FATIMA O L’ALIBI DELL’ANTICOMUNISMO

FATIMA O L’ALIBI DELL’ANTICOMUNISMO

FATIMA O L’ALIBI DELL’ANTICOMUNISMODavvero i Papi hanno sbagliato a non volerconsacrarela Russia? Elogio del realismo dei Pontefici

Di Andrea Carancini

I Papi del 20° secolo sono stati spesso accusati di non aver corrisposto in modo adeguato alle richieste della veggente di Fatima, suor Lucia dos Santos, di consacrazione della Russia. In realtà, il comportamento dei Pontefici, nel non voler demonizzare oltremisura l’Unione Sovietica, si è dimostrato saggio e lungimirante.

Il paradigma anticomunista: l’Unione Sovietica comemale assolutodel Novecento

Inizierei questo percorso da Il quarto segreto di Fatima, il pregevole libro di Antonio Socci del 2006[1]. Socci è un giornalista di indubbie qualità: ha coltivato, ad esempio, con risultati encomiabili un genere in disuso come l’apologetica cattolica[2]; il suo orientamento politico, però, è ascrivibile al fenomeno degli “Spaghetticons”[3], definizione coniata per gli esponenti della destra cattolica italiana, atlantista e sionista. Il suo libro su Fatima, per quanto interessante nella ricostruzione dei retroscena vaticani dei messaggi di suor Lucia, dimostra cosa accade quando si ha la pretesa di descrivere la storia del 20° secolo utilizzando come chiave di lettura le visioni di una suora (non tanto e non solo quelle del 1917 ma anche – addirittura – quelle dei decenni successivi): il risultato è un anticomunismo da guerra fredda – l’Unione Sovietica come “male assoluto” del Novecento, di fronte a cui scompare ogni altra minaccia – cui corrisponde, come corollario, l’immancabile rimprovero a (quasi) tutti i Papi degli ultimi cento anni (da Benedetto XV a Giovanni Paolo II) colpevoli di non aver mai fatto abbastanza per ottemperare le richieste di “consacrazione” della Russia reiterate dalla veggente in questione.

Eppure, il risvolto politico del “messaggio di Fatima” – la Russia sovietica come demone perennemente da esorcizzare, come “Impero del male” della comunità internazionale – fa pensare (a me, almeno) più a Reagan che alla Madonna, e il fatto che sia stato per tanto tempo uno dei cavalli di battaglia di associazioni come la TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà), legate alla Cia e a Israele[4], dovrebbe mettere in guardia i cattolici onesti. Da parte mia ricordo che l’anticomunismo può diventare – come si è verificato storicamente con la politica estera americana del secondo dopoguerra – il migliore alibi per compiere i peggiori misfatti: si legga, a questo proposito, il capitolo “Due pesi e due misure” del libro Perché ci odiano[5], di Paolo Barnard, dedicato – tra l’altro – allo sterminio di almeno un milione di indonesiani del 1966.

Per Socci, i Pontefici del Novecento sono stati tutti inadeguati. Io invece voglio spezzare una lancia in loro favore, giustificando la loro prudenza e ricordando che uno storico obbiettivo dovrebbe invece far proprio l’atteggiamento di Pio XI:

“«Pio XI non ha mai voluto sentir parlare di Fatima. Raccontava l’allora suo segretario, poi divenuto cardinale, Carlo Confalonieri […] che Pio XI preferiva sedere da solo a pranzo, per ascoltare la radio, che allora era la grande novità tecnologica dell’epoca […]. Arrivavano molte lettere e Pio XI le leggeva tutte, ce n’erano poche di suore o donne in generale che raccontavano delle loro visioni mistiche […]: Pio XI leggeva le lettere, poi alzava lo sguardo, posava i fogli sul tavolo ed esclamava un “Mah!” pensoso…Infine diceva a mezza voce, come se stesse parlando a se stesso: “Dicono…dicono che il sono il Suo vicario in terra. Se ha qualcosa da farmi sapere, potrebbe dirlo a me»[6].

La Russia sovietica “male assoluto” del novecento? La realtà non è così semplice: per dimostrarlo, ricordiamo agli “Spaghetticons” alcuni fatti (per loro) sgradevoli.

Pio XII: più antinazista che anticomunista

Non sono io a dirlo: è Padre Pierre Blet sj che lo sostiene, nel suo volume PIO XII e la Seconda Guerra Mondiale negli Archivi Vaticani[7]. Vediamo cosa risulta dalla sua ricostruzione (pp. 160-169):“Se, infatti una parola del Papa avrebbe potuto incoraggiare i cattolici della Germania e dell’Italia a partecipare agli sforzi dell’Asse contro la Russia, c’erano dall’altra parte dell’Atlantico altri cattolici anch’essi attenti alla voce del Pontefice e il cui atteggiamento avrebbe potuto influire sull’esito del conflitto…a partire dal momento in cui la stessa Russia era venuta a trovarsi in guerra contro la Germania, al Presidente degli Stati Uniti si era posto l’interrogativo se portarsi o meno in aiuto anche di Stalin contro Hitler…Se l’aiuto recato all’Inghilterra lasciava perplessi molti cattolici, l’idea di un appoggio all’Unione Sovietica sollevava un’opposizione ancora più forte.

“Da parte cattolica, infatti, si condannava ogni sostegno fornito alla Russia, nel ricordo della persecuzione religiosa scatenata dal regime sovietico, e portando a fondamento della propria opposizione l’enciclica di Pio XI contro il comunismo ateo pubblicata nel 1937, ed in particolare il brano seguente: «Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con lui da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana».

“Una politica di aiuto alla Russia nella sua lotta contro la Germania sarebbe stata, dunque, contraria agli insegnamenti pontifici, per cui i cattolici non avrebbero potuto approvarla…Per far accettare i suoi punti di vista all’opinione pubblica e assicurarsi l’appoggio necessario al Congresso, Roosevelt capì che doveva interpellare Roma…Nel suo messaggio personale, che fungeva da lettera di credenziali di Myron Taylor, Roosevelt esponeva apertamente a Pio XII lo scopo della sua missione: far accettare al Pontefice una collaborazione degli Stati Uniti con l’URSS…

“Il giorno dopo, 11 Settembre, alle 12, Maglione ebbe un altro colloquio con l’inviato del Presidente Roosevelt. Le precisazioni che apportò alle dichiarazioni del Papa, al quale, nel frattempo, aveva consegnato un rapporto. Il cardinale affermò, innanzitutto, che, non appena si fosse presentata l’occasione propizia, il Papa avrebbe ribadito i suoi insegnamenti sulla guerra, sulla giustizia e sulla carità, le quali devono regolare le relazioni tra i popoli. Quanto alla questione sollevata da molti vescovi americani sulla portata dell’enciclica Divini Redemptoris, Maglione promise di scrivere al delegato apostolico a Washington, «che riservatamente e discretamente risponda ai prelati, che gliene facessero domanda, non esservi nell’enciclica di Pio XI nulla contro il popolo russo. Il Papa condannò il comunismo, e la condanna rimane. Per il popolo russo il Pontefice non ha, né può non avere, che sentimenti paterni».

Conclusione di Blet:

“In altre parole, i cattolici non dovevano farsi scrupoli nel sostenere Roosevelt, qualora si fosse portato in soccorso di Stalin contro Hitler”.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, ecco cosa aggiunge il gesuita francese:

“Questi rilievi erano facilmente comprensibili, ma, come il delegato Cicognani[8] poteva agevolmente intendere, non conveniva venissero fatti pubblicamente, né dalla Santa Sede, né dall’Osservatore Romano. Il delegato avrebbe potuto, invece, comunicarli a viva voce e in via riservata a monsignor Mooney, e ad altri vescovi, i quali, avrebbero docuto semplicemente evitare ogni riferimento alla Santa Sede.

“Un mese dopo monsignor Cicognani riferì sul modo in cui aveva eseguito le istruzioni romane: dopo aver consultato molti vescovi, aveva chiamato a Washington l’arcivescovo di Cincinnati, monsignor McNicholas, individuando in lui la persona più indicata per fare una pubblica dichiarazione…L’arcivescovo si mostrò senz’altro disposto e assicurò che si sarebbe pronunciato in una lettera pastorale indirizzata ai fedeli della sua diocesi. Così fece:

“Monsignor McNicholas – scrive Cicognani – dopo aver esortato i fedeli alla carità e alla tolleranza in materia di opinioni politiche, richiama i brani delle encicliche di S. S. Pio XI sulla Germania, e sulla distinzione ivi contenuta tra nazismo e popolo tedesco; passa poi a fare le stesse considerazioni nei riguardi del regime sovietico e del popolo russo; quindi viene ad esaminare il passo discusso dell’enciclica Divini Redemptoris, mettendolo nel giusto contesto e traendone la conclusione che esso non è da applicarsi al presente momento del conflitto armato”.

Grazie all’appoggio discreto di Pio XII, Roosevelt riuscì quindi a far approvare senza soverchi ostacoli il LendLease Act[9], che destinava agli avversari di Germania e Italia (e quindi anche alla Russia Sovietica) aiuti per 7 miliardi di dollari, fattore decisivo per la vittoria finale degli Alleati.

Questa obliata scelta di campo di Pio XII ha suscitato a suo tempo la reazione scandalizzata dello storico revisionista Robert Faurisson il quale, nel suo opuscolo Le révisionnisme de Pie XII[10], ha concluso che, tra Hitler e Stalin, il Papa “scelse Stalin”. Da parte mia non ci trovo nulla di scandaloso: si trattò di una legittima alleanza tattica, che dimostra – casomai – che Pio XII era anticomunista sì, ma non un fanatico. Forse, già allora aveva raggiunto la convinzione, espressa nel famoso discorso del 2 Giugno 1945, che i seguaci del nazionalsocialismo “si lusingavano ancora di potere, non appena riportata la vittoria militare, finirla per sempre con la Chiesa. Testimonianze autorevoli e ineccepibili ci tenevano informati di questi disegni…”[11].

Alla luce di quanto detto finora, non sembra realistico che il Papa potesse accogliere, in quei frangenti, le richieste di “consacrazione” della Russia: sarebbero suonate come un avallo della “crociata contro il bolscevismo” dei nazisti, disdegnata da Pio XII.

La Russia (anche la Russia sovietica) è stata un contrappeso necessario all’imperialismo americano

Se la Santa Sede è stato forse l’”ago della bilancia” del secondo conflitto mondiale, la Russia sovietica ne è stata la bilancia vera e propria: non solo ha distrutto il nazismo ma ha anche impedito agli Stati Uniti di ottenere dalla guerra l’obbiettivo prefissato: il dominio planetario incontrastato.

Per delineare, almeno sommariamente la questione, cito la ricostruzione fornita da un libro interessante quanto impopolare: si tratta di UN PAESE PERICOLOSOStoria non romanzata degli Stati Uniti d’America[12], di John Kleeves (pp. 299-312).

“Il fine ultimo della politica estera americana, ci dice Kleeves, “è sempre stato uno solo: il tentativo di conquistare il Mercato dell’Oriente. Tale obbiettivo ha fondato gli Stati Uniti, ne ha dominato la politica estera, ne ha anche plasmato la geografia. Come abbiamo visto, in ultima analisi è a questo scopo che i Puritani emigrarono in America settentrionale. Il Mercato dell’Oriente negato alla Gran Bretagna fu il motivo segreto ma decisivo della Guerra di Indipendenza. Fu la vera causa di un’altra guerra contro la Gran Bretagna, quella del 1812: la possibilità di procurarsi le pellicce da scambiare in Cina. E fu il motore della Conquista del West, il cui movente principale era il raggiungimento dei porti sul Pacifico. Fu anche il miraggio che, di fronte alla secessione del Sud, fece decidere il Nord per la Guerra Civile. Da ultimo, fu il motivo che spinse gli Stati Uniti a occupare le Filippine, le Hawaii e tutte le altre isole del Pacifico. Per la stessa ragione fu comprata l’Alaska, la “Ghiacciaia di Seward”[13].

“Fu per il Mercato dell’Oriente, in sostanza, che gli Stati Uniti intervennero con tanta insistenza in America Centrale e nei Caraibi: oltre alla frutta e allo zucchero era in gioco anche il controllo sul canale che dai primi dell’Ottocento si voleva tagliare nella zona, fondamentale per il traffico diretto in Cina dalla costa orientale americana e dall’Europa…Ma questo è niente. La volontà di conquistare il Mercato dell’Oriente ha determinato per gli Stati Uniti la strategia da tenere con l’Europa occidentale e con la Russia, oltreché naturalmente con il Giappone e con la Cina, che da ultima in sostanza costituisce tale mercato…In pratica il grande teorema della conquista del Mercato dell’Oriente ha portato con sé dei corollari, delle condizioni da soddisfare necessariamente per la sua risoluzione”.

Il primo corollario, secondo Kleeves, era il Balance of Power, l’equilibrio delle forze in Europa: impedire che nell’Europa continentale sorgesse una potenza dominante che unificasse la terraferma (corollario sintetizzabile dal concetto espresso da George Washington nel 1789: «I guai dell’Europa sono i vantaggi degli Stati Uniti»).

Secondo corollario, demolire la Russia: il corollario principale se si voleva prendere il Mercato dell’Oriente. Questa dottrina fu messa a punto verso il 1860 da William Henry Seward.

Prosegue Kleeves: “Il ragionamento di Seward era ineccepibile. La Russia era il vero nemico degli Stati Uniti. Essa stava in Europa e partecipava all’equilibrio delle forze in quell’area, ma stava diventando sempre più grande e potente: avrebbe potuto rompere quell’equilibrio e diventare la potenza dominante in Europa, formando quel Super-Blocco europeo continentale tanto temuto. Essa stava anche in Asia, sopra la Cina: offrendo la sua alleanza a questa la poteva proteggere dai tentativi degli occidentali di penetrarvi, chiudendo così per tutti la porta del Mercato dell’Oriente. Iniziava così – nel 1860 – l’ostilità degli Stati Uniti verso la Russia”.

Il Balance of Power in Europa e il Mercato dell’Oriente (minacciato dall’emergente potenza giapponese) sono stati i due veri motivi per i quali gli Stati Uniti sono entrati nella seconda guerra mondiale, anche a costo di allearsi con l’odiata Russia.

Entrambi gli obbiettivi vennero mancati. Il primo a causa del fatto che gli americani, per la titubanza ad affrontare i tedeschi nella guerra di terra, aprirono in ritardo il famoso secondo fronte: “Quando giudicarono di poterlo fare era troppo tardi per salvare l’equilibrio di forze in Europa: i russi avevano già occupato tutta l’Europa Orientale e mezza Germania”.

Col Giappone, conclude Kleeves, non andò meglio: “Gli americani riuscirono a piegarlo con la flotta e ne accelerarono un po’ la resa con le bombe atomiche, ma non riuscirono a farlo in tempo per prendere la Cina. Al momento della resa, infatti, il governo giapponese aveva ancora la possibilità di lasciare occupare la Manciuria – e cioè la Cina – dai russi, e così fece”.

Quindi, nonostante gli immani costi umani di una dittatura come quella staliniana, la Russia – anche la Russia sovietica – è riuscita ad esercitare lodevolmente, finché ha retto, il proprio ruolo di tradizionale ostacolo geopolitico alla rapacità statunitense, la cui disumana ideologia puritana viene sempre sottaciuta dai grandi mezzi di informazione[14].

La Russia sovietica ha perso la guerra fredda. Il costo dell’aperturaall’Occidente: 6 milioni di vittime!

Tratto con necessaria brevità la questione evidenziando innanzitutto che la tanto bistrattata Cortina di Ferro era motivata, almeno all’inizio, dalla più seria delle necessità: evitare l’attacco nucleare statunitense, opzione presa in seria considerazione dagli americani nel periodo in cui erano i soli ad avere la bomba (1945-1950). Come scrive Kleeves (p. 313): “la segretezza imposta in tutto il paese rendeva difficile l’individuazione di obbiettivi significativi per i bombardieri strategici”.

Sfumata l’opzione nucleare – anche per l’acquisizione da parte dei russi, nei primi anni cinquanta, di un arsenale analogo – rimaneva l’altra opzione della Guerra Fredda: la Dottrina del Contenimento della Russia. Bisognava impedire che la Russia formasse attorno a sé il famoso Super-Blocco europeo, e salvare il salvabile del Mercato d’Oriente.

Il primo obbiettivo venne raggiunto (con la formazione della NATO), il secondo no: senza la Cina il Mercato dell’Oriente non esiste più. La Cina è la potenza dominante della grande regione.

Nel 1989, con la demolizione del Muro di Berlino, la Russia perdeva ufficialmente la Guerra Fredda e subiva un drammatico – per fortuna non definitivo, grazie a Putin[15] – ridimensionamento come potenza internazionale. Non mi dilungo qui sulla conseguenza prima di tale tracollo – le speciose, e infami, “guerre umanitarie” americane – di cui molti hanno già scritto. Mi accontento solo di segnalare due conseguenze di questa rottura del Balance of Power globale : una visibile a tutti e l’altra del tutto ignorata dai più. La conseguenza visibile a tutti è la fine del tradizionale ruolo di amicizia dell’Italia con i palestinesi e con il mondo islamico. La politica filo-araba di leader democristiani come Moro e Fanfani è ormai, purtroppo, solo un lontano ricordo: lo si è visto tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 con l’operazione “Piombo Fuso” – la mattanza attuata a Gaza dall’esercito israeliano, che si è macchiato di orribili crimini, puntualmente registrati dall’osteggiatissimo Rapporto Goldstone[16]. Ebbene, in quei frangenti disperati i politici italiani (con qualche sparutissima eccezione) hanno fatto a gara nell’adulare Israele, definito – con un rovesciamento orwelliano della realtà – “paese aggredito”.

La seconda conseguenza, (quasi) del tutto sfuggita in Occidente, riguarda proprio la Russia: nei primi anni ‘90, quando il paese era in mano al satrapo Boris Eltsin, morirono a causa della fame e delle malattie dai 5 ai 6 milioni di russi. Quello che comunemente verrebbe definito un “genocidio”. La fonte dell’informazione è tanto autorevole quanto insospettabile: il Wall Street Journal[17]. Citerò solo una frase dall’articolo in questione, che dimostra le responsabilità americane per la tragedia suddetta:

“Yeltsin, tuttavia, e il piccolo gruppo di economisti che lo consigliava, decise che la priorità più urgente della Russia era di mettere immediatamente le imprese statali in mani private, anche se queste mani erano criminali. In questo, vennero pienamente sostenuti dagli Stati Uniti”.

Ecco cos’era diventata l’ex Unione Sovietica“liberata” dal comunismo, tra gli osanna dei turiferari – anche negli anni ’90! – del demone russo da esorcizzare: un bue grasso spolpato dai piranha!

Il lascito dell’Unione Sovietica che gli anticomunistidi ferronon contestano mai

1. Israele, creato da Stalin

È noto come gli “Spaghetticons” considerino Israele: come l’”estrema propaggine dell’occidente”, secondo l’untuosa definizione del prof. Roberto De Mattei[18]. Quello che questi signori omettono sempre di ricordare è che Israele è stato “creato” (purtroppo!) da Stalin, come recita il titolo di un importante saggio uscito nel 2008 in edizione italiana[19]. A tal proposito l’autore scrive:

“Gli amici ai quali ho chiesto di leggere il manoscritto di questo libro, e che ringrazio per le preziose osservazioni, mi hanno consigliato di trovare un titolo diverso: “Perché non è esatto – mi hanno detto – non fu Stalin a creare Israele, ma la maggioranza degli stati membri delle Nazioni Unite”. Io, però, sono certo che, se non fosse stato per Stalin, difficilmente lo Stato ebraico avrebbe visto la luce in Palestina. La decisione di Stalin non ha soltanto segnato la sorte del Medio Oriente odierno, ma ha anche influito sulla storia politica dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti. Questa tesi è confortata da centinaia di documenti d’archivio sulla politica estera sovietica, oggi declassificati e pubblicati in due volumi…”[20].

Chiosa Enrico Mentana, autore dell’introduzione al medesimo volume: “Non ci fosse stata l’URSS di Stalin – proprio lui, Koba il Terribile – la nazione israeliana non sarebbe mai nata. È una semplificazione, certo: ma chi può metterla in discussione?”[21].

Aggiunge Luciano Canfora, autore della prefazione: “…Solo l’invio massiccio di armi cecoslovacche, voluto da Stalin, consentì al neonato Stato di Israele di sconfiggere l’attacco concentrico di Egitto e Giordania (armati dagli inglesi) nella prima guerra arabo-israeliana, quella appunto del 1948”[22].

Si trattò di un marchiano errore geo-politico di Stalin, di cui ebbe modo di pentirsi amaramente negli anni immediatamente successivi, ma tant’è: in fondo, se la Russia sovietica era l’”impero del male” anche gli “Spaghetticons” sono una filiazione di quel “male”.

2. La storiografia olocaustica

Se penso agli “Spaghetticons” che si occupano di storia, li vedo col ditino sempre puntato contro la storiografia liberale e quella marxista, colpevoli di “travisare i fatti” e di fare “propaganda”: l’accusa riguarda il Risorgimento, la seconda guerra mondiale, la Resistenza e – praticamente – ogni altro argomento dalle Crociate in poi. L’esempio insuperabile di faziosità, secondo costoro, è dato dalla storiografia sovietica. C’è però, in questo quadro, un’abnorme eccezione: la ricostruzione storiografica di quello che conosciamo come l’”Olocausto”. Tale ricostruzione, anche se lo si tende a dimenticare, è stata fissata, sin dal 1945, da funzionarie poi da storicicomunisti, sovietici e polacchi. Sono stati i sovietici a stabilire che i sei famosi campi polacchi caduti nelle loro mani – Auschwitz, Majdanek, Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka – erano campi di “sterminio”. Ad esempio, fu la Commissione centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia a stabilire, nel 1946, che i termini «Sonderbehandlung» (trattamento speciale), «Sonderaktion» (azione speciale) e «Sondermassnahme» (provvedimento speciale) andavano considerati come criptonimi che designavano le gasazioni omicide[23].

Contestare questa versione dei fatti, in tutto o in parte, in Occidente è praticamente impossibile: in quasi tutti i paesi della UE si rischia la galera. Resta da spiegare come mai la storiografia sovietica, capace solo di elaborare “verità politiche”, solo nel caso dell’”Olocausto” avrebbe elaborato un’accettabile – anzi, indiscutibile – verità storica. Meglio non chiederlo agli “Spaghetticons”: “tengono famiglia”.

Conclusione

Da quanto è emerso finora, risulta che delineare la storia del Novecento prendendo come discriminante le visioni di una suora risulta quantomeno fuorviante. Ciò che è vivo del messaggio di Fatima è l’aspetto religioso, non quello politico. Da questo punto di vista le parole del Cardinale Ratzinger della famosa intervista del 1984, liquidate a suo tempo come reticenti da innumerevoli cattolici tradizionalisti, si rivelano inaspettatamente sagge e lungimiranti: il “terzo segreto di Fatima” “non aggiunge nulla di diverso a quanto un cristiano deve sapere dalla rivelazione: una chiamata radicale alla conversione, l’assoluta serietà della storia, i pericoli che incombono sulla fede e la vita del cristiano e dunque del mondo”[24]

[1] Mondadori, Milano, 2006.
[2] Antonio Socci, Indagine su Gesù, BUR, Milano, 2008.
[3] Dal titolo dell’ottimo libro di Luigi Copertino, SPAGHETTICONSLa deriva neoconservatrice della destra cattolica, Il Cerchio, Rimini, 2008.
[4] Vedi il libro citato alla nota 3.
[5] BUR, Milano, 2006.
[6] Antonio Socci, Il quarto segreto di Fatima, Mondadori, Milano, 2006, p. 192.
[7] EDIZIONI SAN PAOLO, Cinisello Balsamo, 1999. Ricordiamo che Padre Blet è uno dei curatori della monumentale opera Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale (12 volumi, Città del Vaticano, 1954-1982), di cui il suddetto volume costituisce una sintesi.
[8] Monsignor Cicognani era il delegato apostolico a Washington.
[9] http://it.wikipedia.org/wiki/Lend-Lease
[10] http://www.aaargh.codoh.com/fran/livres6/RFrevpie12.pdf . Vedi il paragrafo ENTRE HITLER ET STALINE, PIE XII CHOISIT STALINE, p. 34.
[11] http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/speeches/1945/documents/hf_p-xii_spe_19450602_accogliere_it.html
[12] Edito nel 1998 dalla Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino.
[13] William H. Seward, senatore americano scelto da Abraham Lincoln come Segretario di Stato.
[14] Sul carattere della mentalità puritana si veda il capitolo 3 del suddetto libro di Kleeves.
[15] Si veda in proposito: Maurizio Blondet, Stare con Putin?, EFFEDIEFFE, Milano, 2007.
[16] Disponibile in rete versione italiana al seguente indirizzo: http://www.assopace.org/index.php?option=com_content&view=article&id=224%3Ail-testo-integrale-del-rapporto-goldstone-sui-crimini-di-guerra-israeliani-a-gaza-&Itemid=71
[17] http://opinionjournal.com/extra/?id=110009983
[18] http://www.fondazionelepanto.org/2009/b-xvi-sta-capovolgendo-il-pensiero-cattolico-su-israele-e-sugli-ebrei/ . Sul profilo politico di De Mattei, si veda: Roberto De Mattei eminenza grigia di Gianfranco Fini (e) amico dei radicali: http://www.kelebekler.com/occ/demattei.htm , nonché il brillante ed eloquente excursus di Miguel Martinez: http://www.gerusalemmeterrasanta.org/TFP-kelebek.htm
[19] Leonid Mlečin, PERCHÉ STALIN CREÒ ISRAELE, Sandro Teti Editore, Roma.
[20] Ivi, p. 7.
[21] Ivi, p. 15.
[22] Ivi, p. 12.
[23] Carlo Mattogno, “Sonderbehandlungad AuschwitzGenesi e significato, Edizioni di Ar, Padova, 2001, p. 9.
[24] Antonio Socci, op. cit., p. 99.

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