
Gian Pio Mattogno
LA MENZOGNA COME ARMA DIALETTICA E APOLOGETICA EBRAICA
Fra le varie accuse mosse dalla propaganda rabbinico-talmudica e sionista contro chiunque osi mettere in dubbio le narrazioni ufficiali imposte dalla Sinagoga e dai suoi utili idioti Shabbath Goyim, una delle più ricorrenti è quella secondo cui ‒ così ci assicura la Scheda informativa: Antisemitismo della Commissione federale contro il razzismo CFR di Berna (ekr.admi.ch) ‒ a dare «un’immagine negativa degli ebrei» sono le «teorie del complotto e le fake news».
Avete letto bene: l’immagine negativa degli ebrei non nasce come conseguenza della protervia e dell’odio rabbinico-talmudico contro i non-ebrei in generale e contro i cristiani in particolare, già denunciati tra gli altri da autorevoli ebrei come Baruch Spinoza e Bernard Lazare; non nasce dalle loro prassi di usure e traffici di schiavi dei tempi andati; non nasce dalla loro volontà di dominio mondiale attestata dalla letteratura messianica rabbinica e dalla cronaca quotidiana; non nasce dal coinvolgimento degli ebrei nelle rivoluzioni moderne; non nasce dal genocidio messo in atto dall’entità criminale sionista contro il popolo palestinese.
Non nasce da questa e da altre cause consimili.
No. L’immagine negativa degli ebrei nell’opinione pubblica nasce … dalle fake news!
E quando poi leggi su «La Repubblica» (8 gennaio 2024) un articolo dell’ebreo Maurizio Molinari dal titolo: L’antisemitismo nasce dal veleno delle bugie, ti viene subito voglia di rispolverare il vecchio caro adagio latino: medice, cura te ipsum (medico, cura prima te stesso).
Ho già parlato dell’uso sistematico della menzogna come arma dialettica e apologetica da parte degli ebrei, basandomi sulle considerazioni di Michaël Wygoda, docente di diritto presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.
(“Per amore della pace”, andreacarancini.it).
Citando diverse fonti rabbiniche, Wygoda ammette tranquillamente che la normativa tradizionale ebraica è fortemente discriminatoria nei confronti dei non-ebrei.
Per ovviare alle possibili reazioni dei non-ebrei, i rabbi inventarono un sotterfugio compendiato nella massima: mipnei darkhei shalom (lett.: “a causa delle vie della pace”, nell’interesse della pace).
In buona sostanza, in via eccezionale i rabbi consentirono determinati atteggiamenti benevoli verso i non-ebrei, cioè nonostante la Halacha, la normativa rabbinica, li consideri abitualmente degli idolatri immondi, impuri e perversi da combattere ed estirpare.
Appare del tutto evidente – e Wygoda lo riconosce apertamente ‒ come questi atti, spacciati da certa apologetica giudaica come atti di filantropia, in realtà non fossero determinati da un vero sentimento filantropico, completamente assente nel giudaismo rabbinico-talmudico, ma fossero dettati unicamente dai timori di reazioni da parte dei non-ebrei di fronte ad atteggiamenti discriminatori giudaici troppo palesi.
Cioè che potessero, diremmo oggi, generare “antisemitismo”. A buon intenditor poche parole.
(Una racconta di fonti, accompagnata da una ricca bibliografia, è in: J. Poulin, Loving-Kindness towards Gentiles according to the Early Jewish Sages, «Théologiques», 11/1-2 (2003), pp. 89-112; S. Fishbane, Mipnei Darkhei Shalom: The Promotion of Harmonious Relationship in the Mishnah’s Social Order, in Is Judaism Democratic?, Purdue University Press, 2018, pp. 73-90).
Ora, nella letteratura rabbinica incontriamo dei passi nei quali la menzogna viene per così dire addirittura eretta a sistema.
Dal Talmud apprendiamo infatti che mipnei darkhei shalom si può anche mentire.
In Jebamoth 65b vengono riportate le opinioni di R. Ilea e R. Natan, secondo i quali è permesso ad una persona mentire (il testo talmudico usa il più edulcorato “allontanarsi dalla verità”), come fecero i fratelli di Giuseppe, come fece Samuele e come fece … Dio stesso, il quale «comanda di mentire nell’interesse della pace»!
Il curatore inglese dell’ed. Soncino Press traduce: «One may modify a statement in the interest of peace», che replica sostanzialmente la chiosa della «Jewish Encyclopedia», alla voce “Peace”: «Nell’interesse della pace la verità può essere sacrificata».
A due riprese (Aboda Zara 28a; Joma 84a) il Talmud racconta di un rabbi che aveva dei dolori e si rivolge ad una matrona per essere guarito. La matrona gli prepara un farmaco segreto da ingerire il giovedi e il venerdi. Il rabbi domanda cosa farà il sabato, e la matrona lo rassicura che non ne avrà bisogno. Ma, la incalza il rabbi, se ne avesse bisogno? Allora la matrona lo fa giurare di non svelare il segreto a nessuno, e il rabbi giura: «Al Dio d’Israele non lo racconterò». Tranquillizzata, la donna gli rivela il segreto del farmaco, ma già l’indomani il rabbi a sua volta rivela il segreto ai discepoli.
Ma il rabbi non aveva giurato di non svelare il segreto? No, risponde il Talmud, perché aveva giurato di non svelare il segreto al Dio d’Israele, «ma non al suo popolo» (sic!).
Ancora più significativo è quanto racconta il Talmud in Kallah 18b. Un giorno i dottori giudei sedevano davanti alla porta della città. Dinanzi a loro passarono due giovani, l’uno a capo coperto, in segno di rispetto, l’altro a capo scoperto, atteggiamento ritenuto segno d’insolenza (in quest’ultimo giovane si è voluto vedere Gesù di Nazareth o una sua prefigurazione).
Del giovane a capo scoperto R. Eliezar disse che era un bastardo (mamzer), R. Joshua disse che era figlio di donna mestruata (niddah). R. Akiba disse invece che il giovane era al tempo stesso bastardo e figlio di donna mestruata, e che lo avrebbe dimostrato. Si recò dalla madre del giovane, la trovò che vendeva legumi al mercato e le disse che le avrebbe assicurato un posto nel mondo a venire se lei avesse risposto alle sue domande.
La donna gli chiese di giurarlo, e R. Akiba – così testualmente il Talmud ‒ «giurò con le labbra, ma nell’intimo del suo cuore annullò il giuramento».
La donna confessò che il suo paraninfo era entrato nella camera nel periodo delle mestruazioni, e da ciò era nato quel giovane, bastardo e figlio di donna mestruata.
Qui non siamo davanti alla classica “pietosa bugia” o ad altre cose del genere, ma ad una vera e propria metodologia ebraica della menzogna come arma dialettica e apologetica.
Tienine sempre conto quando discuti con un “eletto”.
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