La guerra contro l’attendibilità storica dei Vangeli

Come scrivevo in un precedente post, qualche anno fa Antonio Socci pubblicò un bellissimo libro intitolato La guerra contro Gesù. In questo libro si parla prevalentemente, anche se non esclusivamente, della guerra che è stata scatenata negli ultimi secoli contro l’attendibilità storica dei Vangeli.

Per minare tale attendibilità, numerosi filosofi ed esegeti – razionalisti, protestanti e, purtroppo, anche cattolici – hanno preso di mira la datazione dei testi evangelici, negando che siano stati scritti da testimoni oculari (o su autorizzazione dei testimoni oculari): i Vangeli e, più in generale, gli scritti neotestamentari che parlano di Gesù sarebbero, secondo costoro, il frutto di rielaborazioni “teologiche” tardive operate da autori della seconda generazione — se non addirittura della terza generazione – successiva agli anni in cui visse Gesù.

A questo proposito va fatta un’ulteriore osservazione: se la guerra contro Gesù c’è sempre stata (basti pensare ai polemisti pagani dell’epoca tardo-antica come Celso e Porfirio, per non parlare degli attacchi contro Gesù riscontrabili nella letteratura talmudica), la guerra contro l’attendibilità storica degli scritti neotestamentari inizia con l’Illuminismo e ha uno dei suoi capostipiti nel filosofo tedesco Reimarus.

I filosofi illuministi – e i loro epigoni successivi – non credevano ai miracoli e quindi negavano – e negano tuttora – che la descrizione dei miracoli di Gesù e dei suoi apostoli che troviamo negli scritti neotestamentari sia opera di veri testimoni oculari. Ecco cosa afferma in proposito Reimarus citato nel libro di Socci:

“Fino a trenta o sessanta anni dopo la morte di Gesù, non si è cominciato a scrivere un racconto dei suoi miracoli: e questo fu fatto, poi, in una lingua che gli ebrei non conoscevano. Inoltre queste cose succedevano in un periodo in cui la nazione ebraica si ritrovava nella più grande prostrazione e confusione…dove quelli che avevano conosciuto Gesù erano ormai molto pochi. Dunque, niente di più facile per gli autori dei vangeli che inventare tanti miracoli quanti ne volevano, senza timore che i loro scritti fossero capiti o smentiti”[1].

Diciamo subito che l’asserzione di Reimarus secondo cui la lingua greca non era conosciuta dagli ebrei è una colossale sciocchezza, smentita dai dati storici e archeologici (ma su questo ritornerò in un successivo post).

Su un punto, però, Reimarus ha ragione: se i Vangeli fossero stati scritti quando i contemporanei di Gesù erano ancora in vita, e avessero contenuto delle falsità, sarebbero stati immediatamente smentiti e screditati dall’opinione pubblica dell’epoca. Ma proprio questo è quello che non accadde: la diffusione a macchia d’olio del messaggio cristiano negli anni immediatamente successivi alla morte di Gesù in tutto il mondo allora conosciuto dimostra che i nemici di Gesù, a parte le feroci persecuzioni ricorrenti contro i cristiani, non riuscirono a confutare gli scritti evangelici. Una (grande) studiosa come Ilaria Ramelli, ha documentato in un suo libro (Gesù a Roma, scritto nel 2006 insieme a don Ennio Innocenti) l’ampiezza della predetta diffusione: da Edessa, dove già negli anni 30 il toparca Abgar il Nero chiede all’imperatore Tiberio la punizione dei responsabili della morte di Gesù, alla Caria, in Asia Minore, dove prima dell’anno 62[2] era attivo il romanziere Caritone – in cui sono stati riscontrati influssi, nel suo Romanzo di Calliroe, dei Vangeli di Matteo e di Giovanni – fino a Roma, dove negli anni 60 la spaventosa persecuzione neroniana contro i cristiani trova eco in famosi autori pagani, da Tacito a Seneca, da Marziale a Giovenale a Lucano.

Per non parlare di un grande romanziere come Petronio, che sempre negli anni ’60 del primo secolo, nel suo Satyricon dimostra di conoscere addirittura (senza peraltro nominarne esplicitamente la fonte) due famosi episodi del Vangelo di Marco – l’unzione col nardo (Marco 14, 3-9) e il canto del gallo (Marco 14, 66-72) – sia pure per farne oggetto di parodia. E se Petronio negli anni 60 parodiava il Vangelo di Marco evidentemente ne presupponeva la conoscenza da parte dei propri lettori.

Tutta una rete di echi e di riferimenti, quelli del cristianesimo negli autori pagani del primo e del secondo secolo che, seppur meritoriamente evidenziata da studiosi come la predetta Ilaria Ramelli e come il papirologo e storico tedesco Carsten Peter Thiede, continua a essere bellamente ignorata dalla stragrande maggioranza degli esegeti neotestamentaristi. Che non hanno certo voglia di ammettere che già prima del 70 d.C. (l’anno in cui Gerusalemme viene distrutta dalle truppe romane) i Vangeli non solo esistevano ma erano conosciuti in tutto l’impero romano.

Come chiosa Socci, per loro è “inammissibile che Petronio conoscesse il Vangelo di Marco”[3]. Costoro sono infatti più preoccupati di salvaguardare le loro “costruzioni teologiche” che l’attendibilità storica dei Vangeli. Osserva ancora Socci a questo proposito:

“Per esempio un autorevole ebraista come il professor Sacchi, che ha un approccio scientifico a questa materia, avanza il sospetto che la preoccupazione dell’establishment teologico sia soprattutto quella di salvare non la credibilità dei Vangeli, ma quella dell’«accademia teologica», perché «in effetti, ogni volta che si stabilisce che un passo evangelico non è lo specchio di problemi più tardivi, ma è lo specchio di cose del tempo di Gesù, si porta un colpo contro la complessa costruzione operata dalla critica letteraria del Nuovo Testamento, che tende ad attribuire alla prima comunità cristiana insegnamenti ed affermazioni che i vangeli attribuiscono a Gesù». Lo strumento di questa operazione ideologica, che ha cercato di allontanare i Vangeli da Gesù, è diventato la datazione dei Vangeli”[4].

“Ogni volta che si stabilisce che un passo evangelico non è lo specchio di problemi più tardivi, ma è lo specchio di cose del tempo di Gesù”: ebbene, qualche giorno fa mi sono imbattuto precisamente in uno di quei passi che rispecchiano cose del tempo di Gesù. Si tratta di Matteo 17, 24-27, Il tributo al tempio:

“Quando entrarono a Cafarnao, quelli che riscuotevano il didramma si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga il didramma?». Dice: «Sì». Quando Pietro tornò a casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che te ne pare, Simone: i re della terra da chi riscuotono tasse e tributi, dai loro figli o dagli estranei?». E avendo Pietro risposto: «Dagli estranei», Gesù gli disse: «Dunque, i figli ne sono esenti! Ma per non scandalizzare quelli là, recati al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che verrà su; aprigli la bocca e troverai uno statere. Prendi quello e dallo a loro per me e per te».

Se il Vangelo di Matteo fosse stato scritto negli anni 80, come assevera ancora oggi la stragrande maggioranza degli esegeti, sarebbe stato scritto in un’epoca in cui la tassa del tempio non era più in vigore, essendo il tempio stato distrutto dalle truppe romane nel 70. Perché parlarne nel Vangelo, allora? All’epoca, il tributo al tempio era stato sostituito da una tassa romana per il tempio di Giove Capitolino a Roma. Osserva Thiede a tal proposito:

“L’autore del vangelo di Matteo, dunque, non scrive in un tempo in cui la tassa ebraica sul tempio non era più in vigore, come se nulla fosse stato. Il suo libro dev’essere stato composto prima dell’anno 70, prima della distruzione del tempio e quindi, essendo ormai un’opera complessiva conchiusa, non è stata più mutata e «adattata» a nuove circostanze”[5].

Non dimentichiamo poi che è stato proprio Thiede a (ri)datare, nel 1994, il papiro P64 del Vangelo secondo Matteo (quello conservato presso il Magdalen College di Oxford) al periodo antecedente il 70 d.C. Ogni tanto è bene ricordare queste cose di fronte alla congiura del silenzio tuttora in atto.

 

[1] Antonio Socci, La guerra contro Gesù, Rizzoli, Milano 2011, pp. 287-288.

[2] Carsten Peter Thiede, La nascita del cristianesimo, Mondadori, Milano 1999, p. 145: “E la data più tarda possibile per Le avventure di Cherea e Calliroe scritte da Caritone sembra essere il 62 d.C., poiché il 24 novembre di quell’anno lo scrittore satirico Persio…raccomandava ai suoi lettori, come lettura pomeridiana, Calliroe”.

[3] Antonio Socci, op. cit., p. 171.

[4] Ivi, pp. 327-328.

[5] Carsten Peter Thiede, op. cit., p. 94.

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