Faurisson è un umanista – II

Faurisson è un umanista – II

“IN CONFIDENZA”: FAURISSON E’ UN UMANISTA – II

di Pierre Panet[1]

Con il titolo di En Confidence [In confidenza] , l’editore Pierre Marteau, a Milano, ha appena pubblicato una lunga intervista di Robert Faurisson con una “Sconosciuta” (distribuita dalle Edizioni Akribeia 45/3, Route de Vourles, 69320 Saint Genis Laval). Per molti aspetti questa intervista non mancherà di seminare il dubbio fra quelli che hanno condannato l’uomo senza averlo, prima, davvero letto e capito. Da parte nostra, le sue risposte alla “Sconosciuta” ci confermano che il personaggio che ci è stato descritto in modo ostinato come un essere diabolico è in realtà un umanista nei due sensi del termine: la sua formazione è quella di un intellettuale versato negli studi umanistici classici e moderni e la sua disposizione di spirito lo porta al dubbio, alla ricerca scientifica, all’esame di ciò che rischia di far smarrire l’uomo nel campo della politica, della religione, della guerra, dello spirito di crociata, o ancora della semplice propaganda mediatica.

Il Contro Saint Beuve di Marcel Proust illustra l’idea di un’opera che può essere scritta da un altro “me stesso” rispetto a quello che mostriamo nella vita corrente. Ispirandoci a quest’idea tentiamo lo sforzo, almeno per un istante, di avvicinare l’uomo che è Robert Faurisson senza entrare nel merito di quello che noi sappiamo o crediamo di sapere dell’autore, delle sue ricerche letterarie o delle sue scoperte storiche.

L’essenziale delle ricerche propriamente storiche di Robert Faurisson lo troviamo nelle 2.500 pagine dei suoi Ecrits révisionnistes (Scritti revisionisti), opera in cinque volumi ugualmente disponibile presso Akribeia. Si può rifiutare questo lavoro e screditarlo, è un diritto, o, al contrario, approvarlo e difenderlo. La Storia giudicherà, presto o tardi, ma prima di questo giudizio sarà necessario un dibattito pubblico. Robert Faurisson, da parte sua, non ha mai smesso di chiedere un tale dibattito. I suoi detrattori hanno sfortunatamente respinto tale richiesta, perché, secondo certuni, “si può discutere del revisionismo ma non si discute con i revisionisti”, non essendo altro questi ultimi, così sembra, che dei “falsari della storia”, dei “gangsters della storia” o ancora degli “assassini della memoria”. Mi sembra quindi, come è sembrato anche a Noam Chomsky, a Jean-Gabriel Cohn-Bendit, a Claude Karnoouh, a Jacob Assous, e altri ancora, che Faurisson debba avere il diritto di difendersi anche fuori delle procure della Repubblica, vale a dire senza essere costantemente sotto la minaccia della scure della giustizia. Per quale motivo gli viene negato un diritto che è invece riconosciuto a chi lo attacca? Perché rifiutargli l’accesso a dei mezzi mediatici che i suoi avversari utilizzano a propria discrezione?

La legge del 13 luglio 1990, chiamata “legge Gayssot”, “legge Fabius-Gayssot” o “legge Faurisson” vieta ogni dibattito pubblico e ogni contraddittorio su una, e una sola, pagina della storia della seconda guerra mondiale. Questa pagina riguarda ciò che ha potuto essere esattamente la sorte degli Ebrei d’Europa a partire dal 1941/42 e fino alla fine della guerra nell’anno 1945. Nessuno mette in dubbio, nemmeno tra i revisionisti, che dal 1933 e fino alla fine della guerra, gli ebrei abbiamo subito una persecuzione su larga scala, ma la controversia verte su argomenti che vanno ben al di là di questa innegabile persecuzione.

Per molti, l’opera revisionista di Robert Faurisson sarebbe di ispirazione neo nazista, o, almeno, sconfinerebbe in alcune idee care all’estrema destra. Da parte nostra, astraendo dal fatto che – secondo l’opera di Robert Faurisson – non vi sarebbero stati durante la seconda guerra mondiale genocidio degli Ebrei e camere a gas omicide, siamo andati alla ricerca dell’uomo, e ciò che abbiamo scoperto infirma l’impressione che certuni possono avere alla sola menzione di una tesi storica giudicata rivoltante. O meglio, con questa spiacevole impressione si rimarrebbe molto lontani dall’uomo singolare, di carne, di cuore e di spirito che è Robert Faurisson.

Robert Faurisson è un discepolo di Hitler?

A chi immagina che Robert Faurisson non sarebbe altro che un nostalgico del III Reich e che professerebbe idee neo naziste, noi consigliamo di andare alla ricerca di alcune rivelazioni che egli ha fatto, sia nell’intervista En Confidence sia altrove, quando ha risposto a domande sulla sua infanzia, sul suo ambiente familiare, sulla sua attività professionale, sulla sua vita privata e sui retroscena della sua vita pubblica.

Nato vicino a Londra nel 1929, da padre francese e da madre scozzese, nello stesso tempo suddito britannico e cittadino francese, aveva 10 anni nel 1939 e 16 anni nel 1945. Ha vissuto intensamente le peripezie della guerra con, fissato al cuore, l’odio per la Germania. In En Confidence dirà: “abbeverato dalle fonti di Radio Londra, che ascoltavo religiosamente con mio padre, odiavo i tedeschi e speravo in cuor mio che ci fossero ancora bombardamenti sul mio paese (la Francia) e sulla Germania”.

Nel giugno del 1942, all’erà di 13 anni, nel collegio dei Gesuiti di Marsiglia, il giovane Robert incise con un coltellino sul suo banco di scuola le parole “Morte a Laval”, cosa che gli procurerà alcuni fastidi. Oggi, egli si rimprovera questo “appello alla morte” e condanna gli abominii della giustizia di eccezione che venne esercitata contro i vinti al momento della “Liberazione”.

Quando gli si chiede come avrebbe vissuto l’eventuale vittoria della Germania nazista, risponde che verosimilmente avrebbe preso le difese dei vinti, dal momento che l’esperienza insegna che i vincitori abusano quasi sempre delle loro vittorie soprattutto se, durante la guerra, ad un certo momento, hanno pensato di subire una disfatta. In questo caso il vinto risveglia la compassione di Robert Faurisson tanto quanto il vincitore provoca la sua diffidenza. Il semplice fatto che il vincitore, in ogni caso, imponga quasi sempre la sua visione della storia spingerà il nostro uomo a defilarsi da questa versione divenuta ufficiale.

A questo proposito c’è una data chiave nel destino di Robert Faurisson: quella dell’8 maggio 1945. Aveva allora 16 anni. Sentiamo le sue argomentazioni:

“…Mi trovo a Parigi dove vivo vicino ai giardini del Luxembourg. Le campane della Vittoria suonano. Per sentire meglio apro le finestre della camera che divido con mio fratello minore. Nostro padre mi domanda se sono “contento”. Rispondo di si, ma con il tono di dovermi sbarazzare di una questione troppo intima e, là, per la prima volta nella mia vita, inizio di colpo a pensare ai Tedeschi, ai “Crucchi”, ai nazisti come persone in carne ed ossa per i quali, riflettendoci, il giorno dell’8 maggio 1945 doveva essere molto più orribile dell’11 novembre 1918. Credo che sia stato dal quel giorno che il dubbio ha cominciato a ronzarmi per la testa. Resta il fatto, inoltre, che “Non si è seri quando si hanno 17 anni!”. I miei studi e i piaceri della vita continuavano a prendersi tutta la mia attenzione. In quel periodo l’Epurazione era al culmine: si fucilava tutti i giorni. Gollisti e comunisti facevano a gara nella repressione. I vincitori erano presi da una frenesia criminale. Dopo Hiroshima, Nagasaki, ecco, nel cuore dell’Europa, le pulizie etniche, i massacri e le deportazioni sistematiche delle minoranze tedesche in proporzione e a condizioni più orribili di quelle che possono essere rimproverate ai vinti. Si spediscono al moloch sovietico le prede che esso esige. Si chiudono gli occhi sui massacri fatti da Tito. Questi crimini che non hanno più la giustificazione della guerra, si accompagnano alla farsa del processo di Norimberga, del processo di Tokio e di altri processi simili”.

Se capita a Robert Faurisson di prendere le difese dei gerarchi nazisti, a rischio di essere preso per nazista egli intende “prendere le difese di tutti i vinti sottomessi alla legge dei vincitori”. Denuncia il processo di Norimberga e ne rifiuta il giudizio. E ancora più in là, affrontando il pericolo di essere preso per antisemita, chiama in causa le organizzazioni ebraiche e sioniste “che accusano praticamente tutto il mondo, prendendosela non solo con Hitler, Himmler, Goering, Goebbels, ma anche con la Germania, l’Austria, i loro alleati, senza dimenticare i collaborazionisti, e anche i musulmani che si erano alleati con Hitler; e incriminano anche Roosvelt, Churchill, Stalin, Papa Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa e i paesi restati neutrali durante il conflitto. Si può dire che queste organizzazioni denunciano tutto il genere umano, o poco meno. Fanno eccezione solo per qualche migliaio di “Giusti fra le nazioni”, che per loro è un mezzo per affliggere meglio il resto dell’umanità, accusato o di avere seguito Hitler, o di avergli lasciato commettere crimini indicibili”.

All’inizio degli anni 1980, a Los Angeles, Robert Faurisson è colpito dalla visita al Museo della Tolleranza, all’epoca diretto dal rabbino Marvin Hier. Ogni museografo sa per esperienza che è nell’ultima stanza di un museo che si forma meglio lo spirito del visitatore; è lì che il visitatore ricorderà la sua ultima impressione, la sua ultima emozione. Evocando il ricordo lontano che ha conservato della visita e, in particolare, le impressioni della prima e dell’ultima sala di questo museo, Robert Faurisson ci lascia il seguente commento: “Nella prima sala, gli accusati sono, come ci si poteva aspettare, Adolf Hitler, Heinrich Himmler, Joseph Goebbels e altri dignitari del III Reich; le foto sono in bianco e nero e la stanza è buia. Al contrario, nell’ultima sala, molto illuminata, il visitatore ha la sorpresa di trovarsi di fronte alla rappresentazione a colori di un uomo rappresentato per sei volte, in tenuta da deportato che, con un gesto d’accusa, indica questa volta Roosvelt, Churchill, Papa Pio XII (forse anche il Comitato internazionale della Croce Rossa e forse Stalin; non mi ricordo bene, dovrei consultare i miei appunti). La prima sala è quindi quella degli assassini e l’ultima quella dei complici, per inazione o per indifferenza, del più grande crimine della storia. Una tale accusa anche contro gli Alleati è tanto più imprudente perché prende di mira paesi che, nella lotta contro Hitler, hanno perduto milioni di civili e di soldati”.

Robert Faurisson è un uomo di punta dell’estrema destra?

Se Robert Faurisson non può essere tacciato di neo-nazismo, è allora un uomo di estrema destra?

Robert Faurisson si definisce apolitico. È portato a riconoscere la legittimità dei regimi democratici vigenti e, secondo la formula ben nota, ritiene che la politica sia soprattutto l’arte del possibile. Lo ripugnano sia il pensiero della destra che quello della sinistra. Ha avuto degli amici comunisti. Senza dubbio è perché ha fatto parte del SNES (Sindacato nazionale dell’insegnamento superiore) quando era professore aggregato di lettere e questo sindacato era diretto da comunisti. È anche stato, per anni, segretario di sezione e i suoi interventi sindacali erano apprezzati in quanto brevi e concreti, mirati su soggetti precisi; termini generici e sproloqui erano proscritti. Se Robert Faurisson fosse stato di destra avrebbe aderito allo SNALC (Sindacato nazionale autonomo delle scuole inferiori e superiori). In seguito, durante gli anni dell’insegnamento universitario, aderirà al SNESUP (Sindacato nazionale dell’insegnamento superiore), sindacato di sinistra e, quando la Sorbona sarà divisa in diverse università, non sarà a “Paris IV”, reputata di destra, che sceglierà di insegnare, ma a “Paris III”, notoriamente di sinistra.

Precedentemente, quando era ancora professore al liceo “Blaise Pascal” di Clermont Ferrand, si era evidenziato per la sua partecipazione attiva agli avvenimenti del Maggio e del Giugno 1968. Place de Jaude l’aveva visto sfilare a fianco a quelli che i comunisti chiamavano “rivoluzionari” (sic) e riprendere da parte sua lo slogan “Siamo tutti ebrei tedeschi”. Per uno spirito che oggi è tacciato di antisemitismo ossessivo si potevano immaginare tutt’altri slogan. Robert Faurisson ci confiderà che, se avesse vissuto all’epoca di Dreyfus, avrebbe fatto di tutto per difendere chi era stato accusato senza prove.

È capitato che editori di estrema destra lo abbiano pubblicato, ma è anche vero che, da ogni altra parte, ha sempre trovato le porte chiuse. Quando la sinistra libertaria, nella persona di Pierre Guillaume o di Serge Thion, gli ha aperto le porte ne ha approfittato. Non ha mai sostenuto le opinioni politiche o religiose di chi lo pubblicava. Ha sempre mantenuto la sua indipendenza e ha sempre avuto le sue riserve. Un suo collega di sinistra un giorno ha scritto che Faurisson non è né di destra né di sinistra ma di un pragmatismo all’inglese che si accompagna alla diffidenza per l’astrazione. Abbiamo sentito dire a Faurisson con un sorriso: “Le mie idee si trovano riassunte nella marca di automobile che possiedo da tempo. Si tratta di una Renault Megane versione “Classic”. Credo di essere stato influenzato da quelli che si chiamano umanisti classici e, per nascita, mi trovo ad essere mezzo inglese; da qui l’ortografia di “Classic””.

In alcuni casi le sue riserve gli hanno creato dei problemi. È stato accusato di condividere posizioni di estrema destra, ma non ha mai creduto di dover spiegare che, seppure effettivamente adoperatosi in soccorso di un amico di estrema destra messo in prigione per aver difeso l’Algeria Francese, aveva, d’altra parte, preso posizione nel Comitato Maurice Audin contro la tortura in Algeria. In seguito non ha nascosto il suo anticolonialismo o il suo aiuto concreto in favore di un villaggio palestinese.

Robert Faurisson ci è apparso come un uomo aperto ma al quale non piace troppo lasciarsi andare a dichiarazioni pubbliche sulla sua vita privata o di cittadino. Alla fine di diversi incontri che ci ha accordato, ci ha, alla fine, colpito per la sua formazione di professore universitario nutrita di francese, di latino e di greco (umanista, precisamente) e per la tessitura “scozzese” del suo spirito, come gli piace dire, vale a dire fatta di indipendenza e di impertinenza.
Noi l’abbiamo conosciuto caloroso malgrado le sue riserve, generoso, umile, intollerante alla menzogna e alla mancanza di coraggio.

Se bisognasse arrischiare un confronto con un personaggio del teatro classico, noi potremo, visto il suo pessimismo, la sua rettitudine, il suo amore per l’esattezza e una certa inflessibilità, assimilarlo al personaggio di Alceste nel Misantropo di Moliére.
Quanto alle sue idee – e l’ultimo incontro lo conferma – noi manteniamo l’opinione che siano quelle di un umanista.

L’indegno trattamento che gli viene inflitto dal 1974 deve cessare.

Pierre Panet, Parigi, 30 agosto 2009

[1] Traduzione a cura di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.plumenclume.net/textes/2009/revisos/panet-faurisson-humaniste-090909.htm

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