La repressione in Tibet in una corrispondenza del Times

LA REPRESSIONE ETNICA IN TIBET DIRETTA DA UN TRIO CINESE SENZA VOLTO

Di Michael Sheridan[1]

Gli architetti della repressione cinese in Tibet sono tre burocrati di alto rango poco conosciuti fuori della Cina ma destinati nei prossimi mesi ad essere il bersaglio delle condanne da parte dei gruppi in favore dei diritti umani.

La Cina conserva la facciata di un governo regionale autonomo e ha sfoggiato nelle passate settimane i suoi uomini di paglia di etnia tibetana. I ricercatori cinesi dicono che si tratta di nullità politiche.

Il vero cervello della politica cinese contro le minoranze etniche irrequiete è un funzionario comunista di 67 anni, chiamato Wang Lequan.

Wang si è autodefinito il bersaglio terroristico n°1 in Cina. Ufficialmente, egli guida il partito nel Xinjiang che, come il Tibet, è una regione vasta, lontana e ricca di risorse, e afflitta dal separatismo.

Tuttavia, Wang siede nel potente politburo di Pechino, e ha assunto la direzione globale delle politiche in entrambi i territori. Egli ha escogitato il modello che ha soffocato la cultura musulmana nello Xinjiang, diretto processi politici e condanne a morte, riversato milioni di coloni cinesi e munto risorse minerarie ed energetiche per alimentare l’economia.

Wang non concede quasi mai interviste e opera dietro le quinte, ma il 10 Marzo ha tradito l’ampiezza delle proprie responsabilità dicendo alla China Central Broadcasting [l’emittente nazionale cinese]: “Non importa quale sia la nazionalità, non importa chi siano: i distruttori, i separatisti e i terroristi saranno da noi schiacciati. Non ci sono dubbi su questo.”

Il suo seguace, che sta applicando i metodi del maestro in Tibet, è Zhang Qingli, il segretario di partito dalla lingua tagliente della regione [tibetana]. Zhang è l’uomo che ha definito il Dalai Lama “un lupo con le vesti di un monaco, un diavolo col viso di un uomo”. Egli ha scalato la gerarchia [del partito] nel Xinjiang ed è stato trasferito in Tibet nel 2005 come premio per la propria lealtà.

Egli ha accelerato l’azione contro la cultura e la religione tibetane, ha introdotto un maggior numero di coloni e ha aumentato lo sfruttamento commerciale delle enormi risorse del Tibet in fatto di materie prime.

Zhang è conosciuto per aver detto che “quelli che non amano la madre patria non possono essere considerati esseri umani.”

La terza figura maggiormente influente è Li Dezhu, il teorico razziale del partito. E’ stato fino a poco tempo fa il capo della Commissione – dall’apparenza innocua – per gli Affari Etnici; Li ha scritto il manuale per la distruzione delle culture indipendenti e la disintegrazione delle minoranze religiose attraverso la diffusione del materialismo.

Nel 2007 egli ha elaborato la teoria di quella che ha definito la “sicurezza culturale” per la Cina in un articolo per un giornale di partito chiamato “Cercare la Verità”. In esso egli ha rivelato un cambiamento radicale della politica cinese, affermando che il suo scopo non è più quello di preservare le minoranze culturali ma quello di rimodellarle.

Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, dice che Li è il primo capo ad affermare esplicitamente che il problema delle minoranze sarebbe risolto “definitivamente” con l’immigrazione cinese di massa.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.phayul.com/news/article.aspx?id=19996

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