Maurizio Pollini, il Premio Imperiale e la morte di Moro

Maurizio Pollini, il Premio Imperiale e la morte di Moro

Maurizio Pollini

È giusto che gli artisti ricevano premi da capi di stato che
hanno le mani sporche di sangue?
La domanda, almeno da parte mia, non è retorica: mi rendo conto che vivere in società talvolta è complicato ma, su questo punto, la stampa politicamente corretta non ha dubbi: no, no e poi no.
E come si devono comportare allora gli artisti quando le mani in questione
sono quelle di capi di stato occidentali, che mai e poi mai la stampa
politicamente corretta associa a quelle pratiche sanguinarie attribuite invece,
a volontà, a quei capi di stato non asserviti all’occidente?
Domande che mi sono tornate in mente nei giorni scorsi
ripensando al Premio Imperiale, fiore all’occhiello non solo di artisti di
caratura mondiale ma anche di politici di caratura mondialista.
Nel post La Cina e il Giappone, ovvero la Repubblica sovrana e
l’Impero asservito
:
avevo già, tra le altre cose, espresso dubbi sull’opportunità,
da parte dei detti artisti, di vedersi associati non solo a dubbi personaggi ma
anche all’imperialismo culturale occidentale
di cui quel premio è espressione.
Nello scrivere quel pezzo, mi ero infatti imbattuto in una
vecchia intervista di Pollini al Corriere
della sera
in cui il maestro milanese disse:
“… L’ artista ha, come
tutti, una responsabilita’ politica, sull’ ecologia, la sovrappopolazione, la
poverta’ , il contrasto fra mondo sviluppato e paesi in via di sviluppo. Ero, e
resto, un uomo della sinistra democratica, che ha gioito della fine dello
stalinismo, ma che attende ancora la verita’ sulla storia oscura d’ Italia,
sulle stragi, da piazza Fontana in poi, sulla fine di Moro, sul
terrorismo””[1].
Quell’intervista era del 1995. Da
allora, in realtà, la verità sulla “storia oscura” dell’Italia è emersa sempre
più.
Certo, dal punto di vista meramente istituzionale quella storia ancora non è
emersa (ed è forse proprio al versante istituzionale che Pollini all’epoca
chiedeva quel contributo di verità): stiamo parlando di un ceto politico che
basa la propria sopravvivenza proprio sulla feroce collusione con quel torbido
passato.
Ma dal punto di vista di certe inchieste giudiziarie (peraltro
ferocemente boicottate dall’interno della stessa magistratura) e di certe inchieste giornalistiche (talvolta boicottate dalla stessa stampa mainstream) molte cose sono venute fuori, finalmente.

In particolare, proprio sulla fine
di Moro è uscito due anni fa il libro di Cereghino
e Fasanella IL GOLPE INGLESE – Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta
per il controllo del petrolio e dell’Italia[2]
che permette, sulla base dei documenti recentemente desecretati dagli
archivi londinesi, di capire il vero significato di quella morte (cito dalla
quarta di copertina):
“AZIONE A SOSTEGNO DI
UN COLPO DI STATO O DI UNA DIVERSA AZIONE SOVVERSIVA … SI RACCOMANDA DI TENERNE
CONTO SIA A LONDRA SIA NEL CORSO DEGLI INCONTRI CON GLI AMERICANI, I TEDESCHI E
I FRANCESI”.

Memorandum
segreto del Foreign Office (6 maggio 1976) per impedire l’ingresso del PCI nel
governo italiano

Il sequestro e l’omicidio di Moro
furono appunto quella “diversa azione sovversiva”.

La vicenda è ricostruita negli
ultimi due capitoli del libro: 1976.
Diario segreto di un anno vissuto pericolosamente
e L’ultimo atto della guerra segreta; tutto ciò, proprio sulla base
dei memorandum e dei rapporti diplomatici d’epoca desecretati negli anni scorsi.

Nonché di un documento consegnato
agli autori da Francesco Cossiga due
anni prima della sua morte (“Guardi
– disse al cronista – non ci sono misteri da svelare, solo cose che non si
potevano dire…”)[3].

Quello che finalmente è emerso è:

“…Il ruolo della Nato,
della sua intelligence e della sua rete clandestina Stay Behind (in Italia
conosciuta come Gladio) durante il sequestro. Un ruolo cruciale, decisivo. Che
di fatto esautorava le autorità italiane, affidando la gestione dell’intera
vicenda, sia su piano militare che su quello politico, a “unità speciali” di
Stay Behind, in quel periodo coordinata
da un direttorio di cui facevano parte Gran Bretagna, Francia, Usa e Germania.
E dal quale era esclusa l’Italia”[4].
La motivazione dell’eliminazione di
Moro? Nella sintesi dei due autori,
“Moro era l’espressione
di quella parte del ceto politico democristiano – e dell’impreditoria di Stato
ad esso legata – più autenticamente “nazionale”. Che aveva, cioè, un progetto
di modernizzazione del paese e del suo sistema politico-economico basato sul
superamento delle due “anomalie” italiane del secondo dopoguerra: la condizione
di sudditanza rispetto alle altre nazioni dell’Occidente e la presenza del più
forte partito comunista del mondo democratico”[5].


La strage di via Fani

E ciò, agli occhi della “comunità
internazionale” dell’epoca era intollerabile.

Per dare un’idea dell’ostilità da
cui era circondato Moro, a livello atlantico, negli anni prossimi alla morte,
il libro rievoca l’episodio del vertice di Puerto Rico (giugno 1976) in cui i
capi di governo di Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Germania si incontrarono
a pranzo all’insaputa di Moro
e Rumor,
che pure partecipavano al vertice, per poter liberamente intrigare contro
l’Italia[6].
Ma perché ricordo tutto ciò? Perché,
sorpresa, tra i capi di governo, delle quattro potenze dell’epoca, ostili a
Moro (e all’autonomia politica dell’Italia) troviamo anche il tedesco Helmut Schmidt, proprio uno dei futuri consiglieri (sia pure onorari) del Premio
Imperiale, quel premio di cui Pollini è stato insignito nel 2010[7].
Il nome di Schmidt, nel libro di
Cereghino e Fasanella, viene fuori a p. 328, come destinatario, insieme
all’allora presidente francese Giscard
d’Estaing, di una lettera del
premier inglese Jim Callaghan, in
cui il primo ministro laburista invitava i colleghi a non far trapelare nulla
sul Rapporto Hibbert, vale a dire sul resoconto redatto da Reginald Hibbert, sottosegretario al Foreign Office, riguardo al
vertice parigino dei quattro “Grandi” dell’8 luglio 1976, in cui si era
discusso di una “Azione quadripartita sull’Italia” (questo era appunto il
titolo del rapporto) per farla finita con la politica morotea. Callaghan temeva
che, se il documento fosse venuto alla luce, sarebbe stato considerato
dall’opinione pubblica “un’intrusione diretta negli affari di uno Stato europeo
nostro alleato” (come in effetti si trattava).

Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt negli anni ’70

Certo, allora la decisione di
uccidere Moro ancora non era stata presa, ma la direzione di marcia era quella.

Su Schmidt c’è un ulteriore
dettaglio d’epoca, che alla luce di quanto appena detto assume una luce inquietante:
il suo nome venne associato a quel “dirigente socialista tedesco” che aveva
parlato a Craxi dell’eventualità di un attentato a Moro[8].
E anche l’approccio “umanitario”
dello stesso Craxi alla liberazione di Moro, alla luce del tempo trascorso,
sembra più presunto che reale, stando almeno a quanto afferma un protagonista
dell’epoca di non comune onestà intellettuale come Alberto Franceschini:
“A chiacchiere diceva
che voleva intavolare tutte le trattative del mondo, poi, quando gli offrimmo
una possibilità concreta, la lasciò cadere”[9].

Del resto, Schmidt e Craxi non erano
accomunati solo dalla Internazionale socialista ma anche da una – ferrea –
condivisione della politica atlantista dell’epoca, quella della polemica
anticomunista e degli euromissili.

Anticomunismo e atlantismo che, a quanto
pare, furono cause non remote anche degli omicidi di uomini della “sinistra
democratica” (per usare l’espressione impiegata a suo tempo da Maurizio
Pollini) come Pio La Torre e Piersanti
Mattarella …
Immagino che al momento della
conferimento del Premio Imperiale, Pollini abbia stretto, tra le altre, anche
la mano di Schmidt.
Certo, tutte queste cose, nel 2010, il
maestro milanese ancora non poteva saperle. Ma adesso, volendo, può (e con lui,
almeno tutti gli artisti italiani insigniti come lui) …
 
 

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