Le carte di Moro, perché Tobagi

Massimo Fini è sicuramente un giornalista (e scrittore) stimabile e apprezzabile, ma ritengo che nella sua carriera abbia preso due cantonate: la prima riguardo all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, e la seconda riguardo all’omicidio di Walter Tobagi.

Riguardo al primo omicidio, da Fini sempre catalogato come una lite tra omosessuali, è giunto a smentirlo il libro di Simona Zecchi, Pasolini, massacro di un poeta, in cui l’autrice ha dimostrato in modo serrato che si è trattato di un complotto politico.

Riguardo a Tobagi, Fini ha più volte accusato Bettino Craxi (qui e qui) di aver preso una posizione sbagliata su quell’omicidio, sul quale, a detta di Fini, la magistratura milanese aveva fatto piena luce. Sul caso Tobagi, però, Massimo Fini, non ha mai voluto tener conto dell’esistenza di un altro libro, quello pubblicato nel 2003 da Roberto Arlati e Renzo Magosso, e intitolato Le carte di Moro, perché Tobagi[1]. Purtroppo, il libro in questione venne ritirato quasi subito dal commercio in seguito ad una querela per diffamazione presentata nel 2004 contro Magosso dal generale dei carabinieri in pensione Alessandro Ruffino (citato nel libro) e dalla sorella del generale, anche lui dei carabinieri, Umberto Bonaventura (parimenti citato nel libro e nel frattempo deceduto).

A questo punto qualcuno mi potrebbe dire: ma perché parli di queste cose proprio adesso? Risposta: ne parlo perché pochi giorni fa la Corte europea dei diritti umani ha bocciato la condanna di Renzo Magosso (e di Umberto Brindani, nel 2004 direttore del settimanale Gente, che aveva pubblicato l’articolo da cui era scaturita la querela) e, stabilendo che quella di Magosso non era diffamazione, ha condannato l’Italia al pagamento dei danni morali in favore dei giornalisti querelati nel 2004.

Sul sito della federazione Nazionale della Stampa Italiana, possiamo tra l’altro leggere che

“Nella sentenza sono contenute numerose critiche a come il caso è stato giudicato e la Corte arriva alla conclusione che «la condanna dei due giornalisti è stata un’ingerenza sproporzionata nel loro diritto alla libertà d’espressione e quindi non necessaria in una società democratica»”.

Questa mi sembra quindi un’occasione per ripercorrere alcuni passi salienti del libro in questione (tra cui quelli che Massimo Fini si è ben guardato dal citare).

Il libro, come indica peraltro il titolo, è diviso in due parti: la prima parte descrive il ritrovamento delle carte di Aldo Moro in via Monte Nevoso a Milano il 1° ottobre del 1978. La seconda parte, parla dell’omicidio Tobagi. Cos’è che unisce queste due vicende? Il fatto che ad occuparsene sono stati gli stessi inquirenti: due ufficiali dei carabinieri e due pubblici ministeri.

Il libro inizia con la descrizione dell’irruzione dei carabinieri, avvenuta nella mattina del 1 ottobre 1978 nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso. Perché era importante questo covo? Perché in esso era conservato l’intero archivio delle Br. Tra le numerosissime carte, l’allora capitano Arlati (che all’epoca comandò l’irruzione) trovò il dossier sul rapimento Moro,

“con i resoconti dattiloscritti dei suoi interrogatori, le fotocopie delle sue lettere, i fogli con i suoi appunti. Se ne sta parlando da mesi, tutti avrebbero voluto mettere le mani sopra quelle carte, ma fino a quel momento sembravano irraggiungibili” (p. 35).

Resosi conto dell’importanza della scoperta, Arlati dice ai suoi uomini: “Da qui non si porta via niente. Prima dobbiamo catalogare e verbalizzare ogni singolo foglio. Non ci muoviamo da questo posto fino a quando il lavoro non sarà finito. A costo di metterci anche un mese. Cominciate a smistare il materiale” (p. 36).

In piena operazione, ormai siamo alle 11 del mattino, arriva il capitano Bonaventura: come ricordano gli autori del libro, è lui l’ufficiale incaricato di coordinare il blitz mirato allo smantellamento delle basi delle Br in tre diverse zone di Milano. Appena entrato nell’appartamento, Bonaventura si impossessa del dossier Moro. A questo punto, tra i due ufficiali (Arlati e Bonaventura) si svolge un dialogo. Ecco come lo riporta il libro:

“Arlati lo guarda e gli domanda: «Lo porti via?»

“«Vado a fare le fotocopie», risponde Bonaventura.

“Arlati incalza: «Nessuno, tranne noi, ha ancora visto questo materiale, sarebbe meglio che i magistrati lo trovassero qui…».

“Bonaventura non si scompone: «Tranquillo, giusto il tempo delle fotocopie. Dopotutto sono io che garantisco il verbale e la correttezza di tutta l’operazione».

“Arlati si incupisce: «Fammi vedere quello che ti porti via».

“Bonaventura cerca di rassicurarlo: «Dopo lo troviamo il tempo di leggere. Adesso devo andare. Sta arrivando da Tortona anche il generale. Vuoi farlo incazzare?».

“Il generale a cui si riferisce Bonaventura è Carlo Alberto Dalla Chiesa. Da poco più di un mese comanda i Nuclei Speciali Antiterrorismo su decreto del presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

“[…] Arlati non si fa impressionare dalle parole di Bonaventura: «generale o non generale, non voglio grane».

“Bonaventura s’irrigidisce: «Piantala Roberto».

“Le carte partono da via Monte Nevoso.

“Sono tornate tutte?”.

Già, sono tornate tutte? Il libro lascia in sospeso l’interrogativo per qualche capitolo. Prima di tornarci, i due autori ripercorrono la storia del Nucleo Antiterrorismo del generale Dalla Chiesa e il certosino lavoro di appostamenti e pedinamenti che preparò il blitz del 1 ottobre (quello in cui furono tra l’altro catturati importanti brigatisti come Lauro Azzolini, Nadia Mantovani e Franco Bonisoli).

Sul dossier Moro, il libro ritorna a p. 84, in cui viene descritta la metodologia della perquisizione:

“Anzitutto va fatta una mappa dell’appartamento segnando il punto esatto dove si trova ogni plico. Sulla mappa vengono assegnati numeri progressivi a tutti i gruppi di incartamenti e fascicoli procedendo da sinistra verso destra. Poi, uno alla volta, i plichi debbono essere verbalizzati. In pratica il verbale di sequestro prevede la numerazione di tutte le pagine di ogni plico. Inoltre, ogni singolo foglio va identificato ripetendo sul verbale le parole iniziali e quelle finali” (grassetto mio).

Una procedura laboriosa e scrupolosa, quindi: “Arlati sa che la catalogazione del materiale sequestrato è comunque un lavoro che va eseguito sotto la sua diretta responsabilità. Quindi ordina: «Da qui non esce nemmeno un pezzo di carta senza essere protocollato e verbalizzato, chiaro? Se occorre stiamo qui anche un mese di fila. Non voglio grane».

E invece la grana arriva quasi subito, alle ore 11, quando entra Bonaventura: “dove sono le carte di Moro?”, domanda. Arlati gli mostra il dossier. È convinto che Bonaventura voglia limitarsi a leggere. Invece il capitano riunisce il dossier dentro la copertina azzurra. Arlati chiede: “Non penserai di portartelo via adesso, vero?”. “Faccio le fotocopie e te lo rimando indietro”, risponde Bonaventura. Ribatte Arlati: “Guarda che queste carte non sono ancora state verbalizzate. Se le porti via succede un casino. I magistrati non le hanno ancora lette né contate. Le carte devono rimanere qui fino a quando non faccio il verbale e solo così saremo sicuri della loro consistenza e del fatto che nessuno può farne sparire qualcuna o manipolarle» (grassetto mio).

Ribatte Bonaventura: “E che fai non ti fidi di me? Tranquillo, giusto il tempo tecnico delle fotocopie. Ti faccio riavere tutto. Adesso devo andare. Tra un paio d’ore arriva anche il generale. Le vuole leggere e non qui, davanti ai tuoi uomini”. Il capitano Bonaventura infila quindi il dossier Moro in una valigetta di pelle marrone e lascia via Monte Nevoso verso le undici e un quarto del mattino. Arlati non ha avuto il tempo di contare i fogli del dossier e di numerarli. Quei fogli torneranno indietro solo alle 5 e mezzo della sera. quasi sette ore: decisamente troppe per una semplice operazione di fotocopiatura.

Una fotocopiatura che comunque costituiva una grave irregolarità procedurale. Un abuso.

Poi il libro, dopo aver parlato dei contrasti, anche in riferimento all’operazione di via Monte Nevoso, tra il generale Dalla Chiesa e il generale Palumbo (che risultò poi iscritto alla loggia P2), riferisce delle dichiarazioni rese alla Commissione Stragi da Bonaventura il 23 maggio 2000, due anni prima di morire. In quell’occasione, interrogato dal Presidente della Commissione Giovanni Pellegrino e dall’onorevole Bielli, Bonaventura ammise che il dossier Moro uscì da via Monte Nevoso prima dell’inventario:

Bonaventura. Il collega mi informa che sono state ritrovate delle carte di Moro. Ne parlo e me le faccio mandare [grassetto mio]. È chiaro che il generale Dalla Chiesa le ha viste e le avrà portate senz’altro a Roma; però escludo nel modo più assoluto e tassativo che qualcosa sia stato sottratto, come mi sembra si voglia sottintendere.

Presidente. Il dettaglio mi sembra importante. Voi esaminaste queste carte.

Bonaventura. Il collega Arlati mi dice di aver trovato diverso materiale su Moro; lo riferisco e me lo faccio mandare. Facciamo delle fotocopie [grassetto mio].

Bielli. Come è possibile che su alcuni quotidiani due giorni dopo avviene già una fuga di notizie?

Presidente. Il colonnello ci sta dicendo una cosa che finora non era mai emersa. Una parte della materialità dei ritrovamenti esce da via Monte Nevoso e poi ci ritorna [grassetto mio].

Bonaventura. Sì. Facciamo delle fotocopie, le diamo al generale Dalla Chiesa, e poi questo materiale ritorna nel covo per fare la verbalizzazione [grassetto mio]. Lo dico tranquillamente, senza alcun problema.

Presidente. Se fossi stato il magistrato inquirente, mi sarei molto “incavolato”. Si entra in un covo, deve arrivare l’autorità giudiziaria e si spostano le cose che stanno nel covo stesso prima dell’arrivo del giudice che possa operare il sequestro? [grassetto mio].

Osservano i due autori del libro (che, lo ripetiamo, sono l’ex capitano Arlati e Renzo Magosso) a questo proposito: “Dunque Bonaventura ammette, per la prima volta, che il dossier Moro è uscito da via Monte Nevoso ma sostiene di “esserselo fatto mandare” mentre invece lo ha ritirato di persona, come sostiene Arlati e come possono testimoniare i suoi sottufficiali presenti in quel momento alla scena (p. 91).

I magistrati che all’epoca si occuparono dell’irruzione nel covo di via Monte Nevoso erano il sostituto procuratore Ferdinando Pomarici e il sostituto procuratore Armando Spataro (li abbiamo già incontrati nella vicenda di Piazza Fontana).

Non risulta che si siano “incavolati” per le carte di Moro uscite e poi rientrate nel covo.

È peraltro interessante riportare quanto dichiarato nel 2000 da Spataro (anche lui audito dalla Commissione Stragi):
Carte esaminate: per quanto possa apparire il mio un atto di fede, certamente affermo che non sono state sottratte dal generale Dalla Chiesa o da alcuno carte trovate in via Monte Nevoso, sottratte all’autorità giudiziaria e portate altrove [grassetto mio]. Che poi il generale Dalla Chiesa, come avrei fatto anch’io, abbia pregato i suoi sottoposti di fare delle fotocopie che lui avrebbe portato al Ministro o al Presidente del Consiglio lo trovo non normale, ma doveroso. Quindi escludo che altri abbiano potuto esaminare le carte prima di chi ci entrò, cioè il collega Pomarici e, ovviamente, le forze di polizia giudiziaria. Non è assolutamente vero che Dalla Chiesa abbia mai interrotto le operazioni di perquisizione per intromissioni di altri corpi o di chicchessia. Dalla Chiesa non era uomo da reagire in queste maniere” (p. 101).

Dunque quello di Spataro è un atto di fede (lo dice lui). Ma può un magistrato ricavare una certezza da “un atto di fede”?

Ricordiamo che nel 1978 era in atto una contrapposizione tra il generale Dalla Chiesa e gli ufficiali legati alla loggia massonica P2: ne parlò, sempre in Commissione Stragi, il generale Niccolò Bozzo il 21 gennaio 1998. Questa contrapposizione provocò tra le altre cose una “sommarietà nella gestione del covo di via Monte Nevoso” dopo l’irruzione” (la conclusione in proposito fu del Presidente Pellegrino). Purtroppo, le risposte del generale Bozzo sulla P2 vennero secretate. Non venne secretato però il successivo intervento dell’onorevole Fragalà, che parlò di una diversa versione dei fatti, rispetto a quella resa da Spataro, sui reperti di via Monte Nevoso:

Fragalà. Generale (si rivolge a Bozzo), torniamo a via Monte Nevoso. Dopo quei dubbi espressi a febbraio dal generale Dalla Chiesa sulla scomparsa delle carte (perché i dubbi li ha espressi il generale Dalla Chiesa, non li hanno espressi gli altri che fanno dietrologia), Azzolini e Bonisoli, nel processo in Corte d’Assise a Roma … denunciano la mancanza, nell’elenco dei reperti, proprio di importanti documenti provenienti dalla prigione di Moro che si dovevano trovare in via Monte Nevoso. Bonisoli addirittura ne riparla nel 1985 in questi termini: “In via Monte Nevoso, oltre ai dattiloscritti, c’era un plico di fotocopie degli originali; in seguito, quando lessi l’elenco di tutto il materiale sequestrato dai carabinieri in quell’appartamento, non c’era traccia di tali fotocopie”. E al processo Metropoli Azzolini dice: “A via Monte Nevoso c’era una borsa contenente gli originali fotocopiati di tutte le lettere di Moro; c’era anche la trascrizione degli interrogatori di Moro che erano stati sbobinati da Gallinari e Moretti stessi durante i 55 giorni” (grassetti miei). I nastri sono stati bruciati, come ha ricordato lei, generale, appena terminate le trascrizioni, ma le lettere e le fotocopie no. “C’era inoltre la fotocopia dell’originale di un memoriale scritto da Moro durante i 55 giorni, di cui agli atti c’è la trascrizione a macchina”. Ora, anche questo è un elemento. Dalla Chiesa dice: “In via Monte Nevoso è singolare che non siano state trovate delle carte”; poi dice: “È singolare che all’inizio nessuno ha lamentato la mancanza di carte”, poi invece questa singolarità viene superata, perché Azzolini e Bonisoli dicono che le carte c’erano e indicano una serie di cose che mancano” (grassetto mio, pp. 98-99).

Passiamo alla vicenda Tobagi. Il libro si sofferma sulla figura di Ciondolo (nome in codice del brigadiere Dario Covolo) e sulle sue brillanti doti di investigatore. Covolo era uno degli inquirenti più validi a disposizione del capitano Arlati nel nucleo Antiterrorismo.

Ciondolo nel 1979 riuscì ad agganciare un informatore del partito armato, Rocco Ricciardi, che gli parlò del progetto, concreto, da parte del gruppo di terroristi che facevano capo a Marco Barbone, di uccidere Walter Tobagi. Su questo progetto, Covolo scrisse decine di informative. Che però vennero ignorate dai suoi superiori. E Tobagi, nel maggio del 1980 venne ucciso.

Come era stato abbondantemente anticipato, tra le altre, da un’informativa del dicembre 1979.

Quella di Tobagi (e di Covolo) è una tragedia giudiziaria, una tragedia indirettamente provocata, il libro lo spiega, dalla decisione del capitano Arlati, avvenuta proprio nel 1979, di lasciare il nucleo Antiterrorismo e di dimettersi dall’Arma dei carabinieri:

“Dopo quell’operazione [il blitz del 1° ottobre 1978] Ciondolo si è meritato in rispetto dei sottufficiali “anziani” ma non ha cambiato comportamento: sempre alla ricerca di indagini clamorose, agendo d’istinto, con comportamenti spericolati, spesso oltre il limite delle regole. In realtà Ciondolo sapeva di poterselo permettere perché c’era l’ombrello protettivo del capitano Arlati a ripararlo dagli strali degli ufficiali più alti in grado”.

Perché la tragedia? Perché Covolo, rimasto privo del suo superiore Arlati, che era il suo punto di riferimento, venne fatto oggetto di un vero e proprio mobbing da parte dei suoi superiori. Venne rimosso, tanto per cominciare, dall’operatività del nucleo Antiterrorismo, e spedito al Palazzo di Giustizia, quindi allontanato anche da lì e spedito, addirittura, in una stazione dei carabinieri al confine con la Svizzera. E tutto questo mentre gli esponenti della brigata “28 marzo” (questo il nome del commando capitanato da Barbone) pedinavano Tobagi e pianificavano l’agguato.

Scrivono gli autori del libro:

“Per 3 lunghi anni, dopo l’assassinio di Tobagi, la sua nota di servizio è stata tenuta nascosta. Per molto tempo e in più occasioni di questa nota è stata persino negata l’esistenza. E quando la notizia di una misteriosa nota informativa che avrebbe potuto salvare Tobagi è filtrata e ha avuto risonanza sulla stampa, la preoccupazione dell’Alto Comando dell’Arma dei carabinieri e quella dei magistrati inquirenti [Pomarici e Spataro] non sembra essere stata quella di cercare nuovi spiragli di verità e di responsabilità: la vera preoccupazione è stata quella di sapere da Ciondolo se era stato lui a dare alla stampa la notizia” (grassetto mio, p. 105).

E qui arriviamo a Craxi e al modo, assai poco obbiettivo, in cui Massimo Fini ha parlato del leader socialista in relazione al caso Tobagi. Craxi all’epoca disse: “Qualcuno ha taciuto una nota informativa che preannunciava l’organizzazione dell’assassinio di Walter Tobagi”.

La Procura smentì: “Mai avuto nessuna nota informativa. Per quanto ci riguarda non esiste”.

Ma Craxi rincarò la dose: “I carabinieri conoscono bene anche il nome dell’uomo che ben sei mesi prima dell’assassinio di Walter Tobagi ha fornito le generalità dei terroristi intenzionati a entrare in azione”. L’Avanti fece anche il nome: Rocco Ricciardi.

La Procura di Milano continuò a smentire ma Craxi aveva detto la verità.

Ora, cosa ha fatto Massimo Fini nel suo articolo Vi racconto il lato buono di Bettino? Ha riportato la parte meno convincente dell’esternazione di Craxi, quella in cui il leader socialista parlava di “mandanti” che sarebbero stati dietro il gruppo di Barbone, ma ha taciuto quello che di vero aveva detto Craxi, e cioè che i superiori del brigadiere Covolo, pur essendo a conoscenza delle note informative dell’investigatore, non le avevano trasmesse all’autorità giudiziaria (come venne indirettamente ammesso nel 1983 dall’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, pp. 142-143).

Quindi Tobagi poteva essere salvato. Ricordiamo che all’epoca, i superiori di Covolo erano sempre Bonaventura e Ruffino.

Da chi aveva ricevuto Craxi la notizia dell’esistenza della predetta nota informativa? Non si è mai saputo. Ma ciò che conta è che i magistrati della Procura di Milano si interessarono più alla fuga di notizie che all’accertamento delle responsabilità di chi aveva occultato le note di servizio.

E in seguito, la magistratura italiana si è ostinata nel condannare chi questa vicenda ha provato a raccontarla (i predetti Magosso e Brindani).

Adesso, giunge la notizia della sentenza della Corte europea, che ripara, almeno in parte, al comportamento persecutorio dello Stato italiano nei confronti di due specchiati giornalisti.

Sulla vicenda Covolo-Tobagi ha rilasciato nei giorni scorsi un’interessante intervista il giudice Guido Salvini: la potete ascoltare qui.  

Walter Tobagi

[1] Roberto Arlati e Renzo Magosso, Le carte di Moro, perché Tobagi, FrancoAngeli editore, Milano 2003.

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