Furio Colombo e la difesa della razza (ebraica)

Papa Pio XI

Domanda: ma la parola “razza” è davvero sempre così brutta?

Per il Papa Pio XI, certamente no: usata come sinonimo di “popolo” e purché non si metta in discussione l’unità primordiale del genere umano, la “razza” fa parte di quegli elementi fondamentali della società umana che hanno nell’ordine naturale “un posto essenziale e degno di rispetto”.

Non sembra pensarla allo stesso modo il noto giornalista Furio Colombo. Lunedì scorso, il Fatto Quotidiano, per commemorare il Giorno della Memoria (ebraica) ha pubblicato, a p. 12, il discorso che 20 anni prima (il 28 marzo 2000) proprio Colombo fece alla Camera dei deputati (all’epoca, era parlamentare) per festeggiare l’approvazione della legge, da lui promossa, che istituiva il predetto Giorno. Ecco cosa disse, tra l’altro, Colombo:

“Questo momento oggi è per me un momento di emozione, perché ho vissuto un’infanzia nella quale, amici e colleghi, l’ispettore della razza si presentava nelle aule delle nostre scuole a parlare di sangue infetto, a parlare di razza superiore, a parlare di un’immagine di mondo perfetto dal quale alcuni, tanti cittadini italiani – che erano stati a pieno diritto cittadini italiani fino a quel momento – avrebbero dovuto essere esclusi per sempre e fino alla morte”.

Furio Colombo

Ora, siamo d’accordo che parlare di “sangue infetto” e di “razza superiore” è un’aberrazione, ma tale aberrazione dovrebbe essere condannata sempre e senza eccezioni: invece, come vedremo alla fine di questo articolo, un’eccezione c’è e Furio Colombo si guarda bene dal menzionarla, in quanto proviene dal suo amato Israele.

Sempre lunedì scorso, sempre sul Fatto Quotidiano (p. 23), e sempre da parte del solito Furio Colombo, abbiamo letto una recensione – ampiamente elogiativa – dell’ultimo libro di Valentina Pisanty: I guardiani della memoria. Verso la fine della recensione, Colombo cita un passaggio del libro. Lo voglio citare anch’io, perché mi sembra davvero meritevole di riflessione:

“1) Negli ultimi 20 anni la Shoah è stata oggetto di capillari attività commemorative in tutto il mondo occidentale. 2) Negli ultimi 20 anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei Paesi dove le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore. (…) C’è un collegamento, ed è compito di una società desiderosa di contrastare l’attuale ondata xenofoba interrogarsi sulle ragioni di questa contraddizione”.

Osservo a mia volta: non sarà che quello che Pisanty e Colombo etichettano come “razzismo e intolleranza” sia, almeno in parte, una fisiologica reazione di rigetto nei confronti delle predette “politiche della memoria”? Non sarà che la gente è semplicemente stufa della propaganda ebraica e della sua capillarità (e questo a fronte dei comportamenti odiosi messi in atto dagli ebrei di Israele nei confronti dei palestinesi)? E non sarà che la gente ha anche avvertito, almeno confusamente, a livello di subconscio, il carattere totalitario di tale propaganda, rispetto alla quale non sono tollerate voci fuori dal coro e il benché minimo dissenso?

Valentina Pisanty è una vecchia conoscenza di questo blog. Più volte abbiamo nominato il suo (ormai vetusto) libro L’irritante questione delle camere a gas. Da poco ne è uscita nelle librerie una nuova edizione, ampliata, ma, ecco il punto, la risposta del revisionista Carlo Mattogno a tale libro – che è a sua volta un libro: Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz, risposta a Valentina Pisanty – nelle librerie non è mai arrivata, né vi potrà mai arrivare in quanto il diritto di replica, che è un diritto universalmente riconosciuto, quando si tratta di revisionismo dell’olocausto non è contemplato.

Ricordiamo che le predette attività commemorative sono state, e sono, capillari soprattutto nelle scuole: guai se qualche professore si azzarda a dire quello che pensa e a esprimere la benché minima critica alla versione dei fatti imposta manu militari dai cosiddetti “guardiani della memoria”. Rischia di finire sotto processo e di rimanervi per anni, come è capitato a suo tempo al professor Roberto Valvo.

Cosa aveva detto di tanto scandaloso il professor Valvo? La studentessa che lo aveva denunciato aveva riferito che:

“inizia un discorso sull’olocausto, dicendo che secondo lui non erano veri i numeri riguardo ai morti dell’olocausto e dei campi di concentramento. Che i sei milioni non erano esatti e che la stima non era stata fatta correttamente. Che l’olocausto era da riferirsi a tutti i morti e non solo agli ebrei”.

Solo per questo, il professor Valvo rimase sotto processo per ben cinque anni, anche se alla fine, per sua fortuna, riuscì ad essere assolto. Ma il dato più sconcertante di questa vicenda è proprio che era stato denunciato da una sua allieva, dimostrazione lampante delle implicazioni poliziesche e delatorie generate da queste “implementazioni” della “Memoria”.

Ulteriori ragguagli su quanto siano usati in modo tendenzioso, oggi, i concetti di “razzismo” e di “intolleranza” (e naturalmente di “antisemitismo”) ci vengono adesso offerti da un eccellente articolo, uscito pochi giorni fa, della giornalista americana Alison Weir. L’articolo si intitola L’oligarca dietro il Forum Mondiale sull’Olocausto presenziato da presidenti e re (all’avvenimento, tenutosi a Gerusalemme, ha partecipato anche il presidente della Repubblica Mattarella).

Come scrive Alison Weir, “almeno 45 leader internazionali hanno risposto alla convocazione per partecipare al Forum Mondiale sull’Olocausto in Israele per ‘combattere l’antisemitismo’. L’evento è organizzato da un oligarca russo-israeliano che considera ‘antisemitico’ il sostegno ai diritti umani dei palestinesi. Egli sta promuovendo un programma orwelliano che criminalizza l’’intolleranza’ ed esige programmi di rieducazione per chiunque vada oltre le opinioni accettate”.

L’oligarca in questione si chiama Moshe Kantor, conosciuto per aver intrattenuto “rapporti d’affari senza scrupoli” – e per aver accumulato le proprie fortune (oggi possiede un patrimonio di 4 miliardi di dollari) durante il massiccio saccheggio delle risorse russe negli anni di Boris Eltsin. Riferì a suo tempo l’agenzia JTA che venne fatto il suo nome tra quelli che cercarono di impadronirsi di alcune risorse della compagnia petrolifera Yukos e del suo fondatore, Mikhail Khodorkovsky, quando il Cremlino scatenò la sua campagna contro Yukos nel 2003.

Moshe Kantor

L’elenco delle cariche assunte da questo Kantor è effettivamente impressionante: oltre a essere presidente dell’European Jewish Congress, è fondatore e presidente della World Holocaust Forum Foundation, fondatore e presidente dell’European Jewish Fund, fondatore e presidente dell’International Luxembourg Forum on Preventing Nuclear Catastrophe, cofondatore e presidente dell’European Council on Tolerance and Reconciliation, vice-presidente dell’Euro-Asian Jewish Congress, e membro dell’International Board of Hillel.

Insieme al famigerato oligarca Boris Berezovsky, Kantor è stato uno sponsor della rivoluzione arancione in Ucraina nel 2005.

Uno degli enti da lui presieduti, l’European Jewish Congress promuove attivamente una nuova definizione di antisemitismo, in cui ad essere presi di mira sono gli attivisti pro-Palestina. Kantor sostiene che il BDS è antisemita. Così, l’opposizione di Kantor e delle sue organizzazioni all’”antisemitismo” spesso consiste nel censurare le informazioni che denunciano le violazioni israeliane dei diritti umani dei palestinesi.

Kantor auspica inoltre che i governi puniscano gli antisemiti in modo altrettanto aspro rispetto a come puniscono i terroristi. Egli sta lavorando per convincere i governi europei ad adottare un programma, lungo 13 pagine, di “obblighi concreti e applicabili che assicurino la tolleranza e reprimano l’intolleranza”. Tale programma, giustamente definito da Alison Weir come “orwelliano”, si intitola “Statuto Nazionale per la Promozione della Tolleranza (consultabile qui) e si propone di ridurre la libertà di espressione, di imporre programmi di rieducazione, di creare strutture di sorveglianza e di istituire reati penali per l’antisemitismo e per altre “intolleranze”. Ai giovani – e ai non giovani– condannati per aver commesso reati d’opinione verrebbero imposti programmi di riabilitazione finalizzati ad una “cultura della tolleranza”.

A tal fine, Kantor ha cooptato nella sua organizzazione “European Center for Tolerance and Reconciliation” due noti figuri come l’ex Primo Ministro inglese Tony Blair e il famigerato “filosofo” francese BernardHenri Lévy.

Il Papa riceve Moshe Kantor

Questo programma non è ancora diventato realtà ma il clima promosso da questi personaggi e da queste organizzazioni (che hanno ricevuto il plauso tra gli altri, ricordiamolo ancora, del Presidente Mattarella) ha già iniziato a produrre i suoi frutti avvelenati. Risale al 21 gennaio scorso, infatti, l’approvazione – da parte del Consiglio Regionale della Lombardia – di una mozione del gruppo Lega che toglie i finanziamenti pubblici a quelle associazioni che boicottano Israele:

“Forte condanna nei confronti di qualsiasi delegittimazione dello Stato di Israele e di sostegno al suo diritto di difesa dalle organizzazioni terroristiche e dalle minacce dai Paesi che ne invocano l’eliminazione; impegno al Presidente della Regione a farsi portavoce presso le istituzioni nazionali ed europee per la stesura di un documento o di un codice dal quale emerga una definizione chiara di antisemitismo; richiesta al Governo nazionale di escludere dai finanziamenti pubblici le realtà firmatarie dell’appello BDS, Boycott, Divestment and Sanctions, la campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele”.

A tanto è arrivato il servilismo sionista della Lega. Va precisato che la richiesta di escludere le associazioni che boicottano Israele ha ricevuto 10 voti contrari, segno che non tutti al Pirellone hanno deciso di buttare il cervello all’ammasso.

Un altro episodio emblematico di questo clima giunge dall’Inghilterra: qui una giornalista della BBC è stata oggetto di aspre critiche da parte delle solite associazioni ebraiche (il Board of Deputies e la CAA) per aver osato parlare di Israele come di una potenza regionale che occupa da decenni i territori palestinesi. “Ma qualcuno qui [ella ha detto riferendosi ai palestinesi] vedrà sempre la propria nazione attraverso il prisma della persecuzione e della sopravvivenza”. Orrore: la giornalista (Orla Guerin è il suo nome) ha osato parlare dei palestinesi come perseguitati e sopravvissuti! Di più: ha osato paragonare le sofferenze dei palestinesi a quelle degli ebrei sotto l’olocausto. Come si permette? Hanno attaccato i locali “guardiani della memoria”.

La giornalista Orla Guerin

A proposito dei territori palestinesi occupati: è di qualche giorno fa la notizia che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha rinviato per l’ennesima volta la pubblicazione del database delle aziende e delle imprese coinvolte negli insediamenti israeliani, la cui costruzione è un crimine di guerra, in base al diritto internazionale. Israele ha giurato di “fare qualunque cosa affinché questo elenco non veda la luce del giorno” (perché teme che abbia un effetto dissuasivo sulla partecipazione delle imprese ai predetti crimini) e, grazie alla complicità delle Nazioni Unite, ci sta riuscendo. Nel frattempo, gli investimenti israeliani negli insediamenti in Cisgiordania sono schizzati alle stelle, da quando Trump è diventato presidente degli Stati Uniti alla fine del 2016.

La seconda notizia che giunge dalla Palestina è la seguente: Israele continua a inondare le terre agricole di Gaza, titolava lo scorso 24 gennaio il sito del Middle East Monitor. Le autorità israeliane stanno “da giorni ormai” aprendo le cisterne dell’acqua piovana vicino alla Striscia di Gaza sotto assedio e allagando le terre dei palestinesi, ha riferito il ministero dell’agricoltura. Il ministero ha aggiunto che le forze di occupazione stanno “controllando l’apertura e la chiusura delle cisterne di acqua piovana a Gaza”, osservando che tutto ciò ha danneggiato le coltivazioni dei contadini. Due milioni di palestinesi vivono a Gaza, che è sottoposta ad assedio da parte di Israele da 13 anni. Quel che resta dell’agricoltura (ora sotto inondazione) è l’unica fonte di reddito per i palestinesi: la disoccupazione è aumentata vertiginosamente. Il 34% dei residenti di Gaza vive in povertà assoluta

Israeli forces opened rainwater stores allowing water to flood Gaza on 15 January 2020 [Mohammed Asad/Middle East Monitor]

La terza notizia proveniente dalla terra di Palestina, e che ci riporta alle considerazioni di Furio Colombo sulla razza, è una notizia che i media italiani (e lo stesso Colombo) si guardano bene dal riportare: in Israele, il rabbinato utilizza test del DNA per accertare l’ebraicità di quei cittadini che si trovano nella necessità di dimostrare di essere ebrei. Apprendiamo dall’articolo in questione che “secondo l’Halakhah [la legge religiosa dell’ebraismo], vi sono oltre 400.000 israeliani provenienti dall’ex Unione Sovietica che non sono considerati ebrei. Inoltre, vi sono 700.000 israeliani dall’ex Unione Sovietica il cui status ebraico viene di solito contestato dal rabbinato. Sebbene il rabbinato affermi che nessuno è costretto a fare il test del DNA, alcuni, come il direttore dell’ITIM [organizzazione no profit israeliana], il rabbino Seth Farber, fanno notare che il solo modo per sposarsi in Israele è attraverso il rabbinato, che richiederà il test. Nel corso del 2018, a circa 20 coppie sposate con almeno un partner proveniente dall’ex Unione Sovietica è stato chiesto di fare il test per avere il loro matrimonio riconosciuto in Israele”.

Il rabbino Yosef Carmel ha spiegato al Jerusalem Post che secondo esperti di storia e di genealogia, il 40% degli ebrei askenaziti discendevano pienamente da solo quattro donne ebree, che lasciarono il Medio Oriente 1.000 anni fa. Le affermazioni di questo rabbino riecheggiano uno studio di cui aveva parlato a suo tempo il sito mosaico-cem.it. nell’articolo Le quattro madri, uno studio genetico.

Va detto peraltro che tra i rabbini d’Israele, c’è qualcuno che considera la pratica del test del DNA semplicemente come razzista e discriminatoria. Ad esempio, il rabbino Aaron Leibowitz ha dichiarato:

“Bisogna dire la verità: il Gran Rabbinato sta cercando di dissimulare il separatismo e il razzismo con argomenti halachici che sono irragionevoli e non necessari”.

Da parte mia mi domando: davvero è possibile stabilire la “razza” di un individuo con il test del DNA?

E poi, che differenza c’è tra gli scienziati italiani che nel 1938 firmarono il manifesto per la difesa della razza e i genetisti israeliani che 14 anni fa hanno firmato lo studio sulle “quattro madri”?

E che differenza c’è tra l’ispettore della razza citato da Furio Colombo (quello che, a detta di Colombo, parlava di “sangue infetto”) e il rabbino Dov Lior, secondo cui “lo sperma di un gentile porta una discendenza barbara”?  

Una riposta comunque ce la possiamo già dare: per i rabbini israeliani (con le dovute eccezioni) la parola “razza” è una parola bellissima: a condizione ovviamente che si tratti della “razza” ebraica.  

Il rabbino Dov Lior

3 Comments
    • Fabrice
    • 31 Gennaio 2020

    Ottimo articolo, complimentoni!

    Comunque, il capo di Furio Colombo è Marco Travaglio e questo è ciò che pensa a riguardo.

    “Io sono filoisraeliano per convinzione, perchè adoro israele e gli ebrei, perchè ci sono stato e ho visto di che cosa sono capaci gli arabi, perchè conosco la storia, perchè ho imparato la pietà studiando i campi di concentramento, perchè rifuggo dai ricatti emotivi e amo le democrazie per quanto imperfette ma sempre migliori delle tirannie corrotte arabo-musulmane. ma sono curioso di sentire tutte le campane e dunque leggo anche chi non la pensa come me. non vedo che ci sia di strano.”, Marco Travaglio

    Riferimento, estratto dello scambio email fra Paolo Barnard e Marco Travaglio:

    https://comedonchisciotte.org/travaglio-su-israele/

    Cioè in pratica, che gli USA hanno foraggiato Israele per miliardi e milardi di dollari da decenni e che i palestinesi da grande maggioranza abitante in quelle terre si siano ridotti a minoranza mendicante costretta a vivere in enclavi per Marco Travaglio sono solo bezzecole da strapazzo e quindi è conseguenza logica che uno come Furio Colombo sguazza nel “Falso Quotidiano” di Travaglio & Company, that’s it!!

    Cordiali saluti e buon fine settimana.

    Fabrice

    Rispondi
    • Monia De Moniax
    • 1 Febbraio 2020

    L’ebreo e quindi il pladrone è furio colombo, non travaglio. Il marcot mi piaceva quando scriveva pezzi umoristici su l’unità [poveri Comunisti che fine hanno fatto!!!!]. Forse non erano farina del suo sacco. Vista la mole dei suoi libri, mi guardai bene dal comprarli. Acquistai invece quelli di Piergiorgio Odifreddi.
    Gli is.is-raeiani non sono un popolo, sono una religione, tant’è vero che si sono autonominati “stato ebraico”. Il popolo eletto…eletto da chi? dall’immaginario d’io degli eserciti e quindi della guerra perenne per mangiarsi tutti Noi? Hanno capito male, contro Noi che abbiamo capito benissimo la loro unica mossa…d: chiagno e ti fotto, peggio di una ROM di Napoli. tiro il fosforo bianco e nascondo la mano.

    Rispondi
    • GUMERCINdO PEñAFIEL
    • 2 Febbraio 2020

    BISOGNA LEGGERE IL LIBRO DI SCHLOMO SAND”COME FU INVENTATO IL POPOLO
    GIUDEO””
    IL 90% DELLA POPOLAZIONE DELLA ENTITà SIONISTA è DI ORIGINI KHAZARA ASCHENAZI,COSA CHE “””I RAGAZZI DEL F. QUOTIDIANO”SASNNO BENISSIMO PERò CHE NON HANNO LA ONESTA DI DICHIARARLO.

    Rispondi

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