Vincenzo Vinciguerra: Il fantasma del “golpe”

IL FANTASMA DEL “GOLPE”

Di Vincenzo Vinciguerra

Ho avuto modo di leggere il libro scritto da Francesco M. Biscione intitolato “Dal golpe alla P2”, Castelvecchi, 2022.

È, certamente, il libro che con maggiore serietà affronta il problema del “golpismo” militare in Italia e lo fa con onestà intellettuale che è ben evidenziata nel sottotitolo che recita: “Ascesa e declino dell’eversione militare 1970-1975”.

Lo storico colloca sul piano temporale l’inizio dell’aspirazione golpista all’interno delle Forze armate nel 1970, non prima perché, in effetti, dal 1960 al 1969, queste attendevano dai dirigenti politici il passo necessario per trasformare l’Italia in una democrazia autoritaria sul modello della Germania federale, dove il Partito comunista era fuori-legge e non c’era spazio per le organizzazioni dell’ultra-sinistra.

I richiami alla Grecia, alla Spagna, al Portogallo, al governo dei “colonnelli” sono sempre rimasti circoscritti nell’ambito dell’estrema destra le cui farneticanti aspirazioni sono sempre state esposte da Giorgio Almirante in maniera quasi ossessiva.

In realtà, la possibilità di un governo militare in Italia non è mai stata prospettata da alcuno. Nessun generale si è mai proposto di assumere la carica di presidente del Consiglio, di formare qualche Giunta militare, di assumere cioè in prima persona la guida del Paese passando da una democrazia parlamentare ad una dittatura militare.

L’Italia non è un paese libero, sovrano, indipendente perché è subalterno agli Stati Uniti e questi ultimi non avrebbero mai dato il consenso per un golpe militare che ritenevano inutile e dannoso per la loro politica nel Mediterraneo.

Lo dice esplicitamente l’ambasciatore americano in Italia, Graham Martin, in un memorandum inviato al Segretario di stato, William Rogers, il 28 ottobre 1970:

“Se il presidente dovesse chiedermi una ‘soluzione militare’ in Italia – scrive – sarei ragionevolmente certo di produrne una, e proverò a mantenere e migliorare la mia capacità di farlo. Tuttavia, considererei questo genere di soluzione una importante sconfitta dato che sono convinto che abbiamo la capacità di guidare e influenzare l’evoluzione politica italiana verso un risultato soddisfacente senza la necessità di questa misura estrema”.

Per vincere l’opposizione del Dipartimento di stato che è quello che detta la politica estera americana, si propone una soluzione di compromesso: un governo politico, composto da civili e non da militari, da imporre alla Nazione con il sostegno delle Forze armate.

Non conosciamo tutti i nomi dei componenti del governo che sarebbe sorto dopo il “golpe Borghese” se fosse riuscito, ma quelli di Giulio Andreotti, Giuseppe Pella, Matteo Matteotti indicano che avrebbero impresso una svolta autoritaria ma non totalitaria.

Lo dice in maniera esplicita lo stesso Junio Valerio Borghese nel proclama che avrebbe dovuto leggere alla Nazione:

“Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali; vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti.

Un governo politico era anche nelle previsioni di Randolfo Pacciardi ed Edgardo Sogno che, anni dopo, farà conoscere i nomi dell’esecutivo che aveva in mente di formare dopo il “golpe”.

È comprensibile che Francesco M. Biscione parli di “eversione” militare ma, a ben vedere, l’obbiettivo dei militari con aspirazioni golpiste era quello di rendere l’Italia un paese più affidabile per gli Stati Uniti restaurando l’ordine interno e neutralizzando il Partito comunista schierato in politica estera con l’Unione Sovietica.

Sono le Forze armate italiane il garante dell’ordine e del potere americano in Italia.

Non a caso Junio Valerio Borghese si riprometteva di inviare truppe italiane a combattere a fianco di quelle americane in Vietnam.

Volevano i “golpisti” fare dell’Italia l’alleato più sicuro ed affidabile per gli Stati Uniti nel Mediterraneo e rimproverano ai dirigenti politici, in particolare democristiani, la loro “debolezza” nei confronti del “nemico interno”, i comunisti.

Nella sua lucida analisi, Francesco M. Biscione colloca nell’anno 1970 l’inizio dell’”eversione” militare e ha ragione perché l’ambiente militare reagisce al fallimento dell’operazione che, iniziata nel mese di febbraio del 1969 a Roma doveva concludersi sempre nella Capitale il 14 dicembre dello stesso anno con i sanguinosi incidenti che avrebbero richiesto l’intervento nelle strade dell’Esercito e la conseguente proclamazione dello stato di emergenza da parte del presidente del Consiglio Mariano Rumor.

Con questo atto sarebbero state sospese per tre mesi le garanzie costituzionali e sciolte d’imperio tutte le formazioni extraparlamentari di destra e di sinistra.

In previsione di questa misura Pino Rauti rientra nel Msi giustificando questa decisione con la necessità di “aprire l’ombrello”, mentre per Avanguardia nazionale il problema non si poneva essendo ufficialmente inesistente per essersi sciolta nel 1965.

Il piano fallisce per la decisione di Mariano Rumor di vietare tutte le manifestazioni, presa il 13 dicembre 1969, e scatta la reazione che ha nel mirino gli esponenti della Democrazia cristiana, non tutti, ad esempio non Giulio Andreotti.

I militari non accettano di rendersi responsabili di una sconfitta scegliendo di darne la responsabilità ai politici pavidi, deboli, corrotti, traditori.

E quelli italiani non fanno eccezione.

Per queste ragioni prende corpo l’”eversione” militare a partire dal 1970, non prima.

La domanda che sorge dalla lettura del brillante libro di Francesco M. Biscione è una: per quale motivo sono falliti tutti i tentativi di golpe?

Incapacità dei dirigenti dei movimenti golpisti? Indecisione dei militari che avrebbero dovuto partecipare? Defezioni, ogni volta, all’ultimo istante?

O una “sceneggiata”, come afferma il professor Angelo Ventrone in un suo lucidissimo saggio?

Una gigantesca operazione di disinformazione diretta dallo Stato maggiore della difesa per logorare il Partito comunista, per piegarlo facendo balenare per quasi quattro anni la possibilità di spezzarlo?

I fatti ci dicono che la politica del “compromesso storico” proposta da Enrico Berlinguer nel mese di ottobre del 1973 e che, per poco, non gli costò la vita in Bulgaria in quello stesso mese, non fu il frutto di una libera scelta ma della necessità, ritenuta tale, dei dirigenti comunisti di sopravvivere come partito.

È la paura del golpe che trasforma il Pci da partito di opposizione a forza filo-governativa protesa a trovare, ad ogni costo, un accordo con la Democrazia cristiana.

È dal 1973 che inizia la marcia che porterà il Pci a “strappare” con Mosca nel 1979, a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, e che ne farà negli anni Ottanta un partito socialdemocratico che di comunista aveva solo il nome.

Se “sceneggiata” ci fu, come credo anch’io, essa ebbe successo e, dopo, contro il Pci, a partire non a caso dal 1975, entreranno in campo le Brigate rosse, Prima linea ed altre formazioni armate fino ad Autonomia operaia.

Ma questa è un’altra storia.

Torneremo sul libro di Francesco M. Biscione che, oltre ad una ricchissima documentazione, offre analisi tutte da considerare per la loro acutezza, così che, per ora, ci limitiamo ad invitare tutti coloro che amano la storia vera, non la propaganda, a leggerlo e trarne esempio.

 

Opera, 1 agosto 2022

One Comment
    • cirello
    • 1 Ottobre 2022

    sarebbe interessante un’analisi dell’attualità da parte di Vinciguerra, anche in un breve articolo. inoltre è un vero peccato aver perso tutti gli articoli del suo blog.

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