Sulla correttezza dell’informazione: Franco Cardini versus Informazione Corretta

Sulla correttezza dell’informazione: Franco Cardini versus Informazione Corretta

Franco Cardini

Dal professor Cardini ricevo e volentieri pubblico:

– UN ESEMPIO DI CORRETTEZZA NELL’INFORMAZIONE –
A PROPOSITO DI UN ARTICOLO E DI UNO SCAMBIO EPISTOLARE
A tutti gli interessati alle questioni vicino-orientali; o, più semplicemente, a quanti intendono capire come in questo paese funzioni l’informazione e fino a che punto siano giunte confusione e malafede.
SOMMARIO:1. Preambolo
                       2. “Lancio informativo del sito Informazione Corretta (sic!)
                       3. Presentazione (appunto!) corretta dei seguenti testi: 3.1. Articolo di F. Cardini pubblicato su “Il Tempo”, 2.3.2011; 3.2. Lettera del sig. E.E.Piano, con  3.3. replica di F.C. (della quale però “Informazione Corretta” non dà notizia); 3.4. controreplica del sig. Piano; 3.5. risposta alla controreplica da parte di F.C. ;
                       4. Citazione di un testo edito da F. Cardini, dal quale si evince fino a che punto sia esatta e corretta la definizione che di lui fornisce Informazione Corretta  come “uno dei più accaniti denigratori di Israele”.
                       5. Conclusione.
1. Si non caste, immo caute. Quando si spacciano menzogne e si tende sistematicamente a intorbidire le acque, non si dovrebbe esagerare. Così il sito Informazione Corretta dell’8.3.2011.
2. “Informazione Corretta”, 8.3.2011
Lettere a IC
In polemica con Franco Cardini, 08/03/2011
tre e-mail pubblicate sul TEMPO del 2 marzo 2011, segue la risposta di Franco Cardini, conclude Emanuele Piano . Sono tre lunghe lettere, ma vale la pena leggerle, Franco Cardini è uno dei più accaniti denigratori di Israele  e del mondo occidentale in generale, gode di credito sulla stampa cattolica e su quella terzomondista.
Emanuele Piano

Gentile direttore Le scrivo dopo aver letto il lungo articolo a firma del professor Cardini sugli avvenimenti che sconvolgono il nordafrica. Tra le tesi sostenute vi è quella dell’inesistenza di Al Qaeda, una invenzione occidentale, secondo il professore, che servirebbe ad infangare il buon nome del fanatismo islamista e per una spericolata proprietà transitiva quello di ogni buon musulmano. Cardini arriva apargonare [sic] la letteratura sul terrorismo islamico al falso storico e antisemita “i protocolli dei savi anziani di Sion” che costò agli ebrei russi ed europei decenni di persecuzioni, e dunque sarebbero i musulmani ad essere infamati e perseguitati, non cristiani ed ebrei nel medio oriente (e persino in Europa). Tralascio il giudizio sui Fratelli musulmani che sarebbero una forza politica “equilibrata” (mentre al Cairo Qaradawi arringa la folla sulla futura riconquista di Gerusalemme). Cardini si avventura poi su una distinzione tra nostra democrazia e loro democrazia, dove non si capisce cosa voglia dire visto che la democrazia è una prassi e che essa ha riscosso un discreto successo anche in terra islamica (Filippine, Turchia, Libano e persino Iraq), almeno laddove è comparso un cero [sic] pluralismo politico, quello assente sia in Libia, che in Tunisia, che in Egitto, dove in caso di “libere elezioni” vincerebbero cero [sic] i gruppi musulmani, ma proprio perché non esistono forze politiche alternative, mentre i primi hanno avuto decenni per organizzarsi e creare strutture sociali parallele a quelle statali. Dunque la sperequazione economica c’entra poco (Libia ed Arabia Saudita hanno redditi procapite più alti di alcuni membri UE), c’entra invece l’assenza di libertà di pensiero, la piattaforma indispensabile perché fiorisca una democrazia, nostra o loro che sia.
Emanuele Piano

Jason Burke





6 marzo Caro Direttore, credo che la lettera del signor Emanuele Piano meriti una risposta dettagliata. Te la invio, ma – ignorando se avrai spazio sufficiente per pubblicarla integralmente – ne invio per correttezza copia completa e-mail all’interessato: a evitare equivoci, ho riproposto le sue domande con le parole esatte con cui egli el ha poste. Sappiano i lettori più interessati al problema che la mia risposta integrale, con altro materiale, sarà pubblicata subito nel mio sito www.francocardini.net, dov’essi potranno consultarla. Ecco la mia risposta, punto per punto: 1. “Tra le tesi sostenute vi è quella dell’inesistenza di Al Qaeda, una invenzione occidentale, secondo il professore, che servirebbe ad infangare il buon nome del fanatismo islamista e per una spericolata proprietà transitiva quello di ogni buon musulmano”. Nessuna invenzione, bensì pura adesione ai fatti obiettivi. Il termine al- Qaeda, “la base”, cominciò a venir usato negli Anni Novanta per indicare alcuni gruppi terroristi. Sulla scorta poi di alcuni equivoci e di una buona dose di manipolazioni – delle quali sono responsabili anzitutto i “servizi” statunitensi – si andò creando l’immagine di una sorta di organizzazione centralizzata, piramidale, gerarchica, con i suoi programmi e i suoi quadri dirigenziali. All’equivoco alimentato dai servizi si aggiunsero anche quelli voluti da molti degli stessi gruppi terroristici, che cominciarono ad arrogarsi l’etichetta “fortunata” e a rivendicare nel suo nome attentati e azioni vari. La costruzione della mitologia alquaedista serviva e serve agli “opposti estremi”: ai servizi e ai settori dell’opinione pubblica legata agli ambienti oltranzisti, che intendono così giustificare misure repressive e spese del pubblico denaro; e agli ambienti terroristici – in perenne lotta tra loro, e discordi su quasi tutto in una fitna infinita – che intendono così guadagnare credito e rendere più temibile, con tale mossa propagandistica, la loro azione. Ciò fu già denunziato fino dal 12 gennaio 2003 in un articolo di Jason Burke uscito sull’”Observer”, mentre il 19 luglio 2008 Marc Sageman – figlio di un sopravvissuto all’Olocausto e tra i principali esperti del City Police Departement di New York – si esprimeva in termini analoghi in un’intervista raccolta da Christopher Dickey su “Newsweek”. L’opinione che al- Qaeda, come organizzazione coerente, non esista, è stata sostenuta con forti argomenti da Adam Curtis in un documentario che il 18 gennaio 2005 fu diffuso dalla BBC (cfr. news.bbc.co.uk/2/hs/programmes/3755686,stm). A tutt’oggi, nonostante le ripetute notizie sulla cattura o l’uccisione di leaders di al-Qaida, nessuno ha mai fornito notizie e prove obiettive a proposito dell’organizzazione, dei suoi strumenti, delle sue sedi, del suo apparato. Che credere nella sua esistenza serva ai nostalgici di G.W.Bush jr. e agli orfanelli dell’ingegner Bin Laden, non prova nulla. Il signor Piano mi attribuisce poi intenzioni apologetiche nei confronti del “fanatismo islamista” che non mi appartengono e che non sono congrue nemmeno con le sue stesse argomentazioni. Rimando comunque, su ciò, agli autori più qualificati: Gilles Kepel, François Brugat, Olivier Roy, che ricostruiscono la complessità di questo genere di argomenti. 2. “Cardini arriva a paragonare la letteratura sul terrorismo islamico al falso storico e antisemita I protocolli dei savi anziani di Sion che costò agli ebrei russi ed europei decenni di persecuzioni, e dunque sarebbero i musulmani ad essere infamati e perseguitati, non cristiani ed ebrei nel medio oriente (e persino in Europa)”. In realtà, il paragone – che trova una sua “attualità” nel successo del romanzo di Umberto Eco, Il cimitero di Praga – non riguarda affatto la letteratura sul terrorismo islamico nel suo complesso, ma soltanto la manovra mediatica che è stata appunto costruita attorno ai pochi, incerti e confusi dati disponibili su al-Qaeda per farne appunto un oggetto adatto all’innesco di un “caso” utile a costruire un altro episodio dell’ormai celebre “teoria del complotto”. L’illazione che con questo io vorrei far passare i musulmani, nel loro complesso, come perseguitati, è – come quella di cui al punto 1 – gratuita e incoerente con il contesto nel quale si muovono le stesse argomentazioni del signor Piano. 3. “Tralascio il giudizio sui Fratelli musulmani che sarebbero una forza politica “equilibrata” (mentre al Cairo Qaradawi arringa la folla sulla futura riconquista di Gerusalemme)”. No, guardi, signor Piano, vediamo di non tralasciare proprio niente. Anzitutto, Qarawadi non è un “Fratello Musulmano”, per quanto in passato abbia aderito, da giovane, a tale organizzazione. Oggi è un pensatore indipendente che, giovandosi del suo prestigio religioso, emette delle fatwa che non sono però vincolanti per nessuno. Egli appartiene comunque alla wasatiyya, una corrente di pensiero islamista moderato (su cui il riferimento più autorevole è R. Baker, Islam without fear. Egypt and the new islamists, Harvard University Press, 2003). Che i “Fratelli Musulmani” abbiano avuto e abbiano una posizione moderata, incline al confronto con le istituzioni e all’accettazione dei metodi della democrazia rappresentativa è cosa ampiamente trattata e dimostrata da H. al-Awadi, In pursuit of legitimacy. The Muslim Brothers and Mubarak, London-New York, Tauris, 2004, quindi da B. Rutherford, Egypt after Mubarak, Princeton University Press, 2008, e recentissimamente dal fondamentale I fratelli musulmani nel mondo contemporaneo, a cura di M. Campanini e K. Mezran, Torino, UTET, 2010, che evidentemente il signor Piano ignora: il che mi stupisce,m dal momento che egli mostra di interessarsi appassionatamente al problema. Ovviamente, in un’organizzazione vasta e ramificata le correnti sono molte e non mancano quelle radicali: ma il mainstream dell’organizzazione ha abbracciato una linea molto moderata, come dimostrano i due partiti fondati dai “Fratelli Musulmani” in Egitto (“Giustizia e Libertà”) e in Tunisia, dove il leader Rashid Gannusi, che sotto ben Ali ha subito trant’anni d’esilio, al suo ritorno ha immediatamente costituito un partito che sta agendo con grande correttezza, al-Nahda. Dei “Fratelli Musulmani” ha parlato con favore in febbraio anche il quotidiano della CEI, “Avvenire”, sottolineando come essi si siano sempre opposti alle violenze contro i cristiani copti e al trattamento discriminante contro i cristiani. Le debolezze e le contraddizioni dei “Fratelli Musulmani” sono invece rilevate con attenzione e dottrina da A. Elshoabki, Les Frères Musulmans des origines à nos jours, Paris, Karthala, 2009. Il riferimento di Qarawadi a Gerusalemme è certo allarmante, ma va inteso nel contesto delle reazioni alla dichiarazione unilaterale di pieno, completo e perpetuo possesso della Città Santa da parte dello stato d’Israele, una dichiarazione contestata dalle nazioni unite e dagli stessi Stati Uniti d’America. 4. “Cardini si avventura poi su una distinzione tra nostra democrazia e loro democrazia, dove non si capisce cosa voglia dire visto che la democrazia è una prassi e che essa ha riscosso un discreto successo anche in terra islamica (Filippine, Turchia, Libano e persino Iraq), almeno laddove è comparso un cero pluralismo politico, quello assente sia in Libia, che in Tunisia, che in Egitto, dove in caso di “libere elezioni” vincerebbero cero i gruppi musulmani, ma proprio perché non esistono forze politiche alternative, mentre i primi hanno avuto decenni per organizzarsi e creare strutture sociali parallele a quelle statali”. Se il signor Piano non capisce i miei argomenti, ciò dipende dal fatto che egli ignora del tutto, evidentemente, il denso dibattito che proprio di recente si è svolto proprio attorno al concetto di democrazia (non semplice “prassi”, bensì – l’ha sottolineato con lucidità Luciano Canfora – “ideologia” accompagnata da una forte dinamica che, proprio nel nostro Occidente, sta facendola virare verso meccanismi oligarchici). Tale ignoranza è una sua lacuna o una sua scelta, ma comunque non è colpa mia: gli consiglierei la lettura di K. Basu, Elé Belè. L’India e le illusioni della democrazia globale, Roma- Bari, Laterza, 2009, e dello stesso saggio di Amartya Sen sulle “democrazie degli altri”, che peraltro mi sembra piuttosto debole ma che può servire per cominciare a porre i problemi. Non citerei tra le democrazie e le semidemocrazie riuscite il triste caso irakeno, dove il tentativo di “importare la democrazia” si è risolto in sette anni di occupazione militare straniera, una serie di elezioni truccate, una lotta feroce tra sunniti e sciiti e perfino l’affacciarsi di una violenza anticristiana prima del tutto inesistente. Trovo inoltre contraddittorio con le Sue convinzioni democratiche il fatto che Lei si lamenti del fatto che in caso di libere elezioni in Egitto vincerebbero partiti che non Le sono graditi: come democratico, lei dovrebbe anzitutto tenere alla vittoria delle maggioranze, comunque siano. O preferisce “educare” le maggioranze, come fanno i dittatori? 5. “Dunque la sperequazione economica c’entra poco (Libia ed Arabia Saudita hanno redditi procapite più alti di alcuni membri UE), c’entra invece l’assenza di libertà di pensiero, la piattaforma indispensabile perché fiorisca una democrazia, nostra o loro che sia”. No, signor Piano, la sperequazione economica c’entra moltissimo, esattamente come l’assenza di libertà di pensiero, che le potenze occidentali – l’operato politico delle quali Lei sembra apprezzare – non si sono mai curate di chiedere fosse rispettata nei casi dell’Arabia Saudita, della Libia, dell’Egitto, della Tunisia, dell’Algeria ecc., per l’ottima ragione che i governi tirannici e corrotti di quei paesi erano (e taluni sono) buoni partners economici e anche politici. In Siria e in Giordania, i governi locali hanno immediatamente risposto ai primi moti calmierando i generi di prima necessità: una manovra affrettata ma efficace almeno come primo intervento, anche se poi ci vorranno le riforme. Che Arabia e Libia abbiano alti redditi procapite è verissimo: solo che il reddito procapite è un dato teorico (se io mangio un pollo e tu nulla, abbiamo mangiato mezzo pollo a testa, diceva Trilussa). In realtà, quel che esiste nel mondo arabo accanto alla repressione è una fortissima, intollerabile sperequazione economica, che rende la situazione politica ancora più grave proprio nei paesi più ricchi. E’ ovvio che ogni popolo deve trovare la “cifra” politica che meglio gli è adatta (per cui è assurdo pretendere che seguano i nostri modelli). Ma sta di fatto che la libertà politica nasce sempre dallo sviluppo compiuto o dalle rivoluzioni imposte dalle classi medie, proprio quelle che nel mondo arabomusulmano non sono mai riuscite ad emergere non a causa dell’Islam, bensì per colpa delle malefatte del colonialismo prima e poi dai regimi postcoloniali strumentalizzati fino agli Anni Ottanta dai giochi della Guerra Fredda e poi dal neocolonialismo messo in atto dalle istanze “neoconservatrici” statunitensi. Per stendere questa risposta ho chiesto al consulenza di due tra i migliori esperti di storia e di cultura arabo-islamica d’Italia, i professori Massimo Campanini dell’Università di Napoli e Paolo Branca dell’università Cattolica di Milano. Ecco quanto mi scrive Branca: “La primavera araba di questi giorni dovrebbe dimostrarci che, specie laddove la metà della popolazione ha meno di 30 anni, i vecchi schematismi non funzionano più e che nell’interesse della nostra stessa sicurezza (oltre che a quella d’Israele) un Egitto, ad esempio, che fra 25 anni potrebbe avere 150 milioni di abitanti che non stanno neppure decentemente a casa loro sarebbe un disastro per tutti”. Il problema, signor Piano, è politico e morale; è un problema di giustizia distributiva oltre che di libertà di pensiero; il fanatismo religioso non c’entra. Del resto, i terroristi sono, negli attuali moti arabi, talmente emarginati che non hanno mai nemmeno provato a rivendicare azioni di sorta. Sanno di non essere credibili. E’ solo Gheddafi a volerci far credere che è al-Qaeda a tentare di rovesciarlo.
Cordiali saluti. Franco Cardini

Yusuf al-Qaradawi con due rabbini di Neturei karta

contro replica del 7 marzo
Gentile Professor Cardini,
intanto la ringrazio per avermi inoltrato la risposta, così ampiamente argomentata e dalla quale, peraltro, dissento. “nessuna invenzione, bensì pura adesione a fatti oggettivi” non comprendo come possa definire le opinioni di alcuni, pur rinomati, opinionisti in tal modo, esistono difatti altri opinionisti che ne dissentono totalmente. Inoltre vi è il bel lavoro di Lawrence Wright pubblicato da Adelphi sulla storia dell’organizzazione. La quale, personalmente, non giudico essere una Spectre islamica, ma l’insieme di sigle “oltranziste” che hanno goduto e godono di finanziamenti anche onerosi. tali organizzazioni sono infatti riuscite a colpire importanti obbiettivi causando migliaia di morti a New York, Madrid, Londra ed in tutto il medio oriente. E’ possibile che queste sigle agiscano del tutto indipendentemente? E’ vero o no che in Afghanistan ed Iraq esistevano campi adibiti all’addestramento di aderenti a tali sigle e volontari per prepararli ad azioni terroristiche? Chi li gestiva, proteggeva e finanziava? A mio parere no [sic] regge neppure la tesi di una “manovra mediatica” tesa a costruire e rafforzare una “teoria del complotto”. Quale sarebbe il complotto da dimostrare? Chi finanzia tale manovra? Lei non lo specifica. Sostiene poi che i media occidentali tendano a far passare i musulmani anti occidentali come fondamentalisti e i fondamentalisti come terroristi, così il gioco è fatto, tutti i musulmani anti occidentali sono terroristi, dalle Sue parole questo si comprende. Qaradawi: dall’alto del suo prestigio religioso ha pronunciato parole gravissime, sostenendo di voler morire da martire nel tentativo di conquistare, riconquistare, Gerusalemme, ha emanato delle Fatawa [sic] incitanti alla violenza, che possono essere legittimamente adempite [sic] (anche se non vincolanti) dai fedeli che hanno in lui un punto di riferimento teologico. La contestualizzazione da lei fatta è poi debole: ONU e USA condannano il fatto che Israele abbia unilateralmente dichiarato Gerusalemme capitale nel ’67, dopo 19 anni di occupazione giordana durante la quale agli ebrei, come saprà, era vietato di recarsi presso il muro occidentale a pregare. Un uomo religioso egiziano non ha alcun diritto di rivendicare alcunché a proposito di una città, Gerusalemme, che è contesa da Israele e ANP. A proposito delle tesi per cui la Democrazia sarebbe un’ideologia: non le ignoro, non le condivido. Non Chiedo che i paesi arabi assumano il modello “occidentale” (come se ne esistesse UNO), semplicemente che gli arabi vengano coinvolti dai governi nelle decisioni che li coinvolgono, non soppressi. Il pluralismo è insito alla natura del genere umano, quando con la violenza un gruppo ne prevarica un altro questa è una ingiustizia per ogni uomo, a parte naturalmente colui che compie tale violenza. Questo purtroppo succede oggi in Algeria, Sudan, Somalia, Arabia Saudita, Siria, Iran, Striscia di Gaza. Non in iraq, dove grazie a << sette anni di occupazione americana >> esistono giornali indipendenti, partiti tra loro diversi, scuole libere, libertà di opinione e religione. Con Saddam, che non perseguitava i cristiani come fanno oggi i terroristi islamici, non gli americani (sarebbe come accusare gli americani dei crimini nazisti in nord italia durante la II guerra mondiale). Saddam però massacrava gli sciiti ( a decine di migliaia ) ed i curdi ( a centinaia di migliaia ). Oggi un curdo, Talabani, è presidente della repubblica federale iraqena. Vi è un governo eletto (elezioni truccate?) ed un parlamento realmente rappresentativo di diversità etniche e politiche. Meglio questo o il regime nazionalsocialista di un dittatore paranoico e sanguinario, il primo dopo Hitler a gassare i suoi stessi “sudditi”? Mi fa piacere che non contesti il fatto che esistano democrazie funzionanti in terra islamica. Le mie convinzioni democratiche: Lei dice < >, quando io sostengo che non possono definirsi tali (libere) elezioni in cui esista un solo partito organizzato, contro cui si scontrino forze politiche assolutamente escluse, per decenni, alla < >. Quando vi saranno condizioni paritarie tra i partiti vedrò di buon grado liberi egiziani scegliere liberamente tra diversi partiti, e se dovessero vincere i Fratelli Musulmani spererò che bene governino e che a fine mandato rimettano il giudizio in mano agli egiziani in nome dei quali hanno ottenuto il potere. non intendo educare le masse, vorrei che le masse avessero la libertà di accedere a opinioni diverse, a non dover trovare solo quelle del regime fascista e delle forze islamiste, ma anche degli arabi liberali, che esistono, e di quelli democratici, che esistono, e di chiunque intenda esprimere la propria. Non è forse questa una convinzione democratica? Sulla sperequazione economica: Bin laden era un ricco faccendiere, eppure è divenuto un islamista violento e sanguinario. La sperequazione, in paesi come arabia saudita e libia e algeria e iran non c’entra nulla. I regimi sono ricchissimi, navigano nell’oro nero, nulla fanno per il progresso economico dei loro stati, vanno avanti attraverso la distribuzione, centro-periferia, della ricchezza che dal petrolio deriva: la Libia è ricca, i libici no, di chi è la colpa? dell’occidente o di Gheddafy? ed in Algeria? A proposito dell’Iran poi, dove una classe media esiste, tutto dipende da forze paramilitari di chiara derivazione Hitleriana, che non si fanno scrupoli di alcun genere nel uccidere giovani donne disarmate che pacificamente marciano. L’indipendenza dall’occidente legittima, o comunque giustifica, per il suo mantenimento, un tale prezzo? Le chiarisco la mia opinione: il fatto che i regimi di alcuni stati siano intrisi di ideologie violente e repressive nei confronti del dissenso non vuol dire che il popolo che governano pensi lo stesso, se così fosse lascino decidere a loro. Ma questo vorrebbe appunto dire che in caso di dissenso perderebbero legittimità e dunque il potere. Io poi mi schiero, idealmente, con gli arabi liberali, ed il fatto che prima non esistessero non fa di loro un corpo estraneo e illegittimo, da eliminare. La ringrazio per avermi dedicato del tempo.
ennio emanuele piano

3.1.           L’articolo di F.C., che ha provocato la lettera del sig.Piano e la replica di F.C., è il seguente (lo riproduco con il titolo che io gli ho dato: il quotidiano, pubblicandolo il 2.3., ne ha scelto un altro):

–          CHE SUCCEDE NEL MONDO ARABO? –

–         
Ero in Marocco, fino a qualche giorno fa. Leggevo i giornali europei e constatavo che molto suonava falso, che molto non tornava. Qualche giorno prima del 20 febbraio, mi avvertirono che in quella data si sarebbero mossi anche i marocchini: a Rabat, a Fez, a Casablanca, forse anche a Marrakesh e a Tangeri. Con maggior ordine, con minor durezza. “Il Marocco non è l’Egitto”, mi dicevano:  qui la gente è più disciplinata e la situazione sociale, politica ed economica migliore. Ma è anche gente più dura, e c’è una situazione etnica complessa – come in tutto il Maghreb – per via delle minoranze berbere. Quel che noi pensiamo sia soltanto tensione politica, in buona parte del Nordafrica è anche etnica e tribale: lo si è visto in Libia. Ma insomma, che cosa sta succedendo?
Da noi, i  media sono in evidente difficoltà nel comprenderlo e, peggio ancora, nello spiegarlo. I due elementi che parrebbero emergenti si mostrano altresì, quanto meno  se tradotti nel linguaggio divulgativo con cui si cerca di affrontare la politica internazionale, contraddittori. Da una parte, si dice, questa gente ha voglia di “democrazia”, di “entrare nella Modernità”. Dall’altra, si teme ch’essa si faccia plagiare e conquistare dai “fondamentalisti” o addirittura ceda alla violenza o al ricatto di al-Qaeda.
Cominciamo a far giustizia di un colossale e infondato luogo comune. “Al-Qaeda” non esiste. Non che non ci siano – intendiamoci  – maggiori o minori centrali di terrorismo nel mondo musulmano. Il punto è che sia i musulmani più estremisti e antioccidentali, sia le fonti politiche e informative occidentali meno inclini all’intesa o al dialogo, si sono da  tempo appropriati con paradossale concordia di questa specie di “iperleggenda metropolitana internazionale” dei giorni nostri. Nata come pura e semplice espressione convenzionale (“al-Qaeda” significa “base”) per indicare una ventina di anni or sono, al tempo della “prima guerra del Golfo”, qualunque gruppo o gruppuscolo terroristico in grado di appoggiare alla sua azione militare un minimo di propaganda politica, la parola ha finito col venir usata in senso intimidatorio sia dai terroristi per intimidire i loro avversari, sia dai    fautori della repressione indiscriminata per allarmare le rispettive opinioni pubbliche spingendole a credere che tutti i musulmani non filo-occidentali fossero dei fondamentalisti, che tutti i fondamentalisti fossero terroristi e che tutti i terroristi fossero collegati tra loro da un’istituzione politico-militare coordinatrice comune e da una generale concordia d’intenti. Al-Qaeda, in questa sorta di costruzione mitopoietica, è divenuta qualcosa di molto simile all’Organizzazione Spettro dei film di OO7 di alcuni anni fa.   Siamo davanti a un mostro immaginario che ricorda da vicino le organizzazioni di congiurati cari fin dal Sette-Ottocento alle varie “teorie del complotto”: Umberto Eco ne ha parlato ne Il cimitero di Praga. Al-Qaeda somiglia ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion.
Il che non vuol dire che non ci siano i terroristi: ci sono eccome, e alcuni tra i loro gruppi sono in cerca di alleanze tattiche o strategiche. Ma in linea generale essi fanno parte del complesso panorama della fitna,   la “guerra civile” che coinvolge da anni l’intero mondo musulmano: tra moderati ed estremisti, tra estremisti di opposte scuole, tra sunniti e sciiti, fra tradizionalisti e fondamentalisti, fra tradizionalisti e fondamentalisti da una parte e “progressisti-moderati” dall’altra.
E allora, noi scopriamo di essere riguardo a queste cose dannatamente ignoranti e disinformati. Eppure, di mondo arabo e d’Islam si parla tutti i giorni, da un trentennio almeno. Che cosa ci è successo? Che cos’è andato storto? Chi aveva il dovere di farci capire un po’ meglio le cose come stanno e non lo ha fatto?
Ma soprattutto, insomma, in questo benedetto mondo arabo che cosa vuole “la gente”?  Ce l’hanno o no con noi? E perché? E chi li guida, chi li inganna, chi li sobilla?
Si sono ribellati in tutto il Nordafrica contro regimi inetti, corrotti e violenti. Sapevamo che tali regimi erano tali. Ciò significa che gli arabi vogliono la “democrazia”? Certo. Ma quale? La nostra? Quella che abbiamo tentato di “esportare” in Iraq e in Afghanistan?  Se si ribellano contro delle dittature in nome della democrazia, non possiamo non riconoscerli come nostri fratelli. Il punto però è che quei dittatori che hanno già rovesciato, come Ben Alì e Mubarak, e quello che stanno cercando di rovesciare, Gheddafi, erano da tempo non solo nostri amici e alleati, ma perfino soci in affari: dal petrolio alle Società per Azioni alle Banche.  Qualcuno aveva perfino coniato la neoparola “democratura” per definire i loro regimi: dittature sì, ma che a livello mondiale appoggiavano la democrazia. Stavano proprio così, le cose?
Prendiamo l’Egitto e i “Fratelli Musulmani”. Agiscono in quel paese dagli Anni Trenta; sono stati un formidabile strumento di lotta anticolonialista, ma sostenevano la loro azione con la ferma sicurezza che solo all’interno dell’Islam i popoli musulmani avrebbero potuto trovare la loro strada verso la Modernità. Il regime arabo-socialista di Nasser e i dittatori militari “moderati” che gli sono tenuti dietro (“moderati” in senso internazionale, in quanto amici dell’America e non avversari giurati d’Israele) li hanno duramente e ferocemente perseguitati. Eppure, eravamo pronti a giurare che in fondo si trattasse di pericolosi e fanatici “fondamentalisti”. Sono stati parte notevole delle forze che hanno rovesciato Mubarak: li abbiamo visti agire, li abbiamo sentiti parlare, e ci siamo resi conto che si tratta, al contrario, di una forza politica equilibrata e ragionevole. Certo, continuiamo a sospettare di loro. Ma che cosa faremo, se alla prima competizione elettorale seriamente libera, in Egitto, dovessero acquisire la maggioranza? Li lasceremo governare, nel nome della democrazia? O stabiliremo che la “loro” democrazia” non è la “nostra”, e per esportare quest’ultima o qualcosa che le somiglia cercheremo di calpestare i loro diritti e obbligarli a far come vogliamo noi? Badate:  è già successo in Algeria, ai primi degli Anni Novanta,  e non è che sia andata bene.
Forse, dovremmo piuttosto cercar di capire una cosa. Questa gente ci conosce ormai bene: molti di loro hanno parenti che vivono e lavorano tra noi, quasi tutti vedono i nostri canali TV e moltissimi navigano in internet. Ci sono molto vicini: troppo, per non rendersi conto che la nostra prosperità, inarrivabile per loro, poggia in gran parte sulle ricchezze che noi dreniamo dal loro mondo e sul loro lavoro come manodopera. Questo è il punto da capire e da discutere. Non il fanatismo religioso, ma la sperequazione economica; non la libertà di pensiero, ma la ridistribuzione delle ricchezze. Siamo maturi per affrontare questo problema in modo non miope e non egoistico?
                                                                                        Franco Cardini

3.2.           Il direttore de “Il Tempo” mi ha girato, dopo la pubblicazione dell’articolo di cui sopra, la lettera  a firma Ennio Emanuele Piano, che ritengo sia stata pubblicata su “Il Tempo” del 7.3. (non dispongo in questo momento del “ritaglio” corrispondente, e posso quindi errare nell’attribuzione cronologica dell’edizione dei singoli pezzi).

Gentile direttore
Le scrivo dopo aver letto il lungo articolo a firma del professor Cardini sugli avvenimenti che sconvolgono il Nordafrica. Tra le tesi sostenute vi è quella dell’inesistenza di Al Qaeda, una invenzione occidentale, secondo il professore, che servirebbe ad infangare il buon nome del fanatismo islamista e per una spericolata proprietà transitiva quello di ogni buon musulmano. Cardini arriva paragonare [sic] la letteratura sul terrorismo islamico al falso storico e antisemita i protocolli dei savi anziani di Sion, che costò agli ebrei russi ed europei decenni di persecuzioni, e dunque sarebbero i musulmani ad essere infamati e perseguitati, non cristiani ed ebrei nel Medio Oriente (e persino in Europa). Tralascio il giudizio sui Fratelli musulmani che sarebbero una forza politica “equilibrata” (mentre al Cairo Qaradawi arringa la folla sulla futura riconquista di Gerusalemme). Cardini si avventura poi su una distinzione tra nostra democrazia e loro democrazia, dove non si capisce cosa voglia dire v [sic] visto che la democrazia è una prassi e che essa ha riscosso un discreto successo anche in terra islamica (Filippine, Turchia, Libano e persino Iraq), almeno laddove è comparso un cero [sic] pluralismo politico, quello assente sia in Libia, che in Tunisia, che in Egitto, dove in caso di “libere elezioni” vincerebbero cero [sic] i gruppi musulmani, ma proprio perché non esistono forze politiche alternative, mentre i primi hanno avuto decenni per organizzarsi e creare strutture sociali parallele a quelle statali. Dunque la sperequazione economica c’entra poco (Libia ed Arabia Saudita hanno redditi pro capite più alti di alcuni membri UE), c’entra invece l’assenza di libertà di pensiero, la piattaforma indispensabile perché fiorisca una democrazia, nostra o loro che sia.
Emanuele Piano
3.3. A tale lettera ho risposto con la replica che pubblico qui, di seguito all’articolo, e che nell’originale era datata 6.3.2011. Ignoro se il giornale l’abbia pubblicata integralmente. Per correttezza, ne ho inviato copia integrale e-mail al cortese interlocutore, come usano fare le persone intellettualmente oneste (infatti, non lo fa quasi nessuno). Il particolare dell’invio dell’originale della mia lettera all’interlocutore è strato taciuto da “Informazione Corretta”(sic).

Caro Direttore,

            credo che la lettera del signor Emanuele Piano meriti una risposta dettagliata. Te la invio, ma – ignorando se avrai spazio sufficiente per pubblicarla integralmente  – ne invio per correttezza copia  completa  e-mail all’interessato: a evitare equivoci, ho riproposto le sue domande con le parole esatte con cui egli le ha poste. Sappiano i lettori più interessati al problema che la mia risposta integrale, con altro materiale, sarà pubblicata subito nel mio sito http://www.francocardini.net/, dov’essi potranno consultarla. Ecco la mia risposta, punto per punto:
1. “Tra le tesi sostenute vi è quella dell’inesistenza di Al Qaeda, una invenzione occidentale, secondo il professore, che servirebbe  ad infangare il buon nome del fanatismo islamista e per una spericolata proprietà transitiva quello di ogni buon musulmano”. Nessuna invenzione, bensì pura adesione ai fatti obiettivi. Il termine al-Qaeda, “la base”, cominciò a venir usato negli Anni Novanta per indicare alcuni gruppi terroristi. Sulla scorta poi di alcuni equivoci e di una buona dose di manipolazioni – delle quali sono responsabili anzitutto i “servizi” statunitensi – si andò creando l’immagine di una sorta di organizzazione centralizzata, piramidale, gerarchica, con i suoi programmi e i suoi quadri dirigenziali. All’equivoco alimentato dai servizi si aggiunsero anche quelli voluti da molti degli stessi gruppi terroristici, che cominciarono ad arrogarsi l’etichetta “fortunata” e a rivendicare nel suo nome attentati e azioni vari. La costruzione della mitologia alquaedista serviva e serve agli “opposti estremi”: ai servizi e ai settori dell’opinione pubblica legata agli ambienti oltranzisti, che intendono così giustificare misure repressive e spese del pubblico denaro; e agli ambienti terroristici – in perenne lotta tra loro, e discordi su quasi tutto in una fitna infinita –  che intendono così guadagnare credito e rendere più temibile, con tale mossa propagandistica, la loro azione. Ciò fu già denunziato fino dal 12 gennaio 2003 in un articolo di Jason Burke uscito sull’”Observer”, mentre il 19 luglio 2008 Marc Sageman – figlio di un sopravvissuto all’Olocausto e tra i principali esperti del City Police Departement di New York – si esprimeva in termini analoghi in un’intervista raccolta da Christopher Dickey su “Newsweek”.   L’opinione che al-Qaeda, come organizzazione coerente, non esista, è stata sostenuta con forti argomenti da Adam Curtis in un documentario che il 18 gennaio 2005 fu diffuso dalla BBC (cfr. news.bbc.co.uk/2/hs/programmes/3755686,stm).  A tutt’oggi, nonostante le ripetute notizie sulla cattura o l’uccisione di leaders di al-Qaida, nessuno ha mai fornito notizie e prove obiettive a proposito dell’organizzazione, dei suoi strumenti, delle sue sedi, del suo apparato. Che credere nella sua esistenza serva ai nostalgici di G.W.Bush jr. e agli orfanelli dell’ingegner Bin Laden, non prova nulla.  Il signor Piano mi attribuisce poi intenzioni apologetiche nei confronti del “fanatismo islamista” che non mi appartengono e che non sono congrue nemmeno con le sue stesse argomentazioni. Rimando comunque, su ciò, agli autori più qualificati: Gilles Kepel, François Brugat, Olivier Roy, che ricostruiscono la complessità di questo genere di argomenti.
2. “Cardini arriva a paragonare la letteratura sul terrorismo islamico al falso storico e antisemita I protocolli dei savi anziani di Sion che costò agli ebrei russi ed europei decenni di persecuzioni, e dunque sarebbero i musulmani ad essere infamati e perseguitati, non cristiani ed ebrei nel medio oriente (e persino in Europa)”. In realtà, il paragone – che trova una sua “attualità” nel successo del romanzo di Umberto Eco, Il cimitero di Praga – non riguarda affatto la letteratura sul terrorismo islamico nel suo complesso, ma soltanto la manovra mediatica che è stata appunto costruita attorno ai pochi, incerti e confusi dati disponibili su al-Qaeda per farne appunto un oggetto adatto all’innesco di un “caso” utile a costruire un altro episodio dell’ormai celebre “teoria del complotto”. L’illazione che con questo io vorrei far passare i musulmani, nel loro complesso, come perseguitati, è – come quella di cui al punto 1 – gratuita e incoerente con il contesto nel quale si muovono le stesse argomentazioni del signor Piano.
3. “Tralascio il giudizio sui Fratelli musulmani che sarebbero una forza politica “equilibrata” (mentre al Cairo Qaradawi arringa la folla sulla futura riconquista di Gerusalemme)”. No, guardi, signor Piano, vediamo di non tralasciare proprio niente. Anzitutto,  Qarawadi non è un “Fratello Musulmano”, per quanto in passato abbia aderito, da giovane, a tale organizzazione. Oggi è un pensatore indipendente che, giovandosi del suo prestigio religioso, emette delle fatwa che non sono però vincolanti per nessuno. Egli appartiene comunque alla wasatiyya, una corrente di pensiero islamista moderato (su cui il riferimento più autorevole è R. Baker,  Islam without fear. Egypt and the new islamists, Harvard University Press, 2003.  Che i “Fratelli Musulmani” abbiano avuto e abbiano una posizione moderata, incline al confronto con le istituzioni e all’accettazione dei metodi della democrazia rappresentativa è cosa ampiamente trattata e dimostrata da H. al-Awadi, In pursuit of legitimacy. The Muslim Brothers and Mubarak, London-New York, Tauris, 2004, quindi da B. Rutherford, Egypt after Mubarak, Princeton University Press, 2008, e recentissimamente dal fondamentale I fratelli musulmani nel mondo contemporaneo, a cura di M. Campanini e K. Mezran, Torino, UTET, 2010,  che evidentemente il signor Piano ignora: il che mi stupisce,m dal momento che egli mostra di interessarsi appassionatamente al problema.  Ovviamente, in un’organizzazione vasta e ramificata le correnti sono molte e non mancano quelle radicali: ma il mainstream  dell’organizzazione ha abbracciato una linea molto moderata, come dimostrano i due partiti fondati dai “Fratelli Musulmani” in Egitto (“Giustizia e Libertà”) e in Tunisia, dove il leader Rashid Ghannusi, che sotto ben Ali ha subito trent’anni d’esilio, al suo ritorno ha immediatamente costituito un partito che sta agendo con grande correttezza, al-Nahda. Dei “Fratelli Musulmani” ha parlato con favore in febbraio anche il quotidiano della CEI, “Avvenire”, sottolineando come essi si siano sempre opposti alle violenze contro i cristiani copti e al trattamento discriminante contro i cristiani. Le debolezze e le contraddizioni dei “Fratelli Musulmani” sono invece rilevate con attenzione e dottrina da A. Elshobaki, Les Frères Musulmans des origines à nos jours, Paris, Karthala, 2009. Il riferimento di Qarawadi a Gerusalemme è certo allarmante, ma va inteso nel contesto delle reazioni alla dichiarazione unilaterale di pieno, completo e perpetuo possesso della Città Santa da parte dello stato d’Israele,  una dichiarazione contestata dalle nazioni unite e dagli stessi Stati Uniti d’America.
4. “Cardini si avventura poi su una distinzione tra nostra democrazia e loro democrazia, dove non si capisce  cosa voglia dire  visto che la democrazia è una prassi e che essa ha  riscosso un discreto successo anche in terra islamica (Filippine, Turchia,  Libano e persino Iraq), almeno laddove è comparso un certo pluralismo politico, quello assente sia in Libia, che in Tunisia, che in Egitto, dove in caso di “libere elezioni” vincerebbero cero i gruppi musulmani, ma proprio perché non esistono forze politiche alternative, mentre i primi hanno avuto decenni per organizzarsi e creare strutture sociali parallele a quelle statali”.  Se il signor Piano non capisce i miei argomenti, ciò dipende dal fatto che egli ignora del tutto, evidentemente, il denso dibattito che proprio di recente si è svolto proprio attorno al concetto di democrazia (non semplice “prassi”, bensì  – l’ha sottolineato con lucidità Luciano Canfora – “ideologia” accompagnata da una forte dinamica che, proprio nel nostro Occidente, sta facendola virare verso meccanismi oligarchici). Tale ignoranza è una sua lacuna o una sua scelta, ma comunque non è colpa mia: gli consiglierei la lettura di K. Basu, Elé Belè. L’India e le illusioni della democrazia globale, Roma-Bari, Laterza, 2009, e dello stesso saggio di Amartya Sen sulle “democrazie degli altri”, che peraltro mi sembra piuttosto debole ma che può servire per cominciare a porre i problemi. Non citerei tra le democrazie e le semidemocrazie riuscite il triste caso irakeno, dove il tentativo di “importare la democrazia” si è risolto in sette anni di occupazione militare straniera, una serie di elezioni truccate, una lotta feroce tra sunniti e sciiti e perfino l’affacciarsi di una violenza anticristiana prima del tutto inesistente. Trovo inoltre contraddittorio con le Suee convinzioni democratiche il fatto che Lei si lamenti del fatto che in caso di libere elezioni in Egitto vincerebbero partiti che non Le sono graditi: come democratico, lei dovrebbe anzitutto tenere alla vittoria delle maggioranze, comunque siano. O preferisce “educare” le maggioranze, come fanno i dittatori?
5. “Dunque la sperequazione economica c’entra poco (Libia ed Arabia Saudita hanno redditi procapite più alti di alcuni membri UE), c’entra invece l’assenza di libertà di pensiero, la piattaforma indispensabile perché fiorisca una democrazia, nostra o loro che sia”. No, signor Piano, la sperequazione economica c’entra moltissimo, esattamente come  l’assenza di libertà di pensiero, che le potenze occidentali – l’operato politico delle quali Lei sembra apprezzare – non si sono mai curate di chiedere fosse rispettata nei casi dell’Arabia Saudita, della Libia, dell’Egitto, della Tunisia, dell’Algeria ecc., per l’ottima ragione che i governi tirannici e corrotti di quei paesi erano (e taluni sono) buoni partners economici e anche politici. In Siria e in Giordania, i governi locali hanno immediatamente risposto ai primi moti calmierando i generi di prima necessità: una manovra affrettata ma efficace almeno come primo intervento, anche se poi ci vorranno le riforme. Che Arabia e Libia abbiano alti redditi procapite è verissimo: solo che il reddito procapite è un dato teorico (se io mangio un pollo e tu nulla, abbiamo mangiato mezzo pollo a testa, diceva Trilussa). In realtà, quel che esiste nel mondo arabo accanto alla repressione è una fortissima, intollerabile sperequazione economica, che rende la situazione politica ancora più grave proprio nei paesi più ricchi.  E’ ovvio che ogni popolo deve trovare la “cifra” politica che meglio gli è adatta (per cui è assurdo pretendere che seguano i nostri modelli). Ma sta di fatto che la libertà politica nasce sempre dallo sviluppo  compiuto o dalle rivoluzioni imposte dalle classi medie, proprio quelle che nel mondo arabo-musulmano non sono mai riuscite ad emergere non a causa dell’Islam, bensì per colpa delle malefatte del colonialismo prima e poi dai regimi postcoloniali strumentalizzati fino agli Anni Ottanta dai giochi della Guerra Fredda e poi dal neocolonialismo messo in atto dalle istanze “neoconservatrici” statunitensi.  Per stendere questa risposta ho chiesto al consulenza di due tra i migliori esperti di storia e di cultura arabo-islamica d’Italia, i professori Massimo Campanini dell’Università di Napoli e Paolo Branca dell’università Cattolica di Milano. Ecco quanto mi scrive Branca: “La primavera  araba di questi giorni dovrebbe dimostrarci che, specie laddove la metà della popolazione ha meno di 30 anni, i vecchi schematismi non funzionano più e che nell’interesse della nostra stessa sicurezza (oltre che a quella d’Israele) un Egitto, ad esempio, che fra 25 anni potrebbe avere 150 milioni di abitanti che non stanno neppure decentemente a casa loro sarebbe un disastro per tutti”. Il problema, signor Piano, è politico e morale; è un problema di giustizia distributiva oltre che di libertà di pensiero; il fanatismo religioso non c’entra. Del resto, i terroristi sono, negli attuali moti arabi, talmente emarginati che non hanno mai nemmeno provato a rivendicare azioni di sorta. Sanno di non essere credibili. E’ solo Gheddafi a volerci far credere che è al-Qaeda a tentare di rovesciarlo.  
            Cordiali saluti.
            Franco Cardini

3.4.  Questa la controreplica del sig.Emanuele Piano, datata 7.3. (e ignoro se pubblicata integralmente o meno su “Il Tempo”).

Gentile Professor Cardini, intanto la ringrazio per avermi inoltrato la risposta, così ampiamente argomentata e dalla quale, peraltro, dissento. “nessuna invenzione, bensì pura adesione a fatti oggettivi” non comprendo come possa definire le opinioni di alcuni, pur rinomati, opinionisti in tal modo, esistono difatti altri opinionisti che ne dissentono totalmente. Inoltre vi è il bel lavoro di Lawrence Wright pubblicato da Adelphi sulla storia dell’organizzazione. La quale, personalmente, non giudico essere una Spectre islamica, ma l’insieme di sigle “oltranziste” che hanno goduto e godono di finanziamenti anche onerosi. tali organizzazioni sono infatti riuscite a colpire importanti obbiettivi causando migliaia di morti a New York, Madrid, Londra ed in tutto il medio oriente. E’ possibile che queste sigle agiscano del tutto indipendentemente? E’ vero o no che in Afghanistan ed Iraq esistevano campi adibiti all’addestramento di aderenti a tali sigle e volontari per prepararli ad azioni terroristiche? Chi li gestiva, proteggeva e finanziava? A mio parere non regge neppure la tesi di una “manovra mediatica” tesa a costruire e rafforzare una “teoria del complotto”. Quale sarebbe il complotto da dimostrare? Chi finanzia tale manovra? Lei non lo specifica. Sostiene poi che i media occidentali tendano a far passare i musulmani antioccidentali come fondamentalisti e i fondamentalisti come terroristi, così il gioco è fatto, tutti i musulmani anti occidentali sono terroristi, dalle Sue parole questo si comprende. Qaradawi: dall’alto del suo prestigio religioso ha pronunciato parole gravissime, sostenendo di voler morire da martire nel tentativo di conquistare, riconquistare, Gerusalemme, ha emanato delle Fatawa [sic] incitanti alla violenza, che possono essere legittimamente adempite (anche se non vincolanti) dai fedeli che hanno in lui un punto di riferimento teologico. La contestualizzazione da lei fatta è poi debole: ONU e USA condannano il fatto che Israele abbia unilateralmente dichiarato Gerusalemme capitale nel ’67, dopo 19 anni di occupazione giordana durante la quale agli ebrei, come saprà, era vietato di recarsi presso il muro occidentale a pregare. Un uomo religioso egiziano non ha alcun diritto di rivendicare alcunché a proposito di una città, Gerusalemme, che è contesa da Israele e ANP. A proposito delle tesi per cui la Democrazia sarebbe un’ideologia: non le ignoro, non le condivido. Non Chiedo che i paesi arabi assumano il modello “occidentale” (come se ne esistesse UNO), semplicemente che gli arabi vengano coinvolti dai governi nelle decisioni che li coinvolgono, non soppressi. Il pluralismo è insito alla natura del genere umano, quando con la violenza un gruppo ne prevarica un altro questa è una ingiustizia per ogni uomo, a parte naturalmente colui che compie tale violenza. Questo purtroppo succede oggi in Algeria, Sudan, Somalia, Arabia Saudita, Siria, Iran, Striscia di Gaza. Non in iraq, dove grazie a << sette anni di occupazione americana >> esistono giornali indipendenti, partiti tra loro diversi, scuole libere, libertà di opinione e religione. Con Saddam, che non perseguitava i cristiani come fanno oggi i terroristi islamici, non gli americani (sarebbe come accusare gli americani dei crimini nazisti in nord italia durante la II guerra mondiale). Saddam però massacrava gli sciiti ( a decine di migliaia ) ed i curdi ( a centinaia di migliaia ). Oggi un curdo, Talabani, è presidente della repubblica federale iraqena. Vi è un governo eletto (elezioni truccate?) ed un parlamento realmente rappresentativo di diversità etniche e politiche. Meglio questo o il regime nazionalsocialista di un dittatore paranoico e sanguinario, il primo dopo Hitler a gassare i suoi stessi “sudditi”? Mi fa piacere che non contesti il fatto che esistano democrazie funzionanti in terra islamica. Le mie convinzioni democratiche: Lei dice < >, quando io sostengo che non possono definirsi tali (libere) elezioni in cui esista un solo partito organizzato, contro cui si scontrino forze politiche assolutamente escluse, per decenni, alla < >. Quando vi saranno condizioni paritarie tra i partiti vedrò di buon grado liberi egiziani scegliere liberamente tra diversi partiti, e se dovessero vincere i Fratelli Musulmani spererò che bene governino e che a fine mandato rimettano il giudizio in mano agli egiziani in nome dei quali hanno ottenuto il potere. non intendo educare le masse, vorrei che le masse avessero la libertà di accedere a opinioni diverse, a non dover trovare solo quelle del regime fascista e delle forze islamiste, ma anche degli arabi liberali, che esistono, e di quelli democratici, che esistono, e di chiunque intenda esprimere la propria. Non è forse questa una convinzione democratica? Sulla sperequazione economica: Bin Laden era un ricco faccendiere, eppure è divenuto un islamista violento e sanguinario. La sperequazione, in paesi come Arabia Saudita e Libia e Algeria e Iran non c’entra nulla. I regimi sono ricchissimi, navigano nell’oro nero, nulla fanno per il progresso economico dei loro stati, vanno avanti attraverso la distribuzione, centro-periferia, della ricchezza che dal petrolio deriva: la Libia è ricca, i libici no, di chi è la colpa? dell’occidente o di Gheddafy? ed in Algeria? A proposito dell’Iran poi, dove una classe media esiste, tutto dipende da forze paramilitari di chiara derivazione hitleriana, che non si fanno scrupoli di alcun genere nel uccidere giovani donne disarmate che pacificamente marciano. L’indipendenza dall’occidente legittima, o comunque giustifica, per il suo mantenimento, un tale prezzo? Le chiarisco la mia opinione: il fatto che i regimi di alcuni stati siano intrisi di ideologie violente e repressive nei confronti del dissenso non vuol dire che il popolo che governano pensi lo stesso, se così fosse lascino decidere a loro. Ma questo vorrebbe appunto dire che in caso di dissenso perderebbero legittimità e dunque il potere. Io poi mi schiero, idealmente, con gli arabi liberali, ed il fatto che prima non esistessero non fa di loro un corpo estraneo e illegittimo, da eliminare. La ringrazio per avermi dedicato del tempo.
Ennio Emanuele Piano.

3.5. A questa lettera ho risposto in via informatica, come facilmente quelli di “Informazione Corretta” (sic)  avrebbero potuto apprendere dal signor Piano, se lo avessero informato della pubblicità che gli stavano facendo (non ho motivo di ritenere che egli avrebbe difatti nascosto loro l’esistenza di questa lettera).

        La ringrazio io per la Sua attenzione e cortesia. Evidentemente, questi confronti non approdano quasi mai a una “conversione” di una parte alle ragioni dell’altra. Le ho risposto diffusamente per chiarire il mio pensiero, non per convertirLa. Allo stesso modo, prendo atto e tengo conto delle Sue precisazioni, ma come dice Lei, “peraltro, dissento”. Vede, tra i fatti oggettivi va inclusa anche, fino a prova contraria, la mancanza o l’insufficienza di prove. Lo studio di Lawrence Wright si regge largamente su testimonianze insicure o sospette di manipolazione, adotta una metodologia “nominalistica” (non basta rilevare l’uso di un’etichetta per inferirne cose sicure sui contenuti) e in ultima analisi non riesce a darci le prove sicure, non trova “la pistola fumante” (del resto quando ci hanno detto di averla trovata, come in Iraq, le cose sono andate come sappiamo). E’ ovvio che, mentre si può provare (o sostenere di aver provato) che una cosa esista, è impossibile provare il contrario. Ma, fino a quando non mi avranno mostrato le prove documentarie dell’esistenza di una realtà gerarchica, organizzata, centralizzata e cosciente di esserlo, continuerò a sostenere che i terroristi ci sono, che al-Qaeda è una sigla abusata da loro e dai commentatori occidentali, ma che le prove della sua realtà non esistono. Il complotto – andiamo, signor Piano, non faccia il gioco di chi chiede continuamente la ricapitolazione della “storia universale” – è quello avviato da chi, volendo intervenire nel mondo musulmano per cambiarne le leaderships secondo i suoi piani, aveva bisogno di costruire le prove della colpevolezza di una parte di esso: alludo alla banda di avventurieri e di mascalzoni che nel 1998 siglò il Project for the  New American Century (PNAC) e che per nostra disgrazia governò gli USA e indirettamente buona parte del mondo nella sciagurata esperienza Bush: e Lei sa che molte ombre gravano anche su certi attentati, a partire da quello dell’11.9.2001 del quale qui da noi non parla più nessuno (ma negli USA no: e le inchieste continuano, e le famiglie delle vittime stanno facendo un lavoro che i “media” non potranno continuar a lungo a ignorare). Che una parte dei media faccia il gioco sporco teso a far passare implicitamente tutti i musulmani per potenzialmente estremisti, e tutti gli estremisti per terroristi, non sono io ad affermarlo, è palese: Lei leggerà senza dubbio i “commentatori” di “Libero”, del “Foglio” e ohimè in ampia misura anche del “Corriere”. Se si dà spazio ad “esperti” come Del Valle, Panella, Allam, Rocca eccetera, non è colpa mia. Non è qui il caso di riparlare di Gerusalemme, che non è contesa tra Israele e ANP, ma è soggetta alla dichiarazione unilaterale di un governo che ne contesta – questo è il punto – il retaggio universale per attribuirlo al solo ebraismo: e badi che si sta parlando dell’esclusivo nucleo della “Gerusalemme storica”, non del resto della metropoli. Per essa, basterebbe l’internazionalizzazione dei Luoghi Santi cristiani e musulmani sotto l’egida delle Nazioni Unite (un po’ quel che si è fatto col Vaticano nel ’29). Lei sa che le correnti oltranziste in Israele e nell’ebraismo della diaspora, del tutto minoritarie, impediscono questa soluzione. Cole Lei sa quale sia l’attuale politica del governo israeliano nei confronti dei palestinesi nel loro complesso, a cominciare dagli insediamenti. Non si può perseguire una politica del genere e pretendere che chi ne subisce le conseguenze sia d’accordo. Peggio per tutti, se si continua così. Lo dico, badi, da persona che conosce Israele, la visita spesso e la ama: e che non cade nella trappola intimidatoria del “critichi Israele, allora sei antisionista, quindi antisemita”. Questi giochetti con me non attaccano. Su Qaradawi, il discorso è chiaro: non rappresenta i Fratelli Musulmani ai quali è vicino, è un uomo di grande prestigio religioso ma i suoi pareri non sono vincolanti per nessuno. Sul mondo arabo e musulmano, non siamo d’accordo semplicemente perché la liquidazione dei sistemi politici in esso vigenti, e del resto in evoluzione, è semplicistica: non è vero che in quei paesi non esiste un’opinione pubblica, dal momento che noi siamo abituati a concepirla appunto secondo i parametri occidentali; se parliamo di democrazia, noi adottiamo un modulo di giudizio individualistico che è estraneo a quel mondo, dove esistono accanto all’individuo altri corpi, di tipo comunitario e solidaristico, ai quali noi non attribuiamo alcun valore se non negativo e limitativo: ma le cose stanno concretamente in altro modo. E del resto anche da noi la democrazia si sta svuotando di molti contenuti e va assumendo un altro volto. Lei dice di non voler applicare al suo giudizio un modulo occidentale rigido, ma le Sue conclusioni parlano altrimenti. E poi, comunque, resta il fatto che se ci sono paesi democratici e altri no, non è certo il caso di crociate e di imposizione di “democrazie esportate”. Lo si è fatto in Iraq e in Afghanistan, con risultati rovinosi: al Sua visione delle “libertà” irakene è del tutto idilliaca (uso un eufemismo inadeguato. ma aggettivi più specifici la offenderebbero). E, per favore, non umilii la Sua intelligenza adottando anche Lei il paragone logoro, moralmente ricattatorio e storicamente ridicolo,del solito Hitler che si chiama continuamente in causa (per Saddam, per Ahmedinejad ecc.). Hitler era Hitler, punto e basta; i crimini nazisti furono crimini nazisti, quelli americani (dalla II guerra mondiale, a cominciare dall’atomica, fino al Vietnam e a Guantanamo) sono crimini americani. Diamo a Cesare quel ch’è di Cesare: i crimini dell’uno non giustificano quelli dell’altro (ciò vale anche per i metodi con cui si assedia Gaza, dove Lei auspicherebbe una “democrazia”: cominciamo col non negarle luce e acqua potabile).  In Iraq, vige un regime di occupazione militare e sono al governo partiti i cui leaders collaborazionisti hanno portato la fitna e la persecuzione anticristiana nel paese: Lei augurerebbe all’Italia una situazione simile? Auspica che una tale situazione si riproduca anche altrove nel mondo arabo, cioè una “democrazia” imposta con le armi straniere? Quanto alla situazione socioeconomica, certo che i governi di alcuni paesi ne sono responsabili: ma no  facciamo anche lì il gioco delle tre carte. L’Occidente, a cominciare dagli USA, è corresponsabile eccome della ricchezza della cricca di Gheddafi con cui ha fatto affari, come è responsabile della situazione di tirannia e di corruzione in cui versa quell’Arabia che gli inglesi, negli Anni venti, regalarono ai sauditi, impedendo allo sceriffo Hussein della Mecca di diventare il re liberale e filoccidentale dell’Arabia unita, come gli era stato promesso nel ’16 da Francia e Inghilterra per indurlo a ribellarsi ai turchi. Dal colonialismo occidentale (e liberale) vengono direttamente o indirettamente tutti i mali del Vicino Oriente: vogliamo capirlo o no? Vogliamo denunziarlo o continuar a giocherellare con il fondamentalismo arabo e con l’antisemitismo?
Le chiarisco quindi la mia opinione. Al mondo, siamo quasi 6 miliardi: un quinto circa di esso (ripartito tra Europa, USA, Canada, Australia e Giappone) gestisce quasi il 90% delle ricchezze mondiali, che peraltro al suo interno sono ripartite con tragica ingiustizia; i restanti quattro quinti, che pur abitano spesso in paesi da cui le corporations drenano ricchezze e forza-lavoro, vivacchiano sul 10%. Questa situazione, grazie ai mass media, al progresso tecnologico, alle migrazioni, insomma alla globalizzazione, è ormai diventata di pubblico dominio e la massa dei poveri non ci sta più. Anche la democrazia liberale che sembra tanto piacerLe appartiene al pacchetto delle cose lussuose che i ricchi possono concedersi: ripartiamo al ricchezza un po’ più giustamente, e magari potranno moderatamente fruirne anche altri. Pretendere che tutti stiano al nostro gioco, magari accontentandosi dei giochetti elettorali, dei partiti o dei “giornali indipendenti”, è fuori dalla realtà e dalla giustizia. E ora, salutandoLa e ringraziandoLa, mi permetto di aggiungere che ricevo parecchie lettere come la Sua e non sempre posso accordar loro lo stesso tempo. La prego quindi, in caso intenda proseguire una conversazione che mi sembra conclusa con un reciproco chiarimento, di farlo attraverso il mio giornale: non posso permettermi il lusso di intrattenere carteggi privati. Cordiali saluti. FC
E’ pertanto a tutt’oggi questa, contrariamente a quanto sostenuto da “Informazione Corretta” (sic)  la lettera conclusiva del carteggio Cardini-Piano.
4. Quanto alla definizione con la quale  il sito in questione mi indica, “uno dei più accaniti denigratori di Israele”, mi permetto di richiamare quanto dicevo in un importante libro che può essere consultato e controllato da tutti:
“…Israele non è uno strano fenomeno antropologico-religioso, né una specie di fossile storico misteriosamente sopravvissuto e riaffiorato nelle tormentate vicende degli ultimi duecento anni. Ma, semplicemente, una parte di noi e delle nostre vicende di cui non possiamo fare a meno. Una gloria del mondo” (F. Cardini, Presentazione, a Israele. Da Mosè agli accordi di Oslo, a cura di A.Dieckhoff, tr.it., Bari, Dedalo, 1999, p.14).   
  1. A quelli di “Informazione Corretta”(sic) non ho niente da dire: non in quanto sostengono posizioni diverse dalle mie (come la grande maggioranza dei miei interlocutori, con i quali mantengo tuttavia rapporti corretti e in molti casi cordiali), ma semplicemente perché la loro sistematica strategia è notoriamente quella della menzogna, della calunnia e della malafede. Con gente così mi riservo solo un dialogo in sede giudiziaria, ch’è quanto meritano. Presento invece questo materiale a quanti, da qualunque punto di vista,  sono interessati a far progredire il confronto e il dialogo, nell’interesse della verità.
Franco Cardini, 12.3.2011.
One Comment
  1. Gentilissimo prof. Cardini,
    mia madre, che ha letto il suo intervento, vorrebbe chiederle (e io con lei): stante le premesse del suo discorso (e cioè le dotte e impeccabili messe a punto sulla situazione vicino-orientale) come si fa a considerare Israele "gloria del mondo"?

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