
GESÙ NEL TALMUD: BEN STADA
(BEN STADA, «Encyclopaedia Judaica». Second Edition. Volume 3: Ba – Blo, 2007, pp. 378-379)
Ben Stada, o Ben Stara, un personaggio menzionato in due passi apparentemente non correlati della Tosefta, identificato nella tradizione successiva con la figura di Ben Pandira (Gesù).
Il primo passo compare in Tosefta Shabbath 11, 15, che riporta una disputa relativa ad un tale che si era fatto dei segni sulla carne.
Rabbi Eliezer sosteneva che costui era responsabile della profanazione del Sabato, mentre i suoi colleghi lo ritenevano esente da punizione, in quanto questo non è il modo normale di scrivere.
A sostegno della sua posizione R. Eliezer disse: “Non è forse in questo modo che ha insegnato Ben Stada (altri leggono: Sitra, Sotra, Stara)? Essi gli risposero: A causa di un folle dovremmo ritenere colpevoli tutti i savi?”
Il secondo passo riguarda la halacha nella Mishnah Sanhedrin 7, 10, che consente alle autorità di “incastrare” chiunque cerchi di persuadere un ebreo a praticare l’idolatria. Commentando questa halacha, la Tosefta (Sanhedrin 10, 11) afferma: “Ed è così che fecero con Ben Stada (altri leggono: Stara) a Lydda: tennero nascosti due studiosi [per testimoniare contro di lui] e lo lapidarono”.
(Lo spelling del nome è incerto anche nei passi paralleli del Talmud. Vedi oltre e cfr. Lieberman, Tosefta ki-Feshuta, 1 (1955), pp. 179-180).
La seconda baraita, che narra dell’esecuzione di Ben Stada, è riportata nel Talmud di Gerusalemme (Jebamoth 16, 6, 15d) quasi con le stesse parole.
La prima baraita, che descrive la sua prassi di scrivere sulla propria carne, è riportata in TG Shabbath 12, 4, 13d) in una forma quasi simile al testo della Tosefta. Differisce tuttavia in un aspetto importante: l’allusione piuttosto oscura al comportamento eccentrico di Ben Stara (“Ben Stara ‘apprendeva’ in questo modo) viene ampliata e spiegata così: “Non è in questo modo che Ben Stada (ha portato la stregoneria dall’Egitto)?”.
Mentre è possibile che il Talmud di Gerusalemme stia conservando qui un’antica tradizione relativa a Ben Stada, è altrettanto probabile che si tratti di una interpretazione armonica della Tosefta Shabbath nel tentativo di spiegare la ragione per cui fu giustiziato nella Tosefta Sanhedrin.
Entrambe queste tradizioni erano originariamente riportate nel Talmud di Babilonia, ma in parte vennero eliminate dalle edizioni successive da parte della censura cristiana, per ragioni che saranno subito chiarite.
I successivi testi a stampa di TB Shabbath 104b recitano: “R. Eliezer disse ai saggi: Non è vero che Ben Stara portò la stregoneria dall’Egitto nelle ferite della sua carne? Essi risposero: Era un folle, e non si traggono prove dai folli”.
Qui termina la sugya nelle edizioni a stampa successive. La continuazione della sugya, come appare in tutti i manoscritti e nel testo a stampa più antico, recita: “ [Era] il figlio di Stara (o: Stada)? Non era piuttosto il figlio di Pandira! Rav Hisda disse: Stara era il marito [di sua madre]; Pandira era l’amante [di sua madre]. [Ma il marito di sua madre] era Papos figlio di Giuda! Piuttosto, sua madre era Stara (o Stada), suo padre era Pandira. [Ma] sua madre era Maria la parrucchiera (magdala)! Piuttosto, [ella era chiamata Stada] per ciò che dicono a Pumbendita: ella tradì (sata da) suo marito”.
Il nome “Ben Pandira” era inteso nel Talmud di Babilonia come un eufemismo per Gesù (Cfr. Tosefta Hull. 2, 24; TB Avoda Zara 16b-17a).
È quindi abbastanza chiaro come l’intero passo talmudico sia una polemica anticristiana che ridicolizza la dottrina della nascita virginale di Gesù (Cfr. D. Rokeah, Ben Stara is Ben Pantira).
In linea con questa tendenza anticristiana, la versione della seconda baraita riportata nel testo non censurato di TB Sanhedrin 67a recita: “E questo è precisamente ciò che fecero a Ben Stada (o: Stara) a Lydda, e lo impiccarono la vigilia di Pasqua”, apparentemente un riferimento alla crocifissione.
Il testo prosegue quindi come in Shabbath: “Era il figlio di Stara? Non era piuttosto …”.
Mentre la tradizione babilonese sembra chiaramente identificare Ben Stada con Ben Pantira (Gesù), è altamente improbabile che ciò rifletta una tradizione storica derivante dal periodo tannaitico.
Si tratta al contrario quasi certamente di un classico esempio di “storiografia creativa” del Talmud, che cerca di identificare figure oscure e sconosciute (come Ben Stada) con figure significative e ben note (come Ben Pantira = Gesù).
Qui come altrove il Talmud babilonese rielabora fonti antiche (Tosefta e Talmud di Gerusalemme) per raggiungere i propri scopi letterari e polemici.
Non sorprende quindi che permangano incongruenze fra gli elementi più antichi e originali e le tendenze ed interpretazioni più recenti che coesistono nella rielaborazione finale di queste storie nel Talmud babilonese.
I tentativi di ricollegare tutti questi diversi elementi ad una particolare figura storica concreta saranno quasi sempre contraddittori.
Ad esempio, Rabbenu Jacob b. Meir Tam (nelle prime edizioni delle Tosafot a Sanhedrin) menziona un’interpretazione che identifica Ben Stada con Gesù.
Questa ipotesi si basa sull’allusione a Pandira ed è rafforzata dalla menzione di un’esecuzione durante la Pasqua e di una madre di nome Miriam (Maria). Tuttavia R. Tam respinge tale interpretazione, sottolineando il fatto che Papos ben Judah visse un secolo dopo Cristo. Inoltre Gesù fu giustiziato a Gerusalemme, e non a Lydda.
La ricerca moderna tende ad affermare che Ben Stada potrebbe essere stato il profeta egizio il quale, durante l’amministrazione del procuratore romano Felice, persuase “grandi folle a seguirlo sul Monte degli Ulivi”, dove al suo comando “le mura di Gerusalemme sarebbero crollate ed egli avrebbe aperto un varco per entrare in città” (Jos. Ant., 20, 169 sgg; Atti, 21, 38).
Ma in realtà l’unico vero collegamento fra i due è la menzione dell’Egitto. Giuseppe Flavio sostiene che questo profeta scomparve, mentre Ben Stada (secondo le testimoniane più antiche e attendibili) fu giustiziato a Lydda, forse nel secondo secolo d.C. (Cfr. Derenbourg, Essai sur les formes des pluriels arabes, 1867, pp. 468-71).
Data la scarsità di prove relative a Ben Stada conservate nelle fonti più antiche, è improbabile che si possa giungere ad una identificazione della figura storica che sta alla base di queste tradizioni.
Bibl.: R.T. Herford, Christianity in Talmud and Midrash, 1903, pp. 37, 344 sgg.; J. Klausner, Jesus of Nazareth, 1919, pp. 20-23; Schoeps, in HUCA, 21 (1948), pp. 258 sgg.; Chajes, in: Ha-Goren, 4 (1903), pp. 33-37; D. Rokeah, in: Tarbiz, 39 (1970), pp. 9-18.
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