Pellegrino Rossi: quel federalismo così inviso ai massoni

Pellegrino Rossi: quel federalismo così inviso ai massoni

Giacinto De Sivo

L’omicidio di Pellegrino Rossi:  perché? Ancora oggi, il miglior giudizio, quanto a sintesi, è quello dell’altro grande storico dell’epoca (oltre allo Spada), Giacinto De Sivo: “Volle Pio valersi di lui, e fecelo ministro di Finanze d’Interno e Polizia. Il Rossi provvide all’esercito, all’amministrazione civile, all’erario, e mosse pratiche per lega italiana difensiva, secondo il pensiero del papa; onde venne da Torino a Roma l’abate Rosmini. Ma ciò accennando ad ordine, scontentava chi per via di disordine volea repubblica unitaria; né un ministro costituzionale, non istrumento ma avversatore di setta, potea piacere a questa[1]. Sul progetto della predetta lega si leggano quindi le pagine dello Spada[2], utili come poche, mi sembra, a mettere nella giusta prospettiva sia la narrativa “risorgimentale” sia il tartufismo dei suoi odierni celebratori, a cominciare da quelli ecclesiastici.

Quanto alla politica del Rossi, ci pare che fosse decisivamente per la monarchia costituzionale o temperata. Ciò si ricava lucidamente da alcuni brani di lettere politiche che aveva in animo di pubblicare e che rimasero inedite, ma delle quali il Farini ci ha comunicato, per le stampe, una parte importantissima[3].
Ma circa il poter attuare nello stato della Santa Sede il sistema costituzionale, il Rossi non se ne dissimulava le difficoltà. Egli difatti su tale oggetto esce in questi termini:
« Non v’ha in Italia che lo stato pontificio che per le sue peculiari condizioni sembra opporre ostacoli di qualche rilievo al sincero stabilimento del governo costituzionale »[4].
Sulla forma di governo in genere ecco come si esprime:
« Se la monarchia è utile altrove, all’Italia è necessaria. Monarchia è unità, è possanza. E di questi rimedi non può privar l’Italia chi ne ha cara la salute, l’indipendenza, la gloria. Unità, rimedio ai pericoli interni, possanza agli esterni. Né il secondo può star senza il primo. Chi il primo niega, niega il secondo, e vuol l’Italia serva dei forestieri »[5].

Quanto all’ordinamento migliore per l’indipendenza d’Italia il pensiero prediletto del Rossi era la Lega, ed a convalidare il nostro asserto, riportiamo un brano delle memorie di Pier Silvestro Leopardi il quale ebbe col Rossi un colloquio precisamente su questo proposito. Ecco come passaronsi le cose.

Pier Silvestro Leopardi, inviato straordinario e ministro plenipotenziario del governo di Napoli presso Carlo Alberto, giunse in Roma il 22 di agosto, dopo la conclusione dell’armistizio Salasco, ed il 28 si abboccò col Rossi, ed ebbe agio di ammirare la sua alta intelligenza che (com’esso dice) sapeva d’un guardo scandagliare le piaghe non che d’Italia, d’Europa e del mondo, e con una parola indicarne il rimedio. Venuti nel discorso delle cose d’Italia: « La Lega – ei diceva – Enorme fu lo sbaglio dei ministri piemontesi, che non afferrarono subito, e di gran cuore, le proposte della Lega italiana, fatte dal papa e dal re delle due Sicilie. La Lega avrebbe salvato l’Italia. E di presente, la Lega fra il Piemonte, la Toscana e Roma, può sola ricondurre Napoli sulla buona via, e salvarla ancora; senza la Lega, la mediazione anglofrancese non farà frutto alcuno ».
Pellegrino Rossi

E siccome il pontefice era per la lega, come lo attesta anche il Leopardi che lo vide e gli parlò in proposito[6], e perché il pontefice stesso ne parlò e la raccomandò, dopo fatta la risposta al discorso del Consiglio dei deputati del 20 luglio passato[7], così è chiarissimo, e viene spiegato lucidamente come avendo il Santo Padre rinvenuto nel Rossi un ministro di polso, che alla lega mostravasi favorevolissimo (prescindendo ancora da tutti gli altri suoi meriti personali), simpatizzasse cotanto col medesimo e gli affidasse l’assestamento delle cose dello scombuiato stato pontificio.

Ma poiché siamo in sul parlar della lega, aggiungeremo che appunto per meglio stringerla e rannodarla l’abate Rosmini venne in Roma, mandatovi o spintovi o pregatone dal Gioberti[8].
Esso giunse in Roma come abbiamo già dichiarato, il 15 di agosto, e secondo il Leopardi, consenziente il pontefice, veniva distendendo il seguente progetto[9]:
« Fin da quando i tre governi di Roma, Torino e Firenze formarono la Lega doganale fu loro pensiero di addivenire ad una Lega politica, che fosse come il nucleo cooperatore della nazionalità italiana, e potesse dare all’Italia quell’unità di forza che è necessaria alla difesa interna ed esterna ed allo sviluppo regolare e progressivo della prosperità nazionale. Il quale intento non potendosi ottenere in modo compiuto e permanente, se la indicata Lega non prende la forma di una Confederazione di stati, i tre governi suddetti costanti nel proposito di ridurre a pieno effetto il loro divisamento, e proclamare in faccia all’Italia e all’Europa che esiste fra loro la predetta Confederazione, come altresì per istabilire le prime basi della medesima, deputarono a loro plenipotenziari:
Sua Santità ecc.
S. M. il re di Sardegna, ecc.
S. A. imperiale e reale il gran duca di Toscana, ecc.
I quali scambiati i loro pieni poteri, ecc.
Convennero fra di loro nei seguenti articoli, che riceveranno valore di formale trattato dopo la ratifica delle altre parti contraenti:
Articolo I. Fra gli stati della Chiesa, del re di Sardegna e del gran duca di Toscana è stabilita perfetta Confederazione, colla quale, mediante l’unità di forze e d’azione, sieno guarentiti i territori degli stati medesimi, e sia protetto lo sviluppo progressivo e pacifico delle libertà accordate e della prosperità nazionale.
Articolo II. L’augusto ed immortale pontefice Pio IX, mediatore ed iniziatore della Lega e della Confederazione, ed i suoi successori ne saranno i presidenti perpetui.
Articolo III. Entro lo spazio di un mese dalle ratifiche della presente Convenzione, si raccoglierà in Roma una rappresentanza dei tre stati confederati, ciascuno de’ quali ne invierà tre, e verranno eletti dal potere legislativo, i quali saranno autorizzati a discutere e stabilire la Costituzione federale.
Articolo IV. La Costituzione federale avrà per iscopo di organizzare un potere centrale che dovrà essere esercitato da una Dieta permanente in Roma, i cui uffici principali saranno i seguenti:
1° Dichiarare la guerra e la pace; e tanto pel caso di guerra, quanto in tempo di pace ordinare i contingenti de’ singoli stati necessari tanto all’esterna indipendenza, quanto alla tranquillità interna.
2° Regolare il sistema delle dogane della confederazione, e far l’equo comparto delle relative spese ed entrate fra gli stati.
3° Dirigere e stipulare trattati commerciali e di navigazione con estere nazioni.
4° Vegliare alla concordia e buona intelligenza fra gli stati confederati e proteggere la loro uguaglianza politica; esistendo nel seno della Dieta una perenne mediazione per tutte le controversie che potessero insorgere fra di essi.
5° Provvedere all’uniformità del sistema monetario, de’ pesi e delle misure, della disciplina militare, delle leggi commerciali; e concertarsi cogli stati singoli per arrivare gradatamente alla maggiore uniformità possibile anche rispetto alle altre parti della legislazione politica, civile, penale e di procedura.
6° Ordinare e dirigere, col concorso e di concerto coi singoli stati, le imprese di universale vantaggio della nazione.
Articolo V. Rimarrà libero a tutti gli altri stati italiani di accedere alla presente Confederazione.
Articolo VI. Il presente trattato sarà ratificato dalle alte parti contraenti entro lo spazio di un mese e più presto se sarà possibile ».

Il tenore di questo schema o progetto di confederazione dice chiaro che non fu compilato per capriccio dell’abate Rosmini, sibbene per comando ricevutone. Laonde che il Rosmini avesse ricevuto un mandato ad hoc, ed istruzione speciale per combinare siffatta lega o confederazione, lo desumiamo dal proemio del Massari, ch’era l’intimo amico del Gioberti, alle Operette politiche del medesimo pubblicate in Capolago e Torino nel 1851[10].

Ecco come si esprime il Massari:
« Nel proporre (il Gioberti ch’era ministro in Torino nel 1848) a’ suoi colleghi d’inviare a Roma un negoziatore straordinario per intavolare le opportune trattative intorno alla lega ed alla dieta italica, suggerì di prescegliere a tal uopo Antonio Rosmini: la duplice proposta venne sanzionata dalle deliberazioni del Consiglio; ed il Rosmini, che accorse in Torino colla stessa premura colla quale vi fu chiamato, accettò senza difficoltà l’onorevole mandato, ed ebbe le sue istruzioni diplomatiche dal Gioberti medesimo ».
Che il Rosmini si ponesse all’opera lo dice il Leopardi, lo dice il Farini, e lo dice il Rosmini stesso nella lettera che il Farini riporta[11], raccontandosi in essa ch’erasi posto in comunicazione a tal effetto col marchese Pareto per la Sardegna, col marchese Bargagli per la Toscana, e con monsignor Corboli Bussi per lo stato pontificio. Su di ciò dunque non cade dubbio veruno: che il pontefice poi facesse buon viso al Rosmini in sui primi momenti della sua venuta in Roma, sembra incontestabile. Pare anzi che il cappello cardinalizio gli fosse per lo meno fatto sperare, poiché è certo che il Rosmini vi si era preparato, ed aveva già fatto le spese. Quanto poi fosse accetto ai cardinali nol sappiamo. Noi crediamo, poco: secondo però l’opinione generale, pochissimo.
Vincenzo Gioberti

Ma in merito al progetto della Lega, che fu lo scopo precipuo della sua venuta in Roma, fosse che il cambiamento di ministero accaduto nel frattempo in Piemonte per la caduta del Gioberti, avesse portato cambiamenti nelle idee, o che il progetto rosminiano che il suo autore inviò in Torino non fosse piaciuto, egli sembra indubitato che dopo un mese d’aspettazione, il Rosmini ricevette per risposta che quel ministero maturamente considerata ogni cosa, non credeva tempo opportuno d’intavolare negoziati per una confederazione italiana, e quindi gl’inviava un progetto di semplice lega, ossia di un’alleanza offensiva e difensiva da negoziare col governo romano[12].

E questo progetto ministeriale non piaciuto affatto al Rosmini, fece sì che egli si scusasse dall’iniziar le trattative e pregasse il ministero di affidare ad altri un simile incarico. Fu in allora che il governo del Piemonte mandò a Roma il consigliere De Ferrari, sostituito al Rosmini, e che il Rossi elaborò il suo progetto o schema di lega, che può leggersi nel secondo volume del Farini[13].
Con questi brevi cenni abbiamo voluto soltanto dare un’idea di quel progetto di lega che pareva essere eminentemente a cuore del Rossi, e provare benanco che la rottura dei negoziati non dal pontificio governo, ma sì bene da quel di Piemonte provenisse. Su di ciò peraltro avremo occasione di ritornare in seguito.

Coll’aver dato, siccome facemmo con quanto precede, alcuni cenni biografici sul Rossi, sul suo carattere personale, sui suoi principi politici ed in ispecie sulla sua propensione per la monarchia costituzionale in genere e sulla necessità che un cosiffatto reggimento venisse preservato in Italia; e coll’avere finalmente esposto le sue simpatie per la lega o confederazione italiana, speriamo di aver preparato i nostri lettori a conoscere con qualche fondamento quest’uomo eminente, affinché gli atti che segnalarono poi il suo ministero e provocarono la sua tragica fine, possano trovare una spiegazione conforme al quadro che ne abbiam tracciato.    

[1] Giacinto De Sivo, STORIA DELLE DUE SICILIE DAL 1847 AL 1861, VOLUME SECONDO, Roma, 1864, pp. 92-93.
[2] Giuseppe Spada, STORIA DELLA RIVOLUZIONE DI ROMA E DELLA RESTAURAZIONE DEL GOVERNO PONTIFICIO DAL 1 GIUGNO 1846 AL 15 LUGLIO 1849, Firenze, 1869, Volume Secondo, pp. 471-477. A partire dalla successiva, le note sono quelle originali dello Spada.
[3] Vedi Farini vol. II, p. 253.
[4] Vedi Farini vol. II, p. 257.
[5] Vedi Farini vol. II, p. 261.
[6] Vedi Piersilvestro Leopardi, Narrazioni storiche ec., p. 327.
[7] Vedi Massari proemio alle Operette politiche del Gioberti vol. I, pagine 132.
[8] Vedi Massari proemio alle Operette politiche del Gioberti, vol. I, pagine n. 132.
[9] Vedi Leopardi Op. cit. pag. 328.
[10] Vedi Gioberti Operette politiche, vol. I, pag. 132.
[11] Vedi Farini lo Stato romano, vol. II, pag. 340.
[12] Vedi Farini, op. cit., vol. II, pag. 341.
[13] Vedi Farini, op. cit., vol. II, pag. 342.

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