Vincenzo Vinciguerra: l’arma giudiziaria

Vincenzo Vinciguerra: l’arma giudiziaria

Giulio Andreotti e Claudio Vitalone
L’ARMA GIUDIZIARIA
Di Vincenzo Vinciguerra
Da anni siamo asfissiati da una campagna propagandistica che vuole contrapposti il potere giudiziario e quello politico.
In realtà, da anni assistiamo allo spettacolo di uno scontro fra qualche personaggio politico di primo piano (Silvio Berlusconi) e una parte della magistratura.
Tanto chiasso serve a radicare nell’opinione pubblica il convincimento
che, in questo Paese, operi da sempre una magistratura indipendente dal potere politico.
Il potere giudiziario, viceversa, è stato sempre un’arma a disposizione di quello politico.
In un documento, ancora inedito, poniamo in evidenza lo scontro negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta, fra le Forze armate, vigili garanti per conto dell’Alleanza atlantica e degli Stati Uniti, e quei settori della Democrazia cristiana accusati di cedimento al comunismo, interno ed internazionale.
Come si è difesa la dirigenza democristiana dall’assedio militare, sostenuto dall’estrema destra (Msi), dalla destra moderata (Pli) e dai socialdemocratici?
In un modo semplice e micidiale: usando come un’arma la magistratura.
Torvaianica: il luogo del delitto di Wilma Montesi

L’uso politico delle inchieste giudiziarie, in Italia, non è una novità a partire dal processo per l’oro di Dongo, finito con un nulla di fatto, dopo che Palmiro Togliatti aveva obbligato i parlamentari comunisti ad approvare l’inserimento dei Patti lateranensi nella Costituzione, per proseguire con quello per l’omicidio di Wilma Montesi, che era servito a regolare certi conti interni alla Dc, e

così via fino a contare un lungo elenco di vertenze giudiziarie aperte su ispirazione politica.
Quando la pressione militare appoggiata da buona parte dell’anticomunismo politico italiano, guidato dai socialdemocratici di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi, ha rischiato di far saltare gli equilibri politici e di ridimensionare il proprio potere, la Democrazia cristiana è partita all’offensiva.
La strage di piazza Fontana

Il tempo strettamente necessario per raccogliere le informazioni in grado di chiarire le responsabilità politiche ed organizzative degli attentati del 12 dicembre 1969, e un consigliere  comunale democristiano, Guido Lorenzon, si  rivolge ad un avvocato democristiano per accusare il suo amico Giovanni Ventura di concorso nella strage di piazza Fontana.

L’accusa finisce sul tavolo del giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, per straordinaria coincidenza amico personale di Giulio Andreotti, che si muoverà con la determinazione di chi si nutre di certezze ed è consapevole di conoscere la verità.
Nel mese di ottobre del 1972, dopo aver appreso da Pino Rauti la verità sulla matrice ideologica fascista dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, Giorgio Almirante lo interpreta come una gravissima provocazione contro il suo partito e si rivolge ad Arnaldo Forlani con il quale ha un colloquio ilcui contenuto è mantenuto segretissimo.
Il 5 novembre 1972, però, a La Spezia, Arnaldo Forlani pronuncia un discorso il cui messaggio è recepito dai soli iniziati:
Junio Valerio Borghese

“E’ stato operato – afferma il segretario nazionale della Dc – il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi…Questo tentativo disgregante, che è stato portato con una trama che ha radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto in ordine interno ma anche in ordine internazionale, questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso”.

Forlani sceglie con cura le parole: “destra reazionaria” non indica il neofascismo, che potrebbe essere identificato nel Movimento sociale italiano, ma un coacervo di forze politiche, economiche e militari che godono anche di sostegno in campo internazionale.
L’accento sul “tentativo ancora in corso”, è una minaccia esplicita che sottintende una reazione da parte del potente partito di maggioranza.
Su quale terreno si sia sviluppata la reazione democristiana ce lo dicono i fatti e le date.
A Roma, si dà impulso all’inchiesta sul presunto “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, affidata all’ufficio “D” del Sid, al comando del generale Gianadelio Maletti.
Già il 16 gennaio 1973, il capitano Antonio Labruna, diretto collaboratore di Maletti, inizia la registrazione dei colloqui con Remo Orlandini, il cui patrimonio conoscitivo sul “Fronte nazionale” ed i suoi collegamenti interni ed internazionali è quasi alla pari con quello del principe Junio Valerio Borghese.
La lapide che ricorda le vittime dell’attentato di Bertoli

I1 17 maggio 1973, a Milano, un confidente del Sid, Gianfranco Bertoli, attenta alla vita del ministro degli Interni, Mariano Rumor.

La risposta non tarda a giungere: il 18 luglio 1973, la Questura di Padova stila il primo rapporto sulla “Rosa dei venti”, l’organizzazione composta da civili e militari che ha come simbolo, quello della Nato.
Ormai è guerra aperta, non per la pubblica opinione confusa dalla denuncia del “pericolo fascista” di cui si fa primo portatore Aldo Moro, fra gli “oltranzisti” dell’anticomunismo nazionale ed atlantico civile e militare e i “moderati” fiduciosi nei loro metodi gesuitici per addomesticare il Pci.
E’ una guerra segreta nella quale s’inserisce l’inchiesta condotta dal compagno-magistrato Luciano Violante, a Torino, questa volta contro uno dei miti della Resistenza anticomunista, Edgardo
Sogno.
Tre inchieste a Roma, Padova e Torino, ed un unico obiettivo: rispondere con il tintinnio delle manette al tintinnio di sciabole dei militari e dei loro alleati politici.
Tutte e tre le inchieste, difatti, hanno una caratteristica comune, quella di indagare sulle Forze armate ai massimi livelli.
Il processo per il Golpe Borghese

Una minaccia esplicita che si traduce anche in mandati di cattura, arresti, rinvii a giudizio ma che sarà fatta rientrare semplicemente riunificando le tre inchieste in una sola di cui sarà competente 1’andreottiano Tribunale di Roma, il quale, piegata la resistenza militare, procederà ad una raffica di scarcerazioni e proscioglimenti, fino all’assoluzione finale perfino dei rei confessi.

Di questa lotta sorda e sordida fra una parte della Democrazia cristiana ed e i suoi fedelissimi negli apparati dello Stato da un lato, e parte delle gerarchie militari e dei servizi di sicurezza civili e militari dall’altro, conosciamo per ora il sangue versato di cittadini innocenti ed estranei alla contesa.
Dal 1967-68 in avanti, la lotta politica in Italia non è stata, quindi, fra due attori, anticomunisti e comunisti, ma si è sviluppata, feroce e senza esclusione di colpi, all’interno dell’anticomunismo nazionale ed internazionale.
Per quarant’anni si è venduta al popolo italiano la “bufala” del “terrorismo fascista” e delle “trame nere”. Ora è giunto il momento di invitare quanti storici si ritengono persone serie di procedere ad una ricostruzione verritiera degli eventi degli “anni di piombo”.

Mario Tedeschi, qui con Gianna Preda

Sull’uso politico delle inchieste sull’attentato di Peteano di Sagrado, riaperta dal Sismi guidato dal generale Giuseppe Santovito, iscritto alla loggia P2 e fedelissimo dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, per colpire Giorgio Almirante e favorire Mario Tedeschi e il suo partito, “Democrazia nazionale”, e su “Gladio”, per obbligare Francesco Cossiga a dimettersi, ispirata dall’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, torneremo in modo dettagliato.

Per ora, ci limitiamo ad osservare che l’indipendenza della magistratura italiana è una leggenda metropolitana, così come la sua ansiosa ricerca della verità.
E, in quanto a Giulio Andreotti e compari democristiani, è il caso di notare come, per quanto esperti manipolatori di giudici e di inchieste giudiziarie, sono finiti travolti dall’arma che hanno utilizzato per mezzo secolo con assoluta spregiudicatezza: la magistratura, che li ha eliminati, per conto terzi, dalla scena politica con le inchieste su Tangentopoli e mafia.
Chi di codice penale ferisce, a volte, di codice penale perisce.
Chi di codice penale ferisce…

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