal sostiene di aver catturato il suo primo “scalpo”, una guardia
piagnucolosa chiamata Schmidt. “Ve ne furono molti altri nelle settimane
successive”, scrisse in seguito Wiesenthal. “Non dovevi andare molto lontano. Potevi
quasi incespicare su di loro”.
Un curriculum vitae che Wiesenthal compilò dopo la guerra non
nomina il suo lavoro per gli americani ma menziona il suo incarico come
vicepresidente del Central Jewish Committee per la zona americana, con sede a
Linz. Il suo compito era quello di redigere elenchi di sopravvissuti che altri
sopravvissuti potevano consultare nella ricerca dei propri parenti.
Per almeno un anno dopo la guerra, l’altro compito di
Wiesenthal fu una pesante attività di lobbying per i propri confratelli ebrei;
divenne presidente dell’International Concentration Camps Organization, con
sede a Parigi. Egli creò anche contatti con il Brichah, che portava
clandestinamente gli ebrei dall’Europa in Palestina.

Fu solo nel febbraio 1947 che creò l’organizzazione che lo
avrebbe reso famoso, il Centro di Documentazione ebraico di Linz. Il suo scopo
era raccogliere informazioni sulla soluzione finale per assicurare l’incriminazione
dei criminali di guerra. Wiesenthal affermò di averla costituita per reazione a
un commento antisemita fatto da un ufficiale americano, che gli fece capire che
gli alleati non avrebbero mai dato la caccia ai nazisti in modo adeguato.

Purtroppo, si dimostrò che aveva ragione. Lui e il suo
gruppo di 30 volontari visitarono i campi profughi, raccogliendo le prove sulle
atrocità dagli ex detenuti dei campi di concentramento. In totale, il team di
Wisenthal compilò 3.289 questionari, che è un’impresa molto più notevole di
qualunque cosa gli alleati fecero.
Wiesenthal morì nel 2005 all’età di 96 anni e venne sepolto
in Israele. I tributi e gli elogi furono molti e smaccati e all’epoca sarebbe
stato villano sminuire i molti aspetti positivi del ruolo che esercitò. Egli fu
essenzialmente uno showman e quando trovò un ruolo come primo cacciatore dei
nazisti del mondo, lo interpretò bene. Come con molte rappresentazioni
popolari, era impossibile per i critici dire al pubblico che il Grande
Wiesenthal Show era poco più di un’illusione. In definitiva, era un’illusione
creata per una buona causa.
Guy Walters
Fonte:

“Repubblica” sulla scia di Wiesenthal…

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