Gesù Cristo e la vergine Maria nella tradizione rabbinica in una pagina della “Storia universale” di Cesare Cantù

GESÙ CRISTO E LA VERGINE MARIA NELLA TRADIZIONE RABBINICA

IN UNA PAGINA DELLA “STORIA UNIVERSALE” DI CESARE CANTÙ

(Storia universale di Cesare Cantù. Decima edizione torinese interamente riveduta dall’autore e portata sino agli ultimi eventi, Tomo terzo, Torino, 1884, p. 647).

Di Maria vergine si occuparono molto gli ebrei.

Essa nel Talmud è più volte chiamata una pettinatora di donne.

In due storie di Cristo, composte dai Giudei col titolo di Sepher toledoth Jeshu (libro delle generazioni di Gesù), Giuseppe Pander di Betlemme s’innamora di una giovane parrucchiera detta Mirjan, moglie di Johanan, e sorpresala, fingendosi il marito ne abusa; ond’ella mette in luce un bambino, chiamato Jeschua.

Questi, educato da Elcanan, profitta nelle lettere.

Un giorno, mentre molti seniori sedevano alla porta, passarono dinanzi a loro due fanciulli, uno dei quali coprì, l’altro scoperse il capo.

E di quello, che cattivamente e contro le buone creanze aveva coperto il capo, Eliezer disse che era bastardo.

Andò adunque alla madre di questo fanciullo, cui trovò sedente in piazza a vender legumi: onde apparve che questo non solo era spurio, ma figlio di una immonda.

I seniori fecero a suon di trecento trombe bandire qualmente egli era di nascita impura.

Jeschua fugge dunque in Galilea, torna a Gerusalemme, s’introduce nel tempio, impara e invola il nome di Dio, lo scrive sopra una pergamena; poi senza dolore si apre una coscia, e cela nella ferita la cartolina.

Coll’ineffabil nome di Schemhammephoras compie innumerevoli prodigi.

Condannato a morte dal Sanhedrin, è coronato di spine, flagellato e lapidato: volevano impenderlo ad un legno, ma tutti i legni si spezzarono, perché esso gli aveva incantati.

I sapienti andarono a cercare un gran cavolo che non è legno, ma erba, e a quello lo appiccarono.

Tali miserabili storie i Giudei opponevano alla semplice maestà dell’evangelico racconto.

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