Gian Pio Mattogno: David Castelli e il destino dei non ebrei nell’èra messianica

Gian Pio Mattogno 

DAVID CASTELLI E IL DESTINO DEI NON-EBREI NELL’ÈRA MESSIANICA

 

Altrove ho preso in considerazione, con precisi riferimenti ai testi e al dibattito storiografico, il destino di morte, distruzione e asservimento riservato dagli eletti ai popoli non ebrei nell’èra messianica, così come viene delineato nelle fonti della letteratura rabbinico-talmudica.

(L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2009; Perché possiamo fare a meno dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, andreacarancini.it).

Fra gli studiosi ebrei meno faziosi che si sono occupati dell’argomento va sicuramente menzionato David Castelli (1836-1901), storico, biblista ed ebraista di spessore, uno dei principali rappresentanti della cultura giudaica italiana del XIX secolo (Cfr. F. Parente, Castelli, David, in “Dizionario Biografico degli Italiani”. Volume 21 (1978)).

Fra le sue opere mi limito a ricordare:

Leggende talmudiche. Saggi di traduzione dal testo originale con prefazione di David Castelli, Pisa, 1869.

Il Messia secondo gli Ebrei. Studio di David Castelli, Firenze, 1874.

La legge del popolo ebreo nel suo svolgimento storico esposta da David Castelli, Firenze, 1884.

Gli Ebrei. Sunto di storia politica e letteraria, Firenze, 1899.

In alcune pagine del suo studio sul messianismo ebraico (Il Messia secondo gli Ebrei. PARTE SECONDA. Par. XI, pp. 270-276), Castelli si sofferma brevemente sulla questione, come suona il titolo del paragrafo: Della condizione degli altri popoli nell’Èra messianica.

Diversamente da altri apologeti giudei, Castelli ha l’onestà di non tacere i passi rabbinici più imbarazzanti, ma da buon apologeta giudeo prima di tutto cerca di giustificarli, e subito dopo si affretta a riportare altre fonti che a suo avviso prospetterebbero per i non-ebrei un destino meno infelice.

In realtà, come vedremo, a dispetto dei buoni propositi dell’autore, questa arrampicata sugli specchi non sortisce alcun effetto positivo: il destino dei popoli non ebrei, in quanto idolatri, resta per tutti esattamente un destino di morte, distruzione e asservimento.

Secondo Castelli, tutti i luoghi tradizionali in cui si parla della condizione degli altri popoli durante l’èra messianica sarebbero ispirati da tre diversi sentimenti contrastanti: un grande amore ed orgoglio nazionale ebraico; un senso caritatevole e umanitario che renderebbe partecipi del bene supremo tutti gli uomini, anche non ebrei; e da ultimo «un senso a questo del tutto opposto di odio e di vendetta contro le altre nazioni, da cui gli Ebrei si sono veduti per tanti secoli fatti segno di spietate persecuzioni, non meno che di crudele dileggio» (p. 271).

In realtà, quest’ultima giustificazione, ripetuta ad ogni pie’ sospinto dagli apologeti giudei, è del tutto inconsistente.

Le persecuzioni possono aver esacerbato, ma non determinato un odio atavico contro i goyim già radicato negli stessi princìpi fondamentali della teologia ebraica basati sull’esegesi rabbinica della Torah (Cfr. I fondamenti teologici della Torah, «La Questione Ebraica», 1. Agosto 1998, pp. 23-40).

Tutto ciò è ammesso tra gli altri anche da studiosi ebrei come Sacha Stern, Dov Weiss e David Berger.

(Cfr. su questo stesso sito: Sacha Stern e il razzismo ebraico; Il destino dei non-ebrei nel Gehinnom in un saggio di Dov Weiss; Il destino finale dei cristiani nella letteratura ashkenazita medievale in un saggio di David Berger).

Riguardo al senso di odio e di vendetta contro i popoli della terra, Castelli riporta questo insegnamento rabbinico che compare in Jalkut Shimoni, Esodo, XII, 48:

«Un vecchio domanda a un dottore che cosa avverrà delle altre nazioni nei tempi del Messia; e quegli risponde che i popoli, i quali hanno oppresso Israele, si manterranno tanto da vederne la salvezza e la prosperità, e poi saranno distrutti; quelli invece che non gli hanno mai fatto male, vivranno nei tempi messianici, come sottoposti agli Ebrei, che avranno il primato del mondo.

«E in peggior modo risponde questo stesso dottore, quando il vecchio gli domanda, se queste nazioni non avverse agli Ebrei godranno della beatitudine della resurrezione dei morti, sul quale punto si pronuncia del tutto per la negativa» (p. 273).

La cosa è chiarissima. I popoli oppressori di Israele saranno annientati; quelli che invece «non gli hanno mai fatto male» saranno asserviti a Israele, che dominerà il mondo.

Qui a parlare non sono i “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, ma un midrash compilato tra l’ XI e il XIV secolo!

Nondimeno Castelli aggiunge che «contro a questa opinione sì gretta e odiosa stanno molti altri passi tradizionali».

E quali sarebbero questi molti altri passi tradizionali che, come scrive, farebbero «alle altre nazioni, indifferentemente senza alcuna distinzione, larga parte nella redenzione messianica»? (p. 274).

Castelli ne cita alcuni (Pesahim 118b; Shemot R. 35; Berachot 57b; Bereshit R. 88; Aboda Zara 24a; Midrash Tehillim su Sal. LXVI), ma lui stesso deve convenire che in questi testi le nazioni le quali avranno parte nella redenzione messianica sono unicamente quelle che riconosceranno «il vero Iddio», cioè il Dio d’Israele, parleranno una sola lingua, quella di Israele, abbandoneranno i loro culti idolatrici, cioè le loro proprie tradizioni, e «tutti serviranno il Signore in un sol modo», in attesa che tutti si convertano «alla vera religione».

In altre parole, appunto, solo tutti i goyim giudaizzanti e giudaizzati che riconosceranno la sovranità del Dio giudaico e di Israele, padrone del mondo.

Più in là, nel par. Della resurrezione dei morti e del giudizio finale (pp. 282-287), Castelli ritorna brevemente sull’argomento.

Egli riporta altri insegnamenti rabbinici che pronunciano la condanna eterna delle nazioni (nel linguaggio rabbinico queste “non hanno parte nel mondo a venire”) e che, scrive, «malamente si accordano con quelli sopra citati, che vogliono tutte le nazioni chiamate nell’èra messianica alla fede di un solo Dio» (p. 284).

E ripete la solita solfa che questo «momentaneo (sic!) spirito di intolleranza» sarebbe stato cagionato da «certe condizioni», sottolineando che, anche dopo che sarà pronunciata la condanna, nella sua misericordia il Dio giudaico trarrà dall’inferno non solo i reprobi del popolo ebreo, ma anche «i giusti delle altre nazioni» (p. 285).

Ora, anche l’ultimo studente delle Yeshivoth ebraiche sa benissimo che i “giusti delle nazioni” non sono per nulla, come si vuole dare ad intendere, i goyim che durante la loro vita hanno agito rettamente, ma bensì solo i non-ebrei noachidi che riconoscono la sovranità del Dio giudaico e di Israele, cioè i non-ebrei giudaizzanti e giudaizzati.

Questo è affermato e ribadito a più riprese, sia nella Tosefta che in Maimonide.

Nella Tosefta Sanhedrin 13,3 (Tractate Sanhedrin. Mishnah and Tosefta … Translated from the Hebrew with Brief Annotations by Herbert Danby, London, 1919, p. 122) leggiamo che «i giusti (tzaddikim) delle nazioni hanno parte nel mondo a venire».

Maimonide spiega chi siano questi “giusti”, che chiama “pii” (hasidei).

Nella sua opera Mishneh Torah (Hilkhot Teshuva 3,5; Hilkhot Edut 11,10) Maimonide scrive che i pii delle nazioni hanno la certezza di avere parte nel mondo a venire.

In Hilkhot Melakhim 8,11 specifica chi siano questi hasidei delle nazioni: chiunque osservi i sette precetti noachidi (a partire dal primo, cioè il rifiuto dell’idolatria, vale a dire l’accettazione della sovranità del Dio d’Israele) «è considerato uno dei pii delle nazioni del mondo (hasidei ummot ha-olam) ed ha parte nel mondo a venire».

(L’opera di Maimonide è liberamente disponibile su: chabad.org. Una raccolta di fonti relative al tema in questione è in: Hasidei ummot ha-olam. A rimarkable concept, THE FREE LIBRARY, thefreelibrary.com).

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