Tutta la giustizia che il denaro può comprare: la demolizione legale di David Irving

TUTTA LA GIUSTIZIA CHE IL DENARO PUÒ COMPRARE: LA DEMOLIZIONE LEGALE DI DAVID IRVING

Di John Wear

Il contesto del processo di David Irving

David Irving venne ferocemente diffamato dai media dopo la sua testimonianza al processo di Ernst Zündel del 1988 in Canada. I libri di Irving scomparvero da molte librerie, egli subì enormi perdite finanziarie e venne infine bollato come un “negazionista dell’Olocausto”[1].

La campagna persecutoria contro David Irving incluse numerosi arresti in vari paesi. Questi arresti non sembrano turbare lo storico inglese Sir Richard Evans. Scrive Evans: “Non ci si sarebbe mai aspettati che uno storico rispettabile si fosse imbattuto in tali problemi, e in effetti era impossibile pensare a qualsiasi storico di qualche autorità che fosse stato sottoposto a così tanti giudizi legali sfavorevoli …”[2].

Richard Evans non sembra essere preoccupato che gli arresti di David Irving furono dovuti al fatto che numerosi paesi considerano reato il contestare il cosiddetto Olocausto. Tutto ciò disonora più i paesi in cui Irving è stato arrestato piuttosto che le competenze di Irving come storico. La domanda è: quale genere di verità storica abbisogna di sanzioni penali che la proteggano? La storia dell’Olocausto non avrebbe bisogno di sanzioni penali che la proteggano se essa fosse basata in modo solido sulle prove della storiografia.

Deborah Lipstadt scrive nel suo libro Denying the Holocaust che “in qualche modo Irving sembra pensare a sé stesso come un continuatore dell’eredità di Hitler”. Lipstadt sostiene che gli studiosi hanno descritto Irving come un “partigiano di Hitler che indossa paraocchi” che “ha distorto prove…ha manipolato documenti, e ha alterato…e travisato dati per raggiungere conclusioni storicamente insostenibili”[3]. David Irving fece causa a Deborah Lipstadt e alla casa editrice Penguin Books Ltd. in un tribunale inglese per cercare di far cessare queste e altre simili affermazioni.

Finanziare la difesa di Deborah Lipstadt

I critici di David Irving enfatizzano che la causa intentata da Irving contro Deborah Lipstadt mise Lipstadt in un grave pericolo finanziario. Tuttavia, il libro di Deborah Lipstadt History on Trial rivela quanto fu facile per lei raccogliere denaro per la sua difesa. Il presidente della Università di Emory e il consiglio di amministrazione stanziarono 25.000 dollari per la difesa di Deborah Lipstadt[4]. Leslie Wexner, un ricco mercante ebreo, disse a Deborah Lipstadt che avrebbe dato tutto il necessario per la sua difesa. La sola precondizione di Wexner era che Lipstadt doveva ingaggiare i migliori avvocati. Wexner donò 200.000 dollari per la difesa di Lipstadt dopo aver accertato che ella stava ingaggiando eccellenti avvocati che avrebbero organizzato una difesa aggressiva[5].

Deborah Lipstadt scrive che un massiccio afflusso di fondi provenne da ricchi donatori ebrei:

Presto si sviluppò una collaborazione tra Wexner e Steven Spielberg, la cui Fondazione Shoah era profondamente impegnata nel raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti. Questa collaborazione portò alla raccolta di 100.000 dollari di donazioni. Bill Lowenberg, un sopravvissuto che viveva a San Francisco, la cui figlia – una partecipante ai programmi di Wexner – lo aveva ragguagliato sul caso, chiamò [il rabbino Herbert] Friedman. Egli disse che avrebbe raccolto il 20% dei costi e iniziò a contattare membri della comunità ebraica della Bay Area. Ernie Michel, un sopravvissuto che viveva a New York, tirò fuori la sua agenda e iniziò a chiamare altri sopravvissuti. Altre persone vennero in aiuto. Tutto ciò venne fatto silenziosamente e senza nessuna pubblicità o clamore…[6]

Friedman chiese a David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee (AJC), di destinare un fondo per la difesa. Il consiglio del comitato concordò e quindi votò per dare un importante contributo al fondo. La Anti-Defamation League e il Simon Wiesenthal Center si fecero avanti per contribuire. Harris dell’AJC diede a Ken Stern – lo specialista dell’organizzazione sull’antisemitismo e l’estremismo – l’incarico di assistermi per quanto potesse. Ken, un avvocato, si mise subito in contatto con Anthony e James. In una dimostrazione senza precedenti di riservatezza organizzativa, nessuna di queste organizzazioni pubblicizzò ciò che stava facendo. Nel giro di qualche settimana altri contributi iniziarono ad arrivare. Una persona silenziosamente chiamava un’altra. Alcune donazioni erano sostanziose; molte erano piccole. La maggior parte venivano da ebrei. Qualcuna venne da non ebrei. Io non richiedevo fondi. Wexner lo aveva sottolineato in termini inequivocabili: “Il nostro lavoro è fare in modo che tu abbia i mezzi per combattere. Il tuo lavoro è quello di combattere”. Quando qualcuno chiamava i Wexner per suggerire che io seguissi una particolare strategia, veniva risposto loro in termini inequivocabili: “È una cosa che riguarda Deborah e i suoi avvocati. Lei ha il meglio. Lasciate che facciano il loro lavoro”[7].

Così, nel giro di poche settimane, senza pubblicità o nessun significativo lavoro da parte sua, Deborah Lipstadt aveva i milioni di dollari necessari per ingaggiare un team legale di eccellenza. Lipstadt aggiunge i nomi di Michael Berenbaum, Phyllis Cook, Robert Goodkind, Miles Lehrman e Bruce Soll come ulteriori persone che aiutarono nel compito di creare un fondo per la sua difesa[8].

Deborah Lipstadt scrive che il suo team legale includeva i seguenti avvocati:

  1. Anthony Julius e James Libson dello studio legale Mishcon de Reya;
  2. Questi due avvocati erano assistiti con competenza da Juliet Loudon (Mishcon), Laura Tyler, Veronica Byrne, Harriet Benson, Michala Barham, e Pippa Marshall;
  3. Danny Davis (Mishcon) fu una fonte di consigli molto saggi e generosi dopo il processo;
  4. Richard Rampton, che Lipstadt descrive come “uno degli eminenti avvocati d’Inghilterra nel campo della diffamazione e della calunnia” venne ingaggiato per rappresentare il suo caso. Ella lo descrive anche come “non solo un avvocato di doti uniche, ma come un’eccellente persona”;
  5. Heather Rogers, avvocato della Penguin, mostrò un grande acume legale e un’incredibile abilità nel recuperare un documento al momento giusto;
  6. I rappresentanti legali della Penguin, Mark Bateman e Kevin Bayes dello studio Davenport Lyons, furono importanti membri del team legale di Lipstadt;
  7. Sul lato americano dell’Atlantico, Joe Beck di Kilpatrick Stockton “offrì i suoi servizi con il suo tipico spirito di dedizione”;
  8. Gli avvocati David Minkin e Steve Sidman dello studio Greenberg Traurig furono parimenti zelanti nel proteggere gli interessi di Lipstadt[9].

Così Deborah Lipstadt riconosce che ella aveva almeno 16 avvocati che lavoravano al suo caso. Tutti questi avvocati sono da lei descritti come alcuni dei migliori che il denaro può comprare. Anche Penguin aveva un team di avvocati aziendali, guidati da Cecily Engle, un’ex specialista in cause per diffamazione, e da Helena Peacock, che presenziarono al processo per la maggior parte del tempo[10].

Il team di periti a pagamento di Lipstadt includeva il dr. Richard Evans, il dr. Christopher Browning, il dr. Peter Longerich, il dr. Robert Jan van Pelt, e il dr. Hajo Funke. Lipstadt scrive che queste persone “costituivano il supremo dream team degli storici”. Nikolaus Wachsmann, Thomas Skelton-Robinson e Tobias Jersak furono parimenti “elementi di grande importanza del nostro team di ricercatori”[11].

Lipstadt menziona anche Jamie McCarthy, Harry Mazal, Danny Keren, Richard Green e gli altri membri dell’Holocaust History Project come “eccezionalmente disponibili con il loro tempo e la loro competenza”. Lipstadt menziona numerose altre persone nel suo libro che fornirono la loro assistenza[12].

Richard Evans sembra essere stato inconsapevole dell’appoggio finanziario che Lipstadt ricevette da ricchi donatori ebrei quando egli scrisse il suo libro Lying about Hitler.

Scrive Evans:

Durante il processo e molto tempo dopo, Irving continuamente affermò sul suo sito web che la difesa era stata finanziata da ebrei – sia da individui ricchi che da gruppi organizzati – da tutto il mondo. In realtà, naturalmente, non vi erano segreti sul fatto che la maggior parte dei fondi vennero da Penguin Books Ltd., e dagli assicuratori di Penguin. “Nonostante l’affermazione di Irving del contrario”, notò Mark Bateman, avvocato di Penguin, “fu Penguin che pagò gli onorari degli esperti, dell’avvocato principale, dell’assistente e del mio studio”. Essi pagarono anche gli onorari di tutti i ricercatori. Mishcon de Reya, lo studio di Anthony Julius, aveva in realtà lavorato per i primi due anni della causa, nel 1996 e nel 1997, gratis, senza nessun onorario. Essi iniziarono ad addebitare onorari solo quando i preparativi finali e la condotta della causa iniziarono a consumare importanti risorse all’interno dello studio (ad un certo punto, lavoravano alla causa circa 40 persone, molte di costoro a tempo pieno). Fu soltanto per questi costi che Deborah Lipstadt fu obbligata a pagare, e per i quali ella ricevette appoggio finanziario da sostenitori come Steven Spielberg, un appoggio che ammontava a non più di una frazione dei costi totali[13].

Né Deborah Lipstadt né Richard Evans specificano i costi totali maturati per difendersi contro la causa per diffamazione intentata da David Irving. Lipstadt scrive che una grande busta presentatale da Anthony Julius prima del processo presentava un conto di 1.6 milioni di dollari pagabili allo studio di Anthony Julius[14]. Questo ammontare è “più di una frazione dei costi totali” del suo processo come presentati da Richard Evans. David Irving ha chiaramente ragione nel sostenere che una porzione sostanziosa della difesa di Lipstadt venne finanziata da ricchi ebrei di tutto il mondo.

Il processo

David Irving nel suo intervento introduttivo al processo affermò che la sua carriera era stata affondata dagli imputati. Irving dichiarò: “Grazie alle attività degli imputati, in particolare della seconda imputata, e di coloro che l’hanno finanziata e che hanno guidato la sua mano, ho visto a partire dal 1996 un impaurito editore dopo l’altro allontanarsi da me, rifiutando di ristampare le mie opere e di accettare nuove commissioni e voltandomi le spalle quando li avvicinavo”[15].

L’avvocato di Deborah Lipstadt, Richard Rampton, introdusse il punto della difesa: “Mio Signore, il signor Irving si definisce uno storico. Ma la verità è che lui non è affatto uno storico bensì un falsificatore della storia. Per dirla francamente, egli è un mentitore”. Rampton affermò che il caso non era fra versioni concorrenti della storia, ma tra la verità e le menzogne”[16].

Il più grande errore di David Irving nella sua causa fu di non nominare un avvocato ma di rappresentarsi da solo. Scrive Germar Rudolf: “Coloro che scelgono di essere il proprio avvocato, hanno un folle come cliente”[17]. Irving si trovò in un importante svantaggio nella sua causa perché si trovò a fronteggiare un enorme e ed esperto team legale avendo solo sé stesso come avvocato. Anche se Irving dichiarò che lui non era uno storico dell’Olocausto[18], la maggior parte della sua testimonianza al processo riguardò la storia dell’Olocausto.

Il giudizio avverso del giudice Charles Gray contro David Irving nella causa si basò su conclusioni ridicole. Ad esempio, il giudice Gray considerò le testimonianze dei Sonderkommando presentate nella causa come altamente credibili. Gray osservò: “Il resoconto di, ad esempio, [il Sonderkommando Henryk] Tauber, è così chiaro e dettagliato che, secondo la mia opinione, nessuno storico obbiettivo lo liquiderebbe come un’invenzione a meno che vi fossero potenti ragioni per giudicarlo in tal senso. Il resoconto di Tauber è corroborato da altri resoconti come quelli di Jankowski e di Dragon”[19]. Tuttavia, come ho scritto altrove, vi sono in realtà numerose e potenti ragioni per respingere le testimonianze dei Sonderkommando in quanto pure invenzioni[20].

Il giudice Gray nella sua sentenza concluse che “nessuno storico obbiettivo ed equanime avrebbe seri motivi per dubitare dell’esistenza delle camere a gas omicide di Auschwitz[21]. Tuttavia, nonostante il rifiuto del Rapporto Leuchter da parte del giudice Gray, i rapporti e le testimonianze di Germar Rudolf, Walter Lüftl, Friedrich Paul Berg, del dr. William B. Lindsay, del prof. Arthur Butz e di altri scienziati non vennero mai confutate al processo. Deborah Lipstadt e il suo team di esperti non furono parimenti in grado di mostrare come una camera a gas omicida a Auschwitz realmente funzionasse.

Il giudice Gray concluse anche che il trattamento da parte di Irving delle prove storiche era “lungi dal rispettare gli standard che ci si aspetterebbero da uno storico coscienzioso” e che la sua stima dei “100.000 e più morti [a Dresda] mancava di ogni base probatoria tale che nessuno storico responsabile l’avrebbe fatta”[22]. Gray basò le sue conclusioni soprattutto sulla testimonianza di Richard Evans. Tuttavia, come da me discusso in un precedente articolo, il tasso di mortalità a Dresda può facilmente essere stato di 250.000 persone[23].

Conseguenze del processo

Dopo il processo, di fronte a numerose telecamere e reporter nel salone di un hotel, Lipstadt descrisse la decisione del giudice Gray come una vittoria per tutti coloro che combattono l’odio e il pregiudizio. Ella rese omaggio alla casa editrice Penguin per “aver fatto la cosa giusta” e al suo magnifico team legale. Lipstadt disse che ella non aveva pietà per David Irving, poiché erano stati la vita ed il lavoro di lei ad essere stati scombussolati dal processo. Lipstadt disse che quello che avrebbe scritto ora sarebbe stato molto più duro di quello che aveva originariamente scritto nel suo libro[24].

Il processo occupò il giorno successivo la prima pagina di ogni singolo quotidiano inglese come pure di molti giornali stranieri. Un esempio di questi titoli recita:

THE GUARDIAN:

“Irving: relegato nella storia come un razzista mentitore”

THE INDEPENDENT:

“Razzista. Antisemita. Negazionista. Come la storia giudicherà David Irving”.

“David Irving ha perso la sua causa – e noi possiamo celebrare una vittoria per la libertà di parola”.

THE LONDON TIMES:

“Un razzista che ha distorto la verità”

“La reputazione di David Irving come storico è stata demolita”.

Numerosi editoriali nei giornali acclamarono il verdetto[25]. In un modo che non sorprende, nonostante che David Irving non avesse mai affermato di essere uno storico dell’Olocausto, Lipstadt scrive: “Virtualmente tutte le affermazioni dei negazionisti prima della primavera del 2.000 erano state demolite”[26]. Lipstadt non sa spiegare come una decisione di un giudice inglese in un caso che non coinvolgeva uno storico revisionista dell’Olocausto abbia demolito le affermazioni dei revisionisti dell’Olocausto.

Riguardo a David Irving, la campagna persecutoria contro di lui continuò dopo che egli ebbe perso la sua causa per diffamazione. Ad esempio, Irving trascorse oltre un anno in prigione in Austria dal 2005 al 2006 per aver espresso le sue opinioni sul cosiddetto Olocausto. Gli editori e i proprietari di librerie ancora oggi temono di promuovere e di vendere i suoi libri per paura della reazione delle organizzazioni sioniste. Naturalmente, alcune persone ancora oggi vi chiameranno antisemita per aver menzionato questi fatti; costoro sostengono che i gruppi e le organizzazioni sioniste non hanno un tale potere. Purtroppo, come David Irving ha messo in evidenza nel suo processo, le organizzazioni sioniste hanno un tale potere[27].

Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:

https://inconvenienthistory.com/11/1/6517#_edn27

 

 

     

 

 

[1] http://www.fpp.co.uk/bookchapters/Global/Vendetta.html

[2] Evans, Richard J., Lying about Hitler: History, Holocaust, and the David Irving Trial, New York: Basic Books, 2001, p. 14.

[3] Lipstadt, Deborah E., History on Trial: My Day in Court with David Irving, New York: Harper Collins Publishers Inc., 2005, p. xviii; vedi anche Lipstadt, Deborah E., Denying the Holocaust: The Growing Assault on Truth and Memory, New York: The Free Press, 1993, p. 161.

[4] Lipstadt 2005, op. cit., p. 30.

[5] Ivi, p. 38.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, p. 39.

[8] Ivi, p. 308.

[9] Ivi, pp. 51, 307.

[10] Guttenplan, D. D., The Holocaust on Trial, New York: W. W. Norton & Company, 2001, p. 85.

[11] Lipstadt, 2005 op.cit., pp. 307-308.

[12] Ivi, pp. 309-310.

[13] Evans2001 op. cit., p. 230.

[14] Lipstadt 2005 op. cit., p. 37.

[15] Ivi, p. 80.

[16] Ivi, p. 82.

[17] http://www.vho.org/GB/c/GR/RudolfOnVanPelt.html#_ftnref27

[18] Van Pelt, Robert Jan, The Case for Auschwitz: Evidence from the Irving Trial, Bloomington and Indianapolis: Indiana University Press, 2002, p. 137.

[19] Guttenplan, D. D., The Holocaust on Trial, New York: W. W. Norton & Company, 2001, pp. 279-280.

[20] Wear, John, “Sonderkommandos in Auschwitz”, The Barnes Review, Vol. XXIII, No. 1, gennaio/febbraio 2017, pp. 28-32.

[21] Lipstadt2005 op. cit., p. 274.

[22] Ibidem.

[23] Wear, John, “The Dresden Debate”, The Barnes Review, Vol. XXII, No. 1, gennaio/febbraio 2016, pp. 50-56.

[24] Lipstadt 2005 op. cit., pp. 277-278.

[25] Ivi, p. 283.

[26] Ivi, p. 298.

[27] http://www.ihr.org/jhr/v19/v19n2p-9_Irving.html

One Comment
    • Fabrice
    • 14 Aprile 2019

    Siccome spesso e volentieri i numeri non mentono mai e allora una domanda sorge viene spontanea:

    in quel processo David Irving segnalò questi numeri?

    Eccoli:

    Presenza ebraica tra gli anni 1930 e 1950
    Le informazioni sottostanti sono TUTTE di fonte ebraica o “ufficiali”

    Proseguimento:

    https://www.ingannati.it/2015/01/27/la-giornata-della-memoria/

    Oppure voleva farlo ma non potè farlo perché gli fu impedito?

    Per carità, non è la prova per antonomasia, ma che in tutti i media mainstream occidentali quei numeri vengono sempre taciuti, omessi e censurati la dice lunga su tutta la faccenda!!

    Cordiali saluti.

    Fabrice

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