Lo storico revisionista Jürgen Graf aveva ragione!

LO STORICO REVISIONISTA JÜRGEN GRAF AVEVA RAGIONE![1]

Di Anonimo Svizzero

L’affare del numero dei rifugiati ebrei respinti alle frontiere della Svizzera durante la seconda guerra mondiale focalizza l’attenzione su questa cifra secondo l’ipotesi – presentata come una certezza indiscutibile – che il respingimento era una misura equivalente ad una sentenza di morte. E per firmare l’infamia, i rifugiati respinti erano identificabili con il timbro «J» apposto sul loro passaporto, un timbro che sarebbe stato imposto dalla Svizzera ai cittadini del Reich di confessione ebraica.

È quanto emerge dalle scuse ufficiali presentate il 7 maggio 1995 alla comunità ebraica dal consigliere federale Kaspar Villiger, allora presidente in carica della Confederazione elvetica: «Nell’introdurre il timbro «J», la Germania ha accolto una richiesta svizzera. Questo timbro venne approvato dalla Svizzera nell’ottobre 1938. Basandoci su una concezione troppo restrittiva dell’interesse nazionale, noi facemmo allora una scelta sbagliata. Il Consiglio federale se ne dispiace profondamente e se ne scusa, pur essendo ben cosciente che alla fine una tale mancanza è inescusabile».

Va rilevata l’importanza della cronologia: gennaio 1995 – introduzione della legge penale antirazzista (articolo 261 bis CPS); maggio 1995 – scuse ufficiali del Consiglio federale nell’affare del timbro «J»; settembre 1995 – inizio dell’affare dei fondi ebraici in giacenza con la visita di una delegazione del Congrès Juif Mondial (CJM) nella sede dell’Associazione svizzera dei banchieri (ASB) per indagare sui conti ebraici in giacenza. È solo dopo l’entrata in vigore di una legge penale che proibisce ogni ricerca storica critica su un capitolo controverso della storia della seconda guerra mondiale, in rapporto con i fondi ebraici in giacenza e le scuse ufficiali della Svizzera che la macchina pronta a spogliare, a macinare e a colonizzare i popoli europei poteva mettersi «in marcia» nelle condizioni necessarie al suo successo.

L’affare del timbro «J» come lo presenta Kaspar Villiger è totalmente ingannevole e costituisce un vero oltraggio all’onore dei nostri antenati.

A partire dal 1926 i cittadini tedeschi potevano entrare senza visto in Svizzera con la semplice presentazione del loro passaporto. Il principio di reciprocità permetteva ai cittadini svizzeri di entrare in Germania nelle medesime condizioni. Nell’agosto 1938, in conseguenza del fallimento della Conferenza internazionale di Evian che avrebbe dovuto risolvere la questione dei rifugiati ebrei provenienti dalla nuova Germania, l’ambasciata svizzera a Berlino presentò al Ministero degli Affari Esteri del Reich una nota che chiedeva che venisse rilasciato da un consolato svizzero un visto a tutti i cittadini tedeschi desiderosi di recarsi in Svizzera. La Germania replicò che questa decisione comportava una misura di reciprocità e che i cittadini svizzeri sarebbero stati parimenti nell’obbligo di ottenere un visto per recarsi in Germania. Tutto ciò significava obbligare la grande maggioranza della popolazione a sottomettersi ad una misura restrittiva che riguardava solo una piccola minoranza. Il Ministero degli Affari Esteri del Reich propose allora di apporre un timbro «J» sui passaporti degli ebrei tedeschi nell’idea che questa misura avrebbe facilitato il controllo degli ebrei che lasciavano la Germania per recarsi in Svizzera o altrove all’estero. Il Consiglio federale si arrese a questa proposta, che non era dovuta alla sua iniziativa né era d’altronde di sua competenza, dal momento che questa non obbligava la Svizzera, in funzione del principio di reciprocità, ad apporre un timbro «J» sul passaporto degli ebrei svizzeri. Solo una tale misura avrebbe potuto giustificare delle scuse da parte della Svizzera alla comunità ebraica.

Come è possibile credere che la Svizzera avrebbe potuto fare altrimenti, dal momento che una tale «proposta», una formula puramente diplomatica, veniva da un potente vicino che stava concludendo a Monaco un accordo di pace con la Francia e con la Gran Bretagna?

Dal gennaio 1939, la Svizzera impose il regime del visto per tutti gli stranieri: la questione del soggiorno degli stranieri in Svizzera si regolava caso per caso (turismo, affari, transito, asilo politico, residenza) senza discriminazione dovuta alla razza.

Le scuse ufficiali presentate da Kaspar Villiger non sono l’errore d’un ignorante, ma l’atto di fedeltà della Svizzera al Nuovo Ordine Mondiale (NOM) proclamato all’insaputa della spontanea volontà del popolo e dei cantoni sovrani.

Dopo che nel giugno 1940 era stato firmato un armistizio tra l’aggressore (la Francia) e l’aggredito (la Germania), una linea di demarcazione separava la zona occupata di uno stato francese posto dall’Assemblea nazionale della Repubblica del Grande Oriente sotto l’autorità del Maresciallo Philippe Petain. Il tracciato di questa linea lasciava tra la zona libera e la Svizzera una frontiera comune situata nella parte sud del cantone di Ginevra.

Nell’agosto 1942, il Consiglio federale chiudeva la frontiera agli ebrei, una misura che riguardava soprattutto la «finestra» di Ginevra, dove un intenso traffico si sviluppò dopo l’armistizio concluso tra la Francia e la Germania.

Con l’occupazione della zona libera da parte della Wehrmacht nel novembre 1942, la Svizzera si ritrovò interamente circondata dalle forze dell’Asse e il traffico frontaliero venne rigorosamente controllato dalle forze d’occupazione tedesche. È per questo che il Consigliere federale von Steiger, senza tuttavia togliere formalmente le restrizioni riguardanti gli ebrei, cosa che avrebbe provocato un vuoto d’aria (la barca è piena), emanò delle istruzioni confidenziali affinché i rifugiati ebrei che si fossero presentati alle frontiere non venissero sistematicamente respinti.

La Commissione Bergier venne incaricata dal Consiglio federale di fare luce sui fondi ebraici in giacenza ma non sulla sorte dei rifugiati ebrei respinti, una «discriminazione» sorprendente poiché l’affare dei fondi ebraici in giacenza riguarda il segreto bancario e la sfera privata delle banche svizzere e dei loro clienti, mentre la sorte dei rifugiati è un affare di Stato. La Commissione Bergier, diretta in realtà dallo storico Saul Friedländer, un ex del Betar e dell’Irgun (delle referenze in materia di terrorismo …) fissa tuttavia a 24.398 il numero dei rifugiati ebrei respinti durante la guerra. Lo storico basileese Jürgen Graf ha esaminato la questione in Le Contre-Rapport Bergier, un opuscolo pubblicato nel marzo 2000 dall’Association Vérité et Justice. Jürgen Graf aveva allora stimato questa cifra a 3.000. Non è tuttavia il fatto di aver minimizzato il numero dei rifugiati ebrei respinti che è valso a Jürgen Graf una condanna penale ma il fatto che egli si è posto delle domande sulla loro sorte reale. In effetti, secondo la versione obbligata della storia, i rifugiati ebrei respinti erano sistematicamente destinati alla morte.

Sette anni fa, Serge Klarsfeld, celebre cacciatore di nazisti divenuto storico della Shoah, aveva parimenti stimato che 3.000 rifugiati ebrei erano stati respinti dalla Svizzera.

Questo numero è stato ancora rivisto al ribasso dopo la pubblicazione il 27 marzo 2017 della tesi di dottorato (più di 1.000 pagine) di Ruth Fivaz-Silbermann intitolata La fuite en Suisse [La fuga in Svizzera]. La storica ginevrina, che ha lavorato quasi 19 anni alla sua tesi, ha ritrovato la traccia di 2.844 ebrei respinti alla frontiera franco-svizzera, luogo di passaggio utilizzato da più di 15.000 ebrei che si presentarono alla frontiera, e dunque un po’ meno del 20% – e cioè 2.844 – sarebbero stati respinti.

Tra le persone respinte, la dottoranda dell’Università di Ginevra avrebbe identificato 248 ebrei che, secondo lei, vennero deportati e uccisi dopo il loro respingimento da parte della Svizzera. La storica ritiene che oltre ai rifugiati respinti identificati, qualche centinaio di altri ebrei sconosciuti sarebbe sparito dopo il loro respingimento da parte della Svizzera.

Allineandosi alle cifre di Jürgen Graf, Ruth Fivaz-Silbermann rimette in discussione la cifra dei 24.398 respingimenti che sarebbero avvenuti durante la seconda guerra mondiale secondo il Rapporto Bergier. Resta la questione delicata degli ebrei respinti che sarebbero scomparsi. Secondo costei, la responsabilità riguarderebbe i soli graduati responsabili della frontiera (militari, poliziotti o doganieri) che avrebbero respinto senza pietà dei rifugiati che si presentavano al valico di frontiera.

In realtà, dei covi in combutta con la Resistenza francese creavano dei falsi documenti d’identità continuamente e questo traffico lucrativo si pagava molto caro: i servizi segreti svizzeri non lo ignoravano affatto. Ciò spiega perché i rifugiati che tentavano di passare la frontiera talvolta a numerose riprese con delle false identità venivano respinti per aver utilizzato dei falsi documenti con piena conoscenza di causa e a loro rischio e pericolo.

Si conferma dunque che le scuse ufficiali presentate a questo riguardo da Kaspar Villiger erano totalmente fuori luogo e che Jürgen Graf aveva ragione.

[1] Traduzione di Andrea Carancini.

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