Lettera di Bradley Smith a Marianne Hirsch sulla differenza tra storia e (post) memoria

Lettera di Bradley Smith a Marianne Hirsch sulla differenza tra storia e (post) memoria

Bradley Smith
IL MUSEO AMERICANO DELL’OLOCAUSTO [1] E LE FANTASIE DEL “RITORNO”[2]
Di Bradley Smith, 5 aprile 2011
Professor Marianne Hirsch
Columbia University
Department of English and Comparative
Literature
Office: 508° Philosophy Hall
Mail Code 4927
1150 Amsterdam Avenue
New York, NY 10027
Phone: (212) 854-5121
4 aprile 2011
Marianne Hirsch

Gentile professoressa Hirsch,

Ho letto che lei sta per tenere una conferenza su “Fantasie del ritorno: l’Olocausto nella memoria e nella post-memoria ebraiche”[3] nel U. S. Holocaust Memorial Museum il prossimo 12 aprile. La sua ipotesi sulla “post-memoria” è stata enunciata come segue:

La post-memoria descrive la relazione [degli ebrei] della seconda generazione verso esperienze forti, spesso traumatiche, che hanno preceduto le loro nascite ma che pure sono state loro trasmesse in modo tanto profondo da sembrare che costituiscano esse stesse delle memorie. Concentrandosi sul ricordo dell’Olocausto, questo saggio spiega la generazione della post-memoria e la sua dipendenza dalla fotografia quale mezzo primario di trasmissione transgenerazionale del trauma.

Convenendo con l’osservazione di routine che la prima vittima della guerra è la Verità, la nostra premessa è che alcune tragedie reali vengono esagerate e sfruttate a scopi di propaganda mentre altre tragedie altrettanto orribili vengono ignorate. Questa prospettiva influenza il modo in cui dovremmo prendere in considerazione qualunque dibattito sulla post-memoria.
La carestia del Bengala del 1943

La Grande Carestia del Bengala del 1943[4] fu la conseguenza della politica della “terra bruciata” di Winston Churchill e della sua generale avversione per le masse indiane. Oltre 3 milioni di persone, principalmente donne e bambini di cui non rimangono tracce fotografiche, vennero fatte morire di fame. Eppure il primo e unico libro occidentale su tale orrore è stato pubblicato solo l’anno scorso con il Churchill’s Secret War[5] di Madhusree Mukerjee.



 La spaventosa carestia che sommerse l’Ucraina nel 1932-33 è un altro orrore non fotografato e dimenticato dove forse altri milioni di persone morirono di fame.

 

La Seconda Guerra del Congo, con oltre 5 milioni di morti, è probabilmente il conflitto più mortifero dalla fine della seconda guerra mondiale. Quanti ne hanno sentito parlare? Anche questo, non fotografato e dimenticato. Ironicamente, uno dei rari riferimenti alla brutale guerra del Congo sul sito del Museo dell’Olocausto è intitolato: “Mai più o mai ricordare?”. Questo titolo sottolinea domande fondamentali sulla post-memoria.

Quando io confronto le spaventose ma ignorate tragedie del Bengala, dell’Ucraina o dello Zaire con le sue teorie della trasmissione del “trauma” attraverso le generazioni, finisco col chiedermi se la post-memoria non sia un “lusso” riservato a coloro che sono stati fotografati. Un “lusso” che può essere – e che lo sia è lecito sostenerlo – sfruttato per guadagno.
I discendenti degli ucraini brutalizzati, dei bengalesi morti di fame, o dei tutsi massacrati, si ritroveranno senza traumi da post-memoria perché le fotografie “scomode” delle mamme e dei bambini morti di fame sono finite sul pavimento delle sale di montaggio dei censori inglesi o sovietici e/o nell’indifferenza dei cronisti?
Il lasciar perdere la “trasmissione transgenerazionale del trauma” non sarebbe forse un onesto e normale processo che andrebbe incoraggiato?
Gli effetti dell’uranio impoverito in Iraq

La società stessa sceglie di trasmettere i traumi transgenerazionali scegliendo quali orrori devono essere ricordati. Sceglie di ricordarne alcuni, sceglie di scartarne altri. Il nostro stesso governo ha scelto di non conteggiare le morti dei civili provocate dalla nostra invasione dell’Iraq del 2003. La mancanza di numeri e di foto dei bambini iracheni mutilati e uccisi equivarrà a nessun trauma da post-memoria per gli americani futuri? Quanto è comodo tutto ciò!

Ma c’è una domanda più importante sulla post-memoria. È stato notato che la storia è “solo” una storia che noi crediamo sia vera. Alcune storie conseguiscono lo status dell’iconografia politica. Alcune storie diventano “sacre”. Il contestare una memoria sacra, una storia sacra, è considerato una bestemmia. Come con ogni bestemmia percepita come tale, gli scettici vengono puniti con crudele durezza.
Sopravvissute dell'”Olocausto”

La sede della sua conferenza è il United States Holocaust Memorial Museum. Con ciò, sembrerebbe che il dibattito sulla post-memoria debba tracciare la linea, tra i suoi vari argomenti, tra il Museo e il Memoriale. Il Museo ha bisogno di conservare la scintilla intellettuale per mettere in discussione la storicità di ciò che esso mostra. Un memoriale, con le sue esposizioni, cerca di convertire ciò in cui crediamo in “storia sacra”. Mostrerebbe mai il “Museo” dei materiali che mettono in discussione ciò che il “Memoriale” ritiene essere sacro?

È la post-memoria un’ipotesi che implica che possiamo sostenere entrambi i punti di vista?
Cordiali saluti,
David Merlin
C/O CODOH
Committee for Open Debate on the Holocaust[6]
PO Box 439016
San Ysidro, CA 92143
Telephone: 209 682 5327

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