In memoriam di Claudio Jannet (1844-1894)

IN MEMORIAM DI CLAUDIO JANNET (1844-1894)

 

(Claudio Jannet, «Documents et renseignements sur les questions actuelles», T. XXVI, N. 10, 8 décembre 1894, pp. 290-294).

 

La morte ha portato via prematuramente uno dei discepoli più illustri di Le Play, Claudio Jannet, professore di economia sociale all’Istituto di Parigi, che ha coronato una vita di duro lavoro, addolcita sia dalle consolazioni della famiglia che dal conforto della religione.

Nato il 22 marzo nella vecchia città provenzale di Aix, dove sono ancora vivi i ricordi del buon re René, Claudio Jannet aveva ben presto debuttato nell’avvocatura. Divenuto dottore in diritto a Aix e dottore in scienze politiche all’Università di Lovanio, fu presentato da uno dei suoi compatrioti, Charles de Ribbe, a Le Play, allora all’apice della gloria.

Il giovane avvocato di Aix si dedicò agli studi che portava avanti l’eminente economista.

A partire dal 1867 fece, nel Delfinato e in Provenza, un’inchiesta approfondita sulla situazione delle famiglie e l’applicazione delle leggi di successione. Questo lavoro, nel quale dispiegò le qualità di un osservatore coscienzioso e sagace, gli valsero nel 1868 una lettera lusinghiera di Le Play.

Poco dopo collaborava al libro sulla Organisation de la famille, dove, con la sua scienza di giureconsulto, esponeva quali erano le riforme che occorreva apportare al codice civile. Egli sosteneva con una decisione ed una precisione davvero notevoli la causa della libertà testamentaria.

La guerra interruppe la pubblicazione di questo lavoro, che Le Play apprezzava in questi termini: «Il lavoro di Jannet, corroborato dai duri insegnamenti dell’esperienza, porterà forse i nostri uomini di Stato, senza troppo scioccarli, verso la libertà testamentaria. Li ricondurrà così alla pratica dei popoli liberi e prosperi».

Dopo la guerra, il discepolo di Le Play si rimise all’opera con un ardore tutto nuovo. Nel 1873 pubblicò una dotta memoria sulle Institutions sociales et le droit civil à Sparte, che fu molto apprezzato sia in Francia che all’estero.

Nel 1875 pubblicava gli États-Unis contemporains. Quest’opera, accolta con favore dal pubblico, ebbe molte edizioni. In questo libro Claudio Jannet forniva un’immagine fedele della decadenza morale degli Stati Uniti e mostrava tutti i pericoli derivanti dall’estensione del suffragio universale alla nomina delle funzioni giudiziarie e amministrative, un sistema che coltiva le passioni più vive dando origine agli atti di corruzione che si sono moltiplicati negli Stati Uniti.

In quello stesso anno l’Assemblea nazionale votava la legge sulla libertà dell’insegnamento superiore. Gli fu offerta la cattedra di economia politica della libera Facoltà di diritto di Parigi. Egli l’ha occupata con rara distinzione fino alla morte.

Ma i lavori che assorbirono il suo incarico di professore non gli impedirono di proseguire nella sua attività di scrittore.

Al momento in cui la morte venne a rapirlo, aveva in cantiere tre opere: la Histoire du travail, un Traité d’économie sociale e delle Mélanges historiques.

Partigiano convinto del sistema di Le Play, Claudio Jannet, soprattutto in questi ultimi tempi, ha offerto il fianco a diverse critiche. Ma quali che siano le riserve da fare a parecchie delle sue teorie economiche, non si potrebbero disconoscere i servigi che ha reso questo eminente professore, il quale aveva saputo conquistare il rispetto dei suoi stessi avversari.

Nel discorso pronunciato alla seduta annuale dell’Istituto cattolico, mons. D’Hulst ha ripercorso in questi termini la vita così ricca di un uomo di cultura che s’era fatto un nome già a venticinque anni:

«Lutto dei lutti resterà per noi colui che portavamo insieme, appena tre giorni fa, quando tutti, maestri e allievi, marciavamo, muti di dolore, dietro il feretro di Claudio Jannet. Uno di noi ricorderà altrove con più competenza quale fu in lui l’opera dell’uomo di cultura, quali doni della natura lo avevano preparato al suo compito, quali furono i suoi sforzi lungo trenta anni per assolverlo degnamente, quale fu l’ampiezza della sua erudizione, l’immensità delle sue fatiche, la padronanza dei suoi giudizi, e quale autorità aveva acquisita nelle grandi questioni che appassionano e che troppo spesso dividono non solo gli avversari naturali, ma anche quelli stessi che sono accomunati da una fede comune.

«Giustamente vanno lodati i suoi begli scritti sulla Frammassoneria, sugli Stati Uniti contemporanei, sul socialismo di Stato, sulla speculazione e la finanza, le sue illuminanti cronache sul movimento economico; dovremo desiderare la pubblicazione postuma di quella grande opera, la Histoire du régime du travail, della quale la nostra Università ha avute le primizie in un insegnamento pubblico di cinque anni e di cui la sua mano oramai fiaccata scriveva le ultime pagine quando già vedeva la tomba aprirsi davanti a lui.

«Oggi, stretti tutti nel nostro dolore, non possiamo che ricordare l’amico incomparabile rapito ai nostri affetti, lo sposo e il padre di cui una vedova e dei figli desolati accompagnano in questo momento i resti su questa vecchia terra di Provenza da lui tanto amata; e soprattutto vogliamo incidere nel fondo dei nostri cuori gli esempi che ci ha lasciati nell’accoglienza piena di eroica dolcezza che ha fatto a quel messaggero di Dio che si chiama morte.

«Per sei lunghi mesi Claudio Jannet l’ha guardata in faccia; e quando si è approssimata, egli ha gettato la sua anima verso di lei in un grido filiale di speranza e d’amore. Possa anche la nostra dipartita assomigliare a quella di questo giusto e che la nostra ultima ora sia l’imitazione della sua. Moriatur anima mea morte justorum et fiant novissima mea horum similia (I Num., XXIII, 10)».

 

Il socialismo e la juiverie giudicati da Claudio Jannet

 

In un momento in cui il nostro paese si preoccupa sia della questione sociale che della questione ebraica, non è senza interesse conoscere cosa ne pensasse l’uomo di cultura cattolico.

«La questione sociale, dice Claudio Jannet, non è solamente una questione economica. È innanzitutto una questione morale. Ma nei problemi pratici che essa solleva, vi è un lato economico che non si può misconoscere se non si vuol restare nel vago e abbandonarsi alla fantasia».

Questo lato economico l’uomo di cultura cattolico lo ha studiato particolarmente nell’opera Le capital et la spéculation au XIXe siècle. Nell’introduzione che precede questo lavoro, così l’autore definisce la ricchezza:

«Secondo gli economisti la ricchezza si forma un poco alla volta con l’occupazione di nuovi territori, con il dissodamento del suolo, con le scoperte scientifiche, col risparmio dei produttori che, invece di consumare tutti i prodotti a loro disposizione, ne impiegano una parte per costituire dei capitali ed accrescere la potenza dell’industria. I ricchi di oggi sono i figli o i nipoti dei lavoratori di ieri, ed è a nome stesso dei diritti del lavoro che bisogna rivendicare la protezione della legge per la loro proprietà.

«A questo quadro i socialisti rimproverano d’essere una concezione ideale e a priori. Nel passato la ricchezza s’è costituita soprattutto con le conquiste, con la spoliazione violenta o con una legislazione che attribuiva a dei privilegiati il prodotto del sudore del popolo. Al giorno d’oggi, aggiungono, i lavoratori continuano ad essere spogliati del frutto del loro lavoro in proporzioni ancora più grandi dallo sfruttamento del capitale, dagli accaparramenti e dalle speculazioni che si producono sui mercati e nelle Borse, dalle razzie che l’alta banca opera periodicamente a spese dei piccoli e medi …

«C’è un fondo di verità in queste accuse, per quanto siano esagerate, anche nelle conseguenze abusive che se ne deducono … Da circa mezzo secolo le società anonime consentono di commettere a spese del pubblico delle esazioni molto più considerevoli e molto meno pericolose per i loro autori di quelle che, nel medio evo primitivo, avevano fatto qualificare certi baroni come excoriatores rusticorum.

«Le operazioni di borsa sui valori mobili vanno allargando sempre di più la loro cerchia e producono spesso, per contraccolpo, una perturbazione nel commercio, nell’industria e nell’agricoltura.  Le speculazioni sulle merci di prima necessità, le grandi concentrazioni industriali, i Comers e i Trusts non sono propri esclusivamente dell’America. Le catastrofi successive di Panama, del Comptoir d’escompte, della Società dei metalli hanno colpito tanto più vivamente l’immaginazione popolare in quanto hanno destato un maggiore interesse.

«I libri di Drumont sono arrivati al momento giusto. Il loro successo dipende più dallo stato d’animo dei lettori che non dalla verve dell’autore. Il termine juiverie è su tutte le bocche, e il biasimo che esprime è indirizzato più alle cose, dalla Borsa ai grandi magazzini, che alle persone».

Un noto intellettuale ci scriveva: «Un sistema che ha permesso a Rothschild di essere ciò che è nella società moderna, non è ciò che deve essere. A sua volta Winterer si chiede se non sia stato un errore sociale avere permesso al capitale, al denaro, di assicurarsi il ruolo preponderante che ha oggi, ruolo che non gli è dovuto a nessun titolo».

Le speculazioni della juiverie sono tra le cause delle proteste popolari, ma Claudio Jannet vede in queste perturbazioni sociali una causa più profonda.

«Un numero di uomini sempre più considerevole, dice nell’introduzione del Socialisme d’État, non accetta più la propria posizione nella società, poiché delle nuove dottrine hanno ricondotto tutte le loro preoccupazioni ai godimenti materiali di questo mondo, ed hanno messo in dubbio la giustizia dell’ordine economico nel quale viviamo, ordine che è fondato sul diritto di proprietà e sulla libertà civile».

L’eminente economista cerca i rimedi ai mali che logorano la società. A suo avviso occorre soprattutto ricorrere all’iniziativa privata. A ragione diffida dell’intervento dello Stato, di cui apprezza il ruolo in questi termini:

«L’intervento dello Stato è sicuramente necessario per reprimere gli abusi estremi al fine di liberare le forze sociali oppresse a causa di una cattiva legislazione o di condizioni storiche peculiari a certi popoli… Ma l’esperienza ci insegna che l’azione dello Stato, davanti alle sofferenze dei pregiudizi e delle cattive passioni proprie della questione sociale, è forzatamente limitata. Bisogna guardarsi dallo schizzare programmi vaghi, dal voler fare le cose troppo in grande, come si diceva sotto l’Impero. Prendere ad una ad una le difficoltà economiche proprie di ciascun paese e correggere gli abusi che vi si producono con caratteristiche incontestabili di intensità e di generalità: questo è il compito del legislatore. Il vero rimedio al male, e qui stiamo alludendo all’eresia socialista, è una riconquista evangelica dei nostri nuovi barbari (barbares de l’intérieur) che la Rivoluzione ha moltiplicato nella misura in cui i progressi economici accrescevano la densità della popolazione».

 

Il ruolo degli ebrei nella Massoneria nel XVIII secolo

 

Nel libro La Franc-Maçonnerie et la Révolution, che l’illustre professore ha scritto assieme a Louis d’Estampes, Claudio Jannet prova nettamente che la Rivoluzione francese è opera della Frammassoneria. In un’opera apparsa successivamente, Les Précurseurs de la Franc-Maçonnerie, ci mostra al di sopra del frammassone l’ebreo che dirige la Frammassoneria e che rivoluziona la Francia.

«È un grave errore credere che gli ebrei siano stati esclusi dalle logge fino a questi ultimi tempi. Due ebrei, Stephen Morin e Franken, dal 1761 al 1767, stabiliscono solidamente in America il rito scozzese antico e accettato, che è, di tutte le organizzazioni massoniche, quella che preserva al meglio le tradizioni della setta e conserva nella sua totale integrità il carattere internazionale dell’Ordine. Nei 33 gradi che lo compongono, almeno 11 hanno una connotazione israelitica e biblica. Sono precisamente quelli in cui la setta insegna come concepisce la proprietà, il lavoro, la libertà, la rappresentanza nazionale, la costituzione politica in una civiltà massonica. E sono anche quelli in cui si formula espressamente la sostituzione dei diritti dell’uomo o del naturalismo al diritto superiore della rivelazione.

«Gli interpreti di questi gradi nel XVIII secolo e nella prima metà del nostro travestono la storia di Gesù Cristo, della Santa Vergine e dei principali personaggi evangelici con racconti odiosi e burleschi. Ora, queste interpretazioni blasfeme non sono altro che le leggende rabbiniche contenute nei libri del Talmud e che suscitarono l’orrore del mondo cristiano, quando, nel XIII secolo, si scoprì la dottrina segreta degli ebrei.

«Verso la metà del XVIII secolo, in Germania, Lessing, il grande propagatore della Frammassoneria, tende la mano agli ebrei … È in un salotto ebraico di Berlino, quello di Mendelsohn, che Mirabeau si associa agli Illuminati e, per preludere al suo ruolo rivoluzionario, fa una promessa decisiva facendosi, al suo ritorno in Francia, avvocato dell’emancipazione degli ebrei nel suo libro Sur la réforme politique des Juifs.

«Non era senza ragione che, nel 1790, la municipalità di Parigi, composta quasi esclusivamente di frammassoni, prendeva la deliberazione di far ottenere agli ebrei l’uguaglianza dei diritti civili e politici, ed indicava, come motivazione del suo sostegno, che “soprattutto in questa rivoluzione essi hanno dato le prove più meritorie di patriottismo”.

«Prima ancora che la Frammassoneria avviluppasse con la sua rete l’Europa cristiana e preparasse l’esplosione del 1789, dapprima con una propaganda dottrinale, e poi con dei complotti tramati nei convents di Willemsbaden e Parigi, diversi gruppi, animati da un odio profondo contro il cristianesimo, operavano disseminati e nascosti da un grosso velo di ipocrisia e si tramettevano le tradizioni delle antiche eresie.

«Le logge fornirono a queste forze ostili una organizzazione appropriata allo spirito del tempo e alla corruzione delle classi più elevate, e al tempo stesso nei loro rituali infinitamente vari raccolsero e amalgamarono tutti gli errori del passato, e li unirono in quella grande negazione del governo di Dio e dei suoi diritti che è il naturalismo».

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