Ingrid Zündel: sulla dimenticata battaglia di Halbe

Ingrid Zündel: sulla dimenticata battaglia di Halbe

SULLA DIMENTICATA BATTAGLIA DI HALBE

Di Ingrid Zündel, Novembre 2009[1]

All’inizio degli anni ’80, mi trovavo nella Biblioteca del Congresso a Washington, D. C., a fare delle ricerche per la mia trilogia chiamata “Lebensraum”, che narra della fuga della mia famiglia dall’Ucraina, nel 1943, sotto la protezione delle forze tedesche in ritirata. Lì, trovai un articolo che descriveva l’ultima battaglia importante della seconda guerra mondiale, quella tra la Wehrmacht tedesca e i russi che ebbe luogo, come ricordavo in modo frammentario, nelle vicinanze di Berlino.

Quando accadde, ne rimasi presa in mezzo come la bambina di otto anni che ero.

Nella mia memoria, rivedo i vari eventi di quella battaglia come una successione di diapositive – senza continuità. Ero troppo giovane per capire che quello che stavo sperimentando, e da cui fuggivo, era l’agonia mortale di quello che i media “mainstream” ora descrivono – distorcendolo – come il meritato destino di una spregevole dittatura proprio nel cuore dell’Europa.

Ecco cosa ricordo.

C’erano ancora quattro membri della mia famiglia un tempo numerosa. Anni addietro, molto tempo prima della mia nascita, c’erano stati centinaia di parenti – zie e zii, nonni, cugini, e vicini di casa che erano nostri lontani parenti – tutti spariti, esiliati in Siberia, giustiziati, morti di fame in due carestie sovietiche, o morti di freddo per strada nel disperato tentativo di sfuggire al Terrore Rosso di Stalin che incombette sul mio popolo per decenni.

Ora, era rimasta solo mia nonna, che chiamavamo Oma (tradotto, nonna)[2], mia sorella Wally, di quattro anni, la mia bella mamma – all’epoca all’inizio dei suoi trent’anni – ed io.

E, no, per dirla francamente, non sono un’ebrea chiaccherona. Sono orgogliosamente tedesca, per retaggio, nata in Ucraina, ed ora naturalizzata americana. La mia gente venne chiamata per secoli dal Reich con il termine di Volksdeutsche – tedeschi etnici che avevano lasciato la loro terra natale cinque o sei generazioni addietro, e che stavano tornando nella Terra degli Avi insieme alla Wehrmacht in ritirata, mentre la Germania stava perdendo la guerra.

Nell’articolo che trovai nella Biblioteca del Congresso, il massacro che sto per descrivere veniva chiamato la “Battaglia di Halbe”. Non ricordo la città di Halbe in sé stessa – ricordo che nelle vicinanze c’erano due città, in realtà dei villaggi, chiamate “Kausche” e “Greifenhain”. Ricordo entrambi i luoghi in modo assai vivido, sia pure con dei vuoti di memoria.

Kausche, innanzitutto. Eravamo giunti lì dopo una fuga straziante dalla Polonia, poco prima che Varsavia cadesse in mano sovietica nel 1944. Stavamo cercando disperatamente di raggiungere le porte di Berlino, ma rimanemmo bloccati in questo villaggio chiamato Kausche. In quelle ultime, disperate, settimane di guerra, i profughi inondavano ogni cosa e spesso dormivano nelle chiese, nelle scuole, o persino all’aperto, per strada, ma noi avemmo fortuna – il sindaco di Kausche ci diede una stanza in fondo a un granaio che poteva essere stata a suo tempo l’alloggio dei servi. Una stanza piccola e piena di fumo – ma almeno avevamo un riparo.

Noi quattro condividevamo questo spazio con un’ enorme donna in cinta chiamata Frau Weber e con la sua figlia paffuta, Erika, di dieci anni. La casa padronale stava di fronte a noi, e di lato c’era un terzo edificio che ricordo solo a causa di un giovane soldato tedesco che – per delle ragioni che non vennero mai spiegate alla sua mamma che, in preda ad una crisi isterica, cercava di salvargli la vita – venne giustiziato sul posto senza tanti complimenti poche settimane dopo da qualche russo.
Fu lasciato lì in quello stato per qualche giorno, perché non veniva permesso a nessuno di toccarlo.

Ma torniamo alla mia storia. Oggi può sembrare strano, ma in quei gelidi giorni dell’Aprile 1945, credevamo ancora che la guerra potesse essere vinta – e che sarebbe stata vinta in un batter d’occhio! Questo era quanto il dr. Goebbels ancora prometteva in un messaggio radiofonico a diffusione nazionale – probabilmente l’ultimo dei suoi – e dubitare sarebbe stata eresia.

Il marito della signora Weber stava sul fronte orientale ed era stato ritenuto disperso. Era tornato a casa in licenza, ed ora lei lo stava aspettando ed era in attesa di partorire. Erika ed io avevamo fatto amicizia, un’amicizia in qualche modo sorvegliata, perché Erika – una bambina grande per la sua età – spadroneggiava con me senza remore, e la cosa non mi piaceva. Io ero minuta e magra, con Erika non c’era partita. Ammiravo e odiavo Erika nello stesso tempo, perché era molto carina, in un modo ostentatamente aggressivo, che mi metteva a disagio. Una volta sollevò il maglione e mostrò quello che stava già accadendo al suo petto – due minuscoli boccioli delle dimensioni di piccole ciliegie. Sul mio petto non si poteva trovare nulla del genere, la qualcosa era chiaramente un serio problema.

Il ricordo successivo che ho è che l’orizzonte in lontananza diventò improvvisamente di un rosso infuocato. Non sto parlando di qualche piccolo, misero, tramonto – era di un rosso dilagante, il tramonto più spettacolare del pianeta! Qualcuno congetturò preoccupato che forse Berlino era stata messa a fuoco da qualche altro raid aereo.

Retrospettivamente, non so se quello che vedevamo bruciare era Berlino o se era un’altra città nelle vicinanze che veniva ridotta a brandelli dagli Alleati. Vedevamo quest’orizzonte, ridotto in fiamme dai nemici di quella che chiamavamo la nostra Terra degli Avi, notte dopo notte dopo notte – per settimane, a quanto ricordo!

Poi, a distanza, iniziò un rimbombo, e vedemmo enormi nuvole di fumo nero che emergevano ad est. Sembrava come se un temporale si stesse dirigendo verso di noi. In quel momento, la signora Weber annunciò – con il suo modo burrascoso – che stava per partorire. Affidò Erika a Oma, e ovunque dovesse andare ci andò a piedi, e fu a piedi che tornò dopo qualche giorno, portando con sé un piccolo esserino miagolante che Erika annunciò come la propria sorellina neonata, il cui nome ho dimenticato. Forse non ha mai avuto un nome? In ogni modo, Erika si pavoneggiava, cosa che mi fece diventare ancora più gelosa.

Poco tempo dopo, Erika ed io stavamo “giocando con le palline”, come chiamavamo il nostro piccolo gioco – lanciare piccole biglie di vetro per terra – quando notammo una piccola truppa di civili che giungevano correndo sulla strada. Una donna, con due ragazzini adolescenti e diverse bambine piccole, tutti con la loro bicicletta, si fermò vicino a noi senza fiato e ci urlò che dovevamo scappare: “Stanno arrivando i russi! I russi stanno qui!”. I russi stavano già alla periferia di Kausche, ci dissero, mentre scappavano a gambe levate e in preda al terrore: stavano rubando, bruciando, stuprando e uccidendo chiunque capitasse sulla loro strada!

Erika ed io rimanemmo lì, a fissarli. Montarono sulle loro biciclette e se la svignarono come degli invasati.

Scappammo, ma non molto lontano. Non ricordo se scappai con la mia famiglia o se eravamo solo Erika ed io – ma quello che ricordo, chiaramente, è che giungemmo sul limitare di una foresta e lì, con la schiena contro un albero, stava un soldato tedesco morto, con l’uniforme ancora decente, piegato in due, che teneva ancora in grembo la testa di un commilitone – ugualmente morto – che giaceva a lato sull’erba, con le gambe stravaccate.

Dopo quest’immagine, c’è un vuoto. Forse di un giorno? Forse solo di poche ore?

Nell’immagine successiva mi trovo di nuovo nella nostra piccola stanza in fondo a quel vecchio granaio di Kausche. La stanza era piena di altre persone, circa dodici, soprattutto giovani donne e ragazze adolescenti – e la mia Oma che lotta con la signora Weber che fende l’aria con un coltello annunciando – e urlando come una furia – che avrebbe accoppato sua figlia. Oma in seguito mi disse che la mente della signora Weber si era spezzata in due a causa dell’orrore vissuto – e orrore fu, un orrore inimmaginabile, che adesso stava riversandosi nella nostra stanza, ininterrottamente, per più di un giorno e di una notte. La porta era stata aperta a calci e orde di “russi”, dagli occhi sottili, sogghignanti, entrarono a spintoni, afferrando le ragazze, afferrando le donne, afferrando persino l’ancora sanguinante signora Weber e buttandole tutte sul pavimento. Parlo di numerose dozzine di soldati “russi” – in realtà, mongoli in uniforme sovietica – che erano stati reclutati da Stalin con la forza per vendicarsi della Germania, come Ilya Ehrenburg – il ministro della propaganda ebreo-sovietico – li aveva incitati a fare in molte trasmissioni: “Uccidete! Uccidete! E uccidete! Nessuno è innocente. Né chi vive né colui che non è ancora nato!”.

Sto parlando di stupri di massa. Di stupri seriali. Senza soste!

Non riesco a vederne nessuno. Mi vennero raccontati dopo, dopo che ero abbastanza grande da capire. La mia Oma mi teneva stretta a sé, premendomi la testa contro il maglione, per coprirmi gli occhi. Mi cullava, e cullava e cullava. Non ricordo che urlasse, o che gemesse. Ricordo che stava zitta, ma tremava. Violentemente. Cullandomi. Con il mio naso contro i suoi seni, non vedevo niente, ma lei vedeva tutto, e sopravvisse – e non parlò mai di quello che aveva visto e vissuto quella notte – o nelle molte notti successive.

Oggi so che vide sua figlia, la mia bella giovane mamma, stuprata sul pavimento proprio ai suoi piedi, con i soldati sovietici che se la facevano a turno, possedendo le altre ragazze e le altre donne, violentandole ininterrottamente – con sempre nuovi sciami di sovietici che entravano e che prendevano il posto di quelli che se ne andavano. Nell’orrore di tutto ciò, il nostro edificio venne colpito da una granata, che uccise due capre, credo. Nella stanza, venne dato qualche pugno, e qualche dente venne rotto, ma nessuno venne ucciso. Solo stupri. Stupri ininterrottamente. Una catena di montaggio di ragazze tedesche, di giovani donne tedesche, da parte di qualche asiatico in uniforme sovietica.

L’immagine successiva che ho è che, all’improvviso, da chissà dove, la nostra stanza venne invasa da certe truppe tedesche che erano riuscite a spezzare il fronte e che combattevano per quella che ancora credevano fosse la salvezza di Berlino. Ricordo che il giorno in questione era il 20 di Aprile – il compleanno di Hitler. Non sono sicura di questa data, ma so con certezza che l’epoca era intorno al giorno 20 di Aprile. Riesco ancora a sentire la voce rassicurante di Goebbels alla radio.

I nostri salvatori! Come era già accaduto prima innumerevoli volte, da quando lasciammo l’Ucraina nell’autunno del 1941, questi ragazzi e uomini tedeschi avevano combattuto coraggiosamente per noi – a loro scapito, a loro danno, a prezzo di tante vite – per salvarci! Questo è quanto allora credevamo, e che credo ancora oggi. La mia Oma, questa donna stoica, sicura di sé, profondamente religiosa, afferrò uno di questi soldati, gli si aggrappò e pianse, pianse e pianse. Egli le accarezzò goffamente la schiena e disse: “Omalein, non pianga! Non pianga! La prego, non pianga – siamo qui!”.

In quella Biblioteca del Congresso di Washington, diversi decenni dopo, lessi che quella truppa di giovani soldati che erano passati attraverso il fronte russo e che avevano occupato per brevissimo tempo il villaggio di Kausche, vennero uccisi quasi tutti. Non ebbero scampo. Poco dopo, vennero praticamente polverizzati!

Poi, improvvisamente, non chiedetemi come, ci ritrovammo in cima a un veicolo tedesco, che faceva parte di un lungo, lungo convoglio di truppe in fuga mescolate a quei civili che raccoglievano lungo la strada, in un folle tentativo di fuga. Adesso, quel veicolo mi sembra un incrocio tra una jeep e un camion. Non so come veniva chiamato – un LKW? Un Lastkraftwagen? Stavamo ammucchiati sul di dietro, coperti con un telone, forse eravamo una dozzina, in maggioranza civili, ma c’era anche un uomo con in testa un turbante assai insanguinato. Noi quattro – Oma, mamma, Wally ed io – stavamo ancora assieme, accovacciate in quel veicolo, dirette verso la foresta di Greifenhain.

Viaggiavamo lentamente, perché ci sparavano da ogni direzione, costantemente – molte volte i proiettili squarciarono il telone, e tutti noi ci chinavamo . Era ancora freddo; la mia Oma si era avvolta con una coperta, che poi scoprimmo avere diversi proiettili e buchi di pallottole. Miracolosamente, lei non venne colpita, e neanche noi lo fummo. Come noi quattro riuscimmo a fuggire in quella foresta di Greifenhain, incolumi, oltrepassa la mia comprensione!

Il nostro primo conducente venne colpito, e rimase ucciso all’istante. Dovemmo saltare giù. Venimmo raccolte quasi subito dal veicolo successivo e condotte un po’ più all’interno di quella foresta – fino a quando anche quel conducente rimase ucciso. Nella mia memoria, questo accadde tre o quattro volte, perché o il conducente veniva colpito o il veicolo rimaneva immobilizzato a causa dei proiettili. Praticamente subito, tutta la strada rimase occupata da camion abbandonati, da soldati morti e da pochi civili sulla sinistra e sulla destra, con le pallottole e i proiettili che schizzavano ovunque, e pochi di noi che ancora traballavamo dentro veicoli militari a passo di lumaca. A intermittenza, giungeva il grido, da chi stava davanti a chi stava dietro, da veicolo a veicolo: “Panzer nach worn! Panzer nach worn!”. Il panzer venga davanti! Poi, finalmente apparve uno di questi mostri con le catene, che superò con decisione i veicoli fermi, stritolando i morti sulla strada in mezzo alla polvere – questo fu l’ultimo Panzer Tedesco ancora in movimento che vedemmo.

Quello che accadde dopo fu il massacro totale, che durò un giorno e una notte – almeno questo è quanto spiegava l’articolo letto a Washington. La Wehrmacht superstite venne totalmente circondata, mentre c’era in mezzo ancora una manciata di civili. Negli anni ’80, a Washington, lessi di quel massacro in un’epoca in cui la città si stava preparando ad accogliere Ronald Reagan. Quella fu la prima volta che capii davvero quello che successe in quella foresta di Greifenhain.

In qualche modo, quel giorno rimasi separata dalla mia famiglia, o forse dopo durante la notte, in un pazzo, pazzo tentativo di sopravvivenza – non ricordo i particolari. Neanche uno! C’è una macchia bianca nel mio cervello, dove dovrebbe stare la memoria. Ho cancellato tutto! E’ andato via!

Mi venne detto in seguito che, dopo essermi persa in quella foresta di Greifenhaim per tutto un giorno e una notte, ritrovai la mia strada in una fattoria abbandonata sul limitare della foresta, dove la mia famiglia si era rifugiata. Come arrivai lì, non lo so. Oma mi disse che rimasi un’intera settimana senza dire una parola. Stavo solo seduta sui gradini di quella fattoria e mi dondolavo. Posso ancora descrivervelo.

Questa fattoria era stata abbandonata dai suoi proprietari – non scoprimmo mai cosa accadde loro. Ora essa forniva un qualche riparo non solo a noi quattro ma a quelli che ora, retrospettivamente, mi sembrano essere stati cinquanta, sessanta, soldati tedeschi feriti che si erano trascinati lì con le loro ultime forze o che vi erano stati condotti sulle loro gambe da mamma e da Oma quando la sparatoria era finita. Uno di loro era ferito così gravemente che riuscì solo a entrare nell’atrio, dove implorava che lo lasciassero stare, che lo lasciassero morire. Durante quella notte piena di orrore, mentre mia madre veniva ripetutamente abbrancata dai russi per fare con lei i loro comodi, mia nonna controllava quel ragazzo che stava morendo nell’atrio. A un certo punto, egli chiese un recipiente per poter urinare. Lei trovò una fruttiera vuota per assisterlo. La riempì due volte fino all’orlo. Con tutta la sua sofferenza, questo ragazzo morente aveva trattenuto la sua urina il più possibile per non essere d’imbarazzo.

Per qualche settimana, quella casa non ospitò solo soldati tedeschi mutilati e feriti ma un gruppo di russi chiacchieroni che ne avevano fatto una sorta di Quartier Generale. Allora, la guerra era finita ma nessuno ce lo aveva detto. C’erano soldati morti che giacevano praticamente dappertutto – dentro la casa stessa, nell’ingresso, sui gradini, in giardino, fuori del portone in pietra ad arco riempito fino alla cima di soldati tedeschi morti, per tenerci chiusi dentro e per tenere fuori chi stava fuori. Ricordo le loro braccia e le teste penzolanti – dozzine di braccia, accavallate, le teste penzolanti.

I corpi che giacevano in giro non mi facevano paura – ce n’erano semplicemente troppi, e c’eravamo abituati. La storia della mia famiglia è che un giorno la mia sorellina fu trovata che stava sulle gambe di un soldato morto, giocando tranquillamente con una bambola di porcellana che aveva trovato. “La mia piccola bambola dice “Heil Hitler”, diceva la bambina di quattro anni a un russo che passava di lì, e Oma trattenne il respiro, ma egli si limitò a ridere rumorosamente e carezzò la testa di Wally. C’erano così tanti morti, e nessuno che li seppelliva, che rimasero lì fino all’estate. Ne ricordo uno, dietro una siepe, che era stato totalmente schiacciato da un panzer. La striscia di sangue di quella vittima rimase lì per settimane dopo che le sparatorie erano finite, e ogni volta che lo oltrepassavamo si alzava un’enorme scia di mosche. All’epoca, i giorni erano caldi, e lo stavano diventando sempre di più, e il puzzo di così tanti corpi era assolutamente insopportabile.

Così, stavamo lì, a condividere la fattoria di chissà chi con circa una dozzina di russi e molti, molti soldati feriti. Mia madre venne ripetutamente abbrancata per essere stuprata da qualche giovinastro, ancora e ancora, centinaia di volte, nelle settimane e nei mesi che seguirono. Mia nonna, nel frattempo, cucinava per tutti. Aveva trovato un po’ di pappa di avena e un po’ di roba in scatola in cantina e ogni giorno faceva una zuppa brodosa. Ricordo, in particolare, un soldato tedesco – un ragazzo il cui mento era rimasto reciso. Tuffava tutta intera la sua faccia grottescamente ferita dentro la pappa e cercava di leccare qualcosa come un cane. Dal buco dove una volta si trovava il mento, colavano sangue e pus, proprio sulla sua ciotola di pappa. Era solo uno dei tanti orribilmente straziati.

La fattoria era piena di mutilati e agonizzanti; l’atrio era pieno; il capannone nel cortile era pieno di questi ragazzi, feriti e sanguinanti ma misteriosamente calmi – tranne la notte, quando qualcuno nel capannone, in mezzo alla paglia, ancora cantava qualche canzone struggente. Sembra irreale, assurdo – ma questo è esattamente quello che accadde! Se vi foste trovati in quella guerra, sapreste che i tedeschi cantavano sempre. Adesso, sentirete a malapena i tedeschi cantare perché le loro anime sono morte – ma allora ancora cantavano, molto piano, almeno qualcuno tra loro. “Lili Marlene” giungeva proprio nella stanza dove dormivo con la finestra aperta, così potevo sforzarmi di ascoltarli.

Un giorno, i russi decisero che chiunque fosse ancora capace di camminare doveva essere messo in riga e portato in marcia da qualche parte. Alcuni ubbidirono – altri, troppo feriti, si rifiutarono. Non molto dopo, sentimmo degli spari, uno dopo l’altro. Non ricordo se qualcuno controllò quello che stava accadendo non lontano dalla mia finestra, in una fossa. Non ho idea di cosa accadde al resto degli uomini sulla paglia.

Dovrei anche dirvi di quello che accadde alla signora Weber. La mia Oma la ritrovò nei giorni successivi, quando era in cerca dei soldati feriti – e in seguito, in cerca di cibo. La signora Weber era morta, disse Oma. Seppellita solo a metà. La parte inferiore del suo corpo era ricoperta di terra, ma la parte superiore e la testa erano ancora riconoscibili.

Poi, qualcuno accompagnò Erika da noi, la quale ci disse che, dopo che la mamma era stata colpita da un proiettile, le aveva preso dalle braccia la neonata ed era fuggita. Ci disse che non sapeva cosa fare della piccola, e chiaramente non riusciva a ricordare cosa le fosse accaduto – pensava di averla persa da qualche parte. Erika aveva solo dieci anni ma, come ho detto, era assai paffuta e appariva matura – ed era stata violentata, molte volte. Anni dopo, qualche volta mi venne ricordato da mia madre quanto ero stata fortunata – ero malconcia e magra, e nessuno mi toccò mai. Almeno, non a mia conoscenza!

In seguito, qualcuno disse a mia madre che Erika era stata vista per l’ultima volta in un trasporto di profughi russo-tedeschi che venivano rispediti in Russia. Quest’operazione post-bellica è conosciuta con il nome di Keelhaul, con la quale gli Alleati rimandarono indietro i tedeschi etnici dal Mar Nero, dove erano stati salvati per breve tempo dai tedeschi, a Stalin, per compiacerlo. Non molti sopravvissero alla Siberia.

La nostra famiglia scampò all’operazione Keelhaul per un pelo – fuggendo una fredda notte oltre il confine della catena montuosa Harzgebirge nel settore inglese. Ma questa è un’altra storia, per un’altra occasione. L’ho brevemente descritta nel mio romanzo chiamato The Wanderers.

Perché ho raccontato questa storia, adesso? Sembra che, ogni anno, c’è un gruppo di patrioti tedeschi che organizza una tranquilla Passeggiata della Memoria in onore dell’ultimo soldato che combattè e che morì sul suolo tedesco nel massacro chiamato Battaglia di Halbe. Questo semplice gesto di rispetto per onorare dei morti non è facile come sembra nella Germania istupidita dai sionisti, perché è tutt’altro che certo che essi riceveranno il permesso.

Ingrid Rimland Zündel, Novembre 2009.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.federalobserver.com/2009/11/03/zundel-about-the-forgotten-battle-of-halbe/
[2] Qui l’autrice traduce il tedesco “Oma” con l’inglese “Granny”.

One Comment
    • Anonimo
    • 11 Novembre 2009

    Un velo che scopre quel che realmente è accaduto.Semplicemente una testimonianza di ciò che è stato, coperto poi dalla propaganda alleata. La finzione delle camere a gas omicida tedesche ci è stata propinata anche per per coprire gigantesche atrocità a danno dei tedfeschi. Queste si reali.

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