La Soluzione Finale della questione palestinese (e Sanders non è una speranza)

Quante violenze riesce a commettere uno stato come Israele nell’arco di un mese? Tante.

Ha provato a contarle la giornalista Alison Weir. Costei ha voluto in tal modo rispondere al Washington Post, che pochi giorni orsono, il 24 febbraio, aveva avuto l’impudenza di dichiarare che “uno scoppio” di violenza in Israele “era seguito a settimane di relativa tranquillità”.

Alison Weir ha fatto notare innanzitutto che nelle settimane in questione i soldati israeliani hanno sparato a oltre 100 civili palestinesi, uccidendone quattro; hanno condotto oltre 400 incursioni nei territori palestinesi; hanno imprigionato dozzine di palestinesi; hanno perpetrato bombardamenti aerei contro Gaza; hanno sparato a pescatori e agricoltori; hanno demolito case palestinesi; hanno torturato una mamma palestinese; e hanno ferito un bambino a un occhio.

Ma andiamo a ripercorrere la lista di violenze perpetrate dallo stato ebraico nelle ultime tre settimane e mezzo nella ricostruzione offerta dalla giornalista americana. Preciso che si tratta di un elenco assolutamente parziale.

  • I soldati israeliani hanno fatto fuoco contro 4 civili palestinesi uccidendoli, inclusi un diciannovenne colpito al collo, un diciassettenne colpito alla testa, e un poliziotto ventiquattrenne colpito allo stomaco.
  • I soldati israeliani hanno sparato a ulteriori 100 palestinesi, inclusi 15 minori, 3 pescatori, 3 giornalisti, e un fotografo che lavora per un’associazione israeliana dedita ai diritti umani. Uno dei minori feriti è un bambino di 9 anni che ha perso un occhio.
  • Le forze israeliane hanno condotto 418 raid militari nella Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est occupata.
  • Le forze israeliane hanno perpetrato 15 sparatorie contro agricoltori e strutture agricole palestinesi.
  • Le forze israeliane hanno perpetrato 7 sparatorie contro barche da pesca palestinesi.
  • Israele ha demolito 8 case palestinesi.
  • Gli inquirenti israeliani hanno torturato una mamma palestinese imprigionata da Israele.
  • Le forze israeliane hanno scortato migliaia di coloni israeliani mentre costoro assaltavano due villaggi palestinesi.
  • Le forze israeliane hanno perpetrato numerosi attacchi aerei contro la striscia di Gaza.
  • Un bambino palestinese quindicenne, che era stato colpito con armi da fuoco dalle forze israeliane, è morto.

I dettagli su tutti questi fatti sono disponibili qui. Ulteriori fatti accaduti in questo lasso di tempo sono registrati qui.

Da parte mia, ho trovato ulteriori notizie su uno dei predetti raid sul sito imemc.org, che riferisce che domenica scorsa i soldati israeliani hanno invaso il villaggio di Deir Nitham, ad ovest della città di Ramallah. Alcune fonti hanno riferito che i soldati hanno attaccato dozzine di residenti, in particolare alunni, facendo esplodere bombe lacrimogene all’interno delle aule scolastiche.

Dozzine di bambini hanno sofferto per i gravi effetti prodotti dall’inalazione del gas lacrimogeno, in particolare un infante di 5 mesi di età.

Le scuole hanno dovuto chiudere rimandando gli alunni nelle loro case, per paura di ulteriori attacchi dell’esercito israeliano.

Va detto che il villaggio di Deir Nitham è stato recentemente sottoposto a costanti irruzioni e violazioni, specialmente dopo che i soldati hanno chiuso due ingressi a nord con cumuli di sabbia, oltre al permanente blocco militare nel suo ingresso a est.

Dalla Valle del Giordano giunge poi la notizia che lunedì i coloni israeliani hanno distrutto i campi di grano palestinesi con pesticidi altamente velenosi.

L’attivista dei diritti umani Aref Daraghmeh ha detto che i coloni hanno irrorato circa 12 dunum[1] di campi distruggendo e bruciando le colture. Daraghmeh ha parimenti detto che gli attacchi dei coloni alle terre palestinesi sono in linea con uno schema applicato su larga scala dalle autorità israeliane per espellere i palestinesi dal loro territorio.

Un’altra notizia che ha fatto il giro del mondo in questi giorni (anche se non è stata riportata dai media mainstream) è quella del cadavere di un giovane palestinese trascinato e maciullato da un bulldozer israeliano.

Belal al-Naem è rimasto inorridito quando ha visto il filmato: un bulldozer israeliano che trascinava e maciullava il cadavere di un palestinese nella striscia di Gaza. Poi ha scoperto che si trattava del cadavere di suo fratello.

Il fratello di Belal, Mohammed, è stato colpito e ucciso dal fuoco israeliano, domenica, ad Abasan al-Kabira, a est di Khan Younis. L’esercito israeliano ha affermato che l’ucciso, insieme ad un altro giovane palestinese, stava cercando di collocare una bomba lungo il confine tra Gaza e Israele.

Quindi un bulldozer dell’esercito, accompagnato da un carro armato, si è mosso per recuperare il corpo, e i suoi tentativi sono stati filmati dalla cinepresa.

Il filmato del veicolo che trascina il cadavere è diventato virale.

Nel confutare la versione dell’esercito, la famiglia del ragazzo ucciso ha detto che egli non si trovava affatto vicino alla recinzione del confine ma in un ‘area che da lungo tempo viene utilizzata per proteste pacifiche.

Dopo la morte del ventisettenne palestinese, alcuni compagni del defunto hanno cercato di recuperare il cadavere ma hanno dovuto desistere in quanto il bulldozer si è diretto minacciosamente contro di loro. Moataz al-Najar, uno dei giovani che hanno tentato, senza successo, di recuperare il cadavere, ha detto che il fatto è avvenuto 350 metri all’interno della striscia di Gaza, e che né lui né il giovane ucciso avevano attraversato il confine israeliano.

Israele è ancora in possesso del cadavere di Mohammed.

Sempre da Gaza, apprendiamo che ben 5.000 fabbriche hanno dovuto chiudere a causa dell’assedio israeliano, che dura da 14 anni. A Gaza, ricordiamolo, l’85% dei residenti vive sotto la soglia di povertà. 

Un altro esempio, apparentemente minore, ma in realtà altamente emblematico dell’intolleranza sionista è il fatto che le autorità israeliane abbiano imposto la chiusura di un forno palestinese situato nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme. E questo dopo ben 60 anni di attività.

Quanto mai arrogante la ragione fornita per l’ordine di chiusura: il forno, a cui la popolazione palestinese gerusalemita era particolarmente affezionata, è stato accusato di aver fornito pani ai fedeli palestinesi che si recano a pregare nella moschea di Al-Aqsa. Come se questo fosse un crimine.

Le autorità di Gerusalemme hanno ordinato al proprietario del forno, Abu Naser Abu Sneineh, di non rifornire più di ka’ek – un pane di forma ovale con semi di sesamo estremamente popolare in Palestina – le persone che vanno a pregare nella moschea.

Molti palestinesi pensano che il ka’ek sia “l’essenza della Palestina”, e il profumo dei semi di sesamo riempie le strade di Gerusalemme nelle prime ore del mattino.

Le autorità municipali che hanno dato l’ordine non hanno spiegato perché sarebbe un problema il fatto che il fornaio distribuisca il ka’ek ai fedeli, ma analisti palestinesi sostengono che tutto ciò fa parte della crescente campagna di pressione contro la moschea e contro le persone che pregano lì.

La moschea di Al-Aqsa è il terzo luogo sacro per ordine di importanza nell’Islam ed è un punto di riferimento per un miliardo di musulmani in tutto il mondo. I palestinesi gestiscono il sito da più di mille anni ma da qualche anno i coloni israeliani di estrema destra hanno preso a invadere il sito regolarmente, con il dichiarato intento di impadronirsene per distruggere la moschea e costruirvi al suo posto un tempio ebraico.

Riferisce il sito imemc.org, che all’esterno della moschea, nelle vicinanze del panificio in questione, vi sono negozi israeliani che vendono ai turisti delle magliette con l’immagine della moschea distrutta da un’esplosione e sostituita da un tempio ebraico.

Il panificio adesso è chiuso, ma già il 9 e il 19 di questo mese di febbraio era stato fatto oggetto di irruzioni da parte della polizia e il figlio del proprietario era stato arrestato per diverse ore.

Notizie come questa sui media mainstream non vengono mai riportate. Le infinite prevaricazioni delle autorità israeliane vengono taciute dalla compiacente informazione occidentale. Per questo bisogna raccontarle.

Ma a Gerusalemme non sono solo i musulmani ad essere fatti oggetto di prevaricazioni (e di provocazioni) odiose ma anche i cristiani: apprendiamo infatti che il Patriarcato Latino ha condannato l’irruzione in una sua proprietà vicino al villaggio di Tayasir, nella Cisgiordania occupata, di migliaia di coloni israeliani che sono entrati senza permesso e si sono radunati in un terreno appartenente alla Chiesa cattolica.  

Innumerevoli coloni sono arrivati a bordo di dozzine di bus e di automobili e hanno invaso la proprietà ecclesiastica senza nessun permesso, ha riferito Independent Catholic News. Pochi giorni prima, gruppi di coloni avevano portato mandrie di mucche a pascolare nei terreni del Patriarcato, provocando notevoli danni. A tal proposito il Patriarcato ha osservato quanto segue:

“Il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha protestato con le autorità israeliane riguardo a queste violazioni della sua proprietà vicino a Tayasir da parte dei coloni, ma – finora – le violazioni della nostra proprietà continuano a verificarsi mentre le autorità in pratica non le proibiscono”. Il Patriarcato ha aggiunto di essere molto preoccupato non solo per le violazioni delle sue proprietà da parte dei coloni ma anche per l’inazione delle autorità israeliane nel porre fine a queste offese”.

Israeli settlers broke in and damaged a Church in the West Bank on 23 September 2018 [Twitter]

Chiesa danneggiata dai coloni israeliani in Cisgiordania il 23 settembre 2018

A quanto pare, i coloni negli stessi giorni hanno anche attaccato pastori palestinesi vicino al villaggio di Tuwaneh, nella zona meridionale della Cisgiordania, per costringerli a lasciare l’area, mentre le forze di occupazione israeliane osservavano (complici).

Fin qui le notizie di questi ultimi giorni. Ma lo stillicidio delle violenze quotidiane commesse in Palestina contro chi israeliano non è non deve farci perdere di vista il contesto, gravissimo, in cui queste violenze avvengono, e cioè la decisione, da parte di Trump e di Netanyahu, di annettere gran parte della Cisgiordania allo stato ebraico.

Il Primo Ministro Netanyahu ha infatti giurato, martedì, di voler costruire 3.500 case per coloni ebrei nella cosiddetta area E1, ad est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata.

Come riferisce il sito electronicintifada.net, si tratta dell’”ultimo grande spazio aperto tra Gerusalemme, ad ovest, e la gigantesca colonia israeliana di Maaleh Adumim, ad est, dove vivono quasi 40.000 coloni”.

L’insediamento ebraico di Maaleh Adumim

Se Israele vi costruirà insediamenti isolerà le zone settentrionali e meridionali della Cisgiordania occupata le une dalle altre, impedendo la possibilità di un contiguo stato palestinese.

È la fine, irreversibile, della soluzione dei due stati.

Ricordiamo comunque che la costruzione di insediamenti in un territorio occupato è un crimine di guerra che il procuratore della Corte penale internazionale ha recentemente deciso che deve essere formalmente indagato.   

Sia l’amministrazione Obama che l’Unione Europea avevano ripetutamente ammonito Israele a non costruire nell’area E1, ma gli ammonimenti non sono stati seguiti da misure pratiche per impedire la colonizzazione aggressiva della Cisgiordania.

E l’unica misura pratica realmente efficace sarebbe quella costituita dalle sanzioni, quelle sanzioni che il movimento BDS cerca coraggiosamente di far attuare (ma senza nessun ascolto da parte dei governi) contro Israele.

Il cosiddetto piano di “pace” recentemente diffuso dall’amministrazione Trump dà invece luce verde allo stato ebraico per l’annessione di gran parte della Cisgiordania.

Per la mappatura delle zone da annettere si è già formata una commissione congiunta americano-israeliana.

Non basta: Netanyahu si sta già muovendo per annettere a Israele buona parte della città di Hebron, la città in cui 26 anni fa il colono Baruch Goldstein massacrò a fucilate 29 uomini e ragazzi palestinesi che pregavano nella moschea durante le preghiere del Ramadan.

Infine, lunedì scorso il governo israeliano ha predisposto appalti per la costruzione di più di 1.000 unità abitative in un insediamento a sud di Gerusalemme. L’espansione dell’insediamento era stata congelata a causa dell’opposizione dell’amministrazione Obama nel 2014.

Se verrà realizzata, l’espansione della colonia separerà i quartieri palestinesi di Beit Safafa e Sharafat dall’occupata Gerusalemme Est.

Ma le annessioni (le rapine) non finiscono qui: il sito middleeastmonitor.com ci ragguaglia che, sempre in Cisgiordania, Israele sta costruendo una strada il cui utilizzo sarà destinato ai soli coloni ebrei e che, a tale scopo, ha rubato ulteriori terreni ai palestinesi.

I terreni in questione si trovano a Huwwara, a sud di Nablus. La strada, della lunghezza di sette chilometri, inizierà dal villaggio di Zaatara e passerà attraverso terreni posseduti dai palestinesi a Huwwara, Beita e Odala. Fino ad ora, la strada di accesso nell’area veniva condivisa dai palestinesi e dai coloni ebrei – la cui presenza è illegale in base al diritto internazionale – che spesso la usavano per compiere incursioni e terrorizzare i residenti dei villaggi. Per costruire la predetta strada il governo israeliano ha sequestrato più di 40 ettari di terra di proprietà dei palestinesi.

Israeli security forces block the road and take security measures after an armed assault at Barkan industrial zone near Ariel Israeli settlement located in Salfit, West Bank on October 7, 2018 [Issam Rimawi / Anadolu Agency]

La cosa più incredibile è che i coloni hanno avuto l’impudenza di protestare persino contro il “piano di pace” di Trump perché, a loro dire, lascerebbe ancora troppa terra ai palestinesi (i coloni vorrebbero tutta per loro anche la Route 60, la strada che collega la Giudea e la Samaria a Gerusalemme)!

Ma non è ancora tutto. Quanto abbiamo detto finora non rivela l’obbiettivo finale dello stato ebraico sui territori palestinesi occupati. L’obbiettivo finale il lettore lo può apprendere leggendo un articolo del Jerusalem Post del febbraio 2019: all’epoca, dozzine di membri della Knesset (il Parlamento ebraico) appartenenti al Likud e ad altri partiti firmarono una dichiarazione in appoggio ad un piano di insediamenti, risalente agli anni del Primo Ministro Itzhak Shamir, che prevede di portare in Cisgiordania 2 milioni di coloni.

È la Soluzione Finale della questione palestinese.

La pulizia etnica della Palestina quindi non è finita nel 1948: continua ancora oggi, e non si fermerà fino a quando i sionisti non avranno raggiunto l’obbiettivo. Aiutati in questo dalla sostanziale complicità della cosiddetta “comunità internazionale”. Di cui fa parte la UE: un nano, diplomatico e politico.

Rispetto a questo quadro tragico, molti (negli Stati Uniti, ma non solo) confidano le loro speranze nel senatore del Vermont Bernie Sanders, prossimo candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il Partito Democratico.

In effetti, Sanders nei giorni scorsi, rispetto all’immutabile liturgia della politica americana, ha compiuto un gesto di rottura: ha annunciato che non parteciperà all’annuale conferenza dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee).

Sanders ha motivato la sua decisione con il fatto di “essere preoccupato per la piattaforma che l’AIPAC fornisce ai leader che esprimono fanatismo e si oppongono ai diritti fondamentali dei palestinesi”.

La cosa curiosa è che, dopo Sanders, anche gli altri tre candidati delle primarie democratiche – Warren, Klobuchar e Buttigieg – hanno rinunciato a presenziare alla conferenza.

Uno smacco senza precedenti per la Israel lobby americana.

Eppure, nonostante questa mossa, io non riporrei soverchie speranze nel senatore Sanders come sostenitore dei diritti dei palestinesi. Ho trovato a questo proposito in rete un interessante articolo che ricorda i precedenti del senatore del Vermont quale sostenitore della tradizionale politica americana di appoggio all’oppressione dei palestinesi. Ecco cosa scrive al riguardo l’articolista in questione:

“Stava combattendo Sanders per i diritti dei palestinesi quando ricordava con affetto di aver vissuto in un kibbutz (in altre parole, un insediamento formato con un criterio razziale)? Quando ha votato a favore di una risoluzione del Senato (introdotta da Mitch McConnell) che riconosce Gerusalemme come la capitale indivisa di Israele? Quando ha urlato contro gli elettori che protestavano contro i crimini di guerra che Israele stava commettendo con armi per la cui fornitura egli aveva votato a favore? Quando egli ha licenziato una dipendente del suo staff elettorale [alle elezioni del 2016] per aver criticato Netanyahu? Quando ha dato corso ad una diatriba sionista in un’intervista con una giornalista palestinese? Quando ha incolpato Hamas di un massacro, perpetrato dagli israeliani, di 50 civili? Quando ha suggerito che i genitori palestinesi allevano i loro figli con lo scopo di farli diventare attentatori suicidi?”.

Quindi, è possibile che la mossa di Sanders di snobbare l’AIPAC (mossa che ha provocato l’ira di ben 300 rabbini americani) sia stata dettata dalla necessità di non inimicarsi un’opinione pubblica americana che è stufa dello strapotere della Israel lobby; è certo che il senatore del Vermont possa essere un Presidente degli Stati Uniti più degno dell’orribile Trump (come già Obama era stato migliore di Trump) ma, ammesso che riesca a vincere le presidenziali del prossimo ottobre, non si possono aspettare da lui grandi novità sulla questione palestinese: dagli Stati Uniti può venire un minor male, mai un vero bene.

Purtroppo.

   

  

  

 

    

[1] 1 dunum equivale a 1.000 quadri.

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