Israel lobby e guerra in Iraq

LA LOBBY SIONISTA HA CONDOTTO GLI STATI UNITI IN GUERRA CONTRO L’IRAQ?

Di Paul Grubach[1]

Durante un forum contro la guerra tenutosi a Reston, in Virginia, il 3 Marzo 2003, il deputato repubblicano James Moran aveva detto a una folla di circa 120 persone: “Se non fosse per il forte sostegno della comunità ebraica a questa guerra contro l’Iraq, noi [gli Stati Uniti] non la staremmo facendo.”

La Casa Bianca, numerosi leader democratici del Congresso, la Coalizione degli Ebrei Repubblicani, e il Comitato Nazionale degli Ebrei Democratici, condannarono la dichiarazione di Moran. Molti organi d’informazione approvarono la condanna rivolta al sette volte deputato che, infine, fu costretto a scusarsi. Nel numero del 16 Marzo 2003 del giornale – largamente diffuso e assai influente – US News and World Report, l’editorialista Gloria Borger criticò Moran e tentò di confutare la sua dichiarazione.[2] Quest’articolo è molto importante perché esprime in modo chiaro la linea ideologica espressa dai media ordinari sul motivo per cui, presuntamente, non si dovrebbe incolpare la lobby sionista per aver condotto gli Stati Uniti in guerra contro l’Iraq.

Come stiamo per vedere, è stato in realtà il potere della elite sionista – e dei suoi alleati gentili – a stare dietro a questa spinta in favore della guerra. Sebbene gli argomenti per provare quest’affermazione siano abbondanti, vengono raramente discussi nei media americani ordinari, grazie all’abilità della detta elite di confezionare e persino censurare le notizie.

Prima di leggere la mia confutazione, esorto decisamente il lettore a studiare l’articolo della Borger in modo da farsi un’idea di prima mano dei suoi argomenti. L’articolo inizia fornendo un resoconto di quello che è stato detto dai critici della guerra contro l’Iraq, come il deputato Moran, e da Pat Buchanan, riguardo al coinvolgimento sionista nella spinta in favore dell’invasione. In tono di condanna, la signora Borger afferma sarcasticamente: “In questa visione cospiratoria, questi uomini [gli architetti ebrei e neoconservatori della guerra] hanno un piano generale concepito anni orsono per eseguire gli ordini d’Israele di sbarazzarsi di Saddam Hussein.”

[In realtà] il principale architetto della guerra contro l’Iraq, Paul Wolfowitz, mise a punto un piano per invadere l’Iraq molti anni prima dell’invasione del 2003. Nel 1977 Wolfowitz venne messo a lavorare al Limited Contingency Study. Il suo preteso scopo era di esaminare potenziali aree pericolose nel terzo mondo. Già alla fine degli anni ’70 egli affermava che l’Iraq costituiva una minaccia militare diretta. Come Wikipedia fa notare, il Limited Contingency Study pose il fondamento per l’invasione dell’Iraq del 2003.[3]

Questa rispettata fonte di Internet fa inoltre notare che i legami di Wolfowitz con i programmi sionisti sono profondi e risalgono addirittura ai suoi anni dell’adolescenza, e costituiscono una buona prova che il suo piano per un’invasione americana dell’Iraq era collegato agli interessi d’Israele.[4]

La stessa Borger offre le prove che questi funzionari pro-guerra avevano un piano per invadere l’Iraq alcuni anni prima che l’invasione avesse luogo. Ella scrive: “Ma che dire di quei falchi neoconservatori nascosti dentro l’amministrazione [di Bush]? Non scrivevano memoranda alla fine degli anni ’90 chiedendo, tra le altre cose, l’abbattimento di Saddam? Sì.” Grazie, signora Borger per aver confermato il mio punto di vista.

La Borger menziona i commenti di Pat Buchanan in modo molto negativo: “…Si trattò di una polemica sulla sua rivista in cui dichiarò che una piccola cricca di neoconservatori con legami nell’amministrazione erano desiderosi di arruolare il sangue americano per rendere il mondo più sicuro per Israele.” Dal suo punto di vista, le dichiarazioni di Buchanan sono ovviamente false, e dovrebbero essere assolutamente rifiutate da ogni americano intelligente.

La guerra riguarda in larga misura gli interessi d’Israele, come l’ex comandante supremo della NATO, il generale Wesley Clark, ammise – prima che la guerra iniziasse – con un’autorevole fonte d’informazioni inglese. Egli riconobbe che i piani di guerra del presidente George W. Bush erano in funzione innanzitutto degli interessi sionisti. Essendo a conoscenza dei pensieri e delle convinzioni dei massimi esponenti del governo, i suoi commenti hanno il peso dell’autorevolezza: “Quelli che sono a favore di quest’attacco ora ti dicono candidamente, e privatamente, che è probabilmente vero che Saddam Hussein non è una minaccia per gli Stati Uniti. Ma hanno paura che prima o poi possa decidere – se avesse un’arma nucleare – di utilizzarla contro Israele.”[5]

Inoltre, dopo che la guerra era in corso, il generale responsabile delle forze americane in Iraq, Tommy Franks, rivelò che la protezione d’Israele era uno delle ragioni principali per cui gli Stati Uniti erano entrati in guerra. Secondo le parole di un lancio d’agenzia della Jewish Telegraphic Agency: “La minaccia di un attacco missilistico contro Israele è stata una delle ragioni dell’attacco preventivo contro l’Iraq, ha detto il generale Tommy Franks.”[6]

Continua la Borger: “Non fa niente che, se dipendesse dagli israeliani, gli Stati Uniti dovrebbero puntare ad un cambio di regime in Iran o in Siria.” In altre parole, l’invasione dell’Iraq non era nell’interesse d’Israele perché gli israeliani vorrebbero che gli Stati Uniti entrassero in azione contro l’Iran o la Siria.

Gli israeliani stavano, e stanno, in realtà spingendo per un azione americana contro l’Iran. Ad esempio, nel numero del 25 Giugno del 2003 del pro-sionista e assai influente Wall Street Journal, l’ex primo ministro d’Israele Shimon Peres insistette che gli Stati Uniti, l’Europa, la Russia e le Nazioni Unite avrebbero dovuto prendere serie misure contro l’Iran.[7] L’organizzazione ebraico-sionista ADL, che è di fatto un agente di Israele, sta ora spingendo affinché il mondo agisca contro l’Iran.

Continua la Borger: “E non fa niente che questa cricca sia attualmente un gruppetto di falchi prevedibili che hanno anche esortato all’azione in Kosovo e Bosnia a beneficio dei musulmani. Dimenticatevi di tutto ciò.”

Questo, credo, è un punto cruciale del suo argomento. “Questi neoconservatori (in gran parte ebrei) hanno spinto per azioni militari in Kosovo e in Bosnia che non fanno in alcun modo gli interessi d’Israele. Perciò, non è leale dire che hanno spinto per un’azione militare contro l’Iraq per gli interessi d’Israele.”

Tutto ciò è altamente fuorviante, se non manifestamente falso. Un politologo ebreo, Benjamin Ginsberg, ha rivelato un aspetto importante del programma neoconservatore. Egli ha fatto notare come recentemente gli ebrei abbiano giocato un ruolo decisivo nel conservatorismo repubblicano e nel neoconservatorismo. Ginsberg ha rivelato quello che c’è dietro la maschera conservatrice: “Un certo numero di ebrei ha constatato che la sicurezza d’Israele richiedeva una forte dedizione americana in favore dell’internazionalismo e della difesa [militare]. Tra i più importanti esponenti di questa posizione c’era Norman Podhoretz, editor di Commentary Magazine. Podhoretz era stato un liberale e un forte oppositore della guerra in Vietnam. Ma dall’inizio degli anni ’70 giunse alla conclusione che il sostegno costante americano ad Israele dipendeva da un costante coinvolgimento americano negli affari internazionali, da cui conseguiva che il ritorno americano all’isolazionismo rappresentava una minaccia diretta alla sicurezza d’Israele. Questa fu una delle ragioni fondamentali per cui Podhoretz ruppe con i liberali.”[8]

Perciò, una delle tesi principali del neoconservatorismo è che una politica estera americana spiccatamente interventista in altre aree [d’influenza] rispetto al Medio Oriente salvaguardi gli interessi d’Israele. Se gli Stati Uniti perseguissero una politica estera interventista globale sarebbe probabilmente per intervenire a beneficio d’Israele, se la nazione sionista ne avesse bisogno.

Questa testimonianza mina direttamente l’affermazione della Borger. Proprio perché i falchi neocon hanno propugnato l’intervento militare in Kosovo e in Bosnia le azioni militari che non fanno apertamente gli interessi d’Israele non confutano in alcun modo la teoria che la loro spinta all’invasione americana dell’Iraq fosse finalizzata a vantaggio d’Israele. Il loro programma aggressivo d’interventismo globale in altre aree rispetto al Medio Oriente è legato in ultima analisi alla prosperità d’Israele. Nel suo tentativo di discreditare la teoria che la lobby sionista ha condotto gli Stati Uniti in guerra contro l’Iraq, ella pone questa domanda retorica: “Ancora, la preferenza di vecchia data di Bush per Sharon non ha più a che fare con il suo disgusto per Yasser Arafat del suo profondo affetto per Richard Perle?”

L’antipatia di Bush per Yasser Arafat può aver avuto un ruolo nell’avergli fatto scegliere il campo neoconservatore, ma i contributi finanziari degli ebrei repubblicani hanno indubbiamente avuto parimenti un ruolo nell’avergli fatto decidere in favore della guerra contro l’Iraq. Come gli studiosi ebrei S. M. Lipset e E. Raab osservano, un quarto dei contributi del partito repubblicano sono di provenienza ebraica.[9]

Inoltre, i principali consiglieri di Bush e alti dirigenti sono membri dell’impetuosamente sionista e filo-israeliano Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA). Indubbiamente anche questo ha avuto un ruolo significativo nello spronare Bush ad accettare il programma sionista di Richard Perle per l’Iraq.

Il rinomato giornalista inglese Robert Fisk, ha scritto sull’autorevole The Independent che: “Solo The Nation, tra tutti i giornali americani ha osato indicare che un gran numero di ex lobbisti israeliani stanno lavorando adesso dentro l’amministrazione americana, e che i piani di Bush per il Medio Oriente – che potrebbero causare un enorme sconvolgimento politico nel mondo arabo – collimano perfettamente con i sogni d’Israele sulla regione. La rivista elencava il vice-presidente Dick Cheney – il super falco dell’amministrazione americana – e John Bolton, ora sottosegretario di stato per il controllo degli armamenti, con Douglas Feith, il terzo dirigente in ordine d’importanza del Pentagono, come membri del gruppo di consiglieri del JINSA, prima del loro ingresso nel governo di Bush. Richard Perle, presidente del Defense Policy Board del Pentagono, è tuttora consigliere dell’istituto, come l’ex direttore della CIA James Wolsey.”

Continua Fisk: “Michael Ledeen, descritto da The Nation come uno dei lobbisti più influenti del JINSA a Washington, sta lanciando appelli per una “guerra totale” contro il “terrorismo”—finalizzata ad un cambio di regime in Siria, Iran, Iraq, Arabia Saudita e nell’Autorità Palestinese. Perle è consigliere del Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che parla della West Bank e di Gaza come dei “cosiddetti territori occupati”…”

Continuando questa esposizione, Fisk aggiunge: “Il sito web del JINSA dice che esso esiste per “informare la comunità dei Ministeri della Difesa e degli Esteri sul ruolo importante che Israele può giocare nel rafforzare gli interessi democratici nel Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Il prossimo mese Michael Rubin, dell’American Enterprise Institute – un gruppo di pressione di destra e pro-israeliano – il quale si riferiva alla commissaria uscente per i diritti umani delle Nazioni Unite Mary Robinson come a una “complice del terrorismo”, entrerà a far parte del Ministero della Difesa americano come un “esperto” delle questioni legate all’Iran e all’Iraq.”

Fisk poi rivela il nome del direttore ebreo del JINSA: “Secondo The Nation, Irving Moskovitz, il magnate californiano che ha fondato insediamenti nei territori occupati da Israele, è sia un finanziatore che il direttore del JINSA.”

Infine Fisk indica che il Presidente Bush non avrebbe rivelato agli americani l’influenza che il JINSA ha sulla sua politica estera: “Il Presidente Bush, naturalmente, non parlerà dell’influenza di questi lobbisti pro-Israele quando presenterà il suo progetto per il Medio Oriente alle Nazioni Unite…”[10]

Nel suo tentativo di confutare l’ipotesi che Bush e i suoi colleghi pro-Israele mentirono all’opinione pubblica americana sulla guerra contro l’Iraq, la Borger proclama: “Ammettiamolo: Bush non è un cospiratore connivente. Se non altro, egli è un uomo profondamente rozzo che si crea le opinioni viscerali e caparbie dei leader”, e Saddam Hussein e Kim Jong II sono in cima alla sua lista di cattivi soggetti.

Contrariamente a quello che ella scrive, nuove prove suggeriscono che Bush in realtà è un cospiratore connivente che ha tentato di mentirci sulla guerra contro l’Iraq. Secondo un recente resoconto dell’AFP: “L’intelligence militare americana aveva avvertito l’amministrazione di Bush nel Febbraio del 2002 che la sua fonte chiave sulle relazioni di Al-Qaeda con l’Iraq aveva fornito “dati volontariamente falsi”, secondo un rapporto de-secretato.

Il detto resoconto prosegue: “Nondimeno, otto mesi più tardi, il Presidente Bush se ne uscì con accuse che il governo iracheno di Saddam Hussein aveva addestrato membri della rete terrorista di Osama Bin Laden a fabbricare veleni e gas mortali.”

Commentando questo triste stato di cose, il democratico Carl Levin fu costretto dalle prove emerse ad affermare ciò che era ovvio: “Quest’informazione de-secretata fornisce prove drammatiche supplementari che le dichiarazioni pre-belliche dell’amministrazione erano ingannevoli.”[11]

Inoltre, la Corea del Nord di Kim Jong II, un pericoloso nemico degli Stati Uniti, ha pubblicamente ammesso di avere armi nucleari.[12] Tuttavia, Bush non ha ordinato un’invasione della Corea del Nord. Ma Bush ha ordinato un invasione dell’Iraq di Saddam, “una nazione che non aveva armi nucleari che potevano minacciare gli Stati Uniti. Il solo paese per il quale l’Iraq di Saddam rappresentava una minaccia era Israele”, prova ulteriore che la politica bellica di Bush contro l’Iraq serve gli interessi d’Israele.

Ancora una volta, in un tentativo di discreditare l’ipotesi che la lobby sionista ha condotto gli Stati Uniti in guerra contro l’Iraq, la Borger afferma, con una domanda retorica, che i consiglieri del presidente non sono stati imbrogliati dai funzionari sionisti per andare in guerra contro l’Iraq. “I consiglieri di Bush sono stati abbindolati?”, si domanda la Borger.

I consiglieri del presidente non sono stati abbindolati o turlupinati. Come abbiamo mostrato in precedenza, questi consiglieri sono tutti uomini con una mentalità ardentemente pro-sionista e pro-israeliana, e sono membri del JINSA. Questi consiglieri di Bush sono attivamente coinvolti negli interessi sionisti.[13]

La Borger prosegue citando il Primo Ministro di Saddam Tariq Aziz: “Le ragioni di questa politica guerrafondaia nei confronti dell’Iraq sono il petrolio e Israele.”

Aziz ha perfettamente ragione. Una delle ragioni principali della guerra è stata il petrolio per Israele. Da un’altra rispettata fonte d’informazioni di Internet leggiamo: “Il Ministro delle infrastrutture d’Israele Joseph Paritzky stava considerando la possibilità di riaprire il vecchio oleodotto che collegava Mosul al porto di Haifa. Mancando Israele di fonti energetiche proprie e dipendendo dal petrolio assai costoso della Russia, la riapertura dell’oleodotto avrebbe trasformato la sua economia.”

Continua tale articolo: “Si è appreso da fonti diplomatiche che l’amministrazione di Bush ha detto che non sosterrà l’abolizione delle sanzioni contro l’Iraq se i successori di Saddam non riforniranno Israele di petrolio.” Gli autori aggiungono questa stringente osservazione: “Tutto questo dà peso alla teoria che la guerra di Bush è parte di un piano per rimodellare il Medio Oriente per fare gli interessi d’Israele. Haaretz ha citato Paritzky dicendo che il progetto dell’oleodotto è economicamente giustificabile perché ridurrebbe di molto la spesa energetica d’Israele.”[14]

La Borger poi espone quella che a suo dire è la vera ragione per cui gli Stati Uniti sono andati in guerra contro l’Iraq: “Così quando un consigliere della Casa Bianca suggerisce che questo presidente crede che affrontare le tirannie è nel nostro interesse e coincide con i nostri valori, diciamo che la cosa è più complessa.” Se affrontare le tirannie è la vera ragione per cui Bush ha voluto la guerra, allora ci saremmo aspettati che avesse minacciato Israele in modo altrettanto zelante di quanto ha fatto con l’Iraq. Per decenni Israele ha esercitato un’oppressione tirannica contro il popolo palestinese, ma Bush non ha dichiarato guerra a Israele. Egli è alleato di Israele.

Se quella di affrontare le tirannie era la ragione per la quale Bush è entrato in guerra, allora ci saremmo aspettati che avesse invaso la Corea del Nord, un’oppressiva entità stalinista e un nemico degli Stati Uniti che dispone di armi di distruzione di massa.[15] Ma Bush non ha mai ordinato un invasione della Corea del Nord. Naturalmente, la Corea del Nord non minaccia direttamente Israele. Bush ha scelto di invadere una nazione che non aveva alcuna arma di distruzione di massa e che non minacciava gli Stati Uniti. Tutto questo è una prova ulteriore che il motivo principale per invadere l’Iraq è stato per gli interessi sionisti-israeliani.

Infine, la Borger rivela ai suoi lettori “la verità”. Le forze ebreo-sioniste non sono assolutamente da biasimare per aver condotto gli Stati Uniti in guerra: “Ecco la verità: gli ebrei americani non hanno una visione monolitica su una eventuale guerra contro l’Iraq. Un sondaggio effettuato dall’American Jewish Committee mostra che il 59% degli ebrei approva la guerra mentre il 36% la disapprova, numeri che rispecchiano nell’insieme l’opinione pubblica.”

Questo è quello che dice lei. Mentre la maggioranza degli ebrei era favorevole alla guerra, poco più di un terzo era contrario. Così non dovremmo biasimare tutti gli ebrei per aver provocato la guerra. Inoltre, poiché la percentuale relativa degli ebrei favorevole alla guerra è simile alla percentuale relativa dei non ebrei favorevoli alla guerra, non dovremmo biasimare la comunità ebraica per aver condotto gli Stati Uniti in guerra.

Poiché la comunità ebraica in generale esercita un’influenza sproporzionata negli Stati Uniti, non è leale paragonare la percentuale degli ebrei favorevoli alla guerra con la percentuale dei non ebrei favorevoli alla guerra, mostrare che sono simili, e concludere che la lobby sionista non ha avuto un ruolo fondamentale nel condurre gli Stati Uniti in guerra. Poiché la comunità ebreo-sionista ha un’influenza e un peso politico sproporzionati negli Stati Uniti, i suoi desiderata, le sue attività e i suoi programmi giocano spesso un ruolo più significativo di quello dell’opinione pubblica in generale. Così, il semplice fatto che la maggioranza della comunità ebraica era favorevole alla guerra è altamente significativo in senso politico perché essa gode di un peso sproporzionato negli Stati Uniti.

In tutta onestà, deve essere sottolineato che tutti gli ebrei americani non erano e non sono favorevoli a questa guerra, e che l’intera comunità ebraica americana non è responsabile di aver condotto gli Stati Uniti in guerra. E che inoltre c’è un numero di ebrei che sono appassionatamente sfavorevoli a questa guerra e che condannano apertamente la politica bellicista di Bush. Ma rimane il fatto che certi potenti gruppi di ebrei con forti simpatie sioniste collusi con potenti non ebrei pro-sionisti hanno di fatto condotto gli Stati Uniti in guerra perché ciò era funzionale agli interessi sionisti-israeliani.

La Borger poi prosegue ammettendo che, sì, questi falchi ebrei neoconservatori scrivevano memoranda alla fine degli anni ’90 chiedendo il rovesciamento del regime di Saddam. Ma questi memoranda, ella afferma, non dovrebbero essere visti come la ragione e il piano generale di George Bush per invadere l’Iraq. Secondo la Borger, essi non significano nulla, perché George Bush ha detto al popolo americano che la ragione per la quale ha invaso l’Iraq è stata quella di porre fine al regime tirannico di Saddam Hussein per il bene dell’umanità. Credere altrimenti, continua la Borger, “vuol dire credere che George Bush è un mentitore.” Secondo l’idea della Borger, Bush è onesto e ha detto al popolo americano la verità.

Come detto in precedenza, abbiamo ora le prove che le dichiarazioni pre-belliche di Bush erano deliberatamente ingannevoli, e che egli può davvero aver mentito al popolo americano sulla guerra contro l’Iraq.[16]

La Borger poi prosegue citando uno dei portavoce e dei luminari della comunità ebreo-sionista, Elie Wiesel, riguardo alla “vera” ragione della guerra. Il grande guru dell’Olocausto argomenta che fare delle concessioni a Saddam non avrebbe portato la pace. Al contrario, per risparmiare al mondo ulteriore terrore e oppressione, gli Stati Uniti dovevano distruggere il regime di Saddam. Per rafforzare il suo punto di vista, il grande “faro” morale evoca poi l’analogia di Hitler: “Se i poteri forti europei fossero intervenuti contro le ambizioni aggressive di Hitler nel 1938 invece di trattare con lui a Monaco l’umanità avrebbe potuto risparmiarsi gli orrori senza precedenti della seconda guerra mondiale.”

Ma come lo psicologo della politica Kevin MacDonald ha osservato nella sua opera, questa è la vecchia tattica ebraica di ammantare gli interessi settari ebraici di retorica universalistica, per renderli più attraenti al mondo non ebraico.[17] Se Wiesel fosse davvero interessato a liberare il mondo dalle dittature, dovrebbe chiedere sanzioni contro i suoi compari ebrei d’Israele per la loro oppressione dei palestinesi proprio come ha invocato la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein.

L’articolo di Gloria Borger mostra come i funzionari pro-sionisti dei media statunitensi ingannano e abbindolano i loro lettori per proteggere gli interessi sionisti.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale può essere consultato all’indirizzo: http://www.codoh.com/zionweb/zionpgiraq.html
[2] Gloria Borger, “Blaming the Cabal” [Incolpare la cabala], US News and World Report, 24 Marzo 2003. In rete: http://www.usnews.com/usnews/opinion/articles/030324/24pol.htm
[3] Vedi la voce Paul Wolfowitz all’indirizzo: http://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Wolfowitz
[4] Ibid.
[5] “US assumes UK help in Iraq, says general”, Guardian Unlimited, 20 Agosto 2002. In rete: http://politics.guardian.co.uk/foreignaffairs/story/0,11538,777700,00.html
[6] In rete: http://www.clevelandjewishnews.com/articles/2004/08/10/news/world/aaa.txt
[7] Shimon Peres, “We Must Unite To Prevent An Ayatollah Nuke”, The Wall Street Journal, 25 Giugno 2003.
[8] Benjamin Ginsberg, The Fatal Embrace: Jews and the State, University of Chicago Press, 1993, p. 204.
[9] Lipset, S. M., & Raab, E., Jews and the New American Scene, Harvard University Press, 1995.
[10] Robert Fisk, “Bush is intent on painting allied and enemies in the Middle East as evil”[Bush è deciso a dipingere alleati e nemici in Medio Oriente come cattivi], The Independent, 10 Settembre 2002. In rete: http://www.robert-fisk.com/articles114.htm . Per l’articolo originale del Nation a cui Fisk si riferiva nel suo articolo vedi: http://www.thenation.com/doc/20020902/vest .
[11] Lancio d’agenzia dell’American Free Press, “US intel on Iraq-Qaeda ties intentionally misleading: document”, 7 Novembre 2005; in rete all’indirizzo: http://www.truthout.org/docs_2005/110705G.shtml .
[12] Sang-Hun Choe, Associated Press Writer, “North Corea Says It Has Nuclear Weapons”, dispaccio dell’Associated Press, 10 Febbraio 2005; in rete all’indirizzo: http://www.nytimes.com/2005/02/10/international/asia/10cnd-korea.html .
[13] Vedi nota 9.
[14] http://www.janes.com/security/international_security/news/fr/fr030416_1_n.shtml Vedi anche: http://www.guardian.co.uk/Iraq/Story/0,2763,940250,00.html
[15] Vedi nota 11.
[16] Vedi nota 10.
[17] Kevin MacDonald, The Culture of Critique: An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in TwentiethCentury Intellectual and Political Movements, 1998.

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