Carlo Mattogno: Il nuovo libro di Caroline Sturdy Colls su Treblinka: scoperte fittizie, omissioni e travisamenti

IL NUOVO LIBRO DI CAROLINE STURDY COLLS SU TREBLINKA:

SCOPERTE FITTIZIE, OMISSIONI E TRAVISAMENTI

Di Carlo Mattogno

 

Il nuovo libro di Caroline Sturdy Colls, dal titolo Finding Treblinka: Forensic and Archaeological Discoveries (Cornell University Press, Ithaca/London, 2026), ottimamente recensito da David Skrbina[1], conferma pienamente la vacuità delle ricerche dell’archeologa forense britannica, che avevo documentato dettagliatamente nella mia critica dei suoi scritti precedenti[2].

Nonostante l’impiego delle tecnologie più avanzate, esse appaiono superficiali e dilettantesche; quanto ai risultati, esse sono palesemente di gran lunga al di sotto di quelle condotte a Bełżec e a Sobibór dall’archeologo polacco Andrzej Kola con una semplice trivella a mano.

 

1) Presupposto falso

Questi risultati sono completamente inficiati da un gravissimo errore iniziale: Sturdy Colls presuppose che lo stato del terreno dell’ex campo, quando vi si recò nel 2010, per quanto riguarda la stratificazione del suolo, fosse identico a quello del 1943, quando i Tedeschi lo abbandonarono, ma ciò non corrisponde affatto alla realtà e lei lo sapeva perfettamente.

Il 6 novembre 1945 il giudice Z. Łukaszkiewicz redasse un “Verbale sull’attività giudiziaria svolta sul terreno nel corso delle indagini nel caso del campo della morte di Treblinka” relativo alla sua ispezione al campo. Egli descrisse come segue le sue osservazioni:

«L’intero terreno del campo è attualmente ricoperto di buchi, fosse e crateri (dołkami, dołami i lejami) di varie dimensioni. Si trovano dappertutto, perfino in luoghi coperti dal bosco, tuttavia sono raggruppati più fittamente nella collina descritta nel punto 2, dove in un’area di circa 2 ettari, ogni parte del terreno ne è letteralmente ricoperta. La profondità di alcuni crateri arriva a 7 metri, il diametro a 25 metri. Vicino ai crateri ci sono bombe d’aereo e proietti di artiglieria inesplosi, come pure numerose schegge. Il sindaco del villaggio di Wólka Okrąglik spiega che i buchi e le fosse sono stati fatti dalla popolazione locale alla ricerca di oro e gioielli, mentre i crateri sono stati provocati dallo scoppio di bombe d’aereo e di proietti ad opera di soldati dell’Armata Rossa, che erano di stanza presso la stazione ferroviaria di Kosów Lacki»[3].

Il 7 novembre 1945 si recò a Treblinka anche una rappresentanza della Commissione Centrale Storica Ebraica. Nel gennaio 1946 Rachel Auerbach, che ne aveva fatto parte, scrisse al riguardo:

«Ogni specie di rovistatori e predoni vengono qui a frotte, pale in mano. Scavano, cercano e saccheggiano; setacciano la sabbia, trascinano fuori dalla terra parti di cadaveri semidecomposti, ossa e rifiuti sparpagliati, nella speranza di scoprire alla fine una moneta o un dente d’oro. Questi sciacalli e iene umani si portano dietro proietti di artiglieria carichi e bombe inesplose. Ne fanno esplodere diverse insieme, producendo enormi crateri nel suolo dissacrato, insanguinato, che è mescolato alle ceneri degli Ebrei»[4].

In un articolo pubblicato nel 2008, Piotr Głuchowski e Marcin Kowalski descrissero la devastazione del terreno dell’ex campo di Treblinka, fin dal 1944, da parte di torme di scavatori che cercavano oggetti preziosi:

«Sciacalli in forma umana praticano buchi nel sacro suolo. Nell’autunno del 1944 a Treblinka apparvero di nuovo guardie ucraine e russe – questa volta però al servizio di Stalin. Col loro arrivo gli scavi paesani si trasformarono in un’industria. I Sovietici portarono dall’aeroporto situato a Ceranów, a 10 km di distanza, mine e proietti inesplosi. La carica fu interrata in una fossa comune, i Sovietici la fecero detonare, cadaveri di Ebrei volarono in aria. […]. L’area è stata scavata e frugata, le fosse sono profonde 10 metri, …»[5].

Sturdy Colls non ignorava questi fatti, anzi li conferma e li documenta ulteriormente. Vasilli  Kostikov, uno dei primi soldati sovietici che arrivarono a Treblinka, raccontò del lavoro di sminamento del terreno e disse che le mine «furono fatte esplodere sul posto». Queste attività furono confermate da Dominik Kucharek, Józef Kermisz e Martin K. A. Morgan (pp. 153-154). Ella ammette che «questi atti avrebbero senza dubbio causato considerevoli cambiamenti del territorio» (p. 153).

In relazione alle indagini di Łukaszkiewicz, ella rileva che «fu osservato che molte fosse caratterizzavano la “collina” summenzionata, alcune delle quali erano state prodotte da “bombe di aereo e proietti”, altre da “persone del posto che cercavano oro e oggetti di valore”» (pp. 167-168)

Ella  riferisce che «fu scavato il cratere identificato di una bomba, prima a 6 metri di profondità e poi a 7 metri» (p. 168) e conferma ciò che ho rilevato sopra: «Vari scavi si svolsero anche l’11 novembre all’interno di crateri visibili di bombe, il più grande dei quali aveva un diametro di 25 metri ed era profondo 6 metri» (p. 169).

Ancora all’inizio di aprile del 1947 rappresentanti della  Commissione Centrale Storica Ebraica  trovarono a Treblinka «buche profonde 10 metri» (p. 174).

Sturdy Colls accenna inoltre ad «aree di attività di saccheggio del dopoguerra» (p. 301) e alla «detonazione di una bomba» (p. 142), ma si lascia sfuggire anche ammissioni più gravi:

«Certo, i sondaggi geofisici che i miei collaboratori ed io intraprendemmo, rilevarono un significativo disturbo nell’intera estensione del sito, rendendo difficile a volte distinguere tra depositi dell’epoca e [successivi] dopo l’abbandono [del campo da parte dei Tedeschi]. Comunque, come vedremo, ciò non era impossibile» (p. 177), ma solo grazie ad interpretazioni puramente congetturali, come vedremo.

E ancora più esplicitamente:

«Il numero esatto delle fosse comuni che furono create in tutta l’area del campo è difficile da stabilire, specialmente a causa dal notevole disturbo e saccheggio del terreno che ebbe luogo a partire dalla fine del 1943» (p. 294)

È ovvio che, se ella avesse tenuto conto di tali attività di devastazione e di saccheggio, l’idea stessa di una indagine non invasiva sull’attuale terreno dell’ex campo di Treblinka, basata sulla presenza di semplici “anomalie” nella stratificazione del suolo, sarebbe apparsa insensata.

Una ricerca seria, mirante ad accertare la realtà e non a confermare l’ideologia, avrebbe considerato una tale indagine non già come fine a sé stessa, ma come mappatura preliminare delle anomalie del terreno in vista di una serie di scavi che avrebbero rivelato se queste anomalie erano riconducibili alle attività menzionate sopra o a oggetti reali (rovine di costruzioni e fosse comuni).

Ciò dimostra che già in partenza Sturdy Colls era perfettamente consapevole del fatto che le sue indagini non invasive non avrebbero potuto portare a nessuna scoperta reale e attesta conseguentemente il loro carattere di mera fiction olocaustica ambientata nell’ex campo di Treblinka, il cui scopo è fin troppo chiaro, anche se mai esplicitato nel libro.

Fin dal 2015 ella aveva infatti scritto che «la scoperta e la presentazione di prove fisiche dell’Olocausto deve svolgere un ruolo nel combattere il revisionismo e il negazionismo olocaustico in tutte le sue forme»[6]. E non importa se queste “prove fisiche” sono fittizie.

 

2) Metodologia fallace

A ciò ella aggiunge una metodologia fallace che consiste in un depistaggio sistematico mirante a considerare le sue vacue scoperte come elementi univocamente a favore della tesi del “campo di sterminio”.

Il ritrovamento di quantitativi molto esigui di ossa e di ceneri, di qualche cadavere intero, di (presunte) fosse comuni rappresentano per Sturdy Colls “tracce di sterminio”: «Perciò le tracce dello sterminio non sono scomparse» (p. 177).

Le suppellettili di ogni tipo trovate nel campo e accuratamente descritte nel capitolo 11, diventano le “tracce degli assassinati” (p. 308, titolo del capitolo in questione).

A p. 236 ella pubblica una fotografia dell’epoca che mostra «(in basso a destra) uno degli escavatori meccanici usato per scavare le fosse comuni ed esumare i cadaveri».

Un escavatore appare anche nella fotografia a p. 251, anche questo in riferimento al “campo della morte”.

Sturdy Colls sapeva bene che a Treblinka I c’era una enorme cava di sabbia, dato che ne parla spesso (p. 283, 294, 296, 297) e ne pubblica anche una sua fotografia del 2017 (p. 21). In un paio di pagine descrive anche il lavoro che vi veniva svolto (pp. 31-33), ma omette con grande attenzione di menzionare che esso era svolto appunto per mezzo di escavatori.

Nel libro su Treblinka, J. Graf ed io abbiamo documentato che la fornitura di sabbia era gestita dal “Sonderkommando Treblinka[7]. Soltanto dai due documenti da noi pubblicati[8] risultano forniture di 130 vagoni di sabbia, che non poteva certamente essere stata scavata e caricata a mano.

Per Sturdy Colls gli escavatori servivano invece esclusivamente per scavare fosse comuni ed esumare cadaveri.

Ma il tentativo di sviamento più insulso riguarda i ritrovamenti di oggetti nelle vicinanze dei presunti resti delle “camere a gas”, la realtà dei quali, come chiarirò subito, ella non ha affatto dimostrato, ma solo ipotizzato.

Ella afferma che Józef Kermisz, della Commissione Centrale Storica Ebraica, scrisse che egli e i suoi colleghi «trovarono i resti delle camere a gas, inclusi tubi, fili metallici e condutture che erano state fissate al soffitto e anche le mattonelle che erano usate per imitare un bagno» (p. 174).

Tuttavia, ciò che è in grado di mostrare sono solo due fotografie dell’epoca. La prima reca la seguente didascalia:

«Il sig. Zilberberg, il dott. Nachman Blumental, il dott.  Józef Kermisz e un uomo sconosciuto in piedi dietro un probabile tubo (a probable pipe)»! (p. 175, Figura 6.11A.).

Nell’altra fotografia si vede in primo piano ‒ sopra  una mattonella ‒ un tubo alla cui estremità è fissato un congegno che sembra molto simile al Saugkorb (griglia di aspirazione)  per pozzi ‒ sulla quale si è soffermato con grande acume Thomas Kues[9] ‒ pozzi che alimentavano, tra l’altro, le docce del campo, le quali ovviamente richiedevano anche tubature. Sturdy Colls stessa, a p. 186, fa riferimento a un tale dispositivo («filtri di aspirazione per pozzi»), ma senza alcun commento.

Ella spiega la fotografia summenzionata così:

«Una mattonella e un tubo che si crede provenga dalle camere a gas di Treblinka II, scoperti durante la seconda visita del dott. Józef Kermisz nell’aprile 1947».

Indi menziona  la nota richiesta di materiali del comandante del campo Eberl del 19 giugno 1942 («una serie di tubi di rame e di ferro, filo per saldatura, lampadari e lampadine e articoli elettrici») (pp. 185-186), ma la richiesta è molto più ampia ed è stata tradotta integralmente e adeguatamente commentata da Thomas Kues[10].

Sturdy Colls fa poi riferimento alla richiesta di Eberl del 26 giugno 1942, che riassume e interpreta come segue:

«In particolare, erano inclusi anche una morsa di piegatura (molto probabilmente per tubi) e vari articoli che potevano bene essere usati per mettere in moto un motore (cavi di accensione e ignizione, fili e una batteria da 12 volt); sebbene non si possa provare in modo definitivo, è possibile che questi potessero essere stati usati nelle camere a gas dove furono uccisi gli Ebrei inviati a Treblinka» (p. 186).

Una semplice allusione priva di fondamento che però evoca le “camere a gas”.

Sturdy Colls dimentica di riferire il fatto quantomeno strano che tutte le richieste di Eberl hanno l’intestazione “Betrifft: Arbeitslager Treblinka”, “Oggetto: campo di lavoro di Treblinka”[11].

Ella dà grande risalto al ritrovamento di alcuni frammenti di mattonelle ‒ 8 frammenti, senza dubbio i pezzi migliori, sono riprodotti nella fotografia a p. 263. Il fatto che essi furono ritrovati «durante gli scavi del 2013 nell’area delle Vecchie Camere a Gas» per lei conferisce ad essi un valore quasi probatorio, anche perché alcuni “testimoni oculari” delle “camere a gas” come Abraham Krzepicki, videro che «“il pavimento era ricoperto di mattonelle di terracotta arancioni”» (p. 254), ma ciò non significa nulla, perché anche i “testimoni oculari” delle “camere a vapore” videro il pavimento ricoperto di mattonelle:

«Il pavimento nelle camere è rivestito di mattonelle di terracotta che, quando vengono bagnate, diventano molto scivolose»[12].

In conclusione, nessuno degli oggetti invocati da Sturdy Colls si può riferire univocamente e necessariamente a “camere a gas” e a sterminio, ma tutti si conciliano perfettamente anche con la tesi del campo di transito, perciò non hanno alcun valore, neppure indiziario.

 

3) Il pretesto della legge ebraica

Per poter creare la sua ricerca di facciata, Sturdy Colls si appellò alla Halacha, che imponeva appunto un’attività “non invasiva”:

«La disposizione dell’Halacha (legge ebraica) che, nella maggior parte dei casi (under most circumstances), è proibito il disturbo del suolo sopra una tomba, significa che i metodi dell’archeologia convenzionale incentrati nello scavo apparivano in contrasto con la legge religiosa» (p. 11).

Sturdy Colls estese assurdamente questa norma rabbinica, che per sua stessa dichiarazione non ha valore assoluto («nella maggior parte dei casi») e riguarda solo  le tombe, anche ai manufatti,  col pretesto  che voleva evitare il «disturbo delle rovine»[13], o il «disturbo non necessario dell’area del memoriale dei resti sepolti» (p. 259).

Ma il suo libro dimostra che questo è solo un pretesto.

Sturdy Colls descrive infatti, in modo involontariamente illuminante, in un apposito paragrafo, le “Indagini dell’Istituto della Memoria Nazionale (IPN) e dell’Università di Medicina della Pomerania di Szczecin”:

«Nel novembre 2019 furono iniziate nel luogo di esecuzione, da parte dell’IPN, esumazioni come parte di una indagine presieduta dal Pubblico Ministero della sua sezione di Szczecin. Il lavoro era stato inizialmente programmato per il maggio 2019, ma le preoccupazioni sollevate dalla comunità ebraica per il suo carattere invasivo portò alla sua cancellazione. Quando alla fine l’indagine si svolse circa sei mesi dopo, furono comunque effettuati degli scavi, a mano e, a maggiore profondità, usando un escavatore meccanico (accompagnati da un sondaggio GPR a scala ridotta). L’IPN sostenne che dovevano probabilmente essere presenti i corpi delle vittime di vari gruppi e che la scoperta di resti umani (come parte di ricerche archeologiche precedenti) richiedeva un’indagine più dettagliata secondo la legge polacca (according to Polish law). […].  Durante i lavori fu presente un rappresentante della Commissione Rabbinica (alla quale mi unii su sua richiesta), ma ciò non limitò la scala degli scavi» (p.  141), ossia non riuscì ad imporre scavi “minimamente invasivi”.

Sturdy Colls fornisce al riguardo ulteriori informazioni: «Durante le indagini dell’IPN, furono anche esumate varie tombe individuali» (p. 144).

«Questa fossa fu riscavata nel 2019 accanto alle altre sei sospette fosse. Io fui presente durante questi scavi, potei osservare che i corpi che vi furono trovati erano tutti seppelliti in una bara [!], e due avevano corone metalliche poste sopra, i cui resti furono parimenti ricoperti» (p. 145).

Ella pubblica persino due proprie fotografie, che mostrano  «una fossa comune scoperta nel 2019 nel sito di esecuzione dagli archeologi che lavoravano per l’IPN» (p. 143) e «quattro delle sei tombe individuali scavate nel sito di esecuzione dagli archeologi che lavoravano per l’IPN» (p. 145).

Sturdy Colls menziona anche un’altra campagna di scavi invasivi:

«Tuttavia di recente è iniziato un nuovo progetto, diretto dall’Università della Scienza e della Tecnologia di Varsavia, nel corso del quale a Treblinka II vengono effettuati scavi su larga scala. Seguendo gli scavi altamente invasivi in altri siti olocaustici come Sobibór, …» (p. 352).

Se dunque il richiamo alla Halacha è un pretesto per quanto riguarda lo scavo di fosse comuni e le esumazioni, esso diventa ridicolo in relazione allo scavo di rovine murarie. Anche qui Sturdy Colls si contraddice da sola.

A Treblinka I c’era anche un “campo ebraico” (p. 55), perciò la Halacha dovrebbe valere anche per esso. Tuttavia Sturdy Colls vi fece eseguire ugualmente degli scavi, come quelli che riportarono alla luce i «resti del bunker di punizione» (p. 64); ma anche nel terreno del “campo di sterminio” fece effettuare uno «scavo in un’area che si riteneva avesse contenuto l’arsenale di Treblinka II» (p. 240, sua fotografia).

Nei suoi “Ringraziamenti” finali, Sturdy Colls menziona anzitutto il Museo di Treblinka, ma si rivolge anche al rabbinato polacco:

«Sono eccezionalmente grata anche per l’incondizionato sostegno del Rabbino Capo di Polonia Michael Schudrich e ai miei buoni amici e colleghi Alexander Schwartz e Agnieszka Nieradko della Fundacja Zapomniane [Fondazione Dimenticati] per i loro consigli riguardo alla Halacha e la loro esperta supervisione durante le mie campagne di ricerche sul campo» (p. 355).

Ma l’area dell’ex campo dipende dal Museo di Treblinka, e dunque dalle autorità polacche, o dal rabbinato polacco? La domanda è evidentemente retorica. Chi sceglie dunque di sottostare alla Halacha, si impone già in partenza dei limiti invalicabili nelle ricerche.

E la scelta di Sturdy Colls aveva appunto lo scopo di poter addurre un pretesto religioso che le impedisse di effettuare scavi non solo nell’area delle presunte fosse comuni, ma anche in quella delle presunte camere a gas.

Tutto ciò rende del tutto inconsistenti le indagini di Sturdy Colls e mostra ciò che sono in realtà: il tentativo di accreditare le testimonianze con indagini fittizie, le cui “conferme” archeologiche che rivendica a p. 344 («le scoperte archeologiche hanno confermato e  valorizzato le descrizioni fornite dai testimoni») sono fallaci e illusorie.

È noto che scavi altamente invasivi furono attuati dall’archeologo Andrzej Kola a Bełżec, dove riportò alla luce varie strutture, tra cui le rovine di una grande officina meccanica automobilistica[14]; ma anche a Sobibór gli archeologi dissotterrarono le fondamenta delle presunte “camere a gas”[15].

La decisione di non procedere come si era fatto senza alcuna difficoltà a Bełżec e a Sobibór dipendeva evidentemente dal fondato timore che eventuali scavi avrebbero vanificato le aspettative di Sturdy Colls sul ritrovamento delle rovine delle “camere a gas”: meglio ipotizzare che verificare! E ciò vale a maggior ragione per le fosse comuni, come chiarirò sotto.

 

4) Ritrovamenti fittizi riguardo alle “camere a gas”

Ella infatti, come ho già accennato, grazie al rilevamento LiDAR [Light Detection and Rancing], riscontrò delle semplici “anomalie” elettromagnetiche che interpretò come «disturbo del suolo»; con questo sistema realizzò una mappatura dell’area del campo di Treblinka nella quale individuò «la presenza di due depressioni  in un’area erbosa a sud-est dell’obelisco memoriale».

In quest’area effettuò un rilevamento Ground Penetrating Radar (GPR), che «rivelò resti strutturali che misuravano metri 22 x 15. In base alle dimensioni e all’orientamento di questi resti, sembrava probabile (it seemed likely) che potesse essere l’edificio delle Vecchie Camere a Gas. Fu registrata anche un’area di detriti (an area of debris) che misurava metri 44 x 20. Sembrava possibile (it seemed possible) che potessero essere i resti delle nuove camere a gas»[16].

Ma l’ipotesi che queste anomalie si riferissero alle vecchie e nuove “camere a gas” è metologicamente inconsistente e contraria alle testimonianze.

Fin dall’autunno del 1944, come ho rilevato sopra, erano stati portati al campo e fatti esplodere proietti di artiglieria e bombe d’aereo, che avevano costellato l’area del campo di crateri ‒ alcuni dei quali erano profondi 7 metri o 10 metri e avevano una circonferenza di 25 metri. Le fondamenta degli edifici in muratura furono sconquassate dalle esplosioni e mattoni, mattonelle, pezzi di tubi e frammenti di calcestruzzo volarono in tutte le direzioni. Quando poi l’area del campo fu livellata dai Polacchi e divenne come si presenta oggi, vi fu anche un rimescolamento di questi residui murari.

Con tali presupposti, l’aver riscontrato aree in cui si trovano qualche mattone, qualche mattonella e qualche frammento di calcestruzzo non significa ovviamente nulla.

Nel libro Sturdy Coll pretende di aver rilevato «la presenza di una struttura più o meno rettangolare che misura all’incirca m 22 x 15», e addirittura un «ampio elemento rettangolare visibile nei dati del georadar» (p. 276) che interpreta come nuove “camere a gas”.

Queste però sono palesi forzature, perché le immagini da lei pubblicate ‒ Figura 9.15 a p. 275 e soprattutto Figura 9.5 a p. 259 ‒, mostrano depressioni simili a crateri, dai contorni indefiniti, tendenzialmente rotondeggianti, ma non certo rettangolari.

Anche qui tutto è rimesso alle congetture: «questa struttura poteva essere plausibilmente (could plausibly be) le vecchie Camere a Gas» (p. 259); «… le posizioni di ciò che si crede che siano (are believed to be) le Nuove Camere a Gas» (p. 275).

Ma poi queste congetture si trasformano inspiegabilmente in certezze:

«La ricerca storica e archeologica intrapresa a Treblinka II tra il 2010 e il 2017 poté confermare per la prima volta l’esatta posizione delle Vecchie e delle Nuove Camere a Gas, rivelando importanti informazioni nuove sulla loro spazialità ed estetica» (p. 277).

Poiché le anomalie summenzionate non hanno una forma geometrica definita, meno che mai rettangolare, le dimensioni da lei dichiarate ‒ 44 x 20 metri e 22 x 15 ‒ non hanno alcun riscontro reale e sono puramente fittizie; per di più, come ho evidenziato nella mia critica, queste misure sono in contrasto con quelle ufficiali (a loro volta contrastanti):

 

Wiernik Goldfarb Arad Sturdy Colls
Vecchie camere m 15 x 5 m 15 x 4 o 12 x 5 m 12 x 4 m 22 x 15
Nuove camere m 49 x 16 m 36 x 14 m 40 x 10  o  20 x 18 m 44 x 20

 

 

5) Elusione del problema fondamentale delle “camere a vapore”

Nel mio studio sui campi dell’ “Azione Reinhardt” ho documentato che la storia delle camere a gas di Treblinka nacque dal lungo rapporto del 15 novembre 1942, redatto dal movimento di resistenza clandestino del ghetto di Varsavia, intitolato “Likwidacja żydowskiej Warszawy” (La liquidazione della Varsavia ebraica), che conteneva un dettagliato resoconto sul campo di Treblinka[17]. Vi era esposta una minuziosa descrizione del campo e dei due impianti di uccisione, denominati “casa della morte” (dom śmierci) n. 1 e 2. La prima, «secondo il rapporto di un testimone oculare», era una costruzione in muratura costituita da un corridoio, tre camere e una sala caldaie (kotłownia) collegata direttamente all’edificio. Lungo il lato nord di questa casa si estendeva un corridoio dal quale, attraverso porte, si poteva entrare nelle camere, che erano dotate di una porta esterna ribaltabile; all’esterno c’era una “rampa”, cioè una specie di ballatoio.

Il funzionamento dell’impianto viene spiegato così:

«All’interno della sala caldaie c’è una grossa caldaia per produrre vapore acqueo [wewnątrz kotłowni znajduje się duży kocioł do wytwarzania pary wodnej] e, attraverso tubi, che corrono lungo le camere della morte [a za pomocą rur, które przebiegają przez komory śmierci] e presentano un adeguato numero di fori, il vapore acqueo surriscaldato si sprigiona nelle camere [przegrzana para wodna wydostaje się na zewnątrz do komór]».

La “casa della morte” n. 2 era una struttura che misurava metri 40 x 15; la sua costruzione era cominciata verso la metà di agosto del 1942 e nella prima metà di settembre era quasi completata.

Al centro correva un corridoio largo 3 metri e su ogni lato c’erano 5 camere, alte 2 metri. La superficie di ogni camera era di circa 35 metri quadrati. L’impianto era provvisto di porte e “rampe” esterne simili a quelle della casa n. 1. Anche qui lo sterminio avveniva mediante vapore acqueo[18].

Nel libro citato ho dimostrato, coll’ausilio dei testi originali  polacchi e di varie piante del campo, che Jankiel Wiernik, nel suo famoso libretto A Year in Treblinka, pubblicato a New York nel 1944, plagiò spudoratamente il rapporto summenzionato, trasformando le “camere a vapore” in “camere a gas”[19]. Questo rapporto era stato illustrato dai resistenti del ghetto per mezzo di varie piante, che riportano la numerazione degli oggetti adottata nel testo[20].

Una di queste piante è quella pubblicata nel libro da Sturdy Colls (Figura 9.3., p. 252), che reca la seguente didascalia: «Un disegno dell’area del Campo della Morte che mostra le Vecchie e Nuove Camere a Gas, conservato all’Archivio Oneg Shabbat».

Nel testo, l’archeologa britannica scrive:

«In uno dei primi disegni conosciuti delle camere a gas nell’Archivio Oneg Shabbat (redatto all’inizio di settembre del 1942) un autore ignoto fornisce uno schizzo che mostra tre camere con una “kotłownia” (locale caldaia) nella parte posteriore (figura 9.3)» (pp. 250-251).

Dunque ella spaccia delle “camere a vapore” per “camere a gas”. In questa menzogna era stata preceduta da un personaggio ben più autorevole, Yitzhak Arad, il quale, nell’opera Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard Death Camps (Indiana University Press. Bloomington and Indianapolis, 1987, pp. 354-355), scrisse con riferimento al rapporto del 15 novembre 1942:

«Questo è il primo rapporto che contenga una descrizione esauriente del campo di sterminio di Treblinka. I fatti, per la maggior parte, sono reali. La loro fonte è costituita da evasi dal campo che giunsero al ghetto di Varsavia e resero la loro testimonianza per l’archivio Ringelblum e per i gruppi clandestini di resistenza ebraici del ghetto di Varsavia. Perciò questo rapporto è basato sulle descrizioni di testimoni che videro personalmente il processo di sterminio, che vissero al campo per giorni o settimane come detenuti, che furono impiegati in vari compiti e che riuscirono a fuggire».

Nel suo riassunto egli trasformò appunto le “camere a vapore” in “camere a gas”[21], ma di fatto  avallò come reale e attendibile la descrizione delle “camere a vapore”.

Nella pianta di Treblinka summenzionata, di cui nel mio libro ho pubblicato un ingrandimento[22],  la “casa della morte” n. 1 è denominata “Stare kąpieliska”, la n. 2 “Nowe kąpieliska”, ossia vecchi e nuovi stabilimenti dei bagni, che divennero poi, come dice  Sturdy Colls, le vecchie e nuove “camere a gas” ( “Alte Gaskammern” (Old Gas Chambers) e “Neue Gaskammern” (New Gas Chambers) (p. 246).

Le camere a vapore sono contrassegnate dalla lettera “K” (Komora). La casa n. 1 ha il numero 13 e le sue  tre camere a vapore  sono contrassegnate dal numero 14; 15a è la sala caldaie, 15 la “rampa”; la casa n. 2 è indicata dal numero 11 e il numero  10  designa il corridoio centrale.  Il cerchietto col numero 16 è spiegato come “studnia”, pozzo. Questa numerazione appare identica nel testo del rapporto del 15 novembre 1942. La descrizione del campo di Treblinka ivi contenuta,  come ho già accennato, è illustrata da varie piante. Una di queste appare nel libretto di Wiernik A Year in Treblinka, con identica numerazione: così la casa n. 1 ha i numeri 13 (edificio), 14 (tre camere) e 15a (la “sala caldaie” diventa per Wiernik il locale con il motore per la gasazione); la casa n. 2 presenta i numeri 11 (edificio) e 10 (corridoio centrale)[23].

Prima del libretto summenzionato, Wiernik aveva redatto un rapporto manoscritto di 3 pagine, intitolato “Relacje Żyda, uciekinieraz Treblinki, Janika Wiernika, zamieszkałego w Warszawy przy ul. Wołyńskiej 23, lat 53” (Rapporto di un Ebreo, evaso da Treblinka, Janik Wiernik, domiciliato a Varsavia, in via Wołyńska 23, 53 anni), nel quale, con riferimento alle “camere a gas”, aveva scritto:

«Sul soffitto una botola di sicurezza usata in caso di uccisione delle persone con cloro. Dopo avervi gettato un adeguato quantitativo di cloro, la botola si chiude ermeticamente»[24].

Nelle testimonianze successive, che si rifanno in massima parte a Wiernik, questa botola diventò una finestrella la cui funzione fu spiegata in modi contrastanti, una delle quali, menzionata  da Sturdy Colls, era di  «supervisionare la procedura di gasazione» (p. 250).

L’archeologa britannica cita il libretto di Wiernik A Year in Treblinka (p. 151 e 163) e riporta anche la pianta disegnata successivamente da questo “testimone”  (p. 212), diversa da quella che appare nel libretto summenzionato. Finge però di non notare che Wiernik, nel disegno delle “camere a gas”, aveva copiato quello delle “camere a vapore”, limitandosi semplicemente a cambiare i numeri dei vari locali[25].

Non solo, ma ella osa anche asserire che «il modello e la pianta del campo di Wiernik … sono generalmente considerati la rappresentazione più attendibile della sua struttura»! (p. 218).

Un altro testimone, celebrato anche dall’archeologa britannica, Abraham Isaak Goldfarb, plagiò a sua volta il plagio di Wiernik, come ho documentato nel mio libro[26]. Tutti gli altri testimoni che parlarono di gasazioni con i gas di combustione di un motore si ispirarono al racconto di Wiernik o di Goldfarb, ma la storia delle “camere a vapore” continuò ad essere ritenuta attendibile, anzi, la più attendibile, tanto da ricevere la sanzione ufficiale di verità storica al processo di Norimberga.

Nel rapporto del governo polacco sui crimini tedeschi in Polonia preparato per il processo di Norimberga e presentato dai Sovietici come documento URSS-93, riguardo a Treblinka si legge:

«Quando cominciò il processo di sterminio ebraico, Treblinka fu il primo campo in cui furono portati gli Ebrei. Essi furono uccisi in camere a gas mediante vapori e mediante corrente elettrica»[27].

La storia delle “camere a vapore” di Treblinka fu notoriamente oggetto di un altro rapporto ufficiale del Governo polacco. Esso descriveva come segue l’“Accusa n. 6” contro Hans Frank:

«Le autorità tedesche, che agivano sotto la responsabilità del governatore generale dott. Hans Frank, istituirono nel marzo 1942 il campo di sterminio di Treblinka, destinato all’uccisione in massa di Ebrei per mezzo del soffocamento in camere piene di vapore».

Sturdy Coll ignora completamente questi fatti e liquida questa fondamentale questione in poche insulse righe:

«Molte altre dicerie circolavano sull’uso di vapore e acqua calda per effettuare le uccisioni, soprattutto nella stampa sovietica, ma queste non furono mai verificate» (p. 288).

Ma che queste “dicerie” circolassero «soprattutto nella stampa sovietica» è falso (perché circolavano soprattutto nella stampa polacca e occidentale), mentre che «queste non furono mai verificate» è privo di senso, perché nessuna diceria, a cominciare da quella delle “camere a gas”, fu mai “verificata”.

E nella nota 43 a p. 424 ella scrive:

«Alcuni rapporti iniziali suggerivano che le gasazioni venivano eseguite con vapore acqueo, ma altri racconti contemporanei a questi suggerivano che all’epoca si usava già il motore».

Che cosa significa ciò? Che le presunte uccisioni furono eseguite col vapore e nello stesso tempo con i gas di scarico di un motore? Perché allora i rapporti iniziali menzionavano soltanto il vapore acqueo?

 

6) Omissioni e manipolazioni

All’epoca era molto diffusa ancora un’altra storia riguardo alla tecnica di sterminio a Treblinka: quella dell’aspirazione dell’aria dalle camere. Questa versione fu messa in circolazione dai testimoni interrogati dalla commissione di inchiesta sovietica e polacca (agosto-settembre 1944).

Il 24 agosto 1944 essa redasse il primo rapporto ufficiale sui campi di Treblinka I e II. Riguardo a Treblinka II, la commissione dichiarò:

«Dietro il “bagno” c’era una macchina che aspirava l’aria dal locale».

Sturdy Colls riassume in due pagine questo rapporto (pp. 151-152), menziona il “bagno” (“bania”), ma omette il riferimento alla macchina aspirante.

Il 15 settembre 1944 una Commissione sovietica e polacca stilò un «Protocollo di una indagine preliminare e di un’ispezione provvisoria nell’ex campo di concentramento “Tremblinka”» che riassumeva gli accertamenti eseguiti dalla giustizia militare sovietica. I metodi di uccisione furono descritti così:

«Dapprima vi si impiegò il metodo dell’aspirazione dell’aria dal locale per mezzo di un piccolo motore di automobile. Poi, in conseguenza del grosso numero dei condannati a morte, si cominciarono ad usare sostanze chimiche».

Riassumendo questo rapporto, Sturdy Colls tenta di avvalorare la tesi delle camere a gas, omettendo  i riferimenti all’aspirazione dell’aria e alle sostanze chimiche: per lei, il rapporto descriveva «come queste persone erano poi costrette a scendere dai treni, a spogliarsi e a “correre con le mani alzate in direzione dei bania [bagni, eufemismo per camere a gas]”» (p. 164).

Ella indica anche il documento originale (GARF, 7021/115/11, Protokol predvaritel’nogo sledstviya i osvedomleniya o byvshem kontsetratsionnom lagere “TREMBLINKA,”), di cui cita le pagine 43, 44 e 47 (note 61, 63-65 a p. 402), ma la p. 44, è anche quella in cui viene menzionato il pompaggio dell’aria!

Anche secondo il giornalista sovietico Vasilij Grossman,

«il secondo metodo adottato a Treblinka, quello usato più frequentemente, era il pompaggio dell’aria dalle camera per mezzo di pompe speciali [откачивание с помощью специальных насосов воздуха из камер / otkačivanie s pomoš’ju spetzial’nykh nasosov vozdukha iz kamer] – la morte cominciava per cause all’incirca simili all’avvelenamento da ossido di carbonio: le persone erano private dell’ossigeno»[28].

Sturdy Colls riassume in due pagine il libretto di Grossmann (The Treblinka Hell), menziona due volte le “camere a gas” ma anche qui omette il metodo indicato sopra (pp. 158-160).

Questa versione fu ripetuta anche da vari testimoni interrogati dal giudice Łukaszkiewicz alla fine del 1945. Ad esempio, Abe Kon, evocato come testimone anche da Caroline Sturdy Colls (p. 268), il  9 ottobre 1945 dichiarò che a Treblinka si uccideva estraendo l’aria dalle camere (przez wyciągania powietrza z komór[29].

Già il 22 agosto 1944 egli aveva affermato che «dietro al “bagno” c’era una macchina. Essa aspirava l’aria dalle camere. La gente  soffocava in 6 – 15 minuti»[30].

La storia dell’uccisione mediante gas di scarico di un motore non è dunque così semplice e lineare come vuole far credere Sturdy Colls.

Come gli storici olocaustici professionisti, ella presuppone a priori che tutte le testimonianze, per quanto assurde e contraddittorie, siano veritiere e indipendenti le une dalle altre, ma, essendo un’archeologa, le mette tutte insieme in un coacervo insensato, sebbene si escludano a vicenda. Ella pretende che i metodi di uccisione inventati dalla propaganda nera ebraico-polacca furono tutti reali, e li considera infatti «vari metodi di uccisione» (p. 292), «tecniche alternative» (p. 305) e «metodi diversi di uccisione» (p. 305).

Il meno che si possa dire, è che Sturdy Colls si mostra alquanto credulona e confusionaria, ma anche spregiudicata nell’uso delle fonti, fino al travisamento. L’esempio più eclatante riguarda Rudolf Höß. Ella scrive infatti che

«durante la sua visita a Treblinka, al Comandante del Campo di Auschwitz Birkenau, Rudolf Höß, fu detto che i motori non funzionavano sempre nel modo dovuto, sicché le vittime perdevano solo i sensi e dovevano essere fucilate» (p. 287).

La fonte (nota 71 a p. 431) è: «ITS, 1.1.2.0/82344521, note dell’ex comandante del campo Rudolf Höß».

“ITS” è la sigla di International Tracing Service, Bad Arolsen.

Dalla verifica risulta che il riferimento riguarda la trascrizione dattiloscritta delle famose “Annotazioni” (Aufzeichnungen) manoscritte redatte da Rudolf Höß nel carcere di Cracovia tra la fine del 1946 e l’inizio del 1947, ma il numero di codice è errato (esso si riferisce al documento NO-3666). Il numero corretto è 823446821. Nelle ultime tre righe di questa pagina comincia il racconto della presunta visita di Höss a Treblinka che continua in quella seguente.

L’intero passo si trova a p. 170 del libro Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. Herausgegeben von Martin Broszat. Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco, 1981, a p. 42-43 della traduzione curata da Steven Paskuly Death Dealer. The Memoirs of the SS Commandant at Auschwitz. Da Capo Press, 1996, e a p. 221 della traduzione di Constantine FitzGibbon Commandant of Auschwitz. The Autobiography of Rudolf Hoess. The World Publishing Company, Cleveland and New York, 1960.

Nella pagina citata da Sturdy Colls appaiono solo le frasi che seguono:

«A Treblinka vidi l’intero procedimento. Lì c’erano parecchie camere, che contenevano alcune centinaia di persone, costruite direttamente presso il binario ferroviario. Su una rampa…».

«In Treblinka sah ich den gesamten Vorgang. Es waren dort mehrere Kammern, einige Hundert Personen fassend, unmittelbar am Bahngleise erbaut. Über eine Rampe».

Nella pagina corrispondente al numero di codice 823446822[31] il testo continua così:

«(Su una rampa) all’ altezza del vagone gli Ebrei, ancora vestiti, andavano direttamente nelle camere. In una sala motori  costruita accanto si trovavano vari motori   di autocarri piuttosto grossi e di carri armati, che furono messi in moto».

«(Über eine Rampe) in Höhe der Waggons gingen die Juden direkt – noch bekleidet – in die Kammern. In einem daneben erbauten Motorenraum befanden sich verschiedene Motoren größerer Lastwagen und Panzern, die angeworfen wurden».

Dunque per Höss le «camere a gas», che a suo dire funzionavano con «vari motori», anche di «carri armati» (entrambi i dati sono contrari alla narrazione olocaustica) si trovavano accanto al binario ferroviario, tanto vicino che le vittime vi entravano direttamente dai vagoni, dunque nell’Auffanglager (campo di ricezione), mentre invece si dovevano trovare all’altro capo del campo, nel Totenlager!  Sturdy Colls omette intenzionalmente questa assurdità, che da sola rende risibile la “testimonianza” di Höß su Treblinka. E omette anche un dato ancora più assurdo, ossia la pretesa di  Höß di aver visitato Treblinka nel 1941 o (contraddittoriamente) nella primavera del 1942, quando ancora non esisteva![32].

In precedenza ella aveva dichiarato, falsamente, che Höß era stato a Treblinka nel 1943:

«Infatti una testimonianza scritta da  Rudolf Höß, il comandante del campo di Auschwitz-Birkenau, diceva che questa era una pratica comune[33] quando egli visitò il campo nel 1943 (Note dell’ex comandante del campo Rudolf  Höß, 1.1.2.0/ 82344521, ITS Archivio Digitale,  USHMM)»[34].

Qui Sturdy Colls adduce lo stesso riferimento errato, il numero di codice 82344521.

Può darsi che ella sbagliò la prima volta e riprese inavvertitamente l’errore la seconda volta. Sta di fatto, però, che quest’errore per lei è molto utile, perché impedisce al lettore che non abbia una buona dimestichezza con le dichiarazioni di Höß di verificare il testo originale e di scoprire le sciocche manipolazioni che ho segnalato.

D’altra parte, per quale ragione ella, che è appunto un’archeologa, non una storica, addusse un riferimento così specialistico invece citare una traduzione in inglese delle “Annotazioni” di Höß, come quella di FitzGibbon o di Paskuly?

Le manipolazioni di Sturdy Colls sono dunque evidenti e innegabili.

 

7) Argomenti pseudoscientifici: monossido di carbonio e camere a gas

David Skrbina si è soffermato sulla inefficacia di una gasazione con un motore Diesel. Fin dal 1994 l’ingegnere Friedrich Paul Berg  dimostrò, come riassunse lapidariamente nel titolo del suo articolo, che tale motore è «Ideal for Torture -Absurd for Murder»[35].

La questione è importante anche per un altro aspetto. Sturdy Colls ha scritto:

«Sebbene allora sembrasse molto probabile che il materiale murario scoperto appartenesse alle Vecchie Camere a Gas, dei campioni di esso furono mandati all’Università Nicola Copernico di Toruń per ulteriori analisi. La spettroscopia di desorbimento termico (TDS) che misura l’assorbimento di molecole in una superficie, rivelò che i mattoni e la malta avevano un tasso di emissione di monossido di carbonio più alto rispetto ai campioni di riferimento analizzati, il che “può indicare la presenza di CO [monossido di carbonio] chimicamente legato”, a differenza del monossido di carbonio assorbito dall’ambiente. Perciò può indicare l’esposizione al monossido di carbonio, in accordo con le descrizioni fornite da testimoni su come funzionavano le camere a gas» (p. 261 e 263).

Nella relativa nota (78 a p. 426) ella fornisce questo riferimento:

«Uniwersytet Mikołaja Kopernika w Toruniu, “Badania Konserwatorskie Ceglanych i Betonowych Obiektów z Dawnego Obozu Pracy I Zagłady w Treblince,” rapporto inedito, 2013; Caroline Sturdy Colls e Kevin Colls, Finding Treblinka: Archaeological Evaluation, Project no. P13-02 (Centre of Archaeology, Staffordshire University, 2013), 22 e appendice 3».

La questione è stata trattata in modo esaustivo, dal punto di vista chimico, da Germar Rudolf in un articolo molto tecnico[36]. Al riguardo si può fare riferimento più semplicemente alla risposta dell’Intelligenza Artificiale di Google alla domanda se il monossido di carbonio può essere assorbito da materiali edili:

«Il monossido di carbonio (CO) non viene assorbito o trattenuto in modo significativo da un comune mattone in laterizio o pietra. I materiali edili porosi possono lasciar passare i gas attraverso i loro pori o micro-fessure se vi è una pressione o una spinta d’aria, ma non hanno proprietà chimiche in grado di catturare o assorbire il monossido di carbonio. […].

Comportamento del CO: Il monossido di carbonio è un gas estremamente volatile, incolore e inodore. Tende a mescolarsi con l’aria e a diffondersi negli ambienti senza legarsi alle pareti o ai componenti strutturali in terracotta».

E la risposta alla domanda se il monossido di carbonio che entri a contatto con materiali edili può formare composti chimicamente legati, è:

«In condizioni ambientali normali, il monossido di carbonio (CO) non reagisce e non forma legami chimici stabili con i comuni materiali edili (come calcestruzzo, mattoni, intonaci o pietre)».

L’ultima domanda, se la Spettroscopia di desorbimento termico (Thermal Desorption Spectroscopy) può individuare monossido di carbonio che è stato a contatto con materiale edile 70 anni prima, riceve questa risposta:

«No, la Spettroscopia di desorbimento termico (TDS) non può individuare il monossido di carbonio (CO) che è stato a contatto con un materiale edile 70 anni prima.

Sebbene la TDS sia una tecnica analitica estremamente sensibile, ci sono motivi chimico-fisici insormontabili che rendono impossibile questo tipo di rilevazione retroattiva a così lungo termine.

Il monossido di carbonio è una molecola stabile nell’aria ma, nel corso di 70 anni, le frazioni infinitesimali eventualmente intrappolate andrebbero incontro a processi di ossidazione (trasformandosi in biossido di carbonio, CO2), a causa dell’azione dell’ossigeno atmosferico, dell’umidità, della luce ultravioletta o dell’attività batterica superficiale.

Cosa fa invece la TDS? La Spettroscopia di desorbimento termico (TDS) serve a riscaldare un campione in condizioni controllate (spesso sotto vuoto ultra-spinto) per misurare i gas che si liberano in quel preciso momento. Viene usata nella scienza dei materiali per studiare l’assorbimento dell’idrogeno nei metalli o i contaminanti superficiali freschi, ma non può fungere da “scatola nera” storica per gas volatili entrati in contatto con il materiale nel secolo scorso».

Bisogna dunque sottoscrivere pienamente ciò che ha rilevato al riguardo Germar Rudolf nell’ articolo summenzionato:

«Io dubito perfino che questo sia ciò che i ricercatori dell’Università Nicola Copernico affermano nel loro rapporto inedito. La dottoressa Sturdy Colls può aver frainteso ciò che essi hanno detto».

Ciò è confermato da vari fatti. Anzitutto l’Università Nicola Copernico ha effettuato una “Indagine conoscitiva di mattoni e oggetti di calcestruzzo dell’ex campo di lavoro e di sterminio di Treblinka”, dunque non si trattava di una sorta di perizia sul contenuto di CO di questi oggetti, come vuole far credere Sturdy Colls.

Il rilevamento di CO nei materiali suddetti non è mai stato menzionato né dal Museo di Treblinka, né da alcuno storico polacco, i quali non si sarebbero certo lasciati sfuggire questa “conferma” chimica delle “camere a gas” di Treblinka.

Sebbene l’indagine summenzionata risalga al 2013, nei tredici anni successivi essa non è mai stata pubblicata né in polacco, né in un’altra lingua, e non ne sono apparsi neppure stralci o citazioni.

Ciò è molto strano se essa contiene realmente una “scoperta” così sensazionale.

Perfino l’archeologa britannica, in un’opera di 480 pagine si limita a citarne una mezza frase (“può indicare la presenza di CO [monossido di carbonio] chimicamente legato”, che, come ho mostrato sopra, non ha senso.

 

8) Fosse comuni puramente congetturali

Il problema della individuazione delle fosse comuni di Treblinka è un altro aspetto fondamentale che dimostra la totale insulsaggine delle indagini di Sturdy Colls.

Prima di affrontare questo tema, bisogna chiarire un punto fondamentale. Il fatto che a Treblinka (ma anche a Bełżec, a Sobibór e a Chełmno) furono trovate ossa e ceneri umane, significa soltanto che vi perirono e vi furono cremati dei deportati, cosa che non è mai stata contestata da alcun revisionista serio.  Ma ciò che fa la differenza essenziale tra un campo di sterminio e un campo di transito è l’ordine di grandezza dei decessi e dei ritrovamenti. In tutti i campi di lavoro e di concentramento tedeschi vi furono vittime, anche a Treblinka I, ma questo fatto non li rende certamente dei campi di sterminio. L’aver ritrovato «frammenti ossei» (p. 304) e  «“grandi quantità di ceneri miste a sabbia”» (p. 300) non ha alcun significato particolare, perché non si tratta di frammenti delle ossa di centinaia di migliaia di cadaveri, né di migliaia di tonnellate di ceneri umane[37].

Sturdy Colls documenta fotograficamente la presenza di una decina di cadaveri e di 5 o 6 teschi (p. 124), di 3 o 4 teschi e una decina di ossa (p. 168), di un teschio e alcune ossa (p. 178) e accenna a corpi umani o tessuti in decomposizione (p. 171, 183, 205, 297). E questi sono tutti i “ritrovamenti”.

Nel libro l’archeologa britannica riassume scialbamente ciò che aveva già scritto in precedenza, ma con la pretesa di presentare «una versione ampliata di questa ricerca, prendendo in considerazione le fonti recentemente disponibili che emersero dopo la conclusione dei lavori sul terreno» (p. 292).

In realtà l’esposizione è più limitata, perché prima ella aveva “individuato” 11 fosse comuni, i cui contorni aveva disegnato nell’area del campo[38] e che ho riassunto come segue:

 

Treblinka I Treblinka II
dimensioni area m2 dimensioni area m2 mia numerazione numerazione di C. Sturdy

Colls

7,4 x 6,5 48,1 34 x 12 408 3 G 50
9,2 x 6 55,2 19 x 12 228 5 G 51
19,2 x 17,6 337,9 22 x 15 330 2 G 52
18 x 7 126 5 G 53
20,8 x 14 291 4 G 54
26 x 17 442 1 ?
10 x  ?  ? ? ?
totale 441,2 totale 1825

 

Di queste 11 fosse comuni, l’archeologa britannica fornì le dimensioni complete solo di 6; per una menzionò solo la lunghezza di un lato (10 metri). Le restanti 5, di cui non indicò le dimensioni (inclusa quella con lato di 10 metri), mediamente non erano più grandi della fossa n. 4, sicché per tutte e 5 si può assumere una superficie di (160 x 5 =) 800 m2; la superficie totale è pertanto di circa (1825 + 800 =) 2.625 o in cifra tonda circa 2.600 m2.

Nel libro Sturdy Colls riporta tre mappe nelle quali è indicata la posizione delle varie fosse comuni con la relativa denominazione (p. 222), ossia: G1, G4, G4, G32, G36, G38, G50, G 51, G52, G53, G54. Le fosse sono sempre 11, ma G4 è attribuito a due fosse separate. Inoltre ella chiarisce che la fossa G38 probabilmente apparteneva al “lazaretto”, dunque non era una fossa comune.

Ella indica chiaramente, con  le relative dimensioni, solo le fosse G50-G50 (p. 303), e ne pubblica le immagini GPR (p. 303), ma qui appaiono cinque figure dai contorni bizzarri che non hanno una forma geometrica definita, meno che mai quella rettagolare, perciò interpretarle come rettangoli delle dimensioni summenzionate non è solo abusivo, ma anche ridicolo.

Il suo commento è oltremodo discutibile:

«Sebbene si possa argomentare che esse potrebbero rappresentare aree di attività di saccheggio del dopoguerra, la loro linearità suggerisce che precedettero tali azioni anche se poi ne furono interessate» (p. 301).

Ma la posizione stessa, alla rinfusa, senza alcun ordine, e la forma stramba e unica di queste “anomalie” convalidano l’ipotesi di scavi contigui ed escludono quella delle fosse comuni.

Eventualmente le attività di scavo avrebbero ampliato da ogni lato i contorni delle fosse originarie, che erano ovviamente geometriche, sicché queste sarebbero state molto più piccole di quanto è indicato nelle immagini GPR.

Per di più, come ho anticipato sopra, l’archeologa britannica ammette che è difficile accertare il numero esatto delle fosse comuni a causa delle attività di saccheggio che furono effettuate nell’area del campo.

Tuttavia queste sono discussioni puramente teoriche, perché Sturdy Colls dichiara esplicitamente che «senza un’attività invasiva non è possibile determinare in modo definitivo la natura di queste fosse» (p. 304), infirmando in tal modo il valore archeologico e storico delle sue “scoperte”.

Per quanto riguarda l’ubicazione delle fosse comuni, Sturdy Colls presenta «una planimetria di Treblinka II che mostra lo sviluppo del campo nelle fasi 2-5» (p. 215).

Essa presenta tre grandi aree di “fosse comuni” nella parte sud del campo, denominate una 29 e due 30 (questo numero è attribuito a due aree). In base alla scala del disegno, queste aree misurano:

– 29: circa m 50 x 35 = 1.750 metri quadrati

– 30(a): circa m 110 x 40 = 4.400 metri quadrati

– 30(b): circa m 126 x 90 = 11.250 metri quadrati,

complessivamente 17.400 metri quadrati.

Ma le 11 fosse da lei pretesamente individuate hanno una superficie complessiva di circa 2.600 metri quadrati, il che significa che le aree summenzionate sono puramente immaginarie.

Queste 11 presunte fosse comuni sono per di più in contraddizione con le dichiarazioni dei testimoni sia per numero, sia per dimensioni, sia per posizione.

Nella pianta di Treblinka redatta dagli inquirenti dell’Armata Rossa in base alla testimonianza del soldato di Trawniki Sergei Vasilenko appaiono 3 fosse rotonde nel settore delle “camere a gas” (p. 219), così pure nella pianta di Nikolai Skakodub (p. 272), mentre in quella di Philipp (Pylyp) Levchyshyn le fosse sono sempre tre, di forma vagamente ellittica, con contorni incerti.

«L’uomo di Trawniki Fedor Fedorenko dichiarò che le fosse situate a 200 metri dalle camere a gas misuravano metri 80 x 20 [dunque erano rettangolari], mentre la sentinella suo camerata Nikolai Senik suggerisce che c’erano fosse che avevano un diametro di 30-40 metri [dunque erano rotonde]» (p. 294). Il modello del campo realizzato dal Museo di Treblinka presenta 3 fosse comuni rettangolari (p. 249, Figura 9.1). La pianta usata nei processi tedeschi mostra invece 4 fosse comuni rettangolari (p. 218).

Nel mio libro ho riportato le dichiarazioni di alcuni testimoni sulle fosse comuni[39]. Jankiel Wiernik parlò di fosse (senza indicarne il numero) di metri 100 x 25 x 15 di profondità.

Secondo Elias Rosenberg, le fosse misuravano m 120 x 15 x 6.

Chil Rajchman menzionò 11 fosse, lunghe circa 50 metri, larghe circa 30 e profonde l’equivalente di un edificio di quattro piani. Nell’undicesima, una delle più grandi, si trovavano circa 250.000 cadaveri.

 

9) Omissioni gravissime sui temi essenziali

Sturdy Colls non si pone neppure il problema di come i corpi di 800.000 o addirittura 1.000.000 di vittime (p. 150) potessero entrare nelle 11 fosse da lei pretesamente individuate. Ella cerca subito di eludere il problema affermando che la strumentazione a sua disposizione permetteva di effettuare rilevamenti solo fino a 4 metri di profondità (p. 301), perciò il volume delle fosse resta indeterminato. Tuttavia, come ha rilevato David Skrbina nella sua recensione, «scanner ad alta frequenza sono limitati a forse 4 o 5 metri, unità a frequenza più bassa possono andare molto più giù, a 30 metri o più. Sturdy Colls, con i suoi ricchi sponsor, non si poteva permettere lo scanner appropriato?».

Dalle relative ricerche archeologiche risulta che la profondità media delle fosse comuni di Bełżec era di circa 3,60 metri, quella delle fosse più profonde di Sobibór di circa 4,60. A Treblinka  la profondità delle fosse (crateri) riscontrata dal giudice Łukaszkiewicz fu di 7-7,5 metri, ma l’archeologa britannica  ha  osservato che le presunte camere a gas erano state seppellite  «sotto quasi un metro di sabbia»[40]  e ha attribuito a ciò il fatto che il campo era apparentemente scomparso; anche a Bełżec e a Sobibór i ritrovamenti furono effettuati scavando nel terreno, perciò anche essi furono ricoperti di uno strato di sabbia. Questo strato falsa palesemente la misurazione  della profondità delle fosse comuni. Inoltre il suolo di Treblinka non era livellato, ma completamente sconnesso, pieno di crateri, di buche e di collinette, perciò la misurazione di Łukaszkiewicz non rispecchia lo stato originario del suolo. Ho assunto pertanto la profondità di 6 metri (capienza utile), quasi identica a quella massima attribuita alle fosse di Sobibór (5,8 metri) e, per quanto ciò possa valere, identica a quella dichiarata da E. Rosenberg. Ciò corrisponde a una profondità di (6 + 1 + 0,5[41]  = ) 7,5 metri dalla superficie attuale del terreno.

Si può dunque assumere ragionevolmente che il volume effettivo delle 11 fosse comuni presuntamente individuate dall’archeologa britannica è al massimo di (2600 x 6 =) 15.600 metri cubi.

Un altro problema completamente eluso da Sturdy Colls è il numero di cadaveri che potevano entrare in un metro cubo di fossa comune.

Nel capitolo V, dove si occupa in modo molto dettagliato di Treblinka I, il campo di lavoro, ella menziona 59 fosse comuni di metri 10 x 5 x 2-2,5 di profondità (p. 117), con una superficie totale di 2.900 metri quadrati e un volume di 7.250 metri cubi, nelle quali erano stati seppelliti un massimo di 12.000 cadaveri (p. 120), ossia meno di 2 cadaveri per metro cubo. Il primo strato di cadaveri si trovava sotto uno strato di 50 cm di sabbia (p. 117, 120, 121, 125), misura che deve essere sottratta a quella della profondità delle fosse dalla superficie del suolo per ottenere la capienza effettiva.

Se si considera che a Treblinka I il seppellimento di 12.000 cadaveri richiese un volume di fosse di 7.250 metri cubi, risulta assurdo che 800.000 o 1.000.000 fossero stati inumati in 15.600 metri cubi,  il che significherebbe una densità di 51-64 corpi per metro cubo!

Negli studi sui campi di Bełżec, Sobibór e Treblinka[42] avevo considerato una densità massima di 8 corpi per metro cubo, spiegandone le motivazioni, ma nel libro sui campi Reinhardt, per addurre una dimostrazione a fortiori, ne ho assunti 10[43].

Ne consegue che i 15.600 metri cubi delle presunte fosse comuni di Sturdy Colls avrebbero potuto contenere al massimo (15600 x 10 =) 156.000 cadaveri: e dove sarebbero stati messi i restanti (800000 – 156000 =) 644.000 o (1000000 – 156000 =) 844.000?

L’archeologa britannica elude allo stesso modo l’altra questione fondamentale, quella della cremazione di 800.000 o 1.000.000 di cadaveri.

Ella evidenzia, sulla base di studi forensi, la difficoltà di una cremazione completa, che può avvenire solo in un forno crematorio a temperature di circa 870-980°C  (p. 299), ma non ne trae alcuna conclusione. Afferma che la cremazione avvenne su 5 o 6 griglie di metri 10 x 4 (p. 295), che bruciavano 1000 cadaveri ciascuna in 5 ore (p. 295), oppure 3.000 (p. 296); menziona una Feuerkolonne (squadra addetta all’arsione) e una Aschkolonne (squadra addetta alle ceneri) (p. 296). Ma liquida sbrigativamente la questione della cremazione vera e propria in qualche riga:

«furono eseguiti esperimenti coll’uso di petrolio greggio ed altri acceleranti e furono sviluppate altre tecniche, come il porre le donne sul fondo delle pile di corpi (perché bruciano più rapidamente» (p. 296), il che è una solenne scemenza, molto in voga tra i testimoni più grossolani.

Sturdy Colls non nomina affatto la Waldkolonne (o Waldkommando), la squadra di detenuti incaricata di tagliare la legna nelle foreste circostanti per la cremazione dei cadaveri e non menziona mai neppure la legna, il combustibile essenziale delle cremazioni.

Queste omissioni hanno una logica ben precisa, in quanto mirano ad eludere un’altra domanda fondamentale per la storia del “campo di sterminio”: quanta legna era necessaria per la cremazione di un cadavere? E dove fu tagliata?

Nel mio libro più volte citato, in base a vari dati sperimentali e al peso dei cadaveri esumati proposto dal blogger Roberto Muehlenkamp (18,95 kg)[44], ho calcolato un consumo di circa 134 kg di legna secca e di circa 255 di legna verde[45] per ogni cadavere. Ciò corrisponde a un rapporto di (255 : 134 =) 7, valido anche per la legna secca (134 : 18,95 =) 7, ossia 7 kg di legna per ogni kg di corpo. Dagli esperimenti forensi eseguiti nel 2018 da ricercatori della Scuola di Ingegneria Civile dell’Università di Queensland a Brisbane, in Australia, risultò che la cremazione su rogo di carcasse fresche di maiali (considerate molto simili ai corpi umani),

«in condizioni ideali (carcasse più piccole e apporto continuo di combustibile) è necessario un minimo di 5 volte il peso del corpo con legna secca per ottenere almeno la distruzione completa di tutta la sostanza organica (<10%)»[46].

Da notare che un corpo  esumato dopo mesi di permanenza nel terreno ha perso la massima parte del suo potere combustibile (grasso e proteine), che deve essere compensato da un maggiore apporto di calore dall’esterno[47], sicché il rapporto summenzionato di 7:1 si può considerare più che attendibile, dunque è valido anche il consumo relativo alla legna verde di 255 kg, o 0,255 tonnellate[48].

Ne consegue che la cremazione dei presunti cadaveri di Treblinka avrebbe richiesto (800.000~1.000.000 x 0,255 =) 204.000 o 255.000 tonnellate di legna verde.

Il problema ulteriore è: chi, dove e quando avrebbe tagliato (e trasportato al campo) questi immensi quantitativi di legna?

Le risposte che si traggono dalla letteratura olocaustica sono queste:

1) Secondo Chris Webb e Michal Chocholatý, l’ Holzfällerkommando (Kommando dei taglialegna) era «piccolo per numero, probabilmente soltanto qualche dozzina di prigionieri»[49], tuttavia, in base al numero massimo di detenuti attribuito a Sobibór, ho assunto, caritativamente, una forza di 100 persone.

2) La legna fu tagliata nei boschi intorno al campo.

3) La cremazione dei cadaveri durò dall’aprile al luglio 1943, circa 122 giorni, e questo è anche il periodo del taglio della legna.

Da documenti tedeschi sul taglio della legna nelle foreste risulta che la capacità di un prigioniero di guerra, equiparabile a quella di un detenuto del Waldkommando di Treblinka, era di circa 0,63 tonnellate al giorno[50], ossia, per 100 detenuti, 63 tonnellate al giorno.

Per tagliare le 204.000 o 255.000 tonnellate di legna necessarie per cremare le presunte vittime delle “camere a gas”, il Waldkommando avrebbe dunque impiegato (204000~255000: 63 =) 2.238~4047 giorni, contro i 122 disponibili!

Ma non basta. La documentazione del “Regierung des Generalgouvernements Hauptabteilung Forsten” (Governo del Governatorato generale Sezione principale Foreste) mostra che, nell’intero distretto di Varsavia, nel 1943, fino al 21 gennaio 1944, erano state tagliate circa 168.500 tonnellate di legna, di cui erano state portate via circa 81.800 tonnellate[51].

Perciò in quattro mesi del 1943, il Waldkommando di Treblinka avrebbe dovuto tagliare da solo nei dintorni del campo e trasportare all’interno del campo 204.000 o 255.000 tonnellate di legna, mentre il quantitativo di legna tagliata in tutto il distretto di Varsavia e in tutto l’anno fu di 168.500 tonnellate e quella trasportata di 81.800 tonnellate!

L’ultima questione, anch’essa sempre ignorata dalla storiografia olocaustica, riguarda le condizioni meteorologiche, essendo ovvio che la pioggia può influire in modo determinante su cremazioni all’aperto.

Orbene, a Treblinka la cremazione si svolse, come ho già accennato, dall’aprile al luglio 1943, in 122 giorni e ogni giorno furono cremati in media (800000~1000000 : 122 =) 6.557~8196 cadaveri  su un massimo di 6 griglie di metri 10 x 4 = 40 metri quadrati, complessivamente 240 metri quadrati. In questo periodo la stazione meteorologica di Ostrów Mazowiecka, che si trovava in linea d’aria a circa 20 km a NNE del campo, registrò 49 giorni di pioggia più o meno intensa: in aprile caddero 27,5 millimetri di pioggia, in maggio 20,2, in giugno 65,3 e in luglio 167,1, complessivamente 280,1[52]. Ciò significa 280 litri di pioggia su ogni metro quadrato di griglia di cremazione, perciò le 6 griglie summenzionate avrebbero ricevuto complessivamente (280 x 240 =) 67.200 litri di pioggia. Ciò non avrebbe certo facilitato la cremazione di 6.557~8196 cadaveri al giorno!

 

10) Conclusioni

Per concludere, si può tracciare il seguente bilancio del libro di Caroline Sturdy Colls:

1) Ella si basa esclusivamente su testimonianze contraddittorie, che considera a priori veritiere e indipendenti, e all’occorrenza le manipola.

2) Ella conferisce alle contraddizioni in esse contenute un valore positivo, trasformandole in «vari metodi di uccisione», «tecniche alternative» e «differenti metodi di uccisione».

3) Ella ignora l’importanza fondamentale delle “camere a vapore” nella formazione della favola delle “camere a gas”.

4) Ella non ha dimostrato l’esistenza delle rovine delle “camere a gas” nel terreno del campo; ciò che ha riscontrato, sono semplici “anomalie” elettromagnetiche di cui ha fornito una interpretazione puramente congetturale.

5) La stessa cosa vale per le sue 11 fosse comuni, parimenti riportabili a semplici “anomalie”, le quali, per sua stessa ammissione, non possono essere dichiarate fosse comuni senza che siano scavate.

6) L’archeologa britannica ha omesso intenzionalmente la trattazione delle questioni essenziali riguardanti il numero e la capienza delle fosse comuni e il quantitativo di legna necessario per la cremazione dei cadaveri; sottolineo intenzionalmente, dato che, nella nota 47 a p. 414, fa riferimento al libro su Treblinka scritto da Jürgen Graf e da me (Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004) dove tali questioni sono esaminate in modo dettagliato.

Ella può credere seriamente ‒ o vorrebbe far credere ai suoi lettori ‒ che le sue 11 presunte fosse comuni, con un volume totale di circa 15.600 metri cubi, potessero contenere 800.000 o 1.000.000 di cadaveri, ossia  51-64  per metro cubo?

7) Allo stesso modo ha omesso intenzionalmente anche la questione del fabbisogno di legna necessaria per la cremazione (e tutti i problemi connessi), a tal punto che, in relazione al “campo di sterminio”, non menziona neppure il termine “legna” (wood) o “legna da ardere” (firewood).

Tutto ciò rende il libro Finding Treblinka: Forensic and Archaeological Discoveries archeologicamente e storicamente inconsistente e totalmente privo di valore scientifico.

 

Carlo Mattogno.

 

[1] Truth Lost, Truth Found.  A Review of Finding Treblinka by Caroline Sturdy Colls. CODOH, 1° agosto 2026. Traduzione italiana: https://www.andreacarancini.it/2026/08/david-skrbina-verita-perduta-verita-ritrovata-una-recensione-di-finding-treblinka-di-caroline-sturdy-colls/

[2] I campi dell’“Azione Reinhardt”. Bełżec, Sobibór, Treblinka. Propaganda nera, ricerche archeologiche, riscontri materiali. Effepi, Genova, 2024, pp. 252-277.

[3] Idem, p. 244.

[4] Idem, p. 265.

[5] Idem, p. 265.

[6]  Idem, p. 267.

[7] Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, pp. 115-116 e documenti 16-17, pp. 342-343.

[8] Idem, documenti 16-17, pp. 342-343.

[9]  C. Mattogno, T. Kues, J. Graf, The “Extermination Camps” of “Aktion Reinhardt”. An Analysis and Refutation of Factitious “Evidence,” Deceptions and Flawed Argumentation of the “Holocaust Controversies” Bloggers. Castle Hill Publishers, Regno Unito, 2013, pp. 874-875.

[10] Idem, p. 872 e ssgg.

[11] Vedi le fotocopie delle lettere nel libretto di J. Gumkowski e A. Rutkowski, Treblinka. Council for Protection of Fight and Martyrdom Monuments, Varsavia, 1961.

[12] I campi dell’ “Azione Reinhardt”,  p. 110.

[13] Idem, p. 255.

[14] Idem, documento 37 a p. 355.

[15] Idem, documenti 39-56, pp. 357-367.

[16] Caroline Sturdy Colls, Michael Branthwaite, Treblinka Archaeological Investigations and Artistic Responses. Centre of Archaeology Book Series: Special Issue. Staffordshire University, 2016, p. 50.

[17] I campi dell’“Azione Reinhardt”; vedi l’intero capitolo III, pp. 91-197. -192.

[18]Idem, pp. 109-110.

[19] Idem, cap. 3.9.1., “Jankiel Wiernik e il rapporto del 15 novembre 1942: analisi di un plagio”, pp. 175-183.

[20]Idem, documenti 2, 3, 11, 12 e 14, pp. 329, 330, 338, 339 e 341.

[21]Idem, pp. 173-174.

[22]Idem, documento 15 a p. 342.

[23] Idem, documento 7 a p. 344 (pianta dell’opuscolo di Wiernik) e 2-3 (piante originali delle camere a vapore), pp. 329-330.

[24]Idem, p. 127.

[25] Idem, pp.177-180 e documenti 12 e 13, pp. 339-340.

[26] Idem, cap. 3.9.2., “Abraham Isaak Goldfarb e Jankiel Wiernik: plagio di un plagio”, pp. 183-186.

[27] URSS-93, p. 44.   Il paragrafo su Treblinka è seguito da un capitolo   intitolato “Una fabbrica di sapone con grasso umano”.

[28]I campi dell’“Azione Reinhardt”, p. 150.

[29]Idem, p. 159.

[30]Idem, p. 140.

[31]In questa pagina appare il riferimento al fatto che i motori non funzionavano sempre bene.

[32] Vedi il mio libro Le “confessioni” di Rudolf Höss. Analisi storico-critica delle dichiarazioni dell’ex comandante di Auschwitz. Effepi, Genova, 2018, p. 187 e ssgg.

[33] Il fatto che gli Ebrei fossero mandati vestiti («noch bekleidet», «ancora vestiti», aveva detto Höß) alle “camere a gas”.

[34] C. Sturdy Colls e Michael Branthwaite, «“This is Proof”? Forensic Evidence and Ambiguous Material Culture at Treblinka Extermination Camp», in: International Journal of Historical Archaeology, n. 22, 2018, p. 442.

[35] F. Paul Berg, «The Diesel Gas Chambers: Idea for Torture – Absurd for Murder», in: E. Gauss (Ed.), Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and “Memory”. Theses & Dissertations Press. Capshaw, Alabama, pp. 435-465. L’edizione originale tedesca è del 1994.

[36]G. Rudolf, The Chemistry of Treblinka, in: CODOH, 1° agosto 2026. Traduzione italiana: https://www.andreacarancini.it/2026/08/germar-rudolf-la-chimica-di-treblinka/

[37] Quasi 2.900 tonnellate di ceneri e incombusti per 781.000 presunte vittime (cifra ufficiale). I campi dell’“Azione Reinhardt”, p. 301.

[38] Idem, documento 91 a p. 395.

[39]I campi dell’“Azione Reinhardt”, pp. 268-269.

[40] C. Sturdy Colls, Holocaust Archaeologies. Approaches and Future Directions. Springer. New York, 2015, pp. 349.

[41]Lo strato di sabbia che copriva le fosse comuni, come viene spiegato sotto.

[42] Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi, Genova, 2006.

C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Academic Research Media Review Education Group Ltd. London, 2024.

J. Graf, T. Kues, C. Mattogno, Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality. Academic Research Media Review Education Group Ltd. London, 2024.

[43]  “I campi dell’ “Azione Reinhardt”, pp. 282-283.

[44] Vedi il libro già citato The “Extermination Camps” of “Aktion Reinhardt”. An Analysis and Refutation of Factitious “Evidence,” Deceptions and Flawed Argumentation of the “Holocaust Controversies”, pp. 1285-1292.

[45]I campi dell’ “Azione Reinhardt”, pp. 288-289.

[46]Questo importante studio fu segnalato da G. Rudolf nella recensione Open-Air Pyre Cremations Revisited, CODOH,

1° settembre 2024.

Vedi anche il mio articolo Incontrovertible Facts on Cremation in National-Socialist “Extermination Camps”, CODOH, 18 febbraio 2025.

[47] È anche vero che questo corpo perde gran parte dell’acqua, ma il calore prodotto dalle sue sostanze combustibili è molto maggiore di quello necessario per la vaporizzazione della sua acqua.

L’ing. Wilhelm Heepke, nel suo bilancio termico di una cremazione standard in forno crematorio a coke a 800°C, calcolò una perdita di calore di 60.000 Kcal per la vaporizzazione dell’acqua (e il surriscaldo del vapore) e un apporto di 105.000 Kcal per le sostanze combustibili del cadavere. Vedi la mia opera I forni crematori di Auschwitz. Studio storico-tecnico con la collaborazione del dott. Ing. Franco Deana. Effepi, Genova, 2012, vol. I, p. 129.

[48] A Crestone, California, viene praticata la cremazione all’aperto in un impianto costituito da due muretti di carcestruzzo rivestiti internamente di mattoni refrattari, alti fino alla vita di una persona normale, aperti sopra, davanti e dietro, con una griglia di acciaio posizionata all’incirca a metà dell’altezza, sulla quale viene deposto il cadavere. L’area sosttostante è la camera di combustione, dove brucia la legna; qui uno dei due muretti presenta un’apertura rettangolare per l’aria (laterale) di combustione. Il consumo di legna di ginepro che vi viene utilizzata è di un terzo di cord, una misura di volume equivalente a 128 cubic feet, ossia a circa 3,6 metri cubi. Un cord di ginepro secco corrisponde a 3.151 pound, circa 1.429 kg, sicché il consumo di una cremazione è di (1.429 x 0,33 =) circa 470 kg di legna secca. Se si assume un peso medio del corpo di 70 kg, il rapporto è di circa 7 : 1.

«Crestone End of Life Project. Ceremony Photo Gallery», in: https://crestoneendoflifeproject.org/about/photo-gallery/

«From the Flame To Eternity», in: https://www.sciencefriday.com/articles/from-the-flame-to-eternity/

«What is a cord of firewood? A Cord of Firewood Dimensions and Weight Explained», in:

https://bostonfirewood.com/our-kiln-dried-firewood/what-is-a-cord-of-firewood

«Is Juniper Good Firewood? A Guide to Heating & Cooking with Juniper Wood», in: https://www.backyardboss.net/juniper-firewood/.

[49]I campi dell’ “Azione Reinhardt”, pp. 291-292.

[50]Idem, pp. 286-289.

[51]Idem, pp. 289-291.

[52]Idem, p. 298.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts
Sponsor