Atrocità Alleate VI

LA DISTRUZIONE DEI TEDESCHI ETNICI E DEI PRIGIONIERI DI GUERRA TEDESCHI IN JUGOSLAVIA, 1945-1953

Di Tomislav Sunic (2002)[1]

Leggendo i media europei e americani, si può spesso avere l’impressione che la seconda guerra mondiale venga periodicamente riesumata per dare credibilità alle richieste finanziarie di uno specifico gruppo etnico, a spese degli altri. Le vittime civili della parte perdente della guerra vengono generalmente trascurate. La storiografia ordinaria della seconda guerra mondiale si basa di solito sulla distinzione netta e polemica tra i “malvagi” fascisti che hanno perso, e i “buoni” antifascisti che hanno vinto, e pochi studiosi hanno voglia di indagare la zona grigia intermedia. Per quanto gli avvenimenti bellici si allontanino sempre più nel tempo, essi a quanto pare diventano politicamente più utili e opportuni se vengono presentati come miti.

Le perdite tedesche, militari e civili, durante e specialmente dopo la seconda guerra mondiale, sono ancora avvolte da una cappa di silenzio, almeno sui media, anche se su questo argomento esiste un imponente corpus di letteratura specialistica. Le ragioni di questo silenzio, dovute in gran parte alla negligenza degli accademici, hanno radici profonde e meritano un ulteriore approfondimento. Perché, ad esempio, le perdite dei civili tedeschi, e in particolare il numero sbalorditivo di vittime postbelliche tra i tedeschi etnici, vengono trattate in modo così approssimativo, quando pur vengono trattate, nei corsi di storia? I media – la televisione, i giornali, i film e le riviste – esaminano raramente, quando pur accade, il destino dei civili tedeschi nell’Europa centrale e orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale.

Il trattamento di tedeschi etnici civili – o volksdeutche – in Iugoslavia può essere visto come un caso classico di “pulizia etnica” su vasta scala.[2] Un esame ravvicinato di questi stermini presenta una miriade di problemi storici e giuridici, specialmente alla luce del moderno diritto internazionale, incluso il Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra, che ha giudicato i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità nelle guerre dei Balcani degli anni 1991-95. Tuttavia la tragedia dei tedeschi etnici in Jugoslavia durante e dopo la seconda guerra mondiale non dovrebbe essere di minore interesse per gli storici, se non altro perché la comprensione di questo capitolo della storia getta una luce significativa sulla violenta dissoluzione della Jugoslavia comunista 45 anni più tardi. Una migliore comprensione del destino dei tedeschi etnici della Jugoslavia dovrebbe incoraggiare un giusto scetticismo sul modo in cui il diritto internazionale viene applicato nella pratica. Perché le sofferenze e la persecuzione di alcune nazioni o di alcuni gruppi etnici vengono ignorate, mentre le sofferenze di altre nazioni o gruppi ricevono un’attenzione smaccata e simpatetica da parte dei media e dei politici?

Allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, più di un milione e mezzo di tedeschi etnici vivevano nell’Europa sudorientale, e cioè in Jugoslavia, Ungheria e Romania. Poiché vivevano in maggioranza nelle vicinanze del Danubio e lungo il suo corso, tali popolazioni erano comunemente conosciute come Donauschwaben. Per la maggior parte erano discendenti di coloni che erano giunti in questa fertile regione nei secoli diciassettesimo e diciottesimo in seguito alla liberazione dell’Ungheria dal dominio turco.

Per secoli il Sacro Romano Impero e, in seguito, l’Impero Asburgico combatterono contro il dominio turco nei Balcani, e resistettero alla islamizzazione dell’Europa. In questa lotta i tedeschi danubiani erano visti come un baluardo della civiltà occidentale, ed erano tenuti in grande considerazione nell’Impero Austriaco (e, più tardi, austro-ungarico) per la loro produttività agricola e il loro valore militare. Entrambi gli Imperi, quello Romano e quello degli Asburgo, erano entità multiculturali e multinazionali, in cui diversi gruppi etnici vissero insieme per secoli in relativa armonia.

Dopo la fine della prima guerra mondiale, nel 1918, che portò al crollo dell’Impero austro-ungarico degli Asburgo, e all’imposizione del trattato di Versailles del 1919, lo status giuridico dei tedeschi Donauschwaben era fluttuante. Quando in Germania venne costituito il regime nazionalsocialista nel 1933, i Donauschwaben facevano parte dei dodici milioni, e oltre, di tedeschi etnici che vivevano nell’Europa centrale e orientale fuori dei confini del Reich tedesco. Molte di queste popolazioni entrarono a far parte del Reich con l’annessione dell’Austria nel 1938, dei Sudeti nel 1939, e di una parte della Polonia alla fine del 1939. La “questione tedesca”, e cioè la lotta per l’autodeterminazione dei tedeschi etnici fuori dei confini del Reich tedesco, fu uno dei fattori che portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale. Anche dopo il 1939, più di tre milioni di tedeschi etnici rimasero fuori dei confini del Reich ingrandito, in particolare in Romania, Jugoslavia, Ungheria, e Unione Sovietica.

Nella prima Jugoslavia – uno stato monarchico creato nel 1919 dagli Alleati vittoriosi – la maggior parte dei tedeschi etnici vennero concentrati nella Croazia orientale e nella Serbia del Nord (in particolare nella regione della Vojvodina), con alcune città e villaggi tedeschi in Slovenia. Altri tedeschi etnici vivevano nella Romania occidentale e nell’Ungheria sudorientale.

Il primo stato jugoslavo multietnico nel periodo 1919-41 aveva una popolazione di circa 14 milioni di abitanti, di diverse culture e religioni. Alla vigilia della seconda guerra mondiale esso includeva circa sei milioni di serbi, circa tre milioni di croati, più di un milione di sloveni, circa due milioni di musulmani bosniaci e di albanesi etnici, circa mezzo milione di tedeschi etnici, e un altro mezzo milione di ungheresi etnici. Dopo la rottura della Jugoslavia nell’Aprile del 1941, accelerata dalla rapida avanzata militare tedesca, circa 200.000 tedeschi etnici diventarono cittadini dello stato indipendente nuovamente costituito della Croazia, un paese le cui autorità militari e civili rimasero lealmente alleate della Germania del terzo Reich fino alla fine della guerra in Europa.[3] La maggior parte dei rimanenti tedeschi etnici della ex-Jugoslavia – circa 300.000 nella regione della Vojvodina – entrarono a far parte della giurisdizione dell’Ungheria, che assorbì tale regione durante la guerra (dopo il 1945 tale regione fu di nuovo congiunta alla parte serba della Jugoslavia).

La condizione critica dei tedeschi etnici divenne spaventosa durante i mesi finali della seconda guerra mondiale, e specialmente dopo la fondazione della seconda Jugoslavia, uno stato comunista multietnico capeggiato dal maresciallo Josip Broz Tito. Alla fine dell’Ottobre del 1944, i partigiani di Tito, aiutati dagli avanzanti sovietici e abbondantemente assistiti dai rifornimenti aerei delle forze occidentali, presero il controllo di Belgrado, la capitale della Serbia che fungeva anche da capitale della Jugoslavia. Uno dei primi atti legali del nuovo regime fu il decreto del 21 Novembre del 1944 sulla “decisione riguardante il trasferimento delle proprietà del nemico alle proprietà dello stato”. Esso dichiarava i cittadini di origine tedesca come “nemici del popolo”, e li privava dei diritti civili. Il decreto stabiliva anche la confisca da parte del governo di tutte le proprietà, senza alcun risarcimento, dei tedeschi etnici di Jugoslavia.[4]
Una legge ulteriore, promulgata a Belgrado il 6 Febbraio del 1945, cancellò la cittadinanza jugoslava dei tedeschi etnici.[5]

Alla fine del 1944 – quando le forze comuniste avevano preso il controllo dei Balcani orientali, e cioè della Bulgaria, della Serbia e della Macedonia – lo stato di Croazia alleato della Germania teneva ancora duro. Tuttavia, all’inizio del 1945, le truppe tedesche, insieme alle truppe e ai civili croati, iniziarono a ritirarsi verso l’Austria meridionale. Durante i mesi finali della guerra, anche la maggioranza dei civili etnici tedeschi della Iugoslavia si unì in questo viaggio lungo e faticoso. La paura dei profughi della tortura e della morte per mano dei comunisti era fondata, considerato il trattamento orribile subito dai tedeschi nella Prussia orientale, e in altre zone dell’Europa orientale da parte delle forze sovietiche. Alla fine della guerra nel Maggio del 1945, le autorità tedesche avevano evacuato 220.000 tedeschi etnici dalla Jugoslavia in Germania e in Austria. Tuttavia molti erano rimasti nelle loro terre natali devastate dalla guerra, aspettando ormai solo un miracolo.

Dopo la fine dei combattimenti in Europa, l’8 Maggio 1945, più di 200.000 tedeschi etnici che erano rimasti indietro, in Jugoslavia, rimasero prigionieri del nuovo regime comunista. Circa 63.635 di questi tedeschi etnici (uomini, donne e bambini) morirono sotto il dominio comunista tra il 1945 e il 1950 – vale a dire circa il 18%. La maggior parte morirono a causa dello sfinimento (dovuto ai lavori forzati), della “pulizia etnica”, o della denutrizione e delle malattie.[6] Gran parte del merito del “miracolo economico” – ampiamente elogiato – della Jugoslavia di Tito, bisogna dirlo, deve essere attribuito alle decine di migliaia di tedeschi ridotti in schiavitù i quali, durante la fine degli anni ’40, contribuirono a costruire una nazione che veniva dalla povertà.

Le proprietà dei tedeschi etnici di Jugoslavia, confiscate alla fine della seconda guerra mondiale, ammontavano a 97.490 piccole imprese, fabbriche, negozi, fattorie e a diverse industrie. I beni immobili e le terre agricole confiscati dei tedeschi etnici di Jugoslavia ammontarono a 637.939 ettari (o a circa un milione di acri), e divennero proprietà dello stato. Secondo un calcolo del 1982, il valore delle proprietà confiscate ai tedeschi etnici di Jugoslavia ammontava a 15 miliardi di marchi tedeschi, vale a dire a circa sette miliardi di dollari americani. Tenendo conto dell’inflazione, questa cifra corrisponderebbe oggi a 12 miliardi di dollari. Dal 1948 al 1985, più di 87.000 tedeschi etnici che erano ancora residenti in Jugoslavia, si trasferirono in Germania e diventarono automaticamente cittadini tedeschi.[7]

Tutto questo costituisce la “soluzione finale della questione tedesca” in Jugoslavia.

Numerosi sopravvissuti hanno fornito resoconti dettagliati e molto efficaci dell’atroce destino dei tedeschi etnici civili, in particolare delle donne e dei bambini, che rimasero prigionieri della Jugoslavia comunista. Un testimone ragguardevole è il defunto padre Wendelin Gruber, che fece da cappellano e da leader spirituale a molti compatrioti prigionieri.[8] Questi numerosi racconti di torture e di morte inflitti ai civili tedeschi e ai soldati catturati da parte delle autorità jugoslave si aggiungono alla cronistoria dell’oppressione comunista in tutto il mondo.[9]

Del milione e mezzo di tedeschi etnici che vivevano nel bacino del Danubio nel periodo 1939-41, circa 93.000 prestarono servizio durante la seconda guerra mondiale nelle forze armate dell’Ungheria, della Croazia e della Romania – paesi dell’Asse alleati con la Germania – o nell’esercito regolare tedesco. I tedeschi etnici dell’Ungheria, della Croazia e della Romania che prestarono servizio nelle forze armate di questi paesi rimasero cittadini delle proprie nazioni [di appartenenza].[10]

Inoltre, molti tedeschi etnici della regione danubiana prestarono servizio nella divisione Waffen SS “Principe Eugenio”, che ebbe alle proprie dipendenze circa 10.000 uomini nel corso della propria esistenza durante la guerra (questa formazione fu nominata in onore del principe Eugenio di Savoia, che aveva conseguito grandi vittorie contro i turchi tra la fine del diciassettesimo secolo e l’inizio del diciottesimo).[11] L’arruolamento nella divisione “Principe Eugenio” conferiva automaticamente la cittadinanza tedesca alle reclute.

Dei 26.000 tedeschi etnici danubiani appartenenti a varie formazioni militari che persero la vita in guerra, metà morirono dopo la guerra nei campi di prigionia jugoslavi. Particolarmente alte furono le perdite della divisione “Principe Eugenio”, di cui la maggior parte degli effettivi si arrese dopo l’8 Maggio del 1945. Circa 1.700 di questi prigionieri furono uccisi nel villaggio di Brezice vicino il confine tra la Croazia e la Slovenia, mentre la rimanente metà venne fatta lavorare fino a morire nelle miniere di zinco jugoslave vicino alla città di Bor, in Serbia.[12]

Oltre alla pulizia etnica dei civili e dei militari tedeschi danubiani, circa 70.000 tedeschi che avevano prestato servizio nella Wehrmacht morirono una volta finiti prigionieri in Jugoslavia. La maggior parte morì in conseguenza delle rappresaglie, o come schiavi nelle miniere, nella costruzione di strade, nei cantieri navali, e così via. Si trattava in maggioranza dei reduci delle truppe “Army Group E”, che si erano arrese agli inglesi nell’Austria meridionale al tempo dell’armistizio dell’8 Maggio 1945. Gli inglesi consegnarono circa 150.000 di questi prigionieri tedeschi ai partigiani jugoslavi comunisti con il pretesto di un successivo rimpatrio in Germania.

Molti di questi reduci morirono nella Jugoslavia postbellica in tre fasi: durante la prima fase più di 7.000 prigionieri tedeschi morirono nelle “marce di espiazione” (Suhnemärsche) organizzate dai comunisti, che si protraevano per circa 800 miglia [1.287 chilometri], dal confine meridionale dell’Austria al confine settentrionale della Grecia. Durante la seconda fase, alla fine dell’estate del 1945, molti prigionieri tedeschi vennero sommariamente fucilati o gettati vivi in grandi buche carsiche lungo la costa dalmata della Croazia. Nella terza fase, dal 1945 al 1955, altri 50.000 morirono come schiavi a causa della denutrizione e dello sfinimento.[13]

Il numero totale delle perdite tedesche in Jugoslavia dopo la fine della guerra – inclusi i civili e i militari tedeschi danubiani, come pure i tedeschi del Reich – può essere prudentemente valutato in 120.000 unità (uccisi, denutriti, morti per sfinimento e dispersi).

Qual è l’importanza di queste cifre? Quali lezioni possono essere tratte dalla stima di queste perdite?

E’ importante sottolineare che la tragedia dei civili tedeschi nei Balcani è solo una piccola parte della topografia della morte sotto il dominio degli Alleati. Dai sette agli otto milioni di tedeschi – sia militari che civili – morirono durante e dopo la seconda guerra mondiale. La metà morì durante i mesi finali della guerra, o dopo la resa incondizionata della Germania l’8 Maggio 1945. Le vittime tedesche, sia militari che civili, furono presumibilmente maggiori in periodo di “pace” che durante la “guerra”.

Nei mesi precedenti e successivi alla fine della guerra, i tedeschi etnici vennero uccisi, torturati ed espropriati lungo l’Europa orientale e centrale, soprattutto in Silesia, nella Prussica orientale, in Pomerania, nei Sudati e nella regione del Watherland. Complessivamente dai 12 ai 15 milioni di tedeschi fuggirono o vennero costretti a lasciare le loro case in quella che è forse stata la più grande pulizia etnica della storia. Di questa cifra, più di due milioni vennero uccisi o persero la vita in altro modo.[14]

I terribili eventi accaduti nella Jugoslavia postbellica sono raramente trattati nei media dei paesi che sono emersi dalle rovine della Iugoslavia comunista anche se, curiosamente, c’è oggi una maggiore libertà di espressione e di ricerca storica in tali paesi che in democrazie occidentali come la Germania e la Francia. Le classi dirigenti di Croazia, Serbia e Bosnia, in gran parte formate da ex-comunisti, sembrano condividere l’interesse a reprimere il loro passato talvolta tenebroso e criminale, specie se riferito al trattamento postbellico dei civili tedeschi.

La dissoluzione della Jugoslavia, gli eventi che hanno condotto ad essa, la guerra e le atrocità che ne sono conseguite, possono essere comprese solo dentro un più vasto contesto storico. Come già notato, la pulizia etnica non è una novità. Anche se uno considera l’ex capo serbo-jugoslavo Slobodan Milosevic e gli altri imputati messi sotto accusa dal Tribunale per i crimini di guerra internazionali all’Aja come dei malvagi criminali, i loro crimini sono insignificanti a paragone di quelli commessi dal fondatore della Jugoslavia comunista, Josip Broz Tito. Tito attuò la pulizia etnica e gli stermini su una scala molto più vasta contro croati, tedeschi e serbi, con l’approvazione dei governi inglese e americano. Il suo dominio in Jugoslavia (1945-1980), che coincise con l’era della Guerra Fredda, venne in genere sostenuto dalle potenze occidentali, che consideravano il suo regime come un fattore di stabilità in questa regione spesso instabile d’Europa.[15]

La tragedia bellica e postbellica dei tedeschi nei Balcani fornisce anche delle lezioni sul destino degli stati multietnici e multiculturali. Il destino delle due Jugoslavie – 1919-1941 e 1944-1991 – mette in evidenza la debolezza intrinseca degli stati multietnici. Per due volte nel ventesimo secolo, la Jugoslavia multiculturale è finita in pezzi, travolta da inutili carneficine e da una spirale di odio da parte dei suoi gruppi etnici costitutivi. Si può ritenere, perciò, che è meglio per le diverse nazioni e culture, lasciar vivere separatamente le differenti etnie, piuttosto che pretendere di vivere in un’unità fittizia, che nasconde gli odi in attesa di esplodere, e si lascia dietro rancori permanenti.

Pochi avrebbero potuto prevedere l’odio selvaggio inter-etnico che ha travolto i Balcani dopo il crollo della Jugoslavia nel 1991, e questo tra etnie di origini relativamente simili, benché caratterizzate da differenti retaggi culturali. Si può solo congetturare con delle premonizioni sul futuro degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, dove crescenti tensioni interrazziali tra le popolazioni autoctone e le masse di immigrati del terzo mondo preannunziano disastri con conseguenze molto più sanguinose.

La Iugoslavia multiculturale, sia nella sua prima che nella sua seconda creazione, fu soprattutto opera – rispettivamente – dei capi francesi, inglesi e americani che diedero corso al trattato di Versailles del 1919, e dei capi inglesi, sovietici e americani che si incontrarono a Yalta e a Potsdam nel 1945. Gli esponenti politici che crearono la Iugoslavia non rappresentavano le nazioni della regione, e capivano molto poco le idee e le affinità culturali delle varie popolazioni della regione.

Sebbene le morti, le sofferenze e le espropriazioni dei tedeschi etnici dei Balcani durante e dopo la seconda guerra mondiale siano ben documentate, sia presso le autorità tedesche che da parte degli storici indipendenti, esse continuano ad essere ampiamente ignorate dai media più importanti sia negli Stati Uniti che in Europa. Perché? Si può pensare che se le perdite tedesche fossero discusse di più e fossero meglio conosciute, stimolerebbero probabilmente una visione alternativa della seconda guerra mondiale, e anche della storia del ventesimo secolo. Una consapevolezza più grande e più diffusa delle perdite civili tedesche durante e dopo la seconda guerra mondiale potrebbe incoraggiare una discussione più profonda sulle forze che animano la società contemporanea. Questo, a sua volta, potrebbe influenzare la consapevolezza di sé di milioni di persone, costringendo molti ad abbandonare opinioni e miti che hanno prevalso, grazie alla moda, per più di mezzo secolo. Un dibattito libero sulle cause e sulle conseguenze della seconda guerra mondiale offuscherebbe la reputazione di molti studiosi e di opinionisti negli Stati Uniti e in Europa.

Questo articolo è stato ricavato dalla conferenza tenuta dal dr. Sunic il 22 Giugno 2002 al 14° Convegno dell’Institute for Historical Review in California.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.zundelsite.org/english/news_2007/071203_POWs_in_Yugoslavia.php
[2] L. Barwich, F. Binder, M. Eisele, F. Hoffmann, F. Kühbauch, E. Lung, V. Oberkersch, J. Pertschi, H. Rakusch, M. Reinsprecht, I. Senz, H. Sonnleitner, G. Tcherny, R. Vetter, G. Widmann e altri, Weissbuch der Deutschen aus Jugoslawien: Erlebnisberichte 1944-48, Munich, Universitäts Verlag, Donauschwäbische Kulturstiftung, 1992-93.
[3] Sulle forze armate della Croazia durante la seconda guerra mondiale, e la loro distruzione dopo il 1945 da parte dei comunisti iugoslavi, vedi: Christophe Dolbeau, Les Forces armées croates, 1941-1945, Lyon, 2002. Sull’atteggiamento spesso critico dei funzionari militari e diplomatici tedeschi verso il regime alleato degli Ustascia dello Stato Indipendente di Croazia, vedi: Klaus Schmider, Partisanenkrieg in Jugoslawien 1941-44, Hamburg: Verlag E. S. Mittler & Sohn, 2002. Questo libro include un’imponente bibliografia, e cita documenti tedeschi finora non pubblicati. Sfortunatamente l’autore non fornisce dati precisi riguardo al numero delle truppe tedesche (incluse le truppe e i civili croati) che si arresero alle forze inglesi nell’Austria meridionale, e che furono successivamente consegnate alle autorità iugoslave comuniste. Il numero dei prigionieri croati che morirono dopo il 1945 nella Jugoslavia comunista rimane un argomento-tabù in Croazia, con importanti implicazioni per la politica interna ed estera del paese.
[4] Anton Scherer, Manfred Straka, Kratka povijest podunavskih Nijemaca/Abriss zur Geschichte der Donauschwaben, Graz/Zagreb: Pan Liber, 1999, specialmente p. 131; Georg Widmann e altri, Genocide of the Ethnic Germans in Yugoslavia 1944-48, Santa Ana, California, Danube Swabian Association of the USA, 2001, p. 31.
[5] A. Scherer, M. Straka, op. cit., pp. 132-140.
[6] Georg Widmann e altri, Verbrechen an den Deutschen in Jugoslawien, 1944-48, Munich: Donauschwäbische Kulturstiftung, 1998, specialmente le pagine 312-313; anche l’edizione inglese della detta opera, citata nella nota 4.
[7] G. Widmann e altri, Verbrechen an den Deutschen in Jugoslawien, 1944-1948, p. 274.
[8] Wendelin Gruber, In the Claws of the Red Dragon: Ten Years Under Tito’s Heel [Negli artigli del dragone rosso: dieci anni sotto il tallone di Tito], Toronto: St. Michaelswerk, 1988. Nel 1993, il già malato padre Gruber tornò in Croazia dall’esilio in Paraguay, per trascorrere i suoi ultimi anni in un monastero di gesuiti a Zagabria. Parlai con lui poco prima della sua morte, avvenuta il 14 Agosto 2002, all’età di 89 anni.
[9] Stéphane Courtois e altri, Il Libro Nero del Comunismo, edizione italiana Mondatori, 1998.
[10] G. Widmann e altri, op. cit. p. 22.
[11] Armin Preuss, Prinz Eugen: Der edle Ritter, Berlin: Grundlagen Verlag, 1996.
[12] Otto Kumm, Geschichte der 7. SS Freiwilligen Gebirgs-Division “Prinz Eugen”, Coburg: Nation Europa, 1995.
[13] Roland Kaltenegger, Titos Kriegsgefangene: Folterlager, Hun-germärsche und Schauprozesse, Graz: Leopold Stocker Verlag, 2001.
[14] Alfred-Maurice de Zayas, Nemesis at Potsdam: The Expulsion of the Germans From the East, Lincoln: University of Nebraska, 1989; Alfred-Maurice de Zayas, The German Expellees: Victims in War and Peace, New York: St. Martin’s Press, 1993; Alfred-Maurice de Zayas, A Terribile Revenge: The “Ethnic Cleansing” of the East European Germans, 1944-1950, New York: St. Martin’s Press, 1994; Ralph F. Keeling, Gruesome Harvest: The Allies’ Postwar War Against the German People, Institute for Historical Review, 1992.
[15] Tomislav Sunic, Titoism and Dissidence: Studies in the History and Dissolution of Communist Yugoslavia, Frankfurt-New York: Peter Lang, 1995.

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