GIuseppe Pinelli e Luigi Calabresi: due delitti di Stato?

 

Leggendo il libro di Vincenzo Nardella sulla strage di piazza Fontana e sulla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli c’è un dettaglio che mi ha colpito in modo particolare: la sparizione degli abiti di Pinelli.

Scrive Nardella che gli abiti vennero “«negligentemente bruciati» senza che alcun magistrato pensasse di intervenire”[1].

Di più: sparirono anche i polmoni e il cuore di Pinelli, “reperti dai quali si sarebbe potuto riuscire a sapere, con dati inconfutabili, il preciso momento della morte di Pinelli, e se tale morte era avvenuta per caduta o in altro modo”[2].

Poi però mi sono trovato di fronte ad un dato (apparentemente) contraddittorio: il giudice Gerardo D’Ambrosio, nella sua sentenza del 1975 sulla morte dell’anarchico milanese, cita “gli indumenti indossati al momento della caduta dal Pinelli, ancora conservati presso l’Istituto di Medicina Legale” di Milano[3].

Ma allora, se gli abiti di Pinelli nel 1975 erano ancora conservati presso l’Istituto di Medicina Legale perché Nardella parlò della loro sparizione?

La risposta la troviamo nella perizia medico-legale presentata il 13 gennaio 1970 dai professori Luvoni, Falzi e Mangili al sostituto procuratore della repubblica Giovanni Caizzi (e riprodotta nel predetto libro di Nardella). I periti, nel processo verbale, elencano gli abiti indossati dal cadavere di Pinelli al momento della loro ricognizione: “maglia di lana beige, canottiera bianca, mutande lunghe di lana beige, calze corte blu e scarpe basse di pelle marrone[4].

Ma questi, evidentemente, non sono tutti gli abiti indossati da Pinelli al momento della caduta. Ad esempio, che fine fecero i pantaloni?

All’epoca, il Bollettino n°5 di Controinformazione Democratica di Milano, criticando la predetta perizia, osservò quanto segue:

“Mancano i dati riferiti agli indumenti, che nessuno sa quale fine abbiano fatto. I periti vedono Pinelli morto, con maglia, canottiera, mutande, calze e scarpe. Non si parla né di giacca né di pantaloni. Non si dice se la maglia era a maniche corte o lunghe, né che tipo di strappi presentassero gli indumenti repertati”[5].

Quindi gli indumenti ancora conservati nel 1975 di cui parla D’Ambrosio erano, evidentemente, gli indumenti repertati dai periti nel 1970 ma questi, ripetiamolo, non erano tutti gli indumenti.

La controinformazione milanese aveva visto giusto: lo storico Aldo Giannuli, nel suo libro Bombe a inchiostro (pubblicato nel 2008) ricorderà come nel 1971 “Licia Pinelli [vedova di Giuseppe] rinnovò la richiesta di acquisire i vestiti del marito, per verificare se le lacerazioni combaciassero con le lesioni riscontrate sul corpo: si scoprì che erano stati distrutti, sei mesi prima, da una suora dell’ospedale, perché nessuno li aveva chiesti[6].

Di più: riferisce sempre Giannuli che “il 21 ottobre [1971] venne riesumata la salma di Pinelli, ma il blocco cuore-polmoni e i liquidi organici erano totalmente inutilizzabili, perché non erano stati messi in formalina, ma in una cella frigorifera alla quale – con opportuna casualità – era mancata la corrente per qualche ora”[7].

Ora, è presumibile che Pinelli venne portato all’ospedale con tutti gli abiti. Ma è proprio qui, all’ospedale, che avvenne qualcosa di sospetto. All’epoca, il giornalista Marco Sassano osservò in proposito:

“Come vuole la legge, il cadavere venne trasportato nell’obitorio del Fatebenefratelli, nel sotterraneo dell’ospedale: lì sarebbe dovuto rimanere, inavvicinabile, a disposizione dell’autorità giudiziaria che ne doveva ordinare la necroscopia. Non passa, però, neppure un’ora che, «per ordine superiore» (non si è mai saputo di chi), il corpo viene trasportato, di nascosto, per un’uscita secondaria, all’obitorio dell’Istituto di medicina legale di piazzale Gorini”[8].

Quindi, a quanto pare, è nel passaggio dall’ospedale all’Istituto di medicina legale che gli abiti di Pinelli, convenientemente, sparirono.

E gli inquirenti (magistrati e periti) si guardarono bene dal reclamarne la ricomparsa.

Quello di Giuseppe Pinelli, nonostante le sentenze, è un caso irrisolto, su cui non si volle fare davvero luce. Un caso di giustizia negata. Che però fece un’enorme impressione sull’opinione pubblica[9]. La vicenda, compresa la sparizione degli abiti, entrò nell’immaginario degli italiani: nel 1974 uscì un film, Processo per direttissima, chiaramente ispirato alla storia dell’anarchico milanese.

Ho scoperto questo film solo pochi giorni fa. Il film si può vedere in versione integrale su YouTube:

Il film parla di una giornalista (interpretata da Ira Fürstenberg) che si occupa del caso di un giovane di estrema sinistra morto in circostanze poco chiare dopo tre giorni di interrogatori (come capitò a Pinelli). La figura della giornalista (passata dalla cronaca mondana al giornalismo impegnato) è chiaramente ispirata a Camilla Cederna, che all’epoca fu determinante nel tenere desta l’attenzione degli italiani sul caso Pinelli. La giornalista nel film finisce sotto processo, querelata da uno dei poliziotti coinvolti nella morte del giovane (chiaro riferimento alla querela sporta nel 1970 dal commissario Luigi Calabresi al quotidiano Lotta Continua). L’avvocato che difende la giornalista è interpretato da Gabriele Ferzetti. Nel minuto 19 c’è il riferimento agli abiti del morto (e la spiegazione del perché, anche nella vita reale, certi abiti spariscono):

Questi abiti scomparsi bisognerebbe trovarli, anche per procedere ad una perizia su eventuali macchie di sangue”.

Nel ripercorrere la vicenda di Pinelli c’è un altro dettaglio che mi ha colpito. Il giornalista Enrico Deaglio a suo tempo ha scritto che, quando nel maggio del 1972 il commissario Calabresi venne assassinato,

“il questore Allitto Bonanno si impossessò, all’ospedale San Carlo, dei vestiti (tagliati e insanguinati) e degli effetti personali del commissario Calabresi. I secondi vennero restituiti, i primi scomparvero. E nessuno glieli chiese mai”.

Dunque, paradossalmente, la morte di Giuseppe Pinelli e quella del suo inquisitore Luigi Calabresi hanno almeno un dettaglio in comune: la sparizione dei rispettivi abiti.

Il che ci fa pensare che ci troviamo di fronte a due delitti di Stato.

Per quanto riguarda Calabresi, il successivo “pentimento” dell’esponente di Lotta Continua Leonardo Marino, quello che portò alla condanna (definitiva) di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi quali responsabili della morte del commissario, ha avuto l’effetto di cancellare il contesto nel quale è maturato tale delitto. Lo ha rimarcato Aldo Giannuli nel suo libro Bombe a inchiostro:

“Dunque, abbiamo numerose fonti che ci indicano la connessione Feltrinelli-armi-Calabresi e come ciò sia costantemente riemerso nei trent’anni successivi alla morte del commissario. È interessante notare come tutto questo sia semplicemente scomparso nell’istruttoria sul caso-Sofri-Marino”[10].

E, per ora, basta così.

 

[1] Vincenzo Nardella, Noi accusiamo! Contro requisitoria per la strage di stato, Jaca Book editore, Milano 1972, p. 170.

[2] Ibidem.

[3] Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, Sellerio editore, Palermo 1996, p. 30.

[4] Vincenzo Nardella, op. cit., p. 305.

[5] Ivi, p. 317.

[6] Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro, BUR, Milano 2008, p. 120.

[7] Ivi, p. 121.

[8] Marco Sassano, Pinelli: un suicidio di stato, Marsilio Editori, Padova 1971, p. 31.

[9] Un’impressione che a distanza di 50 anni ancora non si è placata: lo testimonia l’uscita di libri che in questi decenni non hanno smesso di porre domande sulla morte dell’anarchico. Da ultimo, il libro del giornalista Paolo Brogi: Pinelli. L’innocente che cadde giù (edizioni Castelvecchi).

[10] Aldo Giannuli, op. cit., p. 190.

One Comment
    • Gengè
    • 14 Gennaio 2020

    Non ho avuto tempo per scriverlo prima…
    Ho scritto in precedenza di tecnica “killer seriale” e anche Deaglio lo conferma.
    Per ultimo fanno sparire le prove…(anche il cuore e polmoni).
    Siccome la storia è maestra di vita la storia prima di quei fatti di piazza Fontana (a 20 anni dalla Costituzione ora siamo a settant’anni dalla Costituzione).
    Da “un discorso per la Costituente” di Calamandrei del 14.10.1945, Giangiulio Ambrosini (già magistrato di Cassazione) in suo saggio “Costituzione e società” (Storia d’Italia volume 5**, pg.1999 e ss. ) pur definendolo storicizzato (a oltre un quarto di secolo e NB oggi siamo a tre quarti di secolo) trae lo spunto di attualità per tutte la traversie incontrate per l’Attuazione della Costituzione: “la tendenza al rinvio”… subordinata agli interessi dell’alleato d’oltreatlantico e dalle volontà delle forze politiche/economiche dominanti.
    L’eligenda Assemblea Costituente aprì i lavori oltre un anno dopo quelli stabiliti nel 1944 e si concluse, con ripetute dilazioni il 31.01.1948. I suoi compiti furono fissati da decreto luogotenenziale n. 98/1946 che la privò del potere legislativo che se da un lato la sgravava da tale incombenza per meglio attendere al suo compito, per contro impedì che la legislazione emanata nelle more fosse anticipazione della stessa discussione costituente.
    Ciò detto, e in sintesi, le tendenze anticostituzionali della prima legislatura dopo il 18.04.1948 che ritarda e/o rinviava l’attuazione delle norme transitorie: entro il 31.12.1948 riordinamento del Tribunale Supremo Militare (di cui poi si saprà degli “Armadi della Vergogna” che erano ignoti all’autore, essendo il saggio del 1973); revisione e coordinamento delle precedenti leggi non abrogate o implicitamente abrogate (rinvii che, NB, avrebbero condotto a procedura di revisione costituzionale). Entro il 31.12.1953 revisione degli organi di giurisdizione straordinari ancora esistenti (revisione mai fatta alla data 1973: p.es. le prefetture). Sono del tutto ignorate le modifiche e/o innovazioni senza termini cronologici come: Corte Costituzionale, CSM, regioni, referendum. Non mancano poi l’introduzione di leggi apertamente contrarie alla Costituzione (es.: la cd “Legge truffa”, che, con altro linguaggio, richiama la legge Acerbo del 1924 che fu apripista legale del fascismo e sono i vari “Porcellum”, “Italicum” e ultimo il partito trasversale del taglio di 335 parlamentari).
    Al governo si associa la Corte di Cassazione che appena dopo (NB: proprio giorni) l’entrata in vigore della Costituzione si inventa le «norme costituzionali precettive» (quelle che hanno applicazione immediata e abrogativa) e «norme costituzionali programmatiche» (quelle che il legislatore deve curare l’attuazione ma che non hanno effetto sulla legislazione) escamotage per tenere inalterata, e a tempo indeterminato, la legislazione fascista su misure di polizia, ammonizione e confino… per controllare il dissenso al governo, come fece il Regime che fu .
    (Secondo G. Ambrosini la Cassazione era il baluardo del fascismo dopo il 1948 e solo col tempo e con la morte loro la situazione si è democratizzata…).
    Tutto fino quando, dopo due leggi del 1953 e relativi rinvii, nel 1956 fu formata la Corte Costituzionale che in sua prima sentenza smentì clamorosamente la Corte di Cassazione. Eppure, a conferma dell’incesto governo Corte di Cassazione, il presidente del consiglio Segni si costituì in giudizio per chiedere la conferma delle tesi della Corte di Cassazione.
    https://online.scuola.zanichelli.it/corsodiritto/files/2012/04/C4-La-prima-sentenza-della-Corte-Costituzionale.pdf
    Cosa centra? Piazza fontana viene da qui (è il controllo e incanalamento del dissenso) e il presente viene da Piazza Fontana…
    La vacanza della Costituzione in queste vicende – da parte di chi è stato, di fatto, complice nel rendere l’Italia quella che è- la si può leggere come l’applicazione delle «norme costituzionali programmatiche» della Cassazione … il CSM ha preso il posto e ruolo che fu della Cassazione…( e ripeto che il caso Palamara è il Vaso di Pandora che va scoperchiato) è, in ultima analisi, la discrezionalità del giudice di non essere tenuto alla legge (e/o le loro «scelte politiche» denunciate da Pasolini)
    .
    Tutto il sistema si basa sulla fiducia e nell’impedire che le eresie (tutte le eresie) diventino “pubblica voce” (e qui siamo pure al controllo delle comunicazioni se non di peggio).
    Un saluto

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