Liberalismo totalitario: il monito di Margaret Chase Smith

Liberalismo totalitario: il monito di Margaret Chase Smith

LIBERALISMO TOTALITARIO

Di Richard Widmann[1]

Margaret Chase Smith [foto] divenne membro della Camera dei Rappresentanti nel 1940, quando suo marito Clyde morì. Ella assolse quattro mandati alla Camera e poi, nel 1948, venne eletta al Senato degli Stati Uniti. È ricordata per essere stata la prima donna eletta in entrambe le Camere del Congresso. Ma Smith oggi è ricordata soprattutto per la sua spavalda presa di posizione contro Joseph McCarthy.

Nel discorso – ora famoso – di Smith del 1 Giugno 1950, conosciuto come “Declaration of Conscience” [Dichiarazione di coscienza], ella definì i principi fondamentali dell’americanismo nel modo seguente: il diritto di criticare, il diritto di avere convinzioni impopolari, il diritto di protestare, e il diritto all’indipendenza di pensiero. Aggiunse: “L’esercizio di questi diritti non dovrebbe costare a nessun singolo cittadino americano la propria reputazione o il diritto al proprio sostentamento né dovrebbe egli essere sottoposto al pericolo di perdere la propria reputazione o il proprio sostentamento solo perché conosce qualcuno che ha delle convinzioni impopolari”. Ella proseguì:

“Gli americani sono stufi e stanchi di aver paura di parlare liberamente per non essere bollati come “comunisti” o “fascisti” dai propri antagonisti. La libertà di parola in America non è più quella di una volta. Viene tanto abusata da alcuni da non essere esercitata da altri”.

Il pioniere del revisionismo storico Harry Elmer Barnes commentò al riguardo che “La senatrice Margaret Chase Smith ha accusato il senatore McCarthy di aver sciolto i Quattro Cavalieri della Calunnia: la Paura, l’Ignoranza, il Fanatismo e la Diffamazione”. Egli spiegò tuttavia nel suo “The Chickens of Interventionist Liberals have come home to Roost” [I polli liberali interventisti sono rientrati nel pollaio] che tali tecniche erano praticate da molto tempo da quelli che definì i “liberali totalitari”. Gli attacchi di principio notati da Barnes erano quelli contro tutti coloro che si opponevano all’ingresso americano nella seconda guerra mondiale. Barnes lamentò il fatto che persino l’iconico Franklin Roosevelt aveva calunniato gli anti-interventisti paragonandoli al traditore di guerra Benedict Arnold.

Il trascorrere di quasi 60 anni dal discorso di Smith e dalla replica di Barnes hanno visto una terribile erosione dei principi fondamentali che entrambi cercarono di difendere. Gli americani hanno sacrificato il loro diritto ad avere convinzioni impopolari sull’altare della correttezza politica. La liberta di parola è stata così abusata che molti oggi hanno paura di esercitarla.

I “liberali totalitari” e i “conservatori totalitari” presenti al Congresso sono lesti ad usare la paura, l’ignoranza, il fanatismo e la diffamazione contro quelli che hanno convinzioni impopolari. La calunnia viene usata non solo contro coloro che scrivono storie scomode della seconda guerra mondiale ma contro tutti coloro che non seguono le nuove linee di partito “ufficiali” della correttezza politica.

Certi argomenti, per la ricerca storica, sono diventati tabù. Il primo di questi è l’Olocausto. Questo argomento è diventato così politicamente saturo che la ricerca libera è proibita in molti paesi di tutto il mondo e i liberi pensatori e ricercatori subiscono incriminazioni, condanne al carcere e censure che ricordano più Torquemada che McCarthy.

Se qualunque analisi critica degli eventi riguardanti l’Olocausto viene proibita o semplicemente evitata, l’Olocausto stesso è al centro dell’uragano costituito oggi dal “totalitarismo liberale”. Il desiderio di trovare e insegnare le lezioni fornite dall’Olocausto è così forte che un punto fondamentale appare compromesso. La lezione dell’Olocausto si è evoluta al punto da suggerire che tutti i popoli di buona volontà devono prendere posizione contro ogni forma di intolleranza e di odio, ad ogni costo. Il venir meno di questo dovere permetterà agli Hitler del futuro – o anche del presente – di tornare al potere ancora una volta.

Questo messaggio viene però utilizzato per iniziare attacchi militari “preventivi”; attacchi che possono essere rivolti contro qualunque nazione considerata “nemica”. Saddam Hussein venne dipinto come un Hitler medio-orientale dedito al dominio della regione, alla fabbricazione di armi di distruzione di massa, al terrorismo contro il suo stesso popolo e persino all’uso di gas tossico. Nella primavera del 1991, nel bollettino mondiale del Simon Wiesenthal Center, Response, l’articolo in prima pagina sosteneva che i tedeschi stavano producendo Zyklon B in Iraq, e mostrava persino una foto della “camera a gas irachena fabbricata in Germania”. Anche se nessuno oggi prende per buone queste dicerie vergognose, il Simon Wiesenthal Center è al di sopra di ogni rimprovero da parte dei media tradizionali, a causa del rapporto di Wiesenthal con la narrativa dell’Olocausto.

Analoghe dicerie propagandistiche circolano oggi sulla Repubblica Islamica dell’Iran. Gran parte di esse riguardano il Presidente Mahmoud Ahmadinejad, che è diventato un bersaglio dell’odio a causa delle sue dichiarazioni bollate come “negazionismo dell’Olocausto”. Ahmadinejad comunque non è il solo. Di recente, il caso del Vescovo Richard Williamson ha provocato una tempesta mediatica perché il Papa aveva tolto la scomunica ad un Vescovo che non crede alla versione ortodossa dell’Olocausto.

Le persone diffamate da quelle organizzazioni, da quei media e da quegli individui che affermano di difendere la tolleranza sono arrivate a comprendere figure della scena politica e mediatica americana come Patrick Buchanan, Ron Paul e persino il giornalista della CNN Lou Dobbs, che conduce spesso trasmissioni contrarie all’immigrazione illegale.

La cosiddetta Anti-Defamation League ha diffamato i professori John Mearsheimer e Stephen Walt per aver pubblicato un libro critico nei confronti della Israel lobby degli Stati Uniti. L’ex Presidente Jimmy Carter è stato investito come antisemita per aver scritto un libro che identifica Israele come uno stato dedito all’apartheid. Persino autori ebrei come Tony Judt e Norman Finkelstein sono stati investiti per la loro “scorrettezza”.

Oggi, criticare la politica estera israeliana, scrivere in favore dei palestinesi e persino criticare gli eccessi dell’esercito israeliano possono venire tacciati di antisemitismo.

All’origine di queste diffamazioni c’è un travisamento e un abuso profondo della vera lezione dell’Olocausto. Se c’è una lezione da apprendere, dovrebbe essere quella della tolleranza. Ma una tale tolleranza dovrebbe estendersi a tutti i popoli e a tutte le idee. Limitare gli argomenti o le idee che possono essere discussi significa attuare un metodo totalitario poco dissimile, da un punto di vista metodologico, da quello di ogni altro regime totalitario – che sia nazista, fascista o comunista.

Le nazioni straniere, anche le nazioni nemiche, devono poter intraprendere la propria politica – e le loro relazioni con noi – mediante la diplomazia e non con la guerra. Gli argomenti scomodi, nel dibattito politico odierno, che vanno dall’immigrazione ai guai dei palestinesi al rapporto degli Stati Uniti con Israele, devono poter essere discussi senza paura di ritorsioni.

Infine, la storia scomoda – l’argomento che riguarda innanzitutto la nostra rivista – deve poter essere discussa, indagata e scritta senza paura di persecuzioni. Nella Germania di oggi, contestare certi aspetti dell’Olocausto – o persino pubblicare studi scientifici che divergono dalla posizione ortodossa – può essere catalogato come “odio razziale”e provocare condanne fino a cinque anni di prigione. Il governo tedesco è arrivato persino ad ordinare il rogo dell’antologia di testi revisionisti Grundlagen zur Zeitgeschichte[2].

Bruciare libri. Imprigionare quelli con cui siete in disaccordo. Compilare liste nere di individui in base alle loro idee. Il nuovo totalitarismo viene da entrambe le parti della scena poltica. Esso mostra la parte peggiore degli istinti umani. È un’idea agli antipodi dei veri valori dell’americanismo: il diritto di criticare, il diritto di avere convinzioni impopolari, il diritto di protestare, e il diritto all’indipendenza di pensiero. È la dimostrazione della totale e completa incapacità a comprendere la lezione più cruciale dell’Olocausto. È un’idea che sarebbe avversata anche da Harry Elmer Barnes e da Margaret Chase Smith.

L’articolo principale di questo numero di Inconvenient History, “The Prohibition of the Holocaust Denial” [La proibizione del negazionismo dell’Olocausto[3]] di Joseph Bellinger esamina la dimensione globale dell’aggressione legislativa contro la libertà intellettuale, mentre Paul Grubach esamina il procedimento giudiziario contro John Demjanjuk nel suo “The Nazi Extermination Camp of Sobibor in the Context of the Demjanjuk Case” [Il campo della morte di Sobibor nel contesto del caso Demjanjuk[4]]. Questi, e i restanti articoli e recensioni ribadiscono la nostra dedizione a fornire un forum a quegli autori che presentano opinioni dissenzienti in materia di storia, senza badare a quanto scomode tali opinioni possano essere per i potenti o per coloro che hanno scelto di abbarbicarsi alle versioni mitizzate della storia recente.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.inconvenienthistory.com/archive/2009/volume_1/number_2/totalitarian_liberalism.php
[2] Disponibile nell’edizione americana all’indirizzo seguente: http://vho.org/dl/ENG/dth.pdf
[3] Disponibile in traduzione italiana qui: https://www.andreacarancini.it/2009/11/la-proibizione-del-negazionismo/
[4] Disponibile in traduzione italiana qui: https://www.andreacarancini.it/2009/05/il-mito-di-sobibor-e-il-caso-demjanjuk/

One Comment
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