Parlare liberamente di Israele (e dell’Olocausto) è sempre più difficile

Iniziamo questo post con una considerazione che ho trovato sulla bacheca Facebook di Lena Bloch (traduco dall’inglese):

“Il sionismo utilizza il popolo palestinese (tutti civili, nessun confronto con unità combattenti egualmente armate, solo civili resistenti o addirittura pacifici, inclusi bambini, donne o anziani che vengono tutti definiti “terroristi”) per testare nuove armi ad alta tecnologia, per poi mostrare queste armi annualmente nei mercati delle armi come “testate in combattimento”. Israele poi vende queste armi a paesi a cui piace l’idea di schiacciare la resistenza come “terrorismo”. Quest’immagine evidenzia i paesi che contribuiscono all’industria bellica di Israele comprando armi ‘testate sul campo’ contro i palestinesi”.

Ecco l’immagine in questione:

Dalla predetta immagine apprendiamo che lo Stato che ha speso più soldi per comprare armi da Israele nel periodo 2014-2018 è l’India, con oltre 2 miliardi di dollari (al quinto posto di questa classifica c’è l’Italia con 166 milioni).

Di questo legame privilegiato tra l’India e Israele ha scritto l’anno scorso il giornalista britannico Robert Fisk: Israele sta esercitando un grande ruolo nel conflitto in crescita dell’India con il Pakistan, così intitolava Fisk un suo articolo del febbraio 2019.

Fisk ha confermato la notizia che l’India è diventata il più grande mercato delle armi per il commercio delle armi israeliano e ha identificato un comune terreno d’intesa tra il governo nazionalista israeliano di Netanyahu e il governo nazionalista indiano del premier Modi nell’ostilità contro i musulmani: i più grandi fan di Israele in India sono quegli indù che amano Israele per come tratta i palestinesi e per come combatte i musulmani.

L’India si serve delle armi israeliane per condurre bombardamenti aerei all’interno del territorio pakistano. L’aviazione indiana in questi raid ha usato “bombe intelligenti” israeliane Rafael Spice-2000.

Fisk inoltre riferisce che gli israeliani hanno filmato esercitazioni congiunte condotte da unità speciali dello stato ebraico insieme a quelle inviate dall’India per essere addestrate nel deserto del Negev, “con tutta l’expertise presuntivamente acquisita da Israele a Gaza e in altri fronti di battaglia affollati da civili”.

Un ulteriore segnale di questa vicinanza politica tra l’India di Modi e l’Israele di Netanyahu è giunto, sempre l’anno scorso, quando l’India si è schierata a fianco di Israele alle Nazioni Unite in una votazione contro i palestinesi. In quella occasione, l’India votò insieme a Israele per impedire che un’associazione palestinese per i diritti umani ricevesse lo status di osservatore nelle istituzioni delle Nazioni Unite.

Questa presa di posizione è un effetto dell’affinità ideologica tra i due partiti al potere in Israele e in India: l’israeliano Likud e l’indiano Bharatiya Janata Party (BJP). Questa votazione ha costituito un passo senza precedenti nella relazione tra i due paesi, poiché la storia dell’India nel movimento anticolonialista aveva reso questa nazione un forte alleato della causa palestinese.

I precedenti primi ministri indiani, incluso il Mahatma Gandhi, si erano infatti opposti allo stato sionista sostenendo che fosse un’impresa coloniale. Ma sotto la premiership di Modi, l’India ha effettuato un cambiamento radicale e ha catalizzato il consenso dei nazionalisti indù di estrema destra, che sono conosciuti per il loro odio anti-islamico.

L’amicizia con Israele ha poi aperto all’India le porte di Washington: l’autorevole analista Eric Margolis ci ragguaglia del fatto che Trump ha firmato un accordo per vendere armi all’India per 3 miliardi di dollari. 

Quindi l’India è uno dei nuovi alleati di Israele. Tra quelli vecchi invece non poteva mancare il Canada: anche il Canada infatti è entrato nel novero di quei paesi, come la Germania e l’Ungheria, che non vogliono che Israele venga processato per i crimini di guerra compiuti nei territori palestinesi occupati.

Il governo canadese a tale scopo ha presentato, il 14 febbraio scorso, una lettera alla Corte penale internazionale (ICC), in cui ha manifestato il proprio sostegno allo stato ebraico sostenendo che la Corte non ha giurisdizione sui casi dei “presunti” crimini di guerra commessi da Israele in Palestina.

Nella lettera, il Canada, che ha ricordato alla Corte che il suo “contributo finanziario all’ICC quest’anno sarà di 10.6 milioni di dollari”, ha affermato di non riconoscere la Palestina come stato e che l’ICC non ha giurisdizione sul caso sollevato dallo Stato della Palestina.

La decisione canadese è arrivata in seguito alla pubblica richiesta, espressa lo scorso dicembre dal Primo Ministro Netanyahu al Primo Ministro canadese Justin Trudeau, di condannare il rapporto preliminare con cui l’ICC aveva affermato esservi una “base ragionevole” per indagare i crimini di guerra israeliani nei territori occupati.

I Primi Ministri Netanyahu e Trudeau

Eppure, nonostante il pronto allineamento del Canada alla causa sionista, i crimini di guerra Israele li ha compiuti (e continua a compierli) davvero. Ricordiamone almeno alcuni.

L’anno scorso, gli inquirenti delle Nazioni Unite avevano accertato che nel 2018 le forze di sicurezza israeliane uccisero illegalmente 189 palestinesi e ne ferirono più di 6.100 durante le tragiche manifestazioni di protesta al confine tra Gaza e lo stato ebraico.

I soldati israeliani “uccisero e ferirono dimostranti palestinesi che non ponevano un’imminente minaccia di morte o di danno grave quando vennero colpiti, né stavano direttamente partecipando alle ostilità”, disse allora la commissione indipendente delle Nazioni Unite.

“Alcune di queste violazioni possono costituire crimini di guerra o crimini contro l’umanità”, disse il giurista argentino Santiago Canton, che guidava la commissione.

Il rapporto, che copre il periodo dal 30 marzo al 31 dicembre 2018, è stato redatto a partire da centinaia di interviste con le vittime e con i testimoni, come pure da referti medici, da video, da filmati e da fotografie.

Nel frattempo continuano indisturbati i misfatti dei coloni ebrei. È del 28 gennaio scorso la notizia che, nell’arco degli ultimi 10 anni, i coloni hanno incendiato 46 moschee e 12 chiese nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme.

L’ultimo di questi attacchi è stato effettuato contro una moschea nel quartiere Beir Safafa a Gerusalemme. il fuoco appiccato dai coloni ha causato gravi danni all’edificio.

Va rimarcato che la fonte delle predette statistiche è israeliana: si tratta dell’associazione Tag Meir, che da 15 anni documenta i crimini dei coloni e il razzismo all’interno di Israele. Secondo i suoi animatori, i perpetratori di questi crimini rimangono generalmente impuniti.  

Un altro crimine di cui in Italia i giornali non parlano è quello contro i pescatori palestinesi. Nell’ottobre del 2019, Al Mezan, un’associazione di Gaza per i diritti umani, ha accertato che dal 2015 Israele ha compiuto 1, 034 abusi contro i pescatori, utilizzando nella maggioranza dei casi proiettili veri.

Il sito electronicintifada.net ha parlato della triste vicenda di Khader alSaidi, un pescatore che ha perso la vista e il senso dell’olfatto dopo essere stato colpito dai proiettili della marina israeliana mentre pescava nel mare di fronte a Gaza.

Alle 10 della sera, ha raccontato, stava pescando insieme al suo collega Muhammad ad una distanza di circa 9 miglia nautiche dalla costa (Israele permette in teoria di pescare fino a 12 miglia nautiche) quando sono arrivate cinque imbarcazioni israeliane che, senza preavviso, hanno aperto il fuoco contro di loro.

I due palestinesi hanno cercato di fuggire ma gli israeliani li hanno circondati ferendoli con proiettili di acciaio rivestiti di gomma. I due sono stati quindi portati all’ospedale in stato di detenzione.

Questo è stato il quinto arresto di Khader da quando ha iniziato a pescare all’età di 12 anni. Il suo penultimo arresto era durato un anno, con 37 giorni di isolamento. Era poi stato rilasciato nell’aprile 2018.

È opportuno rilevare che quando le autorità israeliane imprigionano i pescatori di Gaza confiscano anche le loro barche con la relativa attrezzatura. Così Khader ha dovuto pagare negli ultimi due anni qualcosa come 28.000 dollari.

Nizar Ayyash, il capo del sindacato dei pescatori, ha detto che “la maggioranza dei pescatori arrestati da Israele si trovavano all’interno della zona di pesca concordata. Quando finiscono in carcere, sono sottoposti a tortura e ad altri trattamenti psicologici crudeli e degradanti”.

I due pescatori palestinesi colpiti dalla marina israeliana

Ma ad essere torturati nelle prigioni israeliane non sono solo i detenuti maggiorenni.

Anche i minorenni, a quanto pare, vengono torturati: il sito palestinechronicle.com riferiva tre anni fa che due ragazzi palestinesi, rispettivamente di 17 e di 16 anni, erano stati torturati durante il periodo di detenzione.

Nel solo mese di gennaio 2017, vennero arrestati circa 600 palestinesi, inclusi 128 minorenni e 14 donne.

Uno dei siti più comuni utilizzati dalle autorità per gli interrogatori dei bambini palestinesi è il centro di detenzione di Ofer. La Commissione per gli affari dei detenuti palestinesi riferì all’epoca che la stragrande maggioranza dei minori palestinesi detenuti nelle prigioni di Megiddo e di Ofer vengono torturati durante la loro detenzione e i loro interrogatori.

Se Israele compie i suoi crimini con irrisoria facilità, denunciare questi crimini è molto più difficile.

Ne sa qualcosa l’avvocato Brad Parker, che, su invito del Belgio, avrebbe dovuto tenere una conferenza sui bambini palestinesi, lo scorso 24 febbraio, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per conto della Defense for Children International – Palestine (DCIP), un’associazione palestinese per i diritti umani.  

È il Belgio infatti che nel mese di febbraio 2020 aveva il compito di guidare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che aveva invitato a parlare Brad Parker. I belgi avevano scritto nel loro invito che una discussione mirata, sulle violazioni dei diritti dei bambini palestinesi in Israele e nei territori occupati, avrebbe contribuito ad “arricchire il dibattito” sulla questione palestinese.

A quel punto sono iniziati i guai. L’ambasciatore israeliano in Belgio e altri dirigenti dello stato ebraico hanno iniziato una campagna di disinformazione finalizzata a far cancellare la conferenza.

E ci sono riusciti. Il Belgio, dopo qualche rifiuto iniziale, ha capitolato: la conferenza è stata cancellata.

I dirigenti israeliani sono arrivati a definire Parker come un “sostenitore del terrorismo” e un “diplomatico terrorista”.

L’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha scritto persino una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Gutteres, definendo l’associazione palestinese per conto della quale Parker avrebbe dovuto parlare come “un braccio del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina allo scopo di attivare il terrorismo diplomatico contro Israele”.

E ha aggiunto: “Un luogo che promuove la pace e la sicurezza nel mondo non ha spazio per persone come Parker”.

L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon

Il testo della conferenza che Parker avrebbe dovuto tenere alle Nazioni Unite è disponibile qui. In esso, si afferma tra l’altro, che nel corso del 2018, 59 bambini palestinesi sono stati uccisi nella Cisgiordania occupata – inclusa Gerusalemme Est – e nella Striscia di Gaza, inclusi almeno 34 bambini nel contesto delle dimostrazioni avvenute al confine con Israele. Sempre nel 2018, 714 bambini palestinesi sono stati feriti con pallottole vere.

Sulla base di questi dati, e in base alla Risoluzione 1612 del Consiglio di Sicurezza, le Nazioni Unite avrebbero dovuto inserire queste violazioni in quella che è conosciuta come la “lista nera” o “lista della vergogna” annessa al rapporto annuale del Segretario Generale.

E tuttavia, nonostante i continui rapporti delle agenzie delle Nazioni Unite come l’UNICEF e dei gruppi locali come la DCIP, sia Guterres che il suo predecessore Ban Ki-Moon si sono rifiutati di includere le forze armate di Israele nella lista nera.

Quello contro l’avvocato Parker è stato un vergognoso atto di censura, che delegittima gli attivisti dei diritti umani e i principi basilari del diritto internazionale, quando si tratta dei palestinesi.

Ma l’avvocato Parker non è il solo attivista pro-Palestina a essere stato preso di mira dai sionisti in questo periodo. Sempre il sito electronicintifada.net riporta la notizia che il Bard College di New York potrebbe punire due suoi studenti ritenuti colpevoli di aver contestato alcuni conferenzieri antipalestinesi durante una tavola rotonda ospitata dal loro College.

Il Bard College

I due studenti in questione si chiamano Ben Mulick e Akiva Hirsch, e sono membri dell’associazione Students for Justice in Palestine. Il College ha iniziato le sue indagini dopo che una delle relatrici, Batya Ungar-Sargon, editorialista del quotidiano ebraico The Forward, aveva sostenuto di essere stata contestata solo “per essere un’ebrea” (affermazione peraltro smentita da diversi testimoni presenti alla conferenza).

Si tratta della stessa Ungar-Sargon che l’anno scorso aveva esercitato un ruolo chiave nel diffamare, definendola “antisemita”, la deputata Ilhan Omar: agli attacchi contro Omar, all’epoca, aveva partecipato lo stesso presidente Trump. 

Batya Ungar-Sargon

Uno dei due studenti presi di mira, Akiva Hirsch, ha giustamente osservato che “lo scopo dei gruppi anti-palestinesi è di zittire coloro che parlano apertamente a sostegno della Palestina e del popolo palestinese”.

Quest’opera di intimidazione è planetaria ed è incessante. Se ne è accorta, in Inghilterra, anche la deputata Jenny Tonge la quale, durante un discorso alla camera dei Lord, lo scorso 27 febbraio, aveva definito Israele “il burattinaio che sta dietro la politica estera americana”.

La baronessa Tonge rivendicava l’esigenza da parte della Gran Bretagna di avere piena autonomia nella sua politica estera: “Può il [Primo] Ministro [Boris Johnson] assicurarci che faremo proprio questo e che non permetteremo al nostro paese di ricadere sotto l’ombra degli Stati Uniti d’America e del suo burattinaio, Israele?”, ha chiesto Tonge.

Jenny Tonge è stata subito attaccata dall’American Jewish Committee e dal Community Security Trust, un’organizzazione inglese non-profit, che l’hanno bollata con le solite accuse di “antisemitismo” e di “odio per gli ebrei”.

Ma già nel 2016 Tonge era stata sospesa dal Partito Liberaldemocratico per aver detto pubblicamente quello che pensava sugli ebrei e su Israele. Dopo essere stata sospesa, Tonge aveva dato le dimissioni dal partito ed è attualmente presente in Parlamento come indipendente.

La baronessa Jenny Tonge

Quindi, secondo i sionisti, dire la verità sulle interferenze israeliane nella politica estera americana significa “istigare all’odio”.

Eppure, proprio un sentimento come l’odio sembra tutt’altro che estraneo agli attuali governanti israeliani: pochi giorni fa, la stampa israeliana ha infatti riportato in prima pagina che il consigliere anziano di Benjamin Netanyahu, Natan Eshel, ha riconosciuto che “è l’odio ciò che unisce” la destra politica israeliana guidata dal partito del Likud e che le campagne denigratorie funzionano bene sugli elettori non askenaziti.

Il Times of Israel ci informa che Eshel è un ex capo di gabinetto di Netanyahu che aveva rassegnato le proprie dimissioni in seguito ad accuse di cattive condotte sessuali, ma che continua a lavorare con il premier.

Eshel ha fatto le sue affermazioni in una registrazione che è stata diffusa dai giornali: in tale registrazione, il confidente di Netanyahu spiega che il ministro del Likud, Miri Regev, è “eccellente” nel “fomentare” i sostenitori del Likud.

Eshel ha ammesso che Regev è “un animale” ma che opera in modo efficace come se ella si trovasse in uno stadio ad una partita di calcio e agitasse le mani per eccitare la folla.

Netanyahu con Nathan Eshel

Rispetto a tutto ciò, mi sembra opportuno riportare la considerazione, espressa su Facebook, dal musicista e scrittore Gilad Atzmon:

“Mentre la Israel lobby, Hope Not Hate e il CST (il Community Security Trust) stanno aspramente diffamando un gruppetto di inglesi anziani che insistono nel KEEP TALKING, accusandoli di essere “odiatori” e “antisemiti”, il principale consigliere di Netanyahu ammette che in verità è “l’odio che unisce” i sostenitori del Likud e della destra israeliana”.

Ricordiamo che KEEP TALKING è un gruppo di persone di diverso orientamento politico e ideologico, che si riuniscono per parlare, senza inibizioni o censure, di argomenti scomodi per il potere. La cosa che fa impazzire di rabbia i sionisti inglesi è che si parli anche del revisionismo dell’Olocausto e che tra i fondatori del gruppo figuri il revisionista Nick Kollerstrom.

“Keep talking” significa continuare a parlare, ed è questo che anch’io, nel mio piccolo, vorrei fare, anche se è sempre più difficile.

Nick Kollerstrom

   

 

 

 

 

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