Giulietto Chiesa e la longa manus degli Stati Uniti (e di Israele) nel caso Moro

Come molti certamente sapranno, lo scorso 26 aprile è morto il noto giornalista e scrittore Giulietto Chiesa.

I necrologi pubblicati sui vari organi d’informazione sono stati generalmente corretti. Tra quelli da me letti, solo uno, quello pubblicato dal Riformista, ha menzionato alcune sue prese di posizione associandole “al mondo del complottismo”. Ecco cosa ha scritto il quotidiano diretto da Piero Sansonetti:

“Negli ultimi anni il suo nome è stato sempre più accostato al mondo del complottismo, con interventi rilasciati in particolare sulla televisione online Pandoratv.it, fondata da Chiesa nel 2014. Il giornalista era diventato un forte sostenitore di teorie come scie chimiche, la matrice americana dietro l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, così come la ‘cabina di regia’ dietro gli attentati del 2016 a Bruxelles. Nel corso degli anni le sue posizioni filo-Putin si erano fatte sempre più forti, in particolare sulla guerra in Siria e sull’uso di armi chimiche da parte del presidente Bashar al-Assad, alleato proprio di Putin”.

A parte il fatto che l’uso di armi chimiche da parte di Assad, per quanto vociferato in Occidente, non è mai stato dimostrato, è vero che Chiesa si è occupato di certi importanti fatti della storia recente – sia italiana che internazionale – con un taglio meritoriamente non conformista: dell’11 settembre, certo, ma anche del caso Moro.

Ha dato di questi fatti un’interpretazione “complottista”? Se si toglie a questo termine la valenza peggiorativa fatta propria dal Riformista, certamente sì, nel senso che nelle vicende storiche accade talvolta di trovarsi di fronte proprio a dei complotti, e Chiesa non aveva paura di chiamare le cose con il loro nome.

Prendiamo ad esempio il predetto caso Moro. Giulietto Chiesa se ne è più volte occupato.

Ad esso ha dedicato il penultimo articolo pubblicato sul suo blog:

Tutti gridano al gombloddo!!! Ma quando ce l’avevate sotto gli occhi non l’avete visto.

L’articolo in questione risale al 22 febbraio 2020. In esso, Chiesa, citando le ricerche del giornalista d’inchiesta Giovanni Fasanella, puntualizzava come il rapimento e l’uccisione del leader democristiano è stato l’oggetto non di un singolo complotto ma di una miriade di complotti!

Tutte le indagini – giudiziarie e parlamentari (compresa l’ultima Commissione presieduta da Giuseppe Fioroni) – che sono state fatte nei quarant’anni successivi al rapimento e all’uccisione del leader democristiano hanno avuto infatti il fine di stabilire i confini di ciò che poteva essere detto e di ciò che non poteva essere detto agli italiani sulla vicenda in questione.

Così concludeva il suo articolo Giulietto Chiesa:

“Insomma c’erano cose che non si potevano proprio dire. Neanche adesso si possono dire. Non è un complotto? Gli stupidi non lo vedono proprio. E, tra gli stupidi, anzi tra gli idioti (utili), bisogna mettere anche i “brigatisti rossi”, coloro che Fasanella definisce come “convinti di essere stati il motore esclusivo degli avvenimenti”, che furono però “più grandi di loro”. Insomma cosa fu il “Caso Moro”? A costo di fare infuriare tutti gli stupidi, citerò la conclusione del ragionamento di Fasanella: “L’assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro l’Italia anche da parte di Stati amici e alleati, un attacco alla sovranità di una nazione e alle sue libertà politiche, portato da interessi stranieri con la complicità di quinte colonne interne”. Orrore! Gombloddo! Ma Fasanella i documenti li ha trovati e portati”.

Ma del caso Moro Chiesa si era occupato anche quattro anni prima, nel 2016, pubblicando un video su Youtube in cui introduceva e commentava alcune rivelazioni di Giovanni Galloni, storico collaboratore di Aldo Moro. Al video, Chiesa diede il seguente titolo:

“L’assassinio di Moro: una false flag americano-israeliana”.

Giulietto Chiesa introdusse il video ribadendo che il rapimento e l’uccisione di Moro “fu un vero e proprio colpo di Stato, cioè un complotto”. “Uso questo termine”, aggiungeva Chiesa, “nonostante la notevole quantità di cretini che hanno paura di usarlo per non sentirsi screditati”.

Nel video in questione, risalente al 5 luglio 2005, si vede Giovanni Galloni intervistato da due giornalisti. Galloni afferma:

“Io non posso dimenticare un discorso che ebbi con Moro poche settimane prima del suo rapimento. Discutevamo con Moro delle Br, delle difficoltà di trovare i covi delle Br, e Moro mi disse: ‘La mia preoccupazione è questa: che io ho per certa la notizia che i servizi segreti, sia americano sia israeliano, hanno degli infiltrati all’interno delle Br. Però non siamo stati avvertiti di questo, perché se fossimo stati avvertiti i covi probabilmente li avremmo trovati’”.

Questa confidenza Galloni la ricevette “proprio nei giorni che precedettero la cattura di Moro”.

E prosegue: “me ne sono ricordato proprio per le difficoltà che nei 55 giorni della prigionia di Moro avemmo nel metterci in contatto con i servizi segreti americani per ritrovare la prigione di Moro, che non fu mai ritrovata”.

Mentre invece quando si trattò del rapimento di un esponente americano (Galloni si riferisce evidentemente al generale Dozier) “le prigioni furono ritrovate nel giro di 15 giorni”.

Sottolinea Chiesa: “Infiltrati può voler dire molte cose. Può voler anche dire che alcuni dei brigatisti rossi erano loro stessi degli agenti dei servizi segreti americani e israeliani. Il che vuol dire che i servizi segreti americani e israeliani sapevano quello che si stava tramando all’interno delle Brigate rosse…e con tutta probabilità parteciparono anche, attraverso i loro infiltrati, al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro”.

Il che confermerebbe quello che disse all’epoca dei fatti il giornalista Mino Pecorelli:

“I terroristi delle Brigate rosse, o almeno alcuni di loro, non sono quello che dicono di essere”.

Giulietto Chiesa è stato il primo, a proposito del caso Moro, a usare il termine “false flag”: un’operazione sotto falsa bandiera. Compiuta da alcuni e addossata ad altri.

Un fatto è certo: le “interferenze” straniere nella vicenda in questione sono state plurime. E pesantissime.

Nel corso di questi ultimi 20 anni ne hanno parlato alcuni importanti giornalisti d’inchiesta: ne ha parlato Giuseppe De Lutiis (nel libro Il golpe di via Fani); ne ha parlato Paolo Cucchiarelli (nei libri Morte di un Presidente e L’ultima notte di Aldo Moro); e ne ha parlato il già citato Fasanella (nei libri Il golpe inglese e Il puzzle Moro).

Quindi il riferimento ad un “complotto” o, ancora meglio, a dei “complotti” (al plurale) è più che appropriato.

Complotti che hanno visto in prima fila nazioni (teoricamente) amiche dell’Italia come gli Stati Uniti e l’Inghilterra. E come Israele. Perché la presenza di Israele nella storia delle Brigate rosse è un fatto storico ormai accertato. E non risale all’epoca del rapimento Moro ma, addirittura, a qualche anno prima.

Ci ha ragguagliato di questo, con dovizia di particolari, l’ex brigatista Alberto Franceschini nel libro-intervista – pubblicato insieme a Giovanni Fasanella – intitolato Che cosa sono le Br (RCS libri, Milano 2007).

A p. 74 del suo libro, Franceschini parla di uno dei fondatori delle Br, Corrado Simioni: Franceschini e Renato Curcio, all’epoca (prima di finire entrambi in galera nel 1974), avevano messo in guardia Giorgio Pietrostefani e Oreste Scalzone (esponenti rispettivamente di Lotta Continua e di Potere Operaio) dal frequentare Simioni perché quest’ultimo era “un agente della Cia”.

Era stato proprio Curcio in persona a definirlo così. E Franceschini aggiunge, rivolgendosi al suo intervistatore Fasanella:

“Tenga presente che Duccio Berio, legatissimo a Simioni, diceva tranquillamente che suo padre collaborava con i Servizi segreti di Israele” (ibidem).

A p. 123, Franceschini rievoca il sequestro, avvenuto nel 1973, di Michele Mincuzzi, dirigente del personale all’Alfa di Arese, un’iniziativa organizzata e gestita non da lui ma dal capo Br Mario Moretti. Costui fotografò il sequestrato con un cartello al collo e inviò la foto ai giornali.

La stranezza di quest’episodio è legata al fatto che il simbolo delle Br disegnato sul cartello non era una stella a cinque punte ma a sei:

“Tutti i giornali” – ricorda Franceschini – “sottolineavano l’anomalia di un’azione brigatista firmata con la stella di Davide, simbolo dello Stato d’Israele…Molti anni dopo, un ufficiale dei carabinieri che ha speso la sua vita a indagare sul terrorismo, mi ha detto: «Moretti voleva mandare un messaggio agli israeliani: guardate che cosa sono in grado di fare, comando io»”.

Franceschini aggiunge che, in seguito, i servizi segreti israeliani contattarono i brigatisti due volte.

La prima volta il messaggio era semplicemente che gli israeliani erano interessati a stabilire un contatto con le Brigate rosse.

La seconda volta il messaggio fu più esplicito: “non vogliamo dirvi che cosa fare, a noi interessa solo che voi esistiate, e noi vi diamo armi e denaro” (p. 125).

Ai tentativi di “aggancio” degli israeliani, Curcio e Franceschini risposero di no entrambe le volte.

Poi, con l’arresto di Curcio e Franceschini nel 1974 e con la morte della moglie di Curcio, Margherita Cagol, uccisa dai carabinieri nel 1975, tutto cambia: a comandare nelle Br adesso c’è Mario Moretti.

Quello che voleva mandare un messaggio agli israeliani.

Più avanti, Franceschini arriva a definire il caso Moro come “una vicenda con una regia internazionale in tutte le sue fasi” (p. 168).

A questo punto vorrei introdurre un ulteriore elemento di riflessione: ieri, mi sono imbattuto in un’interessante intervista, condotta nel 2015 dalla giornalista d’inchiesta Stefania Limiti, al vecchio capo del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, Bassam Abu Sharif.

L’intervista verte proprio sulla figura di Aldo Moro e sulla sua azione politica negli anni ’70.

Moro, secondo Sharif, voleva liberare l’Italia dalla “subdola dominazione statunitense…Dopo il sequestro da parte delle Brigate rosse, fummo contattati da Roma e facemmo ogni tentativo per salvarlo. Ma una terza parte lo impedì”.

E perché lo impedì? A questo proposito Sharif evidenzia che, negli anni precedenti al suo sequestro, Moro aveva rafforzato i legami con l’Olp e con il Fronte Popolare di George Habash. L’accordo con i palestinesi (il famoso Lodo Moro) mirava non solo a evitare le azioni di guerra di questi ultimi sul suolo italiano ma era rivolto anche al futuro. Attenzione a cosa dice Sharif:

“[il lodo Moro] prevedeva una fase 2, un’evoluzione dei nostri rapporti; in pratica erano state programmate iniziative per il rafforzamento della cooperazione sulla base del sostegno italiano al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese. Si pensava a un futuro nuovo per il Mediterraneo. Fu una vittoria di Moro che gli americani e gli israeliani non gradirono affatto. Anzi, erano davvero molto arrabbiati, per loro l’accordo con i palestinesi era un sostegno ai ‘terroristi’. Gli israeliani volevano usare l’Europa per la loro caccia ai palestinesi: figuratevi se potevano accettare la politica di Aldo Moro. Di fatto avviarono una guerra contro di lui e contro l’Italia”.

Gli israeliani avviarono una guerra contro di lui e contro l’Italia.

Sharif aggiunge che la Cia riuscì a impedire le trattative tra le Br e lo Stato italiano durante il sequestro dello statista. A questo punto l’intervistatrice domanda:

“Lei sostiene che qualcuno si mise in mezzo, dunque che c’erano interferenze dirette, infiltrati o contatti in grado di avere notizie su quanto si stava muovendo?”

E Sharif risponde:

La situazione era perfetta per la penetrazione di un gruppo come le Brigate rosse…La situazione di quei gruppi era porosa e offriva l’opportunità di forti, fortissime infiltrazioni”.

Abu Sharif

Questa intervista, come detto, risale al 2015: quello che ha detto Sharif quadra perfettamente con quanto aveva detto dieci anni prima Giovanni Galloni sugli “infiltrati americani e israeliani” all’interno delle Brigate rosse.

Quindi Giulietto Chiesa ha fatto bene a definire il caso Moro un complotto. Questo infatti dicono le risultanze dei migliori giornalisti d’inchiesta.

Eppure Il Riformista ha associato il nome di Chiesa “al mondo del complottismo”. Anche per le sue prese di posizione “sempre più forti” in favore di Putin.

Questo modo di ragionare, queste associazioni di idee, denotano una mentalità tipica della stampa mainstream occidentale, una mentalità che dura ormai da diversi decenni.

Il suo punto di inizio può essere fatto risalire al 1967, quando un memorandum della CIA raccomandava ai propri agenti nel mondo dell’informazione di associare le “chiacchiere sul complotto” relative all’omicidio del Presidente Kennedy alla “propaganda comunista”.

Per denigrare chi si azzardava a contestare la versione ufficiale del delitto di Dallas.

Parla di questo uno dei saggi compresi nell’antologia intitolata Zero – perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso: il libro curato a suo tempo proprio da Giulietto Chiesa e pubblicato nel 2007 da PIEMME (il saggio in questione è quello di Barrie Zwicker, pp. 301-332).

Chi non era convinto della versione ufficiale sull’omicidio di Kennedy non solo era un “complottista” ma, probabilmente, pure un “comunista”. Questo dovevano dire i giornalisti fedeli alla CIA all’opinione pubblica. Questo accadeva nell’America degli anni ’60 ma accade anche nell’America di oggi, quando si dubita, ad esempio, della versione ufficiale dell’11 settembre.

E accade anche in Italia: dubiti della versione ufficiale dell’11 settembre? Parli degli inconfessabili complotti che avvengono nelle segrete stanze del potere? Sei un amico di Putin.

E ormai non è neppure necessario supporre un intervento della CIA per indurre un habitus mentale di questo tipo.

È una mentalità che i giornalisti hanno acquisito per forza d’inerzia.

Così opera la stampa mainstream, anche quella che sembra meno conformista, come Il Riformista di Piero Sansonetti.

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