
VECCHIE RECENSIONI E ORIENTAMENTI BIBLIOGRAFICI
PER LO STUDIO DELLA QUESTIONE EBRAICA
(LAIBLE, DALMAN, VERNET, BONSIRVEN)
(Jesus Christus im Thalmud, von H. Laible, mit einem Anhange: Die Thalmudischen Texte, mitgeteilt von Dr. G. Dalman, Berlin, 1891, «L’Université catholique», t. IX, 15 Janvier – 15 April 1892, pp. 479-480)
Che cosa dice il Talmud su Gesù Cristo? Nulla o ben poco, affermano gli ebrei, che leggono le edizioni censurate del Talmud.
Ma se si consultano gli antichi manoscritti del Talmud o le edizioni anteriori al 1644 la risposta è completamente differente.
- Laible ha ricercato i passi che erano stati eliminati dove si parla di Gesù.
Egli suddivide il suo lavoro in tre parti:
- – I nomi di Gesù e la loro origine;
- – La sua vita;
III. – La sua morte.
È impossibile ripetere in una rivista cattolica le infamie che i rabbini hanno inventato sulla Vergine Maria, o gli oltraggi e le ingiurie che prodigano contro il divino Maestro.
Né gli ebrei potranno negare l’esistenza di siffatti passi, poiché Dalman in appendice ne riporta il testo ebraico.
Sebbene tutte queste espressioni del Talmud su Gesù Cristo non siano di oggi, esse la dicono lunga sull’odio che gli ebrei nutrivano nei confronti del Salvatore.
Difatti, dato il modo in cui fu compilato il Talmud, è probabile che alcuni di questi giudizi provengano dai rabbini del primo secolo.
Perciò non ci si venga a dire che Gesù è passato inosservato, anche per i suoi compatrioti, e che i Vangeli esagerano l’odio dei dottori ebrei contro di lui! … (E. Jacquier)
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(Papes et Juifs au XIII siècle, «Revue Catholique des Revues Françaises et Étrangères», T. II, Janvier-Juin 1896, pp. 326-327 [Cfr. l’articolo di Félix Vernet in «L’Université catholique», t. XXI])
La questione ebraica non è nata oggi. Se ne possono seguire le varie fasi lungo tutto il medio evo.
Nel XIII secolo i Papi in generale si mostrano abbastanza benevoli verso gli ebrei, che proteggono contro l’ingiustizia pur sforzandosi di impedir loro di nuocere ai cristiani e alla società cristiana.
Félix Vernet ha ribadito questa verità storica grazie ad un interessante documento, ancora inedito, il formulario di Martino da Eboli.
Martino da Eboli, domenicano, fu nominato da Innocenzo IV vice-cancelliere della Chiesa romana; la sua firma figura sui registri dal 1244 al 1251.
Egli introdusse nella cancelleria diverse riforme utili e compose un formulario per facilitare il compito dei futuri cancellieri.
Sebbene abbia dovuto adattarsi alle più svariate circostanze, nondimeno questo formulario è «una fonte storica d’una purezza ineccepibile», in quanto i modelli scelti sono «l’esatta riproduzione dei documenti della cancelleria».
Si prendono le lettere già scritte limitandosi a lasciare in bianco le indicazioni relative alla data e al destinatario.
Per gli ebrei in particolare, Martino estrae dai registri le parti che vi si riferiscono e ci dà «in breve la storia delle relazioni tra gli ebrei e il papato nel XIII secolo».
Prima di tutto, le parti favorevoli agli ebrei. Il papa si felicita con il re d’Inghilterra per l’umanità che mostra verso gli ebrei del suo regno e per l’impegno a continuare così. Questo tuttavia è un caso raro. In genere i papi scrivono per difendere gli ebrei contro i maltrattamenti che subivano da certi signori che intendevano rapinarli delle loro ricchezze.
Allora i papi scrivono di non cacciarli senza giusta causa, di restituire loro la libertà, di rispettare i contratti legittimi che hanno firmato coi cristiani, di pagar loro ciò che era dovuto, etc.
Vi è anche una sorta di privilegio generale, in virtù del quale il papa prende gli ebrei sotto la sua protezione. «È fatto divieto di ucciderli, di ferirli, di rubare i loro beni, di molestarli durante la celebrazione delle loro solennità, di esigere da loro servizi non dovuti, di ridurre i loro cimiteri, di esumare i loro defunti».
Tali misure sono basate su diverse considerazioni.
In primo luogo «gli ebrei rendono testimonianza della verità della fede ortodossa, sia perché conservano le scritture, sia perché la loro dispersione fra i popoli richiama alla memoria il deicidio che hanno commesso. In secondo luogo, verrà l’ora del loro ritorno alla vera fede … E poi, i loro padri furono gli amici di Dio. Essi stessi portano in sé la somiglianza del Salvatore, e Dio è il loro creatore come lo è dei cristiani. La Chiesa inoltre appartiene a tutti, saggi e insensati. I cristiani debbono avere per gli ebrei la stessa benignità di quella che essi desiderano per i loro fratelli da parte dei pagani quando vivono nelle loro contrade».
Ma al tempo stesso i papi si adoperano a reprimere gli eccessi degli ebrei contro i cristiani. Spesso ricordano l’obbligo degli ebrei di portare sempre un segno distintivo, soprattutto al fine di evitare matrimoni fra ebrei e cristiani. Ordinano di adottare misure severe contro gli autori di omicidi rituali. Lasciano volentieri agli ebrei l’Antico Testamento, ma proscrivono il Talmud; divieto frequentemente ribadito nel corso del medio evo, assieme alla triplice proibizione «riassunta da un’altra formula: divieto di esercitare pubblici uffici; di impiegare balie cristiane; di moltiplicare il numero delle sinagoghe».
Infine, ed è ciò che forse ricorre più spesso, si proibisce loro l’usura che praticano incessantemente, sebbene li si sia più volte costretti a restituire i guadagni illeciti.
Riguardo alla coscienza, la Chiesa non ha mutato opinione. Gli ebrei possono vivere secondo la loro legge. È proibito costringerli al battesimo e a fare battezzare i loro figli. Bisogna restituire i figli che sono stati loro sottratti. Ma se degli ebrei si convertono, li si accolga con gioia e si assicuri loro ogni risorsa, soprattutto se il convertito fa sperare che si renderà utile nella controversia coi suoi antichi correligionari.
Infine, ci si mostri severissimi, e giustamente, verso quei cristiani che abbandonano la propria fede per farsi ebrei.
«Questa ci pare, attraverso il Formularium di Martino da Eboli, la linea di condotta della Chiesa nei riguardi degli ebrei, al momento del pontificato di Innocenzo IV. E tale è rimasta, con diverse sfumature di severità o di favore, lungo i secoli» (A.B.).
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(Joseph Bonsirven, Textes rabbiniques des deux premiers siècles pour servir à l’intelligence du Nouveau Testament, Roma, Institut Biblique Pontifical, 1954, «Revue des Sciences Religieuses», t. 29, fasc. 3, 1955, pp. 287-289).
Per ben comprendere l’opera del R.P. Bonsirven, uno dei maestri degli studi ebraici, occorre inquadrarla nel contesto storico, dove certe nozioni sono un po’ dimenticate.
Dopo la presa di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), la maggior parte degli scribi, imitando lo storico Giuseppe, s’era rifugiata a Lydda e a Jamnia o Jabne. Lydda divenne anche il centro di una fiorente scuola, resa illustre alla fine del primo e all’inizio del secondo secolo da Tannaiti come R. Eliezer e R. Aqiba.
Il successore di Adriano, Antonino Pio (138-160) comprese che bisognava scegliere fra il particolarismo ebraico e lo sterminio del popolo. Piuttosto che veder scoppiare nuove guerre, scelse la prima soluzione e la vita religiosa ebraica si riorganizzò in Galilea, in particolare a Tiberiade, Sephoris e Usha.
La Torah doveva essere completata, ed i rabbini, nel corso del primo secolo a.C., s’erano dedicati a questo compito. Di qui un primo lavoro, il Midrash, ricerca, e quindi studio, esegesi che muove dalla Scrittura per concludersi nella Halakah, lo studio delle decisioni tradizionali, la cui origine si faceva risalire a Mosè, e nella Haggadah, racconto, insegnamento storico o presuntamente storico.
La Halakah al tempo di Gesù Cristo non costituisce ancora un codice ben definito, ma al contrario è un codice in via di formazione. Esso trae nuove conclusioni che possono applicarsi a nuove circostanze.
Distrutta Gerusalemme, risultato dell’attività di quattro generazioni di dottori dal 70 al 200 è la Mishnah, dall’ebraico shanah, ripetizione, in contrapposizione alla legge scritta. L’aramaico tannah ha lo stesso significato, donde la designazione di tannaim, tannaiti, data ai dottori (insegnanti, ripetitori) che hanno composto la Mishnah.
La Mishnah per eccellenza, che eclissò tutte le altre, è quella di R. Juda Ha-Nasi (164-217), soprannominato il Santo, capo della scuola di Tiberiade.
A questa Mishnah debbono naturalmente aggiungersi i commentari che formano il Midrash haggadico, i commentari su Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Essi datano verso la fine del II sec. a.C., ma oltre ad elementi haggadici contengono elementi halachici e interpolazioni posteriori.
Queste spiegazioni erano necessarie per far comprendere tutto l’interesse dell’opera del R.P. Bonsirven. Il dotto autore riporta, sulla scorta di fonti per la maggior parte difficilmente accessibili, il pensiero dei primi dottori ebrei durante i primi due secoli cristiani.
Negli ultimi anni si è molto parlato dei testi ebraici trovati nel deserto di Giuda, di quella biblioteca degli Esseni recentemente scoperta. Tutti questi testi non sono ancora pubblicati. Ne conosciamo tuttavia abbastanza per cominciare a comprendere meglio il pensiero che ha presieduto alla fondazione della Chiesa.
In contrapposizione ai Farisei, che sono nazionalisti e ritualisti, e agli Esseni, che per scrupolo ritualistico si separano dalla massa del popolo ebraico, stabiliscono una morale più scrupolosa e un rituale più severo, ecco il Cristo che proclama la libertà del Figlio di Dio in un elevato clima spirituale, ecco l’azione della Chiesa nella sua prima e seconda generazione. Essa si proclama distinta dal giudaismo, annuncia la vocazione mondiale, insegna un dogma nuovo, pur proclamando che è nata su di un terreno giudaico.
Per meglio comprendere il cristianesimo ai suoi inizi avevamo i Vangeli e le Epistole di S. Paolo, i testi di Giuseppe e Filone. Il P. Bonsirven ci ha dato recentemente i testi apocrifi pseudoepigrafi dell’Antico Testamento, che rappresentano delle tendenze d’un giudaismo difficile da identificare, ma che hanno nondimeno esercitato un’influenza significativa (Bible apocryphe, en marge de l’Ancien Testament, Collection: Textes pour l’histoire sacrée, choisis et présentés par Daniel-Rops, Paris).
Il R.P. aveva già pubblicato nel 1934 un’opera fondamentale sul Judaïsme Palestinien (Paris, Bauchesne, 2 voll., 1934), completata da un articolo molto importante, Le Judaïsme palestinien au temps de Jésus-Christ, pubblicato nel Supplément au Dictionnaire de la Bible, fasc. XXII e XXIII, col. 1143-1258 (Io stesso ho pubblicato col titolo Les Manuscrits hébreux du Désert de Juda, Paris, Fayard, 1955, una piccola opera divulgativa che mette alla portata del grosso pubblico i documenti sin qui ritrovati e tradotti del Kh. Qumran).
Ora il dotto autore suggella la sua opera pubblicando i testi rabbinici dei primi due secoli della nostra èra, non solo le antiche preghiere e i midrashim giuridici, ma anche i testi della Mishnah e del Talmud che rappresentano il pensiero tradizionale dei dottori tannaiti.
Indubbiamente tutti questi testi non sono pubblicati in extenso, ma l’analisi dettagliata del libro e la pubblicazione integrale del testo nella sua parte più importante consentono di farsi un’idea esatta della mentalità, della tradizione comune e del senso preciso del testo citato.
Per agevolare l’utilizzo di tutto questo guazzabuglio, l’espressione è dell’autore stesso, il R.P. ha redatto tre indici: un primo indice, concepito come una sorta di lessico, rinvia, talvolta spiegandoli, ai temi della teologia e alle istituzioni ebraiche; un secondo indice fornisce la lista dei passi dell’Antico Testamento che i testi interpretano o ai quali si richiamano; un terzo indice segnala i versetti del Nuovo Testamento che questi stessi testi possono illustrare. Così possiamo dire che grazie a quest’ultimo lavoro siamo in presenza degli elementi per un giudizio definitivo.
In un articolo pubblicato recentemente dalla Revue Biblique, il R.P. Braun ha mostrato L’arrière-fond judaïque du IVe Evangile et de la Communauté de l’Alliance (R.B., janvier 1955, pp. 5 sgg.).
Grazie al R.P. Bonsirven, e gli storici non gliene saranno mai abbastanza riconoscenti, ci sarà oramai possibile di comprendere in cosa i primi scritti cristiani e i testi rabbinici dei primi due secoli della nostra èra si accordano coi documenti del Kh. Qumran e in cosa differiscono.
Ora potremo più facilmente comprendere tutto il valore del messaggio nuovo che il Cristo ha predicato al mondo. Un’opera fondamentale che non deve mancare nella biblioteca di ogni esegeta (Albert Vincent).
(Cfr. Excursus I. L’odio rabbinico-talmudico nella riflessione del padre Joseph Bonsirven, in Sinai Sinah Horeb. La genesi dell’odio rabbinico-talmudico contri i popoli del mondo, Effepi, Genova, 2020, pp. 65-81; Ebrei e non-ebrei nel giudizio del padre Joseph Bonsirven S.J., andreacarancini.it).
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