
Materiali storico-bibliografici per lo studio della questione ebraica
LE BLASFEMIE RABBINICO-TALMUDICHE CONTRO MARIA DI NAZARETH
IN UNO SCRITTO DI G.R.S. MEAD
Premessa di Gian Pio Mattogno
È noto a chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere che Maria di Nazareth, al pari di Gesù, è uno dei bersagli principali del secolare odio rabbinico-talmudico contro il cristianesimo.
I lettori di questo sito revisionista andreacarancini.it ne hanno contezza tramite diversi articoli apparsi nel tempo (tralascio qui gli sputi degli “eletti” sulle immagini sacre cristiane, se non addirittura sugli uomini stessi, di cui di quando in quando si viene a conoscenza dall’ “unica democrazia del Medio Oriente”, nonché le blasfemie contenute in quelle cloache vomitevoli che sono alcuni programmi anticristiani delle reti televisive dell’entità sionista):
Vandali israeliani spruzzano vernice con la scritta “Gesù è una scimmia” – “Maria è una vacca”;
Gesù Cristo e la Vergine Maria nella tradizione rabbinica in una pagina della “Storia Universale” di Cesare Cantù;
M. Hoffman: In difesa di Gesù e Maria contro le calunnie dei media;
M. Hoffman: Le blasfemie contro Maria di Nazareth nel Talmud;
F. Momigliano: La personalità di Gesù nel Talmud.
Le allusioni (reali o supposte) a Maria di Nazareth nel Talmud sono estremamente rare, ma questo non significa nulla, in quanto tutte le volte che i rabbi talmudisti rimarcano direttamente la nascita illegittima di Gesù, indirettamente fanno un riferimento ingiurioso e blasfemo anche a sua madre.
Questo vale anche e soprattutto per le Toledoth Yeshu, dove è andato a confluire l’ampio materiale ingiurioso anticristiano elaborato e rielaborato lungo i secoli dalla tradizione rabbinico-talmudica.
(Cfr. Joseph Klausner e le Toledoth Yeshu; Mika Ahuvia: Una introduzione alle Toledoth Yeshu, andreacarancini.it).
Le pagine che seguono sono tratte dal libro di George Robert Stowe Mead (1863-1933), Did Jesus Live 100 B.C.? An Enquire into the Talmud Jesus Stories, the Toldoth Jeschu, and some curious statements of Epiphanius – being a contribution to the study of christian origins, London and Benares, 1903 (IX. The Talmud Mary Stories, pp. 152-166), il quale ha fornito una delle prime sintesi in materia sulla base delle fonti talmudiche.
Sulla scìa della corretta interpretazione di Mead, va ribadito con decisione, a dispetto di chi cerca di negare o minimizzare l’anticristianesimo del Talmud invocando gli “anacronismi” e la “astoricità” dei passi in questione, che le fonti talmudiche relative a Maria di Nazareth – e questo vale anche per le fonti talmudiche relative a Gesù – vanno lette con gli stessi occhi dei rabbini che le hanno elaborate, vale a dire non come fonti da cui trarre dati storicamente accertati, ma come storie parodistiche, ingiuriose e blasfeme, il cui unico intento era quello di denigrare la figura del Cristo, magari attribuendogli i connotati di figure più antiche, come ad es. lo stregone Balaam, o la condizione di Mamzer, bastardo, propria di altri personaggi.
E questo a prescindere dalla sua esegesi dei Vangeli, dai suoi interessi teosofici e dalle frequentazioni massoniche o cripto-massoniche che coltivò lungo tutta la sua vita.
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Invano si cercherebbe un qualsiasi elemento storico nelle storie di Maria nel Talmud, poiché esse ruotano interamente intorno alla accusa di infedeltà nei confronti del marito, e pertanto, a mio avviso, debbono la loro origine alla proclamazione del dogma popolare cristiano della verginità fisica della madre di Gesù, e non possono essere antecedenti a tale data.
È estremamente difficile stabilire quando questo dogma miracoloso sia stato per la prima volta oggetto di discussione. Noi crediamo tuttavia che anche al tempo della redazione dei Vangeli canonici Giuseppe fosse ancora ritenuto il padre naturale di Gesù, come abbiamo già detto, e da ciò deduciamo che anche sotto l’impero di Adriano (117-138 d.C.) il dogma della nascita miracolosa non era stato ancora “cattolicizzato”.
Ma quanto indietro possiamo far risalire la prima diffusione di questa sorprendente credenza?
Dal momento che fu immediatamente discussa anche da un ristretto numero di credenti, era inevitabile non solo che attirasse la più larga attenzione fra gli ebrei, ma anche che suscitasse le più sprezzanti reazioni da parte di coloro i quali odiavano l’idea pagana di eroi nati dall’unione di genitori divini e mortali come una superstizione pagana e una credenza idolatrica, e al tempo stesso erano particolarmente gelosi della legittimità della loro linea di discendenza così come era conservata nei registri pubblici delle proprie famiglie.
A tal proposito, c’è un passo del Talmud che merita tutta la nostra attenzione. È interessante sotto altri aspetti, ma soprattutto perché si trova nella Mishnah (IV,13), e quindi mette completamente a tacere le tesi di coloro i quali affermano che quello che è generalmente considerato lo strato più antico e autorevole del Talmud non contiene alcun riferimento a Gesù. E non solo si trova nella Mishnah, ma sostiene di basarsi su una fonte ancora più antica, e per giunta scritta.
Questo notevole passo suona così:
«Simeon Ben Azzai ha detto: Ho trovato a Gerusalemme un libro di genealogie, dove era scritto che quel tale [peloni] era un bastardo e figlio di una donna sposata» (Jebamoth 49a).
[Quest’ultimo passo citato dall’autore appartiene alla Ghemara, che replica testualmente il passo della Mishnah].
Questo Simeon Ben Azzai visse poco prima di Akiba, e quindi può essere collocato tra la fine del primo e l’inizio del II secolo. Fu uno dei famosi quattro che, secondo la tradizione talmudica, “entrarono in Paradiso”; cioè fu uno dei più famosi mistici di Israele. Fu un Chassid [= Pio], molto probabilmente un Esseno, e rimase celibe e rigido asceta fino al giorno della sua morte. C’era quindi da aspettarsi che fosse particolarmente adatto a fornirci informazioni su Gesù, e invece ciò che si dice abbia detto è l’esatto opposto di ciò che ci aspetteremmo.
Dobbiamo credere che Ben Azzai abbia dichiarato di aver trovato un libro di genealogie a Gerusalemme, presumibilmente prima della distruzione della città nel 70 d.C. Questo libro di genealogie non può essere interpretato che alla stregua di un documento ufficiale. Tuttavia ci viene detto che conteneva la prova della bastardaggine di Gesù, poiché “quel tale” è uno dei noti epiteti di Gesù, e solo di Gesù nel Talmud, come è ammesso da entrambe le parti.
Se abbiamo ragione nell’attribuire la genesi dell’elemento Mamzer [= bastardo] delle storie di Gesù ad una controversia dottrinale, possiamo solo concludere che l’affermazione categorica che stiamo considerando era originariamente o un’invenzione deliberata, oppure l’affermazione fiduciosa nel calore della controversia di qualche memoria imperfetta che solo con eccessivo entusiasmo si credeva riferita a Gesù.
Al contrario, l’apologeta ebreo può sostenere che questa antica tradizione giustificava pienamente i suoi antenati delle generazioni successive per la loro fede nella bastardaggine di Gesù come un fatto storico legittimato dai documenti.
Un razionalista convinto, invece, potrebbe addirittura arrivare a sostenere che la dottrina della “nascita virginale” sia stata inventata in risposta a questa testimonianza e che non vi sia stata alcuna storicizzazione di un fatto mistico, come abbiamo supposto, visto che non esistono fatti mistici, ma solo fantasie infondate d’un entusiasmo squilibrato.
Questo non lo possiamo credere, e quindi concludiamo che le prime leggende ebraiche su Maria nacquero verso la fine del primo secolo.
È estremamente difficile classificare queste leggende relative al Mamzer o trattarle in modo cronologicamente soddisfacente, ma è notevole che in esse sembrino esserci due depositi di tradizioni caratterizzati da differenti nomi per Gesù, Ben Stada e Ben Pandera, nomi che hanno dato origine alle più selvagge ipotesi filologiche, ma il cui significato è in realtà semplicemente “figlio della prostituta”, quale che sia stata la loro linea di discendenza[1].
Ben Stada si trova esclusivamente nel Talmud, dove è la più frequente designazione di Gesù, sebbene vi compaia anche Ben Pandera. Ben Pandera si trova nelle Toledoth Yeshu e, come abbiamo visto, nei Padri della Chiesa, mentre Ben Stada non si incontra mai in queste fonti.
Le storie di Ben Stada sono per lo più caratterizzate da anacronismi tanto sorprendenti quanto quelli relativi a Ben Perachiah, che pure ne sono gli esatti antipodi. Inoltre generalmente sono caratterizzati da palesi riferimenti a Lud, o dal fatto che vengono riportati i nomi dei più celebri rabbini di questa famosa scuola di studio del Talmud. Suggerirei quindi che queste leggende debbano essere più opportunamente chiamate storie di Lud.
Si dice che la scuola di Lud (Lydda) sia stata fondata da R. Eliezer ben Hyrcanus, il maestro di R. Akiba[2], e fu indubbiamente la grande reputazione di Akiba come il più implacabile nemico del cristianesimo che, nel corso del tempo, collegò il nome di Maria con le storie di Akiba che originariamente erano completamente prive di qualunque riferimento alla madre di Gesù. Così, in tempi successivi, troviamo la tradizione che vede Akiba e Miriam insieme in una conversazione personale; la ritroviamo più tardi che le attribuisce come marito uno dei contemporanei di Akiba, e infine ci imbattiamo in una curiosa leggenda nella quale Miriam viene resa contemporanea di un rabbino del IV secolo!
Ma consideriamo questi fantastici sviluppi della tradizione talmudica: quella che segue è la famosa discussione accademica sulle raffinatezze della bastardaggine, che nel corso del tempo ha fornito alla leggenda di Ben Pandera alcuni dei suoi dettagli più sorprendenti, come li ritroviamo anche in diverse forme delle Toledoth Yeshu.
«L’insolenza secondo R. Eliezer è ciò che caratterizza un bastardo [= mamzer], secondo R. Joshua è ciò che caratterizza un figlio di donna mestruata [= niddah], secondo R. Akiba è ciò che caratterizza un bastardo e un figlio di donna mestruata.
«Un giorno che i dottori sedevano davanti alla porta [della città], dinanzi a loro passarono due giovani: uno aveva il capo coperto [= in segno di rispetto], mentre l’altro lo aveva lasciato scoperto. Di quello che aveva lasciato il capo scoperto R. Eliezer disse: È un bastardo. R. Joshua disse: È un figlio di donna mestruata. R. Akiba disse: È un bastardo e figlio di donna mestruata.
«Essi dissero a R. Akiba: Come puoi contraddire le parole di tuoi colleghi? Egli rispose loro: Ve lo dimostrerò. Andò dalla madre del giovane e la trovò che stava vendendo legumi al mercato, e le disse: Figlia mia, se risponderai a ciò che sto per chiederti farò in modo che tu possa vivere nel mondo a venire. Ella gli rispose: Giura! R. Akiba giurò con le labbra, ma nell’intimo del suo cuore annullò il giuramento. Egli le domandò: Qual è la condizione di tuo figlio [= cioè, in che modo è stato concepito]? Ella rispose: Quando entrai nella camera nuziale mi trovavo nel periodo delle mestruazioni, per cui mio marito si allontanò da me; ma il mio paraninfo venne da me e nacque questo figlio.
«Così il bambino fu riconosciuto come bastardo e figlio di donna mestruata.
«Allora gli dissero: Grande è R. Akiba che ha ricoperto di onta i suoi maestri. E aggiunsero: Sia benedetto il Signore Dio d’Israele che ha rivelato il suo segreto a R. Akiba ben Joseph» (Kallah 18b).
Eliezer, Joshua e Akiba erano contemporanei, e R. Akiba era di gran lunga il più giovane di loro; infatti Eliezer ben Hyrcanus era il maestro di Akiba, mentre Joshua ben Chanania era un discepolo di Jochanan ben Zakkai, che morì intorno al 70 d. C.; Akiba fu messo a morte nel 135 d.C. L’ambientazione della storia ci colloca quindi verso la fine del primo secolo.
Sorvoliamo sul fatto che a R. Akiba venga attribuito un atto di spietato spergiuro per estorcere la confessione alla madre del giovane, e sulla conclusione ancora più curiosa aggiunta alla fine del brano che benedice il Dio d’Israele per aver rivelato “il suo segreto” dopo aver impiegato mezzi tanto discutibili, e limitiamo ci ad osservare che sarebbe interessante sapere se in questo caso gli apologeti del Talmud preferiscono abbandonare la reputazione del Talmud o quella della sua grande autorità Akiba, perché qui non c’è una terza scelta.
Ciò che più colpisce nel racconto è che non vengono menzionati né il nome del giovane, né quello della madre.
Laible (Jesus Christ in the Talmud, 1893, p. 35) suppone che il racconto originariamente contenesse i nomi di Jeshu e Miriam, ma che il compilatore della Ghemara li abbia cancellati, sia perché la madre è descritta come una venditrice di legumi, mentre altrove nel Talmud è chiamata Miriam la parrucchiera, sia per il sorprendente anacronismo di rendere Akiba e Miriam contemporanei. Egli ritiene che il racconto stesso abbia origini antiche, ed originariamente era una storia di Gesù. Su questo non possiamo essere d’accordo, perché se originariamente fosse stata concepita come una storia di Gesù, i suoi inventori non avrebbero potuto essere così sciocchi da introdurre i rabbini dell’inizio del secondo secolo tra i personaggi principali (dramatis personae). Questo non avrebbe avuto nessunissimo senso persino per i più accaniti polemisti in una data anche solo lontanamente prossima al momento in cui giudei e giudeo-cristiani erano ancora in stretto contatto.
L’intento principale della storia è evidentemente quello di accrescere la reputazione di R. Akiba, di mostrare la profondità del suo acume e la sua sottile capacità di comprendere le sfumature più sottili della bastardaggine, argomento, questo, di grande importanza nel diritto rabbinico.
Si trattava presumibilmente di una tradizione della scuola di Lud, e inizialmente non aveva alcun collegamento con le storie di Gesù. Col passare del tempo, quando la risposta Mamzer al dogma della nascita virginale fu divulgata attraverso leggende e racconti popolari, i dettagli di quest’altra celebre storia di bastardaggine vennero aggiunti alle leggende su Gesù Mamzer, originariamente vaghe, ed è a questa fonte che possiamo congetturare sia da ricondurre molto probabilmente l’origine dei dettagli volgari dell’infedeltà di Miriam al marito, come si ritrovano nelle varie forme delle Toledoth Yeshu.
Il termine di collegamento era semplicemente la parola “bastardo”; il ricco guadagno in termini di materiale leggendario alla fine superò di gran lunga l’inconveniente di un anacronismo così assurdo. La storia è introdotta da un atto di sconcertante mancanza di rispetto da parte di uno dei giovani, poiché secondo la legge e la consuetudine rabbinica un maestro doveva essere ritenuto di gran lunga più degno d’onore di qualunque altra persona, persino dei propri genitori. Andare a capo scoperto in presenza di un maestro era quindi considerato un atto di assoluta insolenza; in Occidente naturalmente sarebbe l’esatto opposto. La mancanza di rispetto verso i rabbini, dimostrata in questo come in altri modi, è uno dei principali atti d’accusa mossi a Gesù nelle Toledoth Yeshu.
Siamo quindi giustificati nel supporre che qualsiasi racconto popolare o leggenda di infedeltà o bastardaggine avesse buone probabilità di essere gradualmente inserito nel mosaico Mamzer. E in effetti scopriamo che le cose sono andate esattamente così.
La storia seguente è un buon esempio di questo metodo di combinazione.
«C’è una tradizione, era solito dire R. Meir: così come esistono vari tipi di gusto riguardo al mangiare, allo stesso modo ci sono varie disposizioni riguardo alle donne. C’è un uomo nella cui tazza cade una mosca e lui la getta fuori, ma nonostante ciò non beve. Questo era il modo di fare di Paphos ben Jehudah, il quale era solito chiudere la porta in faccia a sua moglie ed uscire. E ce n’è un altro che, quando una mosca cade nel suo bicchiere, la getta fuori e beve, e questo è il modo di fare degli uomini in generale. Quando lei parla coi fratelli e i parenti, lui non la ostacola. Ma c’è anche l’uomo che, quando una mosca cade in un piatto, la succhia e mangia nel piatto. Questo è il modo di fare di un uomo cattivo, che vede sua moglie uscire col capo scoperto e girare per strada e indossare abiti aperti da entrambi i lati e fare il bagno insieme agli uomini» (Gittin 90a).
R. Meir era un allievo di R. Akiba e Paphos (o Pappos) ben Jehuda era contemporaneo di Akiba. Non è necessario addentrarsi nei dettagli della metafora rabbinica riguardo alle “varie disposizioni”. Tutto ciò che apprendiamo direttamente da questo passo è che egli teneva chiusa in casa sua moglie; siamo tuttavia portati a concludere indirettamente che alla fine lei si mostrò infedele al suo tirannico sposo.
Che cosa c’è allora di più semplice per un narratore che collegare questo con i dettagli di infedeltà che si trovano nel suo répertoire di Jeshu? La moglie traviata era proprio come Miriam; in breve tempo divenne effettivamente Miriam, ed infine Paphos ben Jehudah fu indicato con sicurezza come il marito di Miriam! Così in tempi successivi si diffuse, supponiamo a Lud, la più acritica fabbrica delle leggende, e infine troviamo un grande commentatore come Rashi (n. nel 1105 d.C.) che fa sua con assoluta sicurezza questo impossibile anacronismo quando dice: “Paphos ben Jehudah era il marito di Miriam la parrucchiera. Ogni volta che lui usciva di casa per andare in strada le chiudeva la porta in faccia, affinché nessuno potesse parlarle. E questo è un comportamento che non andava bene, perché per questo motivo nacque inimicizia fra loro e lei sconsideratamente tradì il marito”.
Ma anche otto o nove secoli prima di Rashi i rabbini babilonesi avevano ritenuto gli sviluppi di Ben Stada Lud un’aggiunta molto scomoda alla precedente storia di Ben Perachiah, come vedremo più avanti, ed è strano trovare che Rashi ignori ciò che avevano da dire sull’argomento.
Per quanto sorprendente tuttavia possa essere l’anacronismo in questione, è solo una piccola cosa se comparato alla colossale assurdità della seguente leggenda, se la interpretiamo nel modo tradizionale.
«Quando Rab Joseph arrivò al versetto: “ma c’è chi muore senza giudizio?” (Prov. 13,23), si mise a piangere e disse: C’è qualcuno che muore prima del tempo? Sì, come nella storia accaduta a Rab Bibi bar Abbai, che era frequentemente visitato dall’angelo della morte. Un giorno questi disse al suo messaggero: Va’ e portami Miriam la parrucchiera delle donne. Egli andò e portò Miriam la maestra dei bambini. L’angelo della morte gli disse: Avevo detto Miriam la parrucchiera delle donne. Il messaggero rispose: Se è così, la riporterò indietro. L’angelo della morte gli disse: Dal momento che l’hai portata, rimanga qui (nel regno dei morti)» (Chagiga 4b).
Rab Joseph bar Chia nacque a Stili, in Babilonia, nel 259 d.C. Fu a capo della famosa scuola rabbinica di Pumbeditha. L’unico R. Bibi di cui siamo a conoscenza fiorì nel IV secolo, e che questo Bibi fosse proprio il veggente della visione in punto di morte appare con tutta evidenza dalla seguente nota al passo delle Tosaphoth:
«L’angelo della morte era con lui, e raccontò ciò che gli era accaduto molto tempo prima; perché questa era la storia di Miriam la parrucchiera delle donne all’epoca del secondo tempio e madre di quel tale [cioè Gesù], come è detto in Shabbath [104b]».
Non è affatto chiaro cosa intendesse esattamente l’autore delle Tosaphoth con “all’epoca del secondo tempio”. Probabilmente, tuttavia, intendeva il tempo prima che il nuovo e splendido edificio di Erode sostituisse il secondo tempio vero e proprio, il misero edificio che era stato gradualmente sovrastato dai sontuosi palazzi greci dei nobili dell’epoca di Erode.
Va comunque osservato che questa spiegazione è in contrasto con il racconto che troviamo nella Ghemara. È possibile allora che in origine si facesse riferimento a un altro Bibi e che la storia sia stata tramandata dai posteri ad un suo omonimo più tardo, ma più famoso?
Che i semplici termini di “bastardo” e “adultera” costituissero delle indicazioni abbastanza forti di idoneità per i sensali di matrimoni della leggenda per conciliare fatti altrimenti incompatibili per data ed età, lo abbiamo già visto; è quindi del tutto presumibile che il nome molto comune di Miriam abbia ulteriormente ampliato questa cerchia familiare di incroci.
E questo indubbiamente dai più sarà ritenuto sufficiente per spiegare il trasferimento al nome di Maria madre di Gesù delle due seguenti leggende; ma un esame più attento ci mette in guardia dall’accettare troppo alla leggera questa spiegazione.
In uno dei trattati del Talmud palestinese ci viene narrata la storia di una certa persona devota che ebbe il privilegio di avere una visione di alcune punizioni dell’inferno. Tra le altre:
«Egli vide Miriam, la figlia di Eli Betzalim, sospesa per i seni, come dice R. Lazar ben Jose. R. Jose ben Chanina dice: Il cardine della porta dell’inferno era fissata al suo orecchio. Disse loro [agli angeli della punizione? n.d.a.]: Perché le viene fatto questo? La risposta fu: perché ha digiunato ed ha reso pubblico il fatto. Altri dissero: Perché ha digiunato un giorno ed ha contato due giorni (di banchetto) come una compensazione. Egli chiese loro: Per quanto tempo dovrà stare così? Gli risposero: Finché non verrà Simeon ben Shetach; solo allora gli toglieremo il cardine dall’orecchio e lo metteremo al suo [di Simeon ben Shetach] orecchio» (Pal. Chagiga 77d).
Poiché R. Jose ben Chanina era contemporaneo di R. Akiba, R. Lazar ben Jose era presumibilmente un rabbino d’epoca precedente, ma non riesco a scoprire nulla di lui. La cosa più interessante per noi è l’espressione “Finché non verrà Simeon ben Shetach”. Questo può significare solo che al tempo della visione, Simeon ben Shetach non era ancora morto, e quindi questa Miriam era al più tardi contemporanea a lui e perciò può essere collocato benissimo ai tempi del suo contemporaneo più anziano Joshua ben Perachiah.
Quanto a Eli Betzalim[3], non riesco a scoprire nulla su di lui. È vero che un certo Eli è indicato come il padre di Joseph nella genealogia incorporata nel terzo Vangelo, una genealogia che sarebbe del tutto inutile se al momento della sua compilazione Gesù non fosse stato considerato il figlio naturale di Giuseppe, ma nella genealogia molto diversa all’inizio del primo Vangelo, e che pretende anch’essa di indicare la discendenza di Giuseppe, un certo Giacobbe prende il posto di Eli e il nome di Eli non compare. Ma anche se le due genealogie coincidessero, ciò non ci sarebbero di nessun aiuto, in quanto sono indicate come genealogie di Giuseppe e non di Maria.
Sarebbe anche interessante sapere in cosa Simeon ben Shetach avesse peccato, poiché per altri versi è noto come il presidente rabbinico dell’età d’oro del prestigio fariseo ai tempi della regina Salomè, come abbiamo visto sopra. In ogni caso la storia è antica, poiché già ai tempi di Rabbi Lazar e Rabbi Jose esistevano delle varianti di essa.
L’espressione “cardine della porta dell’inferno” è curiosa, e suggerisce un’ambientazione egizia (o forse caldea); può essere paragonata al “perno della porta di Amenti” dei racconti popolari di Khamuas, dove si racconta la punizione di “Dives nell’Ade”.
«Fu comandato che fosse ricompensato in Amenti, ed è lui l’uomo che hai visto, nel cui occhio destro era fissato il perno (?) della porta di Amenti, che si chiudeva e si apriva su di esso, e la cui bocca era aperta in un grande lamento»[4].
Infine, in queste leggende talmudiche relative a Maria giungiamo alla storia di Miriam, figlia di Bilga, ripetuta a tre riprese, che recita così:
«Bilga riceve sempre la sua parte dal lato sud a causa di Miriam, figlia di Bilga, che si fece apostata ed andò a sposare un soldato appartenente al governo di Javan[5], e andò a colpire l’altare sacro. Lei disse: “Lupo, lupo, tu hai distrutto le ricchezze del popolo ebraico e non li hai aiutati nell’ora della loro angoscia”»[6].
Difficilmente possiamo supporre che questa Miriam di Bilga si riferisca alla effettiva figlia di Bilga di 1 Cron. 14, il capo di una delle classi sacerdotali della casa di Aaronne. Più semplicemente Miriam era la figlia di uno dei sacerdoti della casa o del lignaggio di Bilga, poiché ai tempi dello stesso Bilga non siamo a conoscenza di alcun attacco a Gerusalemme da parte dei Greci, come la storia evidentemente suggerisce.
In questo caso, tuttavia, non sembrano essere il Talmud o gli stessi ebrei a collegare questa storia a Miriam, madre di Gesù, ma Dalman[7], il quale fa supporre che questo è uno dei passi censurati del Talmud. Non so su quali basi Dalman abbia potuto mettere questa storia in relazione con le leggende di Maria. Sembra basarsi su Laible[8], che fa riferimento a Origene; questi cita Celso, che fa dire al suo ebreo che «Maria diede alla luce Gesù da un certo soldato Panthera».
Se per tale motivo dobbiamo considerare quanto sopra come una storia di Maria, allora va rilevato che il “soldato” appartiene alla “casa di Grecia” e quindi la data dell’evento deve essere posta antecedentemente alla prima occupazione romana di Gerusalemme da parte di Pompeo del 63 a.C. In tal modo in ogni caso troviamo una conferma della data di Ben Perachia.
Questo ci porta alla conclusione delle nostre storie di Maria.
[1] Cfr. S. Krauss, Das Leben Jesu nach jüdischen Quellen (Berlin:1902), p. 276, dove sono riportate tutte le indicazioni bibliografiche. Un’ipotesi probabile è quella di Bleek nell’articolo di Nitzsch, Ueber eine Reihe talmudischer und patristischer Täuschungen, welche sich an den missverstandenen Spottnamen Ben Pandera genüpft, in «Theologische Studien und Kritiken» (Hamburg:1840), pp. 115-120. Bleek suppone che Pandera sia un nome caricaturale ad imitazione del greco „parthenos“, vergine. Ma forse esiste anche un collegamento con il greco “panther” (pantera), un animale considerato un simbolo di lascivia. Se potesse o no esserci anche un collegamento fra questo concetto di panther e il culto egizio di Pasht, è impossibile dirlo. Ma Pasht o Bast, la dea “gatto” o “pantera”, si suppone avesse riti simili a quelli di Afrodite Pandemos, e le fanciulle del suo tempio presumibilmente erano delle prostitute. L’etimologia di “bastardo” è equivalente all’antico francese fils de bast, dove bast significa “basto”. “Figlio di Bast” in Egitto sarebbe stato un termine simile dal significato inequivocabile. Difficilmente tuttavia possiamo azzardare un collegamento fra questi termini, e perciò dobbiamo considerare la cosa come una curiosa coincidenza.
[2] Ma quando ci viene detto che la famosa proselita ebrea, la regina Elena di Adiabene, trascorse quattordici anni in Palestina (46-60 d. C.) in stretta comunione con i dottori della scuola di Hillel a Gerusalemme e Lud, presumibilmente c’era una scuola a Lud anche prima del tempo di Ben Hyrcanus.
[3] Krauss (Leben Jesu, p. 224) traduce “Eli Betzalim” con „Zwielbelblatt“ (foglia di cipolla) e (p. 225) si riferisce a questa Miriam come M. Zwiebelblatt, senza però avventurarsi in alcuna spiegazione. La cipolla, tuttavia, era un simbolo di lascivia, e quindi può forse essere presa come sinonimo di harlot [= prostituta].
[4] Griffith (F. Ll.), Stories of the High Priests of Memphis (Oxford: 1900), p. 49. Vedi anche: The Gospels and the Gospel (London: 1902), pp. 175-180, dove ho sottolineato l’importanza di questo episodio nel papiro demotico di recente scoperta come probabile fonte della storia di Dives e Lazzaro. Lazzaro era forse il nome del veggente in alcune varianti ebraiche di questi racconti popolari egizi? E qualche alchimia di trasmutazione di nomi ha forse portato alla nascita del nome Lazzaro della storia di Dives del terzo evangelista? L’ipotesi è azzardata, ma non più delle trasformazioni delle leggende che tutti gli studiosi del folklore ben conoscono.
[5] Cioè la Grecia (Ionia).
[6] Pal. Sukka 55d, e, sostanzialmente con le stesse parole, Bab. Sukka 56b e tos. Sukka IV.28 (Bilga apparteneva ad una famiglia sacerdotale che, come tutte le altre, prestava servizio nel Tempio per una settimana. Alla fine della settimana le famiglie entranti e quelle uscenti si dividevano il pane della presentazione, la famiglia entrante dal lato nord del cortile del Tempio, quella uscente dal lato sud. A causa dell’apostasia di Miriam, Bilga doveva sempre dividere la propria porzione di pane dal lato sud n.d.r.).
[7] Dalman – Streane, Jesus Christ in the Talmud (Cambridge:1893), p. 20 n.
[8] Ibid., p. 19.
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