La democrazia americana e i suoi donatori

Come tutti sappiamo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è un fervente sostenitore di Israele.

Il suo sfidante alle prossime presidenziali, il democratico Joe Biden è, se possibile, persino più filo-israeliano di lui.

Ma cos’è che rende così inossidabile il legame tra i politici americani e Israele?

Una delle ragioni è che gli ebrei ricchi degli Stati Uniti sono i maggiori finanziatori della politica americana.

I donatori ebrei che influenzano ogni quattro anni con i loro contributi la corsa delle presidenziali vengono scarsamente menzionati dai media italiani. Vediamo quindi chi sono seguendo le indicazioni che ci fornisce la Jewish Telegraphic Agency (JTA).

Secondo questa fonte autorevole, 15 dei 25 maggiori donatori politici in America sono ebrei o di origine ebraica.

Questi 15 includono i nomi di Sheldon e Miriam Adelson, Michael Bloomberg, George Soros, Bernie Marcus e Donald Sussman.

Ma vi sono molti ebrei importanti anche nell’elenco dei primi 100 donatori. Tra questi, figurano Daniel Abraham – il magnate della dieta SlimFast, a suo tempo importante sostenitore della soluzione dei due stati durante i “colloqui di pace” di Oslo (che si risolsero in una totale truffa per i palestinesi) – al 33° posto, elencato come “solidamente democratico/liberale”; Stacy Schusterman, rampolla di una delle più importanti organizzazioni caritatevoli ebraiche, che si trova al 74° posto ed è anch’essa “solidamente democratica/liberale”; Steven Spielberg, il celeberrimo regista e produttore cinematografico, che figura al n°35 ed è anch’egli, figurarsi, un solido sostenitore del Partito Democratico; Seth Klarman, noto miliardario e magnate dei fondi speculativi, che figura al 28° posto (Klarman era repubblicano, ma è passato con i democratici a causa del suo disgusto nei confronti di Trump); Cherna Moskowitz, il cui defunto marito fu un importante finanziatore del movimento dei coloni israeliani, che figura al 39° posto come “solidamente repubblicana/conservatrice”.

Al n° 37 figura Haim Saban, il produttore televisivo israeliano naturalizzato statunitense il quale, come Adelson, afferma che la prima motivazione delle sue donazioni è la “preoccupazione per Israele”: è un fervente sostenitore di Joe Biden.

Informazioni utili sul peso degli ebrei nella società americana si possono trarre anche dall’elenco della rivista Forbes sulle cento persone più ricche degli Stati Uniti. Ebbene, dal sito “The Unz Review”, apprendiamo che di questi 100 miliardari, 35 sono ebrei (la classifica è relativa all’ottobre 2019):

“le organizzazioni ebraiche usualmente riferiscono che gli ebrei ammontano al 2.2% della popolazione americana, e così costituire circa un terzo dei 100 di Forbes è impressionante”.

Sulla ricchezza degli ebrei americani sono parimenti interessanti le considerazioni del quotidiano israeliano Ynet News: How did American Jews get so rich?”, Come hanno fatto gli ebrei americani a diventare così ricchi?, questo il titolo scelto dalla giornalista Tani Goldstein per il suo articolo. In esso leggiamo che

“uno studio del Pew Forum Institute del 2008 ha accertato che gli ebrei sono il gruppo religioso più ricco degli Stati Uniti: il 46% degli ebrei guadagna più di 100.000 dollari all’anno, rispetto al 19% di tutti gli altri americani”.

Inoltre, più di 100 dei 400 miliardari dell’elenco stilato da Forbes sono ebrei, e 6 dei primi 20 fondi di capitali di rischio negli Stati Uniti appartengono a ebrei. Il Presidente della Federal Reserve, Ben Shalom Bernanke, è ebreo, così come il suo predecessore Alan Greenspan, e il fondatore della Fed, Paul Warburg.

Aggiunge Ynet News: “Gli ebrei sono ben rappresentati a Wall Street, nella Silicon Valley, nel Congresso americano e nell’Amministrazione, a Hollywood, nei network televisivi e nella stampa americana – ben oltre la loro percentuale nella popolazione”.

L’articolista di Ynet News inizia la sua disamina facendo un nome, quello del miliardario Ronald Lauder, che è tuttora Presidente del World Jewish Congress. Costui suscitò una pubblica disputa nel 2011 per aver osato dichiarare che Israele avrebbe dovuto intraprendere immediati negoziati di pace con i palestinesi. Le irate reazioni suscitate dalla sua proposta lo indussero a correggere il tiro e a manifestare il proprio “sostegno inequivocabile” al Primo Ministro israeliano Netanyahu e alle sue “politiche che cercano di creare una pace durevole nel Medio Oriente”.

Trump con Ronald Lauder

Lauder è un cospicuo donatore di innumerevoli organizzazioni ebraiche e israeliane, di enti e anche di politici, incluso proprio Netanyahu ma non è certo il solo ebreo americano a incanalare denaro verso Israele. Migliaia di organizzazioni israeliane, inclusi ospedali e università ricevono miliardi di shekel in donazioni dagli Stati Uniti. Ogni nuovo immigrato in Israele riceve aiuto dalla Agenzia Ebraica per Israele, il cui budget è costituito soprattutto da donazioni provenienti dagli Stati Uniti. Uno studente haredi riceve l’equivalente di 295 dollari al mese dal governo israeliano e di 885 dollari da donatori haredi americani.

Quanto alla domanda: come hanno fatto gli ebrei americani a diventare così ricchi? È significativa la risposta di Rebecca Caspi, vicepresidente delle Federazioni Ebraiche dell’America del Nord (JFNA):

Io penso che gli ebrei hanno avuto successo in America in particolare perché il capitalismo è buono per gli ebrei. Gli ebrei hanno una tendenza all’intrapresa, studiano di più e hanno una percezione rapida, sanno come cogliere le opportunità e hanno l’abilità di fare rete. Un ambiente competitivo dà agli ebrei un vantaggio”.

Ma quali sono gli effetti del denaro che la politica americana riceve dai donatori? Una risposta sintetica la troviamo sul sito original.antiwar.com:

Riguardo alla Palestina e a Israele…le dirigenze di entrambi i partiti [il repubblicano e il democratico] sono chiarissime nell’offrire un sostegno a Israele illimitato e incondizionato. Le differenze nelle loro posizioni sono praticamente insignificanti anche se i democratici, occasionalmente, cercano di presentarsi come più equi e imparziali”.

Quindi, nel caso che le prossime elezioni presidenziali vengano vinte dal candidato democratico Joe Biden, costui di certo non capovolgerà nessuna delle posizioni pro-Israele assunte dall’amministrazione Trump. Ecco cosa ha detto in proposito la vice di Biden, Kamala Harris:

Joe Biden lo ha messo in chiaro…egli non legherà l’assistenza americana a Israele sulla sicurezza alle decisioni politiche che Israele prende, e io non potrei essere maggiormente d’accordo”. Quindi, la perdurante violazione dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele non avrà il benché minimo effetto sulle decisioni della futura amministrazione americana, qualunque sia il suo Presidente, non importa se repubblicano o democratico.

Kamala Harris

Le ciniche dichiarazioni di Biden e Harris sono giunte in coincidenza con uno dei momenti più duri vissuti dai palestinesi in questi ultimi anni: abbandonati dalla diplomazia internazionale e perseguitati dallo stato ebraico. Il giornalista Fulvio Scaglione ha riferito pochi giorni fa che nel periodo del lockdown anti-Covid-19, 389 abitazioni ed edifici appartenenti a palestinesi sono stati abbattuti in Cisgiordania dai militari di Israele. Quella che Jamie McGoldrick, coordinatore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le questioni umanitarie (Ocha) ha definito “la più intensa campagna di demolizioni degli ultimi quattro anni”.

Precisa Scaglione:

“Le ruspe israeliane hanno abbattuto non solo abitazioni, ma anche impianti idrici e sanitari e strutture usate per la coltivazione dei campi. Una condotta che ha drasticamente peggiorato le condizioni di vita e le possibilità di lavorare dei palestinesi colpiti. Cinquanta dei 389 edifici finiti sotto le demolizioni erano stati assegnati ai palestinesi come aiuto umanitario, il che vuol dire, ha sottolineato McGoldrick, che «la distruzione si è scaricata sui più vulnerabili e ha gravemente danneggiato le operazioni di soccorso e di emergenza»”. Ancora McGoldrick ha ribadito, a proposito di queste demolizioni, che «la distruzione di proprietà in un territorio occupato è vietata dalle leggi internazionali, a meno che non sia assolutamente necessaria per le operazioni militari. La pandemia ha fatto crescere ancora i bisogni e le fragilità dei palestinesi che già sono intrappolati nell’anormalità di un’occupazione militare apparentemente senza fine».

CISGIORDANIA. L'Onu denuncia: "E' allarme demolizioni. Diritti palestinesi a rischio"

Ecco dunque dove va a finire il mare di denaro profuso dai miliardari americani (ebrei e non ebrei): a sostegno di uno stato militarista e razzista, fondato sull’apartheid. E se qualcuno di questi miliardari ha un soprassalto di coscienza, come capitò a Ronald Lauder nel 2011, e pensa anche alle sofferenze dei palestinesi, viene rapidamente richiamato all’ordine e costretto a rientrare nei ranghi.

Ma i palestinesi non sono le sole vittime di Israele (e degli Stati Uniti). Proprio nelle scorse settimane, lo stato ebraico ha sganciato munizioni a grappolo e fosforo bianco sul Libano meridionale, ha bombardato Gaza e lanciato missili contro Damasco. Tutto ciò ha indotto la giornalista Caitlin Johnstone a osservare che Israele “è una nazione la cui esistenza dipende da un’incessante violenza militare”. Ma questa caratteristica è anche il connotato degli Stati Uniti d’America, una nazione votata all’intimidazione (e alla prevaricazione) sistematica e globale non solo dei propri nemici ma anche dei propri amici: basti pensare al numero esorbitante di basi militari americane presenti sul suolo italiano (come pure nel resto del mondo).

Ricordiamoci allora che il capitalismo americano, quello che ha così tanti estimatori anche qui da noi, ha un nome ben preciso: si chiama imperialismo.

Ecco perchè l'italia è in pericolo in caso di guerra.. "Elenco delle basi e installazioni militari degli USA in Italia. | L'Evidenziatore Del Web

 

Le basi militari americane in Italia (fonte: kelebekler.com)

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