
Qualcuno, anche in Italia, sembra essersi finalmente accorto dell’esistenza del grande esegeta anglicano John Arthur Thomas Robinson. Ricordo che Robinson, negli anni Settanta del secolo scorso, scrisse un memorabile libro – Redating the New Testament (“Ridatare il Nuovo Testamento”) – la cui tesi, ancora oggi scomoda e decisamente controcorrente, è che tutti i libri del Nuovo Testamento, dai Vangeli fino all’Apocalisse, sono stati scritti prima dell’anno 70 del primo secolo dell’era cristiana.
Robinson è stato menzionato negli anni scorsi, in particolare, per quanto riguarda la datazione della Lettera agli Ebrei. Viene infatti citato sia da Wikipedia[1] che dalla Nuova Bussola Quotidiana[2]. Leggiamo cosa scrive Wikipedia:
“Sulla data di composizione sono state avanzate tre ipotesi: la fase conclusiva del regno di Claudio (morto nel 54), gli ultimi anni del dominio di Nerone (morto nel 68) e il regno di Domiziano (81-96). L’ipotesi più probabile è la seconda: la liturgia del tempio è infatti descritta come ancora in atto, anche se ormai prossima alla scomparsa. Secondo il volume Redating the New Testament di John Arthur Thomas Robinson (1976), Ebrei 10,1-3 e il riferimento ai sacrifici annuali prescritti dalla Legge nel Tempio inducono a una datazione anteriore alla distruzione di quest’ultimo e alla Guerra giudaica”.
Ed ecco cosa scrive Luisella Scrosati, articolista della “Bussola”, sempre a proposito della Lettera agli Ebrei:
“L’ipotesi di Robinson è che si tratti di una lettera scritta per giudeo-cristiani di Roma, probabilmente durante gli anni della persecuzione di Nerone. Il grave ammonimento verso «quelli che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, e sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo, […] e poi sono caduti» (Ebrei 6, 4.6) richiede un contesto di apostasia, causata da circostanze gravi. Gli unici due episodi di persecuzione, prima della controversia di Novazione sui lapsi – che si situa dopo la persecuzione di Decio, alla metà del III sec. – riguardano Nerone o, verso la fine del secolo, Domiziano. Robinson non dà molto credito a quest’ultima persecuzione […]; ma che si tratti degli anni 64-67 risulta chiaro anche incrociando un altro dettaglio importantissimo. Nel decimo capitolo della lettera si afferma che «la legge, che ha un’ombra dei beni futuri, non l’immagine stessa delle cose, non può con gli stessi sacrifici, che si offrono ogni anno indefinitamente, rendere perfetti quelli che si accostano a Dio. Non avrebbero cessato altrimenti di esser offerti, per la ragione che gli offerenti, purificati una volta, non avrebbero più nessuna coscienza di peccato? Al contrario, in essi, ogni anno si rinnova il ricordo dei peccati» (10, 1-3).
“I sacrifici si riferiscono chiaramente a quelli prescritti dalla Legge e offerti esclusivamente nel tempio; nel momento in cui viene scritta la lettera, non solo i sacrifici continuano ad essere offerti, ma non c’è neppure alcun segnale di una situazione che potrebbe portare alla loro cessazione. Robinson conclude che la lettera debba perciò essere collocata prima della distruzione del tempio e probabilmente anche prima dello scoppio della Guerra giudaica”.
Fin qui, le considerazioni della Scrosati. Personalmente, mi sembra che la questione della datazione della Lettera agli Ebrei sia molto importante e che le argomentazioni di Robinson a tal proposito vadano approfondite. Tre, in particolare sono le riflessioni dell’esegeta britannico, che risponde alle obiezioni che sono state poste, dai sostenitori di una datazione tardiva, a coloro che avevano fatto caso al fatto, effettivamente rilevantissimo, che l’autore della Lettera menziona le ordinanze rituali del giudaismo utilizzando costantemente il tempo presente, senza citare mai il loro venir meno dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Romani. Diamo quindi la parola a Robinson (sottolineature mie):
- “Il fatto che dell’intero sistema levitico si parli in tutta la lettera al tempo presente, senza nessun accenno che esso si trova ora in rovina, si dice che non abbia un significato cronologico. In effetti è vero che molti dei tempi verbali presenti sono descrizioni senza tempo di disposizioni rituali […]. Giuseppe scrivendo ben dopo la distruzione del Tempio fornisce un lungo resoconto del sistema in termini simili e vi sono posteriori paralleli cristiani per lo stesso modo di parlare. Se avessimo semplicemente a che fare con una discussione di disposizioni scritturali e altre ingiunzioni, questa sarebbe una risposta esaustiva. Ma è chiaro che almeno in alcuni passaggi lo scrittore si richiama a realtà esistenti, la cui continuità attuale è essenziale al suo argomento”.
- “È stato sostenuto che alcuni sacrifici siano continuati dopo il 70 […]. Ma anche se vi furono tentativi residui di perpetuare il sistema, è sicuramente straordinario che il duro colpo che effettivamente lo finì non abbia lasciato nessun impatto sulla Lettera. Soprattutto, qualunque altra cosa sia accaduta, la successione alla carica di sommo sacerdote fu indiscutibilmente terminata, ed è difficile credere che questo non avrebbe lasciato qualche traccia sull’argomento di 7, 11-28, che mette in contrapposizione il sommo sacerdozio di Cristo, che rimane per sempre, con quello che per continuare richiede una sostituzione continua e la ripetizione quotidiana”.
- Robinson cita poi il versetto 8, 13: «Col dire nuova alleanza, ha reso antiquata la prima: ora ciò che è antiquato e invecchia è vicino alla scomparsa». Chiosa Robinson: “Se era scomparso è sicuramente incredibile che egli non abbia usato questo fatto per farlo entrare in quello che egli definisce il suo ‘punto principale’, e cioè che l’ombra deve presto lasciare il posto alla realtà (8, 1-13)”.
Conclude Robinson:
“Il parallelo più vicino alla Lettera agli Ebrei nella letteratura cristiana primitiva è la Lettera di Barnaba, il cui tema è parimenti la relazione del cristianesimo con le ordinanze rituali del giudaismo. Essa afferma esplicitamente che il Tempio venne distrutto dai Romani in conseguenza della ribellione ebraica. Se questo evento fosse avvenuto nell’epoca in cui Ebrei venne scritta, esso avrebbe messo i puntini sulle “i” di tutto quello che il suo autore era impegnato a provare”[3].
Quindi, secondo l’esegeta britannico, la Lettera agli Ebrei è stata scritta negli anni Sessanta del primo secolo. Forse, addirittura prima dell’inizio della Guerra Giudaica, che risale al 66.
Sempre a proposito di questa Lettera, mi sembra interessante menzionare il parere di un altro illustre esegeta. Intendo riferirmi a mons. Francesco Spadafora, secondo il quale Ebrei fu scritta nel 63-64, poco dopo la liberazione dell’Apostolo Paolo dalla prima prigionia romana (estate del 63)[4].
A questo punto vorrei esprimere la seguente considerazione: riflettevo nei giorni scorsi sull’affinità profonda, innegabile, che esiste tra la Lettera agli Ebrei e l’Apocalisse di Giovanni. In particolare, c’è un passo della Lettera che sembra come una sintesi, come una eco, di vari passi dell’Apocalisse. Intendo riferirmi ai versetti 18-24 del capitolo 12. Rileggiamoli nella traduzione del celebre esegeta Giuseppe Ricciotti:
“Non vi siete infatti avvicinati ad un palpabile e acceso fuoco, e ad oscurità, e a caligine, e a procella, e ad echeggiamenti di tromba e suono di parole, i cui ascoltatori declinarono l’invito cosicché non fosse rivolto loro altro discorso. Non tolleravano infatti la disposizione: «Anche se una bestia tocchi il monte, sarà lapidata» (Esodo, 19, 13); e – tanto era terribile lo spettacolo – Mosè disse: «Atterrito sono» (Deuteronomio, 9, 19), e tremante. Vi siete invece avvicinati al monte Sion e alla città di Dio vivente, Gerusalemme celestiale, e a miriadi di angeli, adunanza generale e chiesa di primogeniti iscritti a censimento nei cieli, e a Dio giudice di tutti, e a spiriti di giusti resi perfetti, e a Gesù mediatore di un nuovo testamento, e ad un sangue d’aspersione che parla meglio di Abele”[5].
Le “miriadi di angeli” richiama il versetto dell’Apocalisse 5, 11:
“E vidi, e udii voce di molti angeli intorno al trono e ai viventi e agli anziani; il loro numero era di miriadi di miriadi e migliaia di migliaia”.
La “Gerusalemme celestiale” richiama, naturalmente, la Gerusalemme celeste del capitolo 21 dell’Apocalisse.
Ma, soprattutto, il riferimento al Monte Sion della Lettera richiama l’analogo riferimento del capitolo 14 dell’Apocalisse. Mi domando: è possibile che l’autore della Lettera avesse presente le visioni del libro di Giovanni? In altre parole, è possibile che la stesura della Lettera agli Ebrei sia stata preceduta dalla stesura dell’Apocalisse e che, quindi, quest’ultima sia stata scritta prima che Gerusalemme cadesse?
Ricordo a tal proposito che proprio Before Jerusalem Fell: Dating the Book of Revelation (“Prima che Gerusalemme cadesse: datare il libro dell’Apocalisse”) si intitolava il libro del 1989 del preterista americano Kenneth Gentry, praticamente ignoto qui in Italia.
Ma questa era anche l’opinione di un altro esegeta, parimenti britannico come Robinson, vissuto nel 19° secolo: James Stuart Russell. Costui, commentando Apocalisse 14, 1-13, così si espresse, nel suo libro The Parousia, a proposito delle indubbie affinità tra l’Apocalisse e la Lettera agli Ebrei:
“Capitolo 14, 1-13. ‘E vidi: ed ecco l’agnello ritto sul monte Sion e con esso 144.000, che hanno il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulle loro fronti’, ecc. È possibile credere che l’autore dell’Epistola agli Ebrei non avesse in mente questa visione quando scrisse quel nobile passo: «Vi siete avvicinati al monte Sion, città del Dio vivente, Gerusalemme celeste», ecc.? I punti di somiglianza sono così marcati e numerosi che non può essere casuale. La scena è la stessa: il monte Sion; i personaggi sono gli stessi: «l’assemblea generale e la chiesa dei primogeniti, i cui nomi sono scritti nei cieli», corrispondenti ai centoquarantaquattromila che portano il sigillo di Dio. Nell’epistola sono chiamati «la chiesa dei primogeniti»; la visione spiega il titolo: sono «le primizie per Dio e per l’Agnello»; «i primi convertiti alla fede di Cristo nella terra di Giudea». Nell’epistola sono designati come «gli spiriti dei giusti resi perfetti»; nella visione sono «vergini immacolati, nella cui bocca non si trovò inganno; poiché sono irreprensibili davanti al trono di Dio». Sia nella visione che nell’epistola troviamo «l’innumerevole schiera di angeli» e «l’Agnello», per mezzo del quale è stata compiuta la redenzione. In breve, è dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che, poiché non si può supporre che l’autore dell’Apocalisse abbia tratto la sua descrizione dall’epistola, lo scrittore dell’epistola deve aver tratto le sue idee e le sue immagini dall’Apocalisse”[6].
Personalmente, non ho le certezze di Russell sulla primogenitura dell’Apocalisse, rispetto alla Lettera agli Ebrei, ma sono sempre più convinto che sì, entrambi i documenti – come del resto tutti i libri del Nuovo Testamento – siano stati scritti “prima che Gerusalemme cadesse”.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Lettera_agli_Ebrei
[2] https://lanuovabq.it/it/langlicano-liberale-che-anticipa-la-datazione-del-nuovo-testamento
[3] John A. T. Robinson, Redating the New Testament, London 1977, pp. 202-204.
[4] Francesco Spadafora, San Paolo: le Lettere, Genova 1990, p. 108.
[5] Giuseppe Ricciotti, Le lettere di San Paolo tradotte e commentate, Roma 1958, pp. 570-571.
[6] James Stuart Russell, The Parousia – The New Testament Doctrine of Our Lord’s Second Coming, Grand Rapids, MI, 1999, pp. 469-470.
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