La minaccia del fascismo ebraico

La minaccia del fascismo ebraico

LA MINACCIA DEL FASCISMO EBRAICO, DI WILLIAM ZUKERMAN (1934) Testo tradotto [dall’inglese] e commentato da Mondher Sfar (1990)[1]

Nel 1934, William Zukerman pubblicò l’articolo riportato qui sotto dal titolo “La minaccia del fascismo ebraico”[2]

Quando, quattro anni fa, dall’alto della tribuna del Congresso sionista, un delegato proferì, non senza disinvoltura, la definizione di “ebrei hitleriani”, la tempesta che ne seguì fu così forte che la riunione si concluse tra il tumulto e la sommossa.
Il relatore dovette rimangiarsi quanto aveva detto e presentare pubbliche scuse per aver gettato un’ombra di infamante sospetto su un partito ebraico.
[3] Per gli ebrei di allora, come per i non-ebrei di oggi, sembrava assurdo che un male così intimamente legato all’antisemitismo potesse mai mettere radici nella vita ebraica. Ma ora queste parole non suscitano più nessuna reazione e nessuno pensa di contestare la realtà che esprimono.
Il fascismo è un fatto troppo evidente della vita ebraica per essere negato. Per quanto sorprendente possa apparire ad uno straniero, un partito fascista ebraico non solo esiste ma ha già superato la fase della lotta per il riconoscimento e aspira al potere in seno al movimento sociale ebraico meglio organizzato. Il partito conta 50.000 membri; controlla la stampa; esercita una forte influenza sulla politica sionista all’interno come all’esterno della Palestina; domina l’opinione pubblica ebraica in Polonia e determina i sentimenti degli ebrei del mondo intero. Questo potrebbe sembrare un paradosso, ma è comunque un fatto che gli Ebrei, soprattutto nell’Europa dell’Est e in Palestina, sono colpiti più di qualsiasi altro popolo, esclusi i tedeschi, dal virus del fascismo.

L’aspetto sinistro di questo paradosso è accentuato dal fatto che il fascismo ebraico è, per origini, scopi e tattiche, più vicino al fascismo teutonico che al fascismo italiano. Non solamente la divisa del partito fascista ebraico è bruna, ma la sua forza direttrice, come quella dei Tedeschi, è il sentimento di una forte ingiustizia nazionale e la sua fonte d’ispirazione nasce da uno dei trattati risultanti dalla prima guerra mondiale. I suoi seguaci, come per i nazisti, sono reclutati tra la gioventù nazionalista. Il movimento ha naturalmente il suo leader, un giornalista di grande levatura molto portato per il dramma teatrale [Vladimir Jabotinsky]. E le sue forze, come quelle dei nazionalsocialisti, sono divise in “truppe d’assalto” [BrithTrumpeldor] e “corpi di guardia” [BrithChail].[4] Per completare il confronto, anche il fascismo ebraico rivendica una lotta “rivoluzionaria” sia contro il marxismo che contro un governo straniero, e le sue forze sono addestrate da ufficiali dell’esercito polacco in vista di una guerra purchessia, conosciuta solo dai propri leader.

Prima della guerra, il sionismo era più un movimento per un rinnovamento sociale ebraico che per un miglioramento economico. Aspirava a mettere fine in ogni modo alla vita anormale imposta agli Ebrei con il vecchio ghetto e con il nuovo antisemitismo. La guerra e le riparazioni post-belliche hanno cambiato radicalmente questo ideale. Il Trattato di Versailles, dislocando le unità economiche dell’Europa dell’Est, ha sconvolto tutte le posizioni di potere che occupavano gli ebrei in questa regione. Inoltre, tutti gli Stati creati in seguito hanno minato la loro carriera con un violento movimento antisemita il cui scopo era di estromettere gli Ebrei dalle posizioni che avevano in precedenza.
Il peggio fu che i paesi d’oltremare, che prima della guerra avevano assorbito il surplus della popolazione ebrea dell’Europa dell’Est calmando così la situazione, chiusero le porte alla nuova emigrazione. Gli Ebrei dell’Europa dell’Est – che significava all’inizio la Polonia, in quanto gli ebrei della Russia sovietica hanno trovato tutt’altra soluzione a questi problemi – si trovarono in una situazione pressoché senza confronti persino rispetto a tutta la loro storia lunga e tragica. Lo stato di sottomissione al quale i nazionalsocialisti in Germania stanno cercando di ridurre gli ebrei tedeschi è già stato sperimentato in Polonia.

In seguito a questi cambiamenti, gli aspetti e gli scopi originari del sionismo si sono completamente trasformati. Da centro spirituale qual’era, il Focolare Nazionale è diventato essenzialmente un rifugio economico. Da esperienza liberale soggettiva, il sionismo è diventato un movimento esclusivamente politico-utilitarista. La Palestina è diventata il paese principale dell’immigrazione ebraica. Gli ebrei hanno cominciato a convogliare lì speranze e aspirazioni che ancora non intravedevano né i sionisti di prima della guerra né gli artefici della Dichiarazione Balfour. La colonizzazione della Palestina è passata essenzialmente nelle mani degli ebrei polacchi, che hanno portato in quel paese un’immensa riserva di entusiasmo e di spirito imprenditoriale che è ancora di vecchio tipo e individualista, il genere che gli ebrei russi hanno cercato di abbandonare (un entusiasmo per la realizzazione di grossi affari e di fortune personali). I commercianti caduti in disgrazia, i piccoli trafficanti, gli uomini d’affari falliti, i sensali e tutta la classe media di quella risma, che non potevano più restare nell’Europa dell’Est, hanno cominciato a trasferirsi in Palestina in numero sempre crescente insieme al vecchio Halutz (pioniere e contadino ebreo). Queste persone andarono in Palestina non con la vecchia idea di trasformare la propria vita, ma con quella di trasformare il Paese per adattarlo alla loro vecchia economia; non per costruire un nuovo focolare su dei fondamenti sociali completamente nuovi, ma per ridar vita al vecchio principio: quello dell’ideale fascista della classe media del mondo intero.

È questa nuova immigrazione in Palestina che costituisce la base sociale ed economica del fascismo ebraico e ne fa il serio pericolo che esso è. I nuovi venuti non sono solo le vittime del fascismo ma anche i suoi seguaci spirituali. Vanno in Palestina non per un ideale quale che sia, ma perché tutti gli altri posti sono stati loro vietati e perché è l’unico paese dove possono insediare un fascismo che sia loro proprio e dove sia possibile far rivivere la gloria del loro mondo antico. E i recenti successi del Focolare Nazionale sono serviti a rafforzare queste speranze. In questo caso, questa cuccagna, come spesso capita, si è rivelata solo un parziale successo. L’attrattiva di questo posto fa arrivare anche le persone più indesiderabili con le speranze più indesiderabili.

Il carattere della Palestina sta già cambiando in modo evidente. L’agricoltura, il lavoro e la produzione stanno per essere oscurati dalla finanza e dalla speculazione. Le attività sociali stanno lasciando il posto ad interessi privati di tipo pernicioso. La speculazione fondiaria è sempre più aggressiva. L’impresa privata è in aperta concorrenza con i Fondi (fondiari) Nazionali e, in certi settori, i Fondi Nazionali hanno dovuto ritirarsi completamente. Tel Aviv sta diventando un metropoli europea in miniatura con tutti i mali e i problemi della civiltà occidentale non più controllata. Il boom continua. Gli speculatori, i mediatori, i piccoli commercianti, i piccoli trafficanti hanno trovato di nuovo la Terra Promessa. Queste persone vedono la loro rinascita nel Focolare Nazionale più seriamente di quanto faccia il Kampfsbund des Mittel-Klasses di Hitler.
La loro lotta contro i “marxisti” e il lavoro è ancora peggiore di quella dei nazisti. Difficilmente si trova nel mondo una comunità ebraica dove la lotta di classe sia così piena di odio e di veleno come oggi in Palestina, e nessun posto dove le lotte intestine siano così selvagge.
In breve, la riorganizzazione sociale ed economica della Palestina va verso una direzione fascista.

La minaccia del fascismo ebraico sembra a prima vista trascurabile. Il partito stesso, le sue Camicie Brune, i suoi campi militari all’interno della Polonia, le sue lotte contro il potere mandatario e contro il marxismo, i suoi tentativi di restaurazione della classe media ebraica, tutto questo sembra come l’imitazione di un dramma che non ha nessun fondamento nella realtà ebraica. Ma questa non è che una visione parziale del fenomeno. Un’analisi più approfondita rivela una situazione molto più complicata e minacciosa. Dietro la Palestina c’è sempre il sionismo, e questo movimento è così strettamente legato alla vita sociale ebraica del mondo intero che, se cede al fascismo, ai sentimenti fascisti si aprirà una breccia per diffondersi ed inondare tutta la comunità ebraica.
Il vero pericolo del fascismo ebraico non è nella sua forza organizzata, ma nell’influenza che esercita su altri partiti legati agli ebrei e che sono lontani dal fascismo. È stato il caso dei tedeschi, ed è vero anche per gli ebrei. Il movimento sionista, come tutti i movimenti nazionalisti, è il terreno più fertile per il fascismo.
Sotto forma di lagnanze e di rivendicazioni nazionaliste, i sentimenti fascisti possono facilmente passare inosservati, e questo è adesso il caso del fascismo. Il giudaismo ortodosso aderisce al programma fascista tanto in politica quanto in economia. Altri partiti, non così sinceri nelle loro convinzioni, sono sostenitori taciti delle istanze più estreme del fascismo.
In Polonia non c’è più alcuna distinzione fra la stampa sionista e la stampa fascista. In America la resistenza “rivoluzionaria” anti-britannica suscita molte simpatie. È vero che in Palestina i lavoratori stanno portando avanti una lotta dura e difficile, ma è una lotta solitaria che ha il solo sostegno di qualche personalità sionista liberale. Il grosso del movimento sionista gravita intorno al fascismo, anche se la maggior parte dei sionisti non ne sono coscienti, e la maggior parte negherà le accuse con indignazione, affermando che il loro nazionalismo è puro e non egoista, che non chiede niente agli altri, e che il loro “Grande Sionismo”, nome con cui il fascismo ebraico chiama se stesso, non ha niente a che vedere con la brutalità del fascismo tedesco.

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Questa situazione somiglia molto a quella che c’era in Germania prima del Marzo del 1933, quando la dittatura nazista con le sue Case Brune, e i suoi campi di concentramento, non era ancora stata ufficialmente proclamata, ma che fu resa possibile grazie all’accettazione tacita e al sostegno da parte di tutta la parte nazionalista della società tedesca.
Non c’era nemmeno un tedesco nazionalista, di qualsiasi partito fosse, che non pensasse dentro di sé quanto i nazisti dicevano al mondo intero, e che non fosse convinto della giustezza delle proteste e del diritto delle rivendicazioni naziste. È questa disintegrazione morale della società non nazista, non le orde dell’hitlerismo, che portò alla vittoria dei fascisti in Germania. Oggi esiste la stessa disintegrazione e lo stesso pericolo tra gli ebrei.

Non si deve dimenticare che negli ebrei predomina la classe media, e che questa classe è stata rovinata più massicciamente tra gli ebrei che tra tutti gli altri popoli. Mentre altre nazioni hanno importanti classi agricole e industriali per compensare la perdita della classe media, gli ebrei non hanno niente di tutto questo. La rovina della classe significa allora la rovina della nazione. Inoltre, l’esplosione dell’antigiudaismo in Germania ha aggravato una tragedia che difficilmente poteva essere aggravata. Questo ha rivelato che gli ebrei non hanno semplicemente delle forze che lavorano contro di loro, ma sono circondati da tutte le parti da un odio amaro e personale che non ha uguali in questi tempi moderni. Prima, gli ebrei hanno trovato l’ostilità delle persone, ma mai delle forze sociali alleate a dei nemici personali. Il fondamento essenziale della loro esistenza economica viene loro sottratto sotto i piedi. Il comunismo da una parte e il fascismo dall’altra lavorano entrambi all’eliminazione degli ebrei dalle posizioni che questi occupano nella classe media. Il comunismo lo fa in modo costruttivo e con qualche riguardo, il fascismo in modo distruttivo, con odio e malanimo, ma entrambi vanno nella stessa direzione. Sicuramente non ci sbagliamo sull’evoluzione delle cose per gli Ebrei. L’era dell’individualismo, che è stata loro completamente favorevole sta per essere superata. Essi dovranno ricostruire la loro vita economica così come hanno fatto nella Russia sovietica.

Che una parte degli Ebrei che lottano sotto una tale pressione si rivolga al fascismo per conservare le proprie posizioni, non deve sorprenderci. Ma se il sionismo si mostra così cieco come il nazionalismo tedesco e, spinto da ingiustizie nazionali legittime e dalla disperazione economica, apre le porte al fascismo, la disintegrazione morale che si creerà non sarà minore di quella che portò alla formazione delle Case Brune e dei campi di concentramento. Il crimine del sionismo sarà ancora più grave, in quanto avrà di fronte, come esempio, la lezione del nazionalismo tedesco, e non ha la scusa dell’ignoranza e dell’accecamento. Il Sionismo sta per scatenare una terribile battaglia. Esso lottaIl lutte non seulement pour sa propre âme mais aussi pour l’existence physique du peuple juiflLa non solo per la sua anima, ma anche per l’esistenza fisica del popolo ebraico.

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Ecco qui un testo che non manca di sorprendere, forse di scandalizzare e, in ogni caso, di scalfire le nostre convinzioni più ferme sulla natura del giudaismo contemporaneo divenuto agli occhi di tutti l’immagine stessa dell’antifascismo. Questa immagine, creata in gran parte dal mito dell’Olocausto e da un oceano di imprecazioni anti-naziste, va in pezzi quando riesumiamo i documenti storici e risaliamo il corso della storia e percorrendo le sue strade interdette.

L’avventura del giudaismo contemporaneo post-assimilatorio, detto sionismo, non è un’avventura fortuitamente nazista, come sostiene l’autore de La minaccia del Fascismo Ebraico: è l’avventura stessa del nazismo europeo incubata all’interno degli ambienti ebraici alla fine del secolo scorso. La rottura consumatasi fra il nazismo ebraico e il nazismo ariano a partire dalla presa di potere di Hitler in Germania, lungi dal costituire una rimessa in questione dei principi del nazismo ebraico, fu occasione al compimento della logica ideologica e politica congiunta dei due nazismi, e cioè della radicale separazione degli Ebrei e degli Ariani su una base puramente razziale. La logica dell’ebraismo nazista è oggi interamente realizzata, con la creazione di una razza ebraica distinta dal resto dell’umanità e retta da pratiche specifiche, da eccezioni e da privilegi entrati nelle consuetudini repubblicane e democratiche “universaliste”, senza che nessuno trovi niente da ridire. L’accettazione della anormalità del giudaismo all’interno della comunità umana è un semplice riadattamento dello spirito razziale ebraico nazionalsocialista alle condizioni del dopo-guerra. La guerra ha messo fine all’esperienza razziale ariana e alla sua aspirazione ad un nuovo ordine razziale mondiale. Il nuovo giudaismo razziale realizza l’ideale razziale nazista e ariano, ma spogliandolo della sua pretesa di essere un modello universale. Il giudaismo contemporaneo appare piuttosto come un nazismo egocentrico che rifiuta violentemente – dopo averlo accettato e giustificato – ogni tentativo di ricostruzione razziale ariana come l’incarnazione del male assoluto, ma che tollera e persino incoraggia il principio razziale delle altre culture con lo scopo evidente di normalizzare il proprio statuto razziale eccezionale. Il giudaismo contemporaneo ha creduto di poter esorcizzare il suo demone razziale instaurando un sistema di tabù linguistici, ma questo non inganna nessuno: il famoso “diritto alla differenza” non è che un eufemismo del “diritto alla razza” cantato in duetto, tra le due guerre, da ebrei e ariani con un’unica voce e ballato sulla stessa musica.

Il testo di Zukerman, datato 1934, ci restituisce in parte questa connivenza ideologica e politica tra le due “razze”. Questo capitolo della storia dei legami genetici tra le due razze “nemiche” è uno dei tabù storiografici contemporanei. Non sorprende quindi che il problema sia stato quasi completamente eluso fino ad oggi dalla storiografia contemporanea, con la notevole eccezione -ancora più lodevole in quanto proveniente da un ebreo americano di sinistra – di Lenni Brenner, che ha studiato le origini naziste del sionismo in due libri ben documentati: 1) Il sionismo nell’Età dei dittatori, Londra e Canberra, Westport, 1983, e 2) The Iron Wall [Il muro di ferro], il revisionismo sionista da Jabotinsky a Shamir, London: Zed Books, 1984.

Questa lacuna della storiografia contemporanea costituisce una dimostrazione, fra le tante, dell’esistenza di un totalitarismo ideologico ancora in vigore ai nostri giorni nella società occidentale e il cui obiettivo è quello di costruire su misura una storiografia conforme agli interessi del fascismo ebraico contemporaneo. È tempo che la verità venga alla luce e che il sionismo sia conosciuto sotto la sua vera identità, come primo movimento politico razzista europeo, sul modello del quale si crearono i movimenti nazista e fascista della prima metà del nostro secolo.

Il testo di Zukerman su “La minaccia del Fascismo Ebraico” è una delle tante testimonianze che possediamo da parte di un certo numero di sionisti ingenui che si scandalizzavano davanti allo spettacolo che offriva loro la comunità ebraica conquistata dall’ideologia nazista dopo la presa del potere da parte di Hitler. Questa infatuazione nazista si spiega con una ragione molto semplice: la comunità ebraica del 1933 era stata soggetta ad un indottrinamento razziale völkisch durato almeno un terzo di secolo, visto che era anteriore alla costituzione ufficiale del sionismo politico al Congresso di Basilea del 1897. Questo sionismo ha diffuso la tesi della conservazione e della purezza delle razze ariana ed ebraica e dell’impossibilità e dell’immoralità della loro mescolanza, e ha portato i sionisti a rimettere in dubbio le acquisizioni dell’emancipazione ebraica, considerate come un attentato ai fondamenti razziali del giudaismo.

L’adesione del giudaismo alla modernità, lo spogliarsi del suo rivestimento nazionale e razziale, la sua normalizzazione attraverso il suo allineamento allo stesso statuto delle altre religioni europee, tutto questo è stato rimesso in gioco dalla nuova ideologia ebraica romantica e razziale, nella speranza di fare del giudaismo una forza mistica razziale di dominio mondiale. Questa chimera sembra essere stata ispirata inizialmente dal movimento panslavo russo, che aveva subito esso stesso l’influenza del romanticismo tedesco, e che aveva avuto qualche adepto in Russia verso gli anni 70 e 80 del XIX secolo. E’ in gran parte grazie a questo movimento mistico panslavo che apparsero i primi gruppi sionisti in Russia, i quali non tardarono a mettere in pratica la loro nuova ideologia razziale in Palestina, come il movimento degli Amanti di Sion e degli Amici di Sion. Questa opzione radicale all’interno del giudaismo slavo non è stata completamente innocente, nel momento in cui l’opera del secolo dei Lumi all’interno degli ebrei dell’est ha dato impulso al movimento dell’Haskala che ha optato per l’emancipazione, la modernità e l’integrazione ebraica nel movimento europeo. E’ contro questo progetto che gli ebrei integralisti scelsero la via del conservatorismo razziale la cui pietra miliare fu naturalmente la Palestina. Un forte movimento ebreo razziale antiliberale e antiumanista si mise allora in moto a partire dai Paesi dell’Europa dell’Est per invadere poco a poco l’Europa centrale e più precisamente la Germania, dove giocò un certo ruolo nella diffusione dell’ideologia völkisch razziale e antioccidentale, ripresa e amplificata da par loro dagli “ariani”.

Questa origine russa del movimento politico-razziale europeo è illustrata dagli ideologi russi fondatori del sionismo: Peretz Smolenskin, Leo Pinsker, Eliezer Ben Yehouda, Ahad ha Am, Menahem Ussishkin… Così i primi movimenti europei völkisch sono formati da loro, dai gruppi sionisti russi degli Amanti di Sion e degli Amici di Sion. Se questi movimenti sono di ispirazione filantropica – salvare gli ebrei russi dai pogrom aiutandoli ad installarsi in Palestina – sono comunque imbevuti di un’ideologia antiliberale e antioccidentale. Rifiutano la tendenza liberale e progressista incarnata dal movimento ebraico Haskala, che qualificano di Berliner Lügenaufklärung (I Lumi della menzogna di Berlino). Alla fine dell’800 il giovane filosofo ebreo austriaco Martin Buber sviluppa questa ideologia sotto la denominazione di Kulturzionismus, che ispirerà l’ideologia razziale ariana.

Il nazionalsocialismo è il prodotto della deviazione ideologica e politica dell’ideale socialista del XIX secolo verso i valori mistico-razziali coltivati sia dal movimento romantico völkisch che dalla tradizione religiosa e razziale ebraica. Il primo movimento politico europeo a realizzare questa mescolanza razziale e socialista è il sionismo. Servirà, qualche decennio più tardi, da modello al nazionalsocialismo hitleriano a partire dalla fine del primo conflitto mondiale.

Uno dei primi ideologi a realizzare questa razzializzazione del socialismo è il sionista russo Nachman Syrkin (1868-1924), nato a Mogilev, in Bielorussia. Dopo aver frequentato i circoli rivoluzionari russi e militato all’interno degli Amanti di Sion, si trasferisce a Berlino nel 1888 dove fonda la Società Scientifica Giudeo-Russa, che forma le grandi figure del sionismo mondiale, come Chaïm Weizmann e Leo Motzkin. Nel 1898, due anni dopo la pubblicazione del libro di Herzl su “Lo Stato degli Ebrei”, Sykin pubblica, nella rivista mensile austriaca Deusche Worte, il suo articolo “La Questione Ebraica”,[5] dove sviluppa per la prima volta l’idea di un nazionalismo socialista ebraico (p. 312-313), che avrebbe dovuto sostituirsi al socialismo internazionalista.

Questa idea socialista razziale non tarda ad incarnarsi all’interno di un movimento politico fondato in Palestina dai giovani coloni ebrei di Russia: il partito Ha Po’el HaZa’ir, o “Giovani lavoratori”, creato al tempo della seconda Alyah nel 1904 a Petah Tikvah. Il programma nazionalsocialista di questo partito si riassume ne “la conquista in terra di Israele di tutti i settori del lavoro da parte degli ebrei”.[6] Si tratta di realizzare un programma di conquista razziale della Palestina tramite l’ideologia e la pratica della “conquista del lavoro”. E’ la prima emergenza della dottrina del “lavoro” come principio politico e mistico che ispirerà più tardi l’hitlerismo. L’ideologia del Ha Po’el HaZa’ir si è evoluta dalle origini fortemente antimarxiste rigettando i principi della lotta di classe e dell’internazionalismo come contrari ai principi stessi del sionismo. Questi principi furono quelli del partito marxista sionista Po’alei Zion, fondato nello stesso periodo in Palestina e che subì all’inizio degli atti di aggressione da parte del partito Ha Po’el HaZa’ir. Con Ahron David Gordon, l’ideologia del “lavoro” di quest’ultimo partito ha conosciuto un approfondimento mistico aprendosi ad una nuova dimensione “assoluta” e “cosmica”. Gordon introdusse nella mistica del lavoro la critica romantica della tecnica che l’hitlerismo riprenderà in seguito. Ma bisognerà attendere la fine della prima guerra mondiale affinché l’idea nazionalsocialista arrivi alla maturità con Victor Chaim Arlosoroff, che inventò, sotto l’influenza delle idee völkisch dei filosofi sionisti Gustav Landauer e Martin Buber, il termine di Volkssozialismus,[7] o Nazional-socialismo, nome che indica ormai il partito sionista Ha Po’el HaZa’ir, e che sarà qualche anno più tardi, ripreso dal Partito Operaio Tedesco di Adolf Hitler.

Parlare di un sionismo nazista è come pronunciare un pleonasmo: il nazional-giudaismo è essenzialmente l’opzione fascista europea che ha rifiutato il sistema liberale, democratico e umanista della Rivoluzione Francese a favore dell’opinione razziale e mistica veicolata dal movimento romantico tedesco e dai suoi tanti replicanti del XIX secolo. Il sionismo ha conosciuto, durante la sua storia, una vasta gamma di combinazioni ideologiche e politiche che vanno dall’estrema destra all’estrema sinistra, dall’aristocrazia al populismo, dal totalitarismo all’anarchia e dal razzismo all’umanismo: ma tutte queste sfumature si sono mosse nella stessa direzione, quella della logica razziale, della logica del ghetto e della settarismo. Tutte queste tendenze sono finite, prima o poi, verso la stessa direzione, quella dei valori razziali, che fossero o no travestiti da principi umanisti.

La rivendicazione umanista del giudaismo contemporaneo è un’impostura storica ed ideologica. È impostura storica per la genesi stessa del sionismo, visto che si presenta come protesta contro i principi umanisti, universalisti e liberali, della Rivoluzione Francese a favore del principio della razza. La storiografia attuale pensa di poter affermare un po’ frettolosamente che il “sionismo può essere considerato come l’ultimo movimento nazionale europeo”,[8] trovandogli una legittimità storica confrontabile a quella delle nazioni europee fondate sulle idee liberali e rivoluzionarie. Questa giustificazione tardiva è stata smentita dagli stessi ideologi sionisti che, dall’inizio del movimento sionista, hanno rifiutato tutte le somiglianze ideologiche del loro movimento con quelle del movimento europeo liberale delle nazionalità. Come Hess, Pinsker, A’had Ha’Am, Herzl, “nessuno non ha mai stabilito analogie tra il genere specifico della questione ebraica e gli elementi dei movimenti nazionali degli altri popoli oppressi”, ci ricorda il sionista Adolf Bohm nella sua monumentale storia del sionismo, edita nella capitale del III Reich nel 1935.[9]

Quanto alla vera impostura ideologica, che costituisce la rivendicazione umanista proclamata dal giudaismo sionista contemporaneo, essa è illustrata da uno degli ideologi del nazional-giudaismo, Aaron David Gordon, che mostra quello che bisognava capire con la rivendicazione umanista da parte del giudaismo: “Noi gridiamo sempre il motto Umanità più forte degli altri, non perché siamo superiori agli altri, ma perché “Umanità” è un’astrazione, un concetto campato in aria. Nella vita non ci sono che i Völker (popoli). E noi, anche se gridiamo “Umanità”, lavoriamo solo per il Volk nel quale viviamo (…) il nostro mondo spirituale è fatto di vento e di etere”.[10] Questo sguardo ingenuo sui contenuti spirituali del sionismo e la sua impostura umanizzante elevata a sistema ideologico spiega ancora oggi, e oggi più che mai, l’ipocrisia della rivendicazione dell’umanismo e dei diritti dell’uomo da parte dal giudaismo contemporaneo, una rivendicazione fatta “di vento e di etere”, perché il suo vero mondo spirituale è e resta dominato dal principio razziale e settario.

L’identità del sionismo con il nazismo è vera geneticamente, anche se storicamente ha subito delle distorsioni che non devono in alcun modo portare a farci delle illusioni. L’atteggiamento di alcuni ideologi sionisti, soprattutto da parte di Theodor Herzl, verso l’antisemitismo mostra un gioco di specchi, ovvero la relazione dialettica che fonda il progetto ideologico sionista come progetto razziale, dove il “nemico” funziona come provocatore o come concorrente, ma mai come il vero nemico o il vero ostacolo alla realizzazione del progetto sionista. Il sionismo guarda con orrore nello specchio dell’antisemitismo la sua propria immagine. Sa che il suo destino è quello di quest’immagine, e lo dice (Herzl, e soprattutto Nahum Goldmann). L’identificazione con questa immagine orribile impedisce ogni discorso su quest’immagine, da qui il tabù di questo “nemico”. Il rapporto diventa subito feticista, e cioè di un tabù dell’immagine visiva e non del suo contenuto. La croce uncinata, l’uniforme, le espressioni tipiche, diventano oggetti vietati, non il loro significato. È un accanimento in piena regola contro l’immagine tabù, che è di per sé un’ imitazione negativa dello status dell’immagine nella pratica pagana del nemico. L’iconoclasta divide lo stesso principio con l’idolatra. Vietare la svastica è renderle il migliore degli omaggi, ed, in ogni caso, significa riconoscerle il suo potere, e se questo potere ha già raggiunto il regno dei morti, significa perpetuarlo.

E’ vero che a volte è difficile distinguere l’originale dalla sua copia, tanto si somigliano. Solo la cronologia può, in questo caso, togliere ogni ambiguità. Non ricorderemo mai abbastanza che il sionismo ha preceduto l’hitlerismo. Nell’articolo di William Zukerman che stiamo commentando, l’autore passa in rivista l’identità delle pratiche politiche dei sionisti e degli hitleriani, per esempio il BrithTrumpeldor e il BrithChail da parte sionista, che corrisponderanno successivamente alle truppe d’assalto (SA) e alle sezioni di sicurezza (SS) degli hitleriani. Sembra che queste strutture militari siano nate lo stesso anno, nel 1923, sia da parte sionista che da parte hitleriana. Il Bétar, abbreviazione di Berit Trumpeldor, è la denominazione corrente di un movimento della gioventù sionista militarizzata creato in Russia nel 1923, che aveva stretti legami con la Palestina dove il movimento nazista ebraico Ha Po’el HaZa’ir (Histadrut) esisteva già da 18 anni. Quando il Bétar e il suo alleato Histadrut conducevano in Europa o in Palestina la guerra contro la gioventù socialista sionista, quest’ultima non mancò di denunciare il carattere nazista del Bétar, che esibiva gli stessi segni esteriori dei nazisti, in particolare indossando camicie brune. Ora, queste camicie brune del Bétar non sono state copiate dai nazisti, ma è vero il contrario, come riconosce il Bétar stesso, i cui portavoce “affermeranno che il colore “rosso-bruno” delle loro uniformi [quelle del Bétar] simbolizza la terra di Erez Israel [la Palestina], e che in ogni caso furono adottate all’inizio degli anni ’20, precedentemente alla presa del potere dei nazionalsocialisti tedeschi”[11].

Altre ricerche hanno permesso di accertare senza dubbio quest’origine ebraica delle camicie brune e delle SA e SS conosciute più comunemente come hitleriane. Ma, ancora una volta, sarebbe illusorio classificare questa tendenza militarista del sionismo come specificatamente nazista, contrariamente ad altre caratteristiche che non lo sarebbero o lo sarebbero in parte. Questa tendenza militarista è più diffusamente conosciuta sotto l’appellativo di revisionista e rappresenta uno dei movimenti più importanti nella storia del sionismo. Il nucleo fondante del revisionismo sionista data dalla prima guerra mondiale, durante la quale un gruppo di immigrati ebrei russi installatisi in Palestina, formarono, sotto la spinta del loro capo Vladimir Jabotinsky, una Legione ebraica con lo scopo di combattere a fianco degli inglesi. Nel 1921, il gruppo fondò a Berlino un settimanale in lingua russa, il Razsvet, che fu pubblicato fino al 1933. Questo gruppo si oppose con forza alla politica del sionismo ufficiale, incarnata dall’Organizzazione Sionista Mondiale di Chaim Weizmann, in nome di un ritorno ai principi originari del sionismo, come furono concepiti da Theodor Herzl, vale a dire un sionismo politico che doveva definire un programma pratico in vista della colonizzazione attiva e forzata della Palestina tramite una forza armata diretta sia contro la potenza mandataria inglese che contro la popolazione araba della Palestina. Questo programma militarista non ha, evidentemente, niente che lo distingua in linea di principio dal sionismo; esso è l’incarnazione stessa di una politica che si vuole semplicemente conseguente con questo principio. Non ha niente a priori che la possa classificare nella categoria degli estremisti o dei delinquenti. D’altronde a questo gruppo hanno aderito delle rispettabili personalità sioniste come Richard Lichtheim, Robert Striker, Jacob de Haas[12], il poeta Jacob Cohen e molti altri. Questa corrente ha conosciuto un successo così rapido da convocare la propria riunione costitutiva nel 1925 a Parigi, prendendo il nome di Unione dei Sionisti-Revisionisti. In quell’anno i revisionisti inviarono quattro delegati al 14° Congresso sionista, ma i loro rappresentanti non tardarono ad arrivare ai 52 delegati del 17° Congresso tenuto nel 1931, vale a dire al 25% dei delegati totali. Ed è solo nel 1935 che i revisionisti si ritirano dall’Organizzazione Mondiale Sionista per fondare un’organizzazione concorrente, la Nuova Organizzazione Sionista.

La reputazione fascista che si è incollata ai revisionisti attiene più a dei fatti simbolici e politici che a ragioni ideologiche riguardanti i principi stessi del sionismo: oltre alla propria politica antisocialista e antiproletaria, si rimprovera al revisionismo la sua collaborazione attiva con Mussolini, il quale li considerava degli autentici fascisti tanto da far addestrare dalle famose Camice nere uno squadrone del Bétar nella Scuola Marittima di Civitavecchia. Questo fu all’epoca dell’inaugurazione del quartier generale dello squadrone italiano del Bétar, nel marzo 1936; il fatto ci fornisce dei dettagli che mostrano fino a che punto i fascisti del Bétar si stavano mescolando con i loro omologhi italiani. La rivista sionista italiana L’Idea Sionista riporta, in effetti, questo dettaglio al momento della cerimonia inaugurale: “Un triplo grido ordinato dall’ufficiale comandante lo squadrone: “Viva l’Italia! Viva il Re! Viva il Duce!” risuonò, seguito dalla benedizione che il rabbino Aldo Lattes invocò in italiano ed in ebraico per Dio, per il Re e per il Duce. “Giovinezza” (l’Inno del partito fascista) fu intonato dai soldati del Bétar con molto entusiasmo”.[13] L’Enciclopedia Giudaica (T.4, p. 715) precisa anche che questa scuola fascista promosse 150 marinai ebrei che “più tardi ebbero un ruolo importante nella creazione della marina mercantile e militare israeliana”. I revisionisti instaurarono il culto del Leader e diedero al loro capo, Vladimir Jabotinsky, il nome di Rosh Bétar, un titolo simile a quello di Führer o di Duce.

Per quanto compromettenti possano essere questi fatti – e tanti altri! – per l’immagine del sionismo e del giudaismo oggi trionfanti, non sono altro che dei dettagli. Questi dettagli non aggiungono niente alla natura profondamente razzista e anti umanista del progetto sionista la cui motivazione essenziale, e anche esclusiva, è la ricostituzione di una razza ebraica secondo le norme del romanticismo razziale del XIX secolo. Tutte le sfumature che noi ritroviamo all’interno della galassia sionista sono “fasciste” allo stesso modo. La differenza sta solo nel modo, non nella rappresentazione che fanno del giudaismo, che resta per loro intoccabile: un giudaismo razziale non assimilabile al resto dell’umanità.

Noi non possiamo essere d’accordo con William Zukerman quando considera il fascismo ebraico come una deviazione rispetto all’ideale originario del sionismo. Abbiamo dimostrato che questa “deviazione” che ha preso il nome di “revisionismo” non fa altro che ritornare allo spirito originario del nazional-giudaismo e dei suoi fondatori. La fragilità della tesi di Zukermann appare pienamente quando egli avanza l’idea che il sionismo originale “aspirava a mettere fine ad ogni vita anormale imposta agli ebrei con il vecchio ghetto e con il nuovo antisemitismo”. Al contrario, tutta la letteratura sionista prima della Grande Guerra ha rivendicato a voce alta la sua volontà di restaurare il ghetto come unico rifugio sicuro per la razza ebraica, e ha riconosciuto all’antisemitismo il suo valore di baluardo contro l’assimilazione che, ai suoi occhi, minacciava il giudaismo. Zukerman si sbaglia anche quando sostiene che “Da centro spirituale, il Focolare Nazionale è diventato essenzialmente un rifugio economico” nel momento del trionfo del fascismo mondiale e tra le masse ebree in particolare. L’aspetto economico esisteva anche prima dell’apparizione del sionismo politico di Hertzl.

D’altra parte l’analisi di Zukerman resta lucida per quel che riguarda la minaccia effettiva della fascistizzazione accelerata delle masse ebraiche dopo la presa del potere da parte di Hitler. Lo stesso processo di nazificazione della società tedesca tra le due guerre ha colpito il giudaismo mondiale nel suo insieme, con la stessa intensità e con lo stesso risultato. Il revisionismo, che aveva l’aspetto di un radicalismo eccessivo, perché si è semplicemente adeguato alla logica sionista, ha finito per aderire a tutte le sfumature del sionismo, comprese le più pacifiste e le più concilianti. Il programma massimalista portato avanti dal partito “fascista” ebraico alla fine ha trionfato politicamente con la creazione dello Stato ebraico e la deportazione massiccia delle popolazioni arabe fuori dalla Palestina. L’ideologia della “razza” ebraica è diventata un dato così naturale ed evidente come l’ideologia della “razza” ariana presso i Tedeschi e presso gli Ebrei. La nazificazione del giudaismo, contro la quale Zukerman tentava di mettere in guardia i suoi contemporanei, si è oggi realizzata in tutta la sua perfezione, tanto che oggi il punto di vista di Zukerman oggi sembra addirittura incongruo: togliere l’aspetto razziale al giudaismo significherebbe condannare a morte il sionismo.

La rottura così radicale con il nazismo, che il giudaismo contemporaneo ha istituito agli occhi del mondo intero, è la conseguenza della logica stessa dell’ideologia razziale, che porta in sé l’esclusione. Il sionismo ortodosso, quello dell’Organizzazione Sionista per la Germania, si è a lungo cullato nell’illusione di una coesistenza pacifica tra le due comunità, quella ariana e quella ebraica, entrambe fortemente legate al concetto della razza, sia socialmente che ideologicamente, su una stessa terra, la Germania, e nell’ambito dello stesso Stato razziale. Questa utopia razziale fu sviluppata dall’Organizzazione Sionista Mondiale come soluzione logica alla presenza del giudaismo all’interno di una comunità razziale straniera maggioritaria. E qui arriviamo al dilemma che ha preoccupato il giudaismo sionista nella gestione di una diaspora chiamata a preservare la sua identità in un ambito straniero non meno razziale. E’ che la strategia sionista originale mira chiaramente ad un ritorno a Sion. Con la Dichiarazione Balfour il sionismo ha accettato, sotto la pressione di un movimento ebraico antisionista, la permanenza di una parte della diaspora all’interno dei paesi “stranieri”. Questa nuova filosofia ha indotto una sorta di mescolamento ideologico dove la rivendicazione razziale si trova ad essere accoppiata al principio liberale antagonista, principio senza il quale la presenza di un’identità razziale straniera all’interno di una comunità nazionale sarebbe impossibile. Questo è vero negli ambienti liberali occidentali.

Ma le cose cambiano un po’ dopo l’avanzata dell’ideologia razziale in Europa, che fu accolta positivamente dal giudaismo sionista nella speranza che l’identità ideologica tra sionismo e nazismo potesse costituire la soluzione naturale e ideale di fronte ad una diaspora che si trovava, per così dire, in un ambiente più naturale che l’ambiente “bastardo” gli veniva offerto da una società liberale. Questa coesistenza armoniosa fra Ariani e Ebrei non traeva più
la sua giustificazione dal principio del liberalismo ma dal principio razziale stesso: il rispetto della razza. E’ con questo stato d’animo che il sionismo ha accolto Hitler con soddisfazione, anche con speranza, la speranza non solamente di promuovere l’ideologia razziale nell’ambito della diaspora ma anche di trovare in lui un ascoltatore più attento alle rivendicazioni razziali in terra palestinese. Questa fu la dottrina dell’Organizzazione Sionista per la Germania, portata avanti soprattutto dal suo portavoce Robert Welsch.

Otto mesi dopo la presa del potere di Hitler, Joachim Prinz, ideologo sionista del giudaismo tedesco fa un bilancio ottimista della storia del giudaismo in Germania. Per Prinz,

E’ una verità e una realtà che cento anni di emancipazione e centinaia di anni di vita qui [in Germania] sono stati sufficienti per fare dei valori della cultura tedesca la proprietà sacra e inalienabile degli ebrei. […]. Tuttavia, non vogliamo dimenticare che questo patrimonio non è semplice per noi, e nemmeno senza problemi, e senza dimenticare che noi lo assumiamo come ebrei. Noi non vogliamo riscattare niente, non vogliamo chiedere niente, in nome del nostro amore per la Germania e per tutto quello che lei ha generato. La professione di fede per un volktum [razza] non potrà essere portata avanti che con uno Stato liberale. E’ proprio questa professione di fede che è oggi alla base della nuova visione delle cose [klärung]. E’ oggi che questa professione di fede [razziale] costituisce il punto di partenza dell’organizzazione della nostra vita all’interno dei popoli. Ne risulta, a partire da qui, la linea direttrice della nostra posizione all’interno dello Stato. Ovunque veniamo percepiti come estranei, è necessario che ci sia consentito di avere una vita culturale nostra. Solo l’educazione degli ebrei coscienti di sé stessi preserva i popoli dalla scomparsa delle frontiere tra di loro. [] L’uomo ebreo, così educato, accetterà con rispetto i valori della cultura della sua patria [Heimatland]. Ma la coscienza del suo proprio Volktum lo preserverà dal diventare un letterato senza patria [Heimat].
Dal momento in cui riconosciamo che l’epoca liberale ha provocato, come una tragica necessità, la de-giudaizzazione e la denazionalizzazione degli Ebrei, si saprà allora cosa può succedere in uno Stato nazionale antiliberale. Noi vogliamo la nuova strada e i nuovi Ebrei. Temiamo che molti non comprenderanno i nostri tempi e ci combatteranno, e continueranno a combattere contro di noi con tutti i vecchi errori della lotta per l’emancipazione. Sarà fatica sprecata. La strada dell’Ebreo in Germania non può essere altro che la strada del suo destino ebraico. Nessun Clermont-Tonnerre, alzandosi, potrà dire “tutti i diritti come uomini e nessuno come ebrei”. La nostra emancipazione non può essere che un’emancipazione come gruppo nazionale. Gli ebrei come “uomini e basta”, è un sogno che è già archiviato.
[] La questione ebraica e la sua soluzione non sono così facili. Esigono una decisione dura ed un lavoro ferreo. Questo lavoro avrà un solo scopo: un popolo la cui storia ne ha fatto un-popolo-che-non-lo-è-più, e che, da questo fatto, ha creato alle nazioni e alla loro vita una serie di problemi, un tal popolo deve tornare ad essere una vera nazione. Ma il diventare nazione significa il ritorno del giudaismo alla sua antica patria [Heimat]“.[14]

L’arrivo al potere di Hitler ha cristallizzato l’essenza fascista del nazional-giudaismo e ha “chiarito” la situazione sia da parte ebraica che da quella ariana. La vittoria del nazismo hitleriano, che fu allo stesso tempo quella del nazismo ebraico, ha posto un termine alle illusioni del liberalismo e dell’emancipazione a vantaggio di un “nuovo ordine” razziale völkisch ariano-giudeo. A partire dalla salita al potere di Hitler, furono prese delle misure per la realizzazione della soluzione nazionalista razziale della questione ebraica con lo stesso spirito che era stato formulato dal sionismo: la creazione di un’istituzione culturale ebraica , la Kulturbund deutscher Juden (Lega Culturale degli Ebrei Tedeschi), che era un vero e proprio ghetto culturale per separare la cultura ebraica da quella tedesca; le leggi razziali di Norimberga, che soddisfarono le rivendicazioni sioniste dopo il loro Primo Congresso del 1897; delle misure discriminatorie in favore della propaganda sionista e contro gli ebrei antisionisti ostili alle ideologie razziali; un programma di immigrazione massiccia degli Ebrei verso la Palestina; e altro ancora…

Nell’aprile del 1933 i nazisti, per rappresaglia contro la dichiarazione di guerra economica nei loro confronti scatenata da istanze ebraiche a livello mondiale, dichiararono una giornata di boicottaggio ai negozi ebrei tedeschi (in un giorno sabbatico!). Il quartier generale del giudaismo mondiale scommise allora su una carta in quel momento giudicata più profittevole a medio termine e capace di accelerare la creazione dello Stato ebraico: la carta della guerra mondiale, quella che aveva già mostrato la sua efficacia durante la prima guerra mondiale con la Dichiarazione di Balfour, e che aveva per la prima volta sdoganato le idee sioniste. Da allora il giudaismo sionista mondiale dichiarò guerra alla Germania portando, come argomento di guerra, la lotta contro il fascismo e riuscendo a far migrare nel campo del fascismo sionista non solo le potenze occidentali ma soprattutto le masse ebree non ancora contaminate dal virus sionista.

Questo programma bellicoso e anti-tedesco (e non anti-fascista!) fece cadere di fatto la coesistenza pacifica tra fascismo ebraico e ariano e fu il primo responsabile delle misure anti-ebraiche presa dalla Germania di Hitler prima e durante il conflitto mondiale. Questo scacco alla coesistenza pacifica venne percepito, a torto, dai nazisti ebrei come un tradimento imperdonabile. Si arriva allora a denunciare le brutalità dell’antisemitismo nazista, ma mai il principio razziale. Quello che avvicinava il sionismo al nazismo era la pretesa di una superiorità razziale, non la sua ideologia, come se il principio razziale non potesse condurre, presto o tardi, alla superiorità razziale. E’ diventato persino “osceno” cercare il “perché” del divorzio fra il razzismo ebraico e quello ariano. La guerra che ha contrapposto i due titani del razzismo si è semplicemente conclusa con la vittoria del giudaismo sull’arianesimo.

Ormai ogni espressione dell’”identità” ariana è vietata, e qualsiasi dibattito su quest’argomento è diventato tabù. Solo l’espressione dell’“identità” ebraica è permessa. E’ la semplice vittoria di una “razza” sull’altra. Oggi questa vittoria della “razza” ebraica sulla “razza” ariana si è tramutata in una vittoria sull’umanità intera. E’ l’intera umanità che, grazie a questa paranoia razziale, si è resa responsabile collettivamente e per l’eternità di un crimine genocida e allucinante prodotto da uno spirito razzista. Questo è il nuovo aspetto della “minaccia del fascismo ebraico” nel 1990, una minaccia che forse non è mai stata tanto attuale e tanto grave come oggi. La facilità con la quale il fascismo si è impadronito delle masse ebraiche dopo mezzo secolo di incubazione non può che renderci più scettici di fronte al comportamento di questo neo-giudaismo nella sua professione di fede e nelle sue mire fasciste. Questo scetticismo è piuttosto una certezza, se si osserva la continuità dell’ideologia razziale ebraica e la politica di dominazione mondiale del giudaismo, politica confrontabile e forse più pericolosa di quella del nazismo di Hitler.

Il fascismo ebraico contemporaneo ha una grande responsabilità nell’aumento attuale delle tensioni regionali, che non cessano di proliferare in nome della razza, dell’identità e delle religioni. Le correnti razziali e integraliste di grandi gruppi dell’umanità sono dati dominanti di questa fine secolo, e questo processo è oggi sobillato dalla dominazione del giudaismo fascista mondiale.

Il pericolo più grave che minaccia ai nostri giorni la pace nel mondo è proprio il fascismo ebraico,
che oggi esercita la sua influenza deleteria ed insidiosa sotto la copertura dei principi stessi che combatte: la libertà, l’umanesimo e l’universalismo. Finché non riusciremo a smascherare il fascista che si nasconde dietro l’ebreo sionista, come invece aveva fatto Zukerman più di mezzo secolo fa con coraggio e con lucidità degni di una profezia ebraica, la nostra lotta per l’uomo, per il progresso e per la pace resteranno un’utopia.[15]

[1] Traduzione a cura di Andrea Carancini. Il testo originale di Mondher Sfar è disponibile in rete all’indirizzo: http://www.vho.org/F/j/RHR/2/Sfar65-86.html
[2] “La minaccia del fascismo ebraico”, Nation, n°138, 25 Aprile 1934, pp. 465-467, e 27 Giugno 1934, pp. 733-734.
[3] Allusione al 17° congresso sionista mondiale di Basilea dei mesi di Giugno e Luglio 1931, in cui Berl Locker, del partito dei lavoratori Poale Sion, confronta la tattica dell’approccio revisionista dei sionisti guidati da Vladimir Jabotinsky con quella degli hitleriani in Germania.
[4] Questi due corpi paramilitari sono stati i modelli con cui i nazisti tedeschi hanno creato e organizzato le loro SA e SS.
[5] In Deutsche Worte, XVIII, Luglio 1898, pp. 289-313.
[6] In Encyclopedia Judaica, articolo: “Ha Ha Po’el-Za’ir”.
[7] Vedi il mio articolo: “Chambre à gaz, enfer sacré de Faust”, R. H. R., n°1, Maggio-Giugno-Luglio 1990, pp. 41-44.
[8] Alain Boyer, Les Origines du Sionisme, Que Sais-je? n°2397, 1988, p. 39.
[9] Die Bewegung Zionistische, Tomo I, Berlino, 1935, p. 32.
[10] Briefe aus Palästina, Berlino, 1919, citato in: Adolf Böhm, Die Bewegung Zionistishce, op. cit., T. I, p. 47.
[11] Articolo “Betar”, in Encyclopedia Judaica, T. 4, Gerusalemme, 1972, colonna 714.
[12] Jacob de Haas (1872-1937) fu un ebreo inglese chassid: giornalista, fu uno dei primi leader del movimento sionista. Da non confondersi con Jacob Israël de Haan (1881-1924), scrittore ebreo olandese antisionista che venne assassinato a Gerusalemme dall’Haganah [Nota del curatore].
[13] Lenni Brenner, Zionism in the Age of Dictators, op. cit., p. 119.
[14] Joachim Prinz, Wir Juden, Berlino, 1934 (completato nel mese di ottobre del 1933), pp. 157-161.
[15] Abbiamo appreso durante la correzione delle bozze di questo articolo della promulgazione, da parte dell’Assemblea nazionale francese, di una legge che criminalizza la libertà di ricerca sulla storia della Seconda Guerra Mondiale. Non c’è modo migliore di illustrare l’attualità de La minaccia del fascismo ebraico.

One Comment
    • mari
    • 22 ottobre 2009

    ciao.
    grazie per aver divulgato questo saggio.
    volevo chiederti se era possibile constetualizzare la legge francese che nega la ricerca sul contesto storico della seconda guerra mondiale; ho provato a fare ulteriori ricerche ma non riesco a trovare niente di consistente.

    grazie mille,
    puoi contattarmi anche a: maca_paca_ops@yahoo.co.uk

    grazie ancora!

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