Come le Br diventarono atlantiche I

Come le Br diventarono atlantiche I

Questo post[1] nasce come seguito del post Il sequestro Sossi: quando le Br non erano ancora atlantiche[2]. Stante l’indubbia importanza dell’argomento – e in considerazione di quanto sia misconosciuta la vera storia delle Br – penso di pubblicare a puntate (un paragrafo alla volta) l’intero capitolo 7 – IL SEQUESTRO SOSSI – del libro di Antonio Cipriani e Gianni Cipriani SOVRANITÀ LIMITATAStoria dell’eversione atlantica in Italia[3]. Cominciamo con il paragrafo
1. Il Field manual 30-31[4] (pp. 202-206):
Due numeretti per racchiudere il senso di quasi cinquanta anni di storia della Repubblica italiana: 30 e 31. 30, secondo i codici usati dall’intelligence americana vuol dire che l’area d’interesse sono i servizi segreti militari. 31 il tipo di lavoro previsto: le operazioni speciali. Così il Field manual 30-31, compilato l’8 novembre del 1970 e titolato Operazioni di stabilizzazione dei servizi segreti, rappresenta la «summa» teorica della guerra non ortodossa per gli anni Settanta. Spiega ai servizi segreti militari statunitensi che cosa fare in caso di minaccia d’un capovolgimento politico in uno dei paesi d’influenza americana e spiega anche cosa fare in Italia, visto che la minaccia del Pci era, in quel periodo fortissima.
Un documento scottante, come dimostra la sua storia, ricostruita da Giuseppe De Lutiis: «Predisposto nel 1970 dallo Stato maggiore statunitense (capo di Stato maggiore era all’epoca il generale Westmoreland), pervenne qualche anno dopo al giornale turco Baris che ne annunciò la pubblicazione, mai più avvenuta perché il giornalista che era in possesso del documento scomparve con tutte le sue carte senza che di lui si sia mai più avuta notizia. Qualche anno dopo, per altra via, il documento pervenne al giornale spagnolo Triunfo, che lo pubblicò. In Italia fu pubblicato il 27 ottobre 1978 dal settimanale L’Europeo nonostante vi fossero pressioni affinché il documento non venisse pubblicato. Successivamente lo stesso documento fu ripubblicato dal periodico Controinformazione, vicino alle Brigate rosse. Quel numero, solo quel numero, fu sequestrato per apologia di reato, in quanto conteneva anche la trascrizione di alcuni volantini delle Br[5]».
Perché negli anni Settanta il manuale Westmoreland faceva paura? Perché si parlava dettagliatamente delle infiltrazioni nei gruppi dell’estrema sinistra allo scopo di creare caos e disordini attraverso la sovversione, ma anche azioni più violente. In pratica si gettavano le basi teoriche su come calamitare in orbita atlantica quel fenomeno originariamente spontaneo e poi abilmente guidato, diventato in Italia tristemente noto con il nome di Brigate rosse. Sostengono gli americani nel Field manual: «Può succedere che i governi del paese amico mostrino passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista o ispirata dai comunisti e che reagiscano con inadeguato vigore ai calcoli dei servizi segreti trasmessi per mezzo delle organizzazioni Usa». Che era quanto, secondo i teorici della guerra non ortodossa, stava accadendo in Italia. Come rispondere? «In questi casi i servizi dell’esercito nordamericano devono poter disporre di mezzi per lanciare operazioni speciali capaci di convincere il governo e l’opinione pubblica del paese amico della realtà del pericolo e della necessità di portare a termine azioni di risposta»[6]. Come dire: se i governi non si muovono con decisione per frenare l’avanzata comunista, nonostante i «buoni consigli» statunitensi, ci penseranno gli uomini delle operazioni speciali e faranno in modo di convincere governo e opinione pubblica. Una sinistra previsione di ciò che accadrà ogni volta che il «livello dello scontro» tenderà a diminuire, che il Pci crescerà elettoralmente o che qualche statista dell’area di governo penserà di affrancare l’Italia dal dominio pieno e incondizionato degli Usa.
Naturalmente il pericolo che in quegli anni doveva saltare fuori agli occhi dei politici e dell’opinione pubblica, era quello «rosso». Bastava solo rendere più accesi i toni della contrapposizione e un po’ più violente le azioni dei gruppi per far scattare le azioni di risposta ottenendo il benestare da parte della popolazione. Il Field manual 30-31 prevede: «I servizi segreti dell’esercito nordamericano dovrebbero cercare di infiltrarsi nel seno dell’insurrezione mediante agenti in missione speciale, col compito di costituire gruppi di azione speciale tra gli elementi più radicali degli insorti. Quando si produce una situazione come quella che abbiamo appena descritto, quei gruppi, agendo sotto il controllo dei servizi segreti dell’esercito Usa, dovrebbero lanciare azioni violente o non violente a seconda dei casi. Nei casi in cui l’infiltrazione di tali agenti tra i dirigenti dell’insurrezione non si è pienamente realizzata, l’utilizzazione di organizzazioni di estrema sinistra può contribuire a conseguire i fini citati[7]». Uno scenario che si verificherà puntualmente, grazie all’opera degli agenti speciali «travestiti» da brigatisti. Il manuale statunitense approfondisce dettagliatamente questo aspetto e parla del ruolo fondamentale degli agenti segreti utilizzati nelle operazioni di «controsovversione» per «infiltrarsi nelle strutture rivoluzionarie e mantenere reti di informatori»[8]. Un concetto ripetuto più volte: «L’infiltrazione nelle attività [dei rivoluzionari, nda] da parte degli agenti del governo non solo è auspicabile, ma può dare un significativo contributo alla battaglia[9]». E ancora: «È importante che i servizi segreti del paese alleato si infiltrino con i loro uomini nei movimenti sovversivi, con l’obbiettivo di realizzare contro-azioni di successo[10]». Viste queste premesse teoriche, è chiaro che quando i movimenti eversivi di sinistra cominceranno ad affacciarsi sulla scena italiana, gli agenti della guerra non ortodossa saranno già pronti per inserirsi nei gruppi, facilitare le loro attività, trovare finanziamenti e spingerli il più possibile su posizioni violente e radicali.
Nel 1970 la strategia della tensione era cominctata da poco ma nel Field manual la descrizione che viene data del terrorismo praticato dai movimenti estremisti sembra una previsione esatta di quanto sarebbe accaduto in Italia negli anni Settanta. Solamente che, quando il testo era stato scritto, quasi nulla era ancora accaduto e le stesse Br cominciavano a muovere i primi passi. Scriveranno gli esperti dell’esercito americano: «Se i metodi non violenti non raggiungono gli obbiettivi desiderati, i rivoluzionari forse possono utilizzare misure più dure per ottenere i loro obiettivi. Le attività terroristiche sono particolarmente utili per ottenere il controllo della popolazione. Il terrore può essere utilizzato selettivamente o indiscriminatamente[11]». Una situazione di pericolo rappresenta poi il miglior pretesto per organizzare un efficace piano di difesa interna nell’ambito del quale poter coordinare il lavoro delle diverse organizzazioni che operano per mantenere la «stabilità». «Questa integrazione di forze raggiunta con l’uso abile di tecniche aggressive applicate con immaginazione, crea una situazione nella quale l’efficienza delle attività rivoluzionarie viene seriamente danneggiata[12]».
Le teorie del Field manual sono espresse in termini molto brutali, ma la loro applicazione riuscirà ugualmente a contribuire a disorientare l’opinione pubblica italiana e degli altri paesi alleati, che per anni leggerà il fenomeno terroristico come un semplice altalenarsi di azioni violente «fasciste» o «comuniste» che rispondevano a strategie velleitarie, irrimediabilmente destinate alla sconfitta, senza accorgersi che i termini dello scontro erano assai diversi. Del resto gli atlantici per portare avanti il loro programma erano disposti a violare le leggi, a «ingannare» alleati, promuovere colpi di stato, uccidere gli avversari politici e, naturalmente, a favorire l’espansione del fenomeno terroristico. L’operazione Moro rappresenterà un momento strategico di questo programma. Scrivevano i militari dell’US Army: «Nella fase uno le personalità sono elementi molto importanti. Durante questa fase, quando la rivoluzione comincia a marciare e aumenta la sua influenza, la perdita di un numero relativamente piccolo di uomini può distruggerla o almeno frenarla. La cattura, l’esposizione ai ricatti dei capi rivoluzionari può distruggere completamente la rivoluzione[13]». Nella «fase uno» è anche necessario svolgere una accurata attività di controinformazione per diffondere notizie false e depistanti.
La guerra non ortodossa, dunque, non si ferma davanti a nulla e gli stessi trattati ufficiali che regolano le attività atlantiche, devono necessariamente essere considerati un semplice strumento di copertura da tenere concretamente in poco conto. Limiti non se ne possono accettare, ma proprio in virtù delle esigenze della controinformazione depistante si deve negare con decisione che i limiti siano stati superati. Nel Field manual questo concetto è espresso con estrema chiarezza: «Le operazioni in questo settore specifico devono essere strettamente clandestine, perché il fatto che l’Esercito statunitense è coinvolto negli affari del paese alleato deve essere conosciuto solo da una ristretta cerchia di persone che collaborano nella lotta contro i movimenti rivoluzionari. Il fatto che il coinvolgimento dell’Esercito americano è molto più profondo, non può essere ammesso in nessuna circostanza[14]». Un altro passaggio del manuale è ancora più chiaro: «Benché secondo la politica nazionale esistente, operazioni combinate di intelligence dell’US Army appartengano normalmente ad un lavoro coordinato con i servizi segreti del paese ospite, l’intelligence statunitense deve essere preparata a dare assistenza al di fuori di quello che è definito dalla politica[15]». I teorici della guerra non ortodossa avevano evidentemente deciso che per realizzare il loro progetto stabilizzatore non potevano fermarsi davanti a nulla.
Anche il colpo di stato rientrava nei progetti atlantici. Un golpe fascista, come quelli promossi in Grecia e in Cile, oppure un golpe «bianco» di tipo autoritario presidenzialista, come quelli preparati (e sempre rientrati) dai circoli anticomunisti e filoamericani italiani. Per i teorici atlantici l’importante era solamente poter controllare strettamente le attività del paese alleato. Tanto meglio se, agli occhi dell’opinione pubblica, l’aiuto era dato ad un paese che presentasse una facciata democratica. Anche in questo caso il Field manual era molto esplicito: «La nostra preoccupazione dell’opinione pubblica può essere eliminata se i regimi che hanno il nostro appoggio osservano il processo democratico, o almeno la facciata democratica. Quindi un governo democratico è sempre il benvenuto purchè risponda ai principi dell’anticomunismo. Se non ha questi requisiti si deve prendere in seria considerazione una possibile modificazione del governo[16]». In definitiva, in nome della guerra non ortodossa, poteva accadere che un gruppo di infiltrati in un movimento rivoluzionario finissero con l’assumerne la leadership e ne orientassero le scelte, mentre altri agenti segreti, dall’esterno, controllavano le mosse dei terroristi decidendo, di volta in volta, quali azioni far portare a termine, chi arrestare, chi lasciare in libertà e chi far evadere. Tutto funzionale ad una spregiudicata politica di terrore «stabilizzante». Questi meccanismi hanno regolato fin dal nascere le attività delle Brigate rosse; una storia segreta che in tutti i modi si è cercato di nascondere.
Il manuale della Nato per i guerriglieri
Ciclostilato, illustrato da dodici disegni, lungo trentatré pagine, le Brigate rosse avevano preparato un manuale sull’uso degli esplosivi e delle armi, diffuso agli inizi del 1972 ai responsabili militari delle colonne e agli incaricati dell’addestramento dei nuovi militanti. Era diviso in tre parti: la prima riguardava «miscele incendiarie e ordigni incendiari improvvisati»; la seconda l’uso di «tritolo nitroglicerina, T4 (esplosivo in dotazione alle basi Nato), dinamite[17]»; la terza una lezione teorico-pratica sull’uso delle pistole Beretta calibro 9 modello 34.
Il manuale inizia con una premessa: «Le miscele incendiarie sono strumenti di massa per il fatto che non richiedono specialisti; sono di semplice esecuzione e il materiale occorrente è rintracciabile con estrema facilità e con poca spesa». Segue un avvertimento: «Sono molto più pericolose da maneggiare che non gli esplosivi tradizionali»[18]. Le miscele consigliate sono: clorato e zucchero, segatura e paraffina, napalm «improvvisato» con benzina e scaglie sottili di sapone. E una scheda indica anche dove e come reperire i materiali. Un’analisi dettagliata, da specialisti, difficilmente spiegabile con le conoscenze maturate nel corso della guerra partigiana, tanto più che nella seconda parte del manuale vengono illustrati i metodi per fabbricare gli «ordigni esplosivi di emergenza», come bombe a mano improvvisate, fatte con polvere nera, miccia e biglie di ferro. Cinque pagine e otto disegni sono poi dedicati agli esplosivi pesanti come il tritolo, la nitroglicerina e il T4. Ancora più dettagliate sono le dodici pagine riservate alla pistola Beretta della quale il brigatista deve imparare ogni segreto: montarla, smontarla, ripararla, inserire nuovi meccanismi e conoscere impieghi e difetti. La Beretta calibro 9 è considerata nel manuale in uso presso le Br come una sorta di pistola d’ordinanza dei terroristi perché «questa è la pistola che hanno in dotazione le cosiddette forze dell’ordine (poliziotti, carabinieri, guardie notturne, guardiani di fabbrica) quindi tutti i compagni che desiderano vederla più da vicino, e non solo in fotografia, non hanno che da andare a prendersela»[19].
I clandestini delle Brigate rosse, dunque, avevano preparato un testo militare nel quale venivano spiegate alcune tecniche, come quella della costruzione di bombe artigianali, che erano identiche a quelle che venivano insegnate nel Centro guastatori di Capo Marrargiu. E qualche anno dopo sarà anche avanzato il sospetto che alcuni brigatisti «atlantici» fossero stati addestrati nella base segreta di Gladio. Un sospetto che si rivelerà fondato anche perché il manuale al quale si erano ispirati i brigatisti era di scuola atlantica e in dotazione alle forze armate. Nell’organizzazione era stato introdotto circa un anno prima della sua diffusione dal «superclandestino» Corrado Simioni, che aveva sostenuto di esserne  riuscito a venire in possesso tramite il suo giro di amicizie. Una circostanza abbastanza singolare che, quanto meno, indica come la crescita delle Br fosse favorita e predisposta. Del materiale fornito da Simioni i brigatisti si limitarono a fare un riassunto[20]. Così i segreti della Nato divennero la base del loro manuale.
Di cose singolari durante la sua permanenza nelle Br, Corrado Simioni ne fece parecchie. Oltre al progetto di attentato a Junio Valerio Borghese e all’introduzione del manuale militare della Nato, il «superclandestino» aveva anche preparato uno studio dettagliato, con tanto di grafici elaborati, per sostenere che il 1974 avrebbe rappresentato un anno cruciale per i destini della lotta armata in Italia e in Europa. Mai profezia si sarebbe rivelata più indovinata. Il 1974 sarà l’anno della strage di Brescia, dell’Italicus, dei tentativi di golpe presidenzialisti, della guerra tra servizi segreti che aveva portato alla «scoperta» del golpe Borghese e all’uccisione di Giancarlo Esposti, del sequestro Sossi e della decapitazione del vertice Br. 

[1] Avvertenza: i grassetti nel testo sono miei. A partire dalla nota 5, le note sono quelle originali del libro.
[3] Edizioni Associate, Roma 1991.
[4] Il supplemento B di tale documento è riprodotto qui, compresa una discussione sulla tesi – espressa a suo tempo dall’esercito americano – della falsità del documento: http://cryptome.info/fm30-31b/FM30-31B.htm
[5] Giuseppe De Lutiis, Le direttive dagli Usa nelle carte “Top secret”, inserto dell’Unità sull’operazione Gladio, 14 novembre 1990.
[6] Commissione P2, allegati.
[7] Ibid.
[8] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, allegati alla relazione, volume VII, p. 339.
[9] Ibid., p. 353.
[10] Ibid., p. 296.
[11] Ibid., p. 319.
[12] Ibid., p. 330.
[13] Ibid., p. 353.
[14] Ibid., p. 288.
[15] Ibid., p. 329.
[16] Ibid., p. 291.
[17] Documento Br citato da Remigio Cavedon in Le sinistre e il terrorismo, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1982, p. 197.
[18] Ibid.
[19] Tullio Barbato, Il terrorismo in Italia, cit., 1980, p. 225.
[20] Fonte personale degli autori.

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