Rivolte in Iran e guerra dell’informazione: quando i “morti” sono tornati per smentire le loro storie di morte

RIVOLTE IN IRAN E GUERRA DELL’INFORMAZIONE: QUANDO I “MORTI” SONO TORNATI PER SMENTIRE LE LORO STORIE DI MORTE

sabato 7 febbraio 2026

di Yousef Ramazani

Nella nebbia digitale che circonda le recenti rivolte in Iran, orchestrate dall’estero, è emerso uno schema preoccupante: individui dichiarati “morti” si sono poi rivelati vivi e in buona salute.

Ciò ha rivelato un fallimento sistemico nella verifica e ha evidenziato una deliberata campagna di manipolazione narrativa, una vecchia tattica contro la Repubblica islamica dell’Iran.

La copertura mediatica dei disordini civili spesso si basa su affermazioni contrastanti, ma i resoconti internazionali sui recenti disordini in Iran hanno messo in luce un’anomalia persistente: dichiarazioni di morte premature o inventate.

Sui social media e sui principali media occidentali, nomi e volti di cittadini iraniani, così come di persone residenti all’estero, sono ampiamente circolati come martiri “uccisi” dalle forze di sicurezza iraniane o detenuti destinati a un’imminente esecuzione.

Eppure, caso dopo caso, questi individui sono riapparsi, postando video da casa, rilasciando interviste al lavoro o, in alcuni casi, la cui morte è stata confermata dalle famiglie per cause non correlate.

Da Mobina Beheshti a Erfan Soltani, questi casi rivelano un ecosistema informativo in cui le affermazioni vengono amplificate senza controllo, le narrazioni geopolitiche prevalgono sull’accuratezza dei fatti e le vere tragedie del terrorismo sostenuto dall’estero si intrecciano con falsità, minando la credibilità del giornalismo e sfruttando il peso emotivo della vittimizzazione.

Il caso di Mobina Beheshti

Uno degli esempi più eclatanti di questo fenomeno è stato il caso di Mobina Beheshti.

All’inizio di gennaio 2026, la sua fotografia e il suo nome iniziarono a circolare ampiamente su piattaforme di social media come X e Instagram, condivisi da account di media collegati all’estero e da pagine ostili di “opposizione” finanziate da agenzie di spionaggio straniere.

È stata dipinta come una “manifestante” di 21 anni, uccisa dalle forze di sicurezza iraniane durante i disordini (pacifiche proteste economiche che si sono trasformate in violente rivolte e terrorismo); la sua immagine è diventata rapidamente un simbolo della presunta brutalità dello Stato.

La narrazione era semplice, carica di emozioni e si è diffusa rapidamente. È circolata a un ritmo vertiginoso sui social media, con utenti ingenui che l’hanno accettata come una storia vera.

Tuttavia, il 28 gennaio 2026, la stessa Beheshti ha pubblicato un video online. Apparendo sana e illesa, ha espresso incredulità per le notizie sulla sua “morte” e ha invitato la gente a non credere alle false affermazioni amplificate da alcuni media stranieri.

La sua ricomparsa è stata un rimprovero diretto e personale alle reti di propaganda che avevano diffuso la sua storia, rivelando quanto facilmente immagini non verificate possano essere utilizzate come armi per creare una vittima convincente ma del tutto fittizia.

I casi di Amir Abbas Raynai e di Ali Khani

Il fenomeno della dichiarazione prematura delle vittime ha coinvolto anche Amir Abbas Raynai, un diciassettenne della città di Mashhad, che secondo fonti come “Iran International” sarebbe stato ucciso dalle forze di sicurezza iraniane durante le “proteste”.

Questa narrazione definitiva è stata infranta quando lo stesso Amir Abbas è ricomparso pubblicamente.

In una dichiarazione video diretta, ha detto: “Sono vivo e vegeto. Non credete alle fake news e non diffondetele. La mia famiglia si sta preoccupando”.

Il suo messaggio è servito a correggere bruscamente il tam tam internazionale delle voci, evidenziando l’angoscia personale e il disagio che queste false notizie causano alle famiglie che si trovano improvvisamente a dover affrontare la notizia del presunto omicidio del loro figlio.

Allo stesso modo, Ali Khani è stato inserito tra i morti dagli stessi organi di stampa, solo per poi confermare che era vivo: un evento che i commentatori hanno ironicamente descritto come i morti che “tornano in vita uno dopo l’altro”.

Questi casi hanno rafforzato un modello inquietante in cui i nomi venivano estratti da elenchi in circolazione o da contesti locali e trasformati in simboli globali di martirio senza nemmeno la più elementare verifica, come contattare l’individuo o la sua famiglia.

Noya Zion: la donna israeliana scambiata per una “vittima” iraniana

La campagna di disinformazione si è estesa oltre i confini dell’Iran, come dimostra chiaramente il caso di Noya Zion, una donna israeliana il cui video virale è stato di tendenza per diversi giorni.

I media israeliani, tra cui Channel 12, hanno trasmesso servizi che identificavano falsamente Zion – a volte con il nome di “Sanaz Javaherian” – come una “manifestante” uccisa durante i disordini.

La sua fotografia è stata presentata come prova della violenza dello stato iraniano. Tuttavia, la smentita è arrivata dalla stessa Zion, che ha pubblicato un video dalla sua casa nei territori palestinesi occupati.

Ha deriso i media israeliani con un sorriso ironico e ha informato il mondo che era viva, che non era mai stata in Iran e che le affermazioni sulla sua morte erano completamente false.

Questo episodio ha rivelato una dimensione transfrontaliera della campagna di disinformazione, in cui individui senza alcun collegamento con gli eventi iraniani sono stati arruolati digitalmente nella narrazione, le cui identità sono state riutilizzate per servire una trama geopolitica che si basa sul costante rafforzamento attraverso nuovi esempi carichi di emotività.

L’identificazione errata del figlio dell’ex primo ministro israeliano

La credulità e l’assurdità del meccanismo narrativo hanno raggiunto un estremo quasi satirico quando un’immagine del figlio dell’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett è stata erroneamente inclusa tra le fotografie di presunte “vittime delle proteste” iraniane diffuse da alcuni media occidentali e in lingua persiana.

L’errore era così evidente da scatenare ironici commenti online che esprimevano “sentite condoglianze” a Bennett per la “tragica perdita” del figlio nei disordini iraniani.

Non si è trattato semplicemente di un’errata identificazione di un giovane iraniano dall’aspetto simile, ma di un’inclusione di una figura pubblicamente riconoscibile dell’entità sionista nel catalogo della presunta repressione iraniana.

L’incidente ha messo in luce la natura meccanica, spesso automatizzata, di gran parte dell’aggregazione di contenuti, in cui le immagini provengono dai social media senza contesto o verifica.

Ha dimostrato come la fretta di accumulare e mostrare prove dell’esistenza di vittime possa prevalere anche sulle più elementari realtà geografiche e politiche, riducendo un argomento serio e tragico a un errore farsesco che alla fine ha minato la credibilità dell’intero ecosistema dell’informazione.

I casi di Mohammad Rasoul Bayati e di Reza Niknam

La diffusione di false dichiarazioni sulle vittime durante e dopo le recenti rivolte in Iran sostenute dall’estero ha spesso assunto la forma di elenchi circolanti, presentando i nomi come documenti certi delle vittime.

Due di questi nomi erano Mohammad Rasoul Bayati e Reza Niknam. Bayati, secondo quanto riportato da organi di stampa tra cui Iran International, è stato successivamente visitato da un giornalista nella sua palestra.

Davanti alle telecamere, Bayati, ancora vivo, ha espresso frustrazione e sorpresa nel vedere il proprio nome tra i deceduti, confermando di stare bene e di poter continuare la sua vita quotidiana.

Allo stesso modo, Reza Niknam ha pubblicato un video sui social media in cui smentiva le voci secondo cui fosse stato colpito o ucciso, affermando esplicitamente di essere sano e salvo.

Questi casi rivelano che il meccanismo di compilazione delle liste, pur conferendo un’aria di solenne documentazione, è altamente vulnerabile a errori o manipolazioni, con conseguenze concrete per le persone a cui è stata falsamente attribuita la morte e per le loro famiglie.

Mohammad Rasoul Bayati intervistato dalla tv iraniana, dopo che era stato dichiarato morto dall’agenzia Iran International con sede nel Regno Unito.

Ali Alipour: Attribuire erroneamente una morte naturale

Non tutte le false affermazioni sono frutto di pura invenzione;alcune sono nate dall’errata attribuzione di morti reali alla violenza delle proteste.

Alcuni media hanno riportato che Ali Alipour, capo di un comitato di pugilato a Pol-e Dokhtar, è stato arrestato e torturato a morte durante i disordini.

Tuttavia, resoconti successivi e la sua famiglia hanno confermato che Alipour è morto per una malattia cardiaca il 22 gennaio 2026. La sua morte non era collegata alle proteste ed è stato sepolto dopo una cerimonia alla quale hanno partecipato la sua famiglia e i suoi parenti.

Questo caso evidenzia un fallimento critico nella pratica giornalistica di base: confondere correlazione e causalità. Nel clima infuocato che circonda la copertura mediatica dei disordini, qualsiasi morte può essere prematuramente attribuita alla violenza dello Stato senza un’adeguata indagine, mancando di rispetto alle reali circostanze e strumentalizzando la tragedia personale per le narrazioni politiche.

Saghar Etemadi e Diana Bahador: Manipolazione digitale e confutazioni familiari

La strategia di disinformazione durante i recenti disordini orchestrati si è evoluta fino a includere sofisticate falsificazioni digitali e lo sfruttamento di incidenti reali.

Saghar Etemadi è stata ampiamente presentata sui social media come una “martire” uccisa dalle forze statali.

La magistratura iraniana ha smentito formalmente la notizia, confermando che la donna era ferita e ricoverata in ospedale in condizioni stabili. Sua madre e suo fratello hanno pubblicamente implorato di porre fine alle bugie, con la madre che ha dichiarato: “Mia figlia è viva. Non disturbateci con le vostre bugie”.

Analisi forensi hanno suggerito che le immagini che promuovevano il suo “martirio” fossero state generate artificialmente o manipolate tramite l’intelligenza artificiale, segnando una nuova preoccupante frontiera nella creazione di “falsi martiri”.

In un caso altrettanto tragico, Diana Bahador, figlia di un influencer dei social media, è stata segnalata da organi di stampa, come Manoto e IranWire, come uccisa durante le rivolte.

La sua famiglia ha chiarito tramite il suo account Instagram che era morta in un incidente stradale, implorando la fine della falsa politicizzazione della loro perdita personale.

Questi casi dimostrano come la macchina della propaganda possa appropriarsi di ferite e incidenti reali, distorcendoli per adattarli a una narrazione preordinata di omicidi sponsorizzati dallo Stato, spesso contro le angosciate proteste delle famiglie in lutto.

Erfan Soltani: dall'”imminente esecuzione” al rilascio su cauzione

Il caso più ampiamente documentato di costruzione narrativa – e successivo crollo – è stato quello di Erfan Soltani. A metà gennaio 2026, un’ondata di titoli sui media globali, citando organizzazioni come Hengaw e Iran Human Rights, riportava che Soltani era stato rapidamente condannato a morte e che stava affrontando un’imminente esecuzione.

Importanti media mainstream, tra cui The Guardian, BBC e Sky News, hanno amplificato queste affermazioni, che a loro volta hanno spinto i politici occidentali a rilasciare dichiarazioni. Tuttavia, la magistratura iraniana ha costantemente negato la condanna a morte, chiarendo che le accuse contro Soltani non giustificavano la pena capitale.

La narrazione si è infine sgretolata il 1° febbraio 2026, quando Soltani è stato rilasciato su cauzione, una procedura legale di routine in totale contrasto con la rappresentazione di uno Stato che si prepara a un’esecuzione sommaria.

L’episodio di Soltani è diventato un meta-caso di studio, esponendo l’intera catena di eventi: dalle fonti iniziali da parte di gruppi noti per le loro narrative anti-iraniane, all’amplificazione mediatica acritica, allo sfruttamento politico e, infine, a una risoluzione fattuale che ha rivelato l’infondatezza dell’allarme precedente.

Celebrità “vittime” della rivolta

Un account social @TaraBull, verificato con una spunta blu su X, aveva affermato che una manifestante di 28 anni di nome Negin Ghadimi è stata uccisa durante le rivolte iraniane “tra le braccia del padre mentre chiedeva libertà”.

Tuttavia, gli utenti di X hanno rapidamente identificato l’immagine allegata al post come quella di Tuba Büyüküstün, una nota attrice turca. Dopo che l’errore è stato scoperto, il post originale è stato cancellato.

Alcuni account collegati a Israele hanno anche riciclato vecchie immagini di donne che, secondo quanto riferito, erano state uccise durante le azioni di ritorsione dell’Iran contro Israele in seguito all’aggressione israeliana del giugno scorso.

Una delle foto circolate durante questa campagna era quella dell’attrice americana Jenna Ortega, nota per il suo ruolo nella popolare serie televisiva Wednesday.

Un’altra utente israeliana, Noa Magid, che si descrive come giornalista, ha condiviso la foto di una donna identificata come Nasrin Zaremanesh, di 39 anni.

Magid ha falsamente affermato che Nasrin era la madre di un figlio di 15 anni e di una figlia di 10 anni, colpita a Teheran da un proiettile al collo e un altro al cuore, e morta tra le braccia del figlio mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale.

In seguito, gli utenti dei social media hanno rivelato che l’immagine in realtà ritraeva Asma Kamran, una nota modella e attrice pakistana.

Tuba Büyüküstün, una nota attrice turca

Anatomia di un sistema: come e perché proliferano le false notizie

Il ripetersi di queste false narrazioni sulle vittime evidenzia problemi sistemici nel flusso informativo internazionale sull’Iran.

Un fattore chiave è la forte dipendenza da una gamma ristretta di fonti, principalmente collegate a gruppi e media ostili alla Repubblica Islamica che operano all’estero, come Iran International e vari organismi autoproclamatisi “osservatori dei diritti umani”.

Spesso guidate da chiari obiettivi politici, queste organizzazioni pubblicano frequentemente affermazioni non verificate che vengono successivamente trattate come notizie dell’ultima ora dalle testate occidentali. Queste testate devono far fronte a un’intensa domanda di copertura mediatica, ma sono ostacolate da un accesso limitato sul campo a causa delle restrizioni di Internet.

Il risultato è un sistema in cui le accuse diventano rapidamente titoli di giornale con un controllo minimo. Inoltre, l’ecosistema dei social media privilegia la velocità e l’impatto emotivo rispetto alla verifica, consentendo a immagini e liste inventate di diventare virali molto prima che la verità venga a galla.

Questo contesto crea incentivi perversi: essere i primi a pubblicare una notizia drammatica spesso prevale sull’imperativo giornalistico di essere precisi. Le correzioni, se mai vengono pubblicate, ricevono solo una frazione dell’attenzione riservata alle false affermazioni iniziali.

Danni duraturi: erosione della fiducia e oscuramento della realtà

Le conseguenze di questo schema vanno ben oltre i singoli casi.La propagazione di false vittime erode la fiducia del pubblico in tutti i resoconti giornalistici sull’Iran, rendendo difficile ascoltare e credere a resoconti credibili di sofferenze reali.

Manca di rispetto alle reali vittime della violenza – provenienti da tutte le fazioni coinvolte nei disordini, compresi gli agenti di sicurezza uccisi negli attacchi terroristici – confondendo le acque con la finzione.

Sottopone gli individui viventi e le loro famiglie a molestie e stress emotivo. A livello geopolitico, fornisce un flusso costante di pretesti per pressioni politiche e retorica interventista, basata su una versione distorta degli eventi.

In definitiva, secondo i fact-checker, la saga dei “morti viventi” dei disordini in Iran funge da monito fondamentale per il giornalismo nell’era digitale, sottolineando l’esigenza imprescindibile di verifiche rigorose, fonti etiche e resistenza alla tentazione di un giornalismo basato sulla narrazione, soprattutto nell’arena complessa e controversa dei conflitti internazionali.

Lo schema storico: il modello del martirio inventato

L’ondata di false vittime del 2025-26 non è nata spontaneamente; ha seguito un modello consolidato, perfezionato durante precedenti frenesie mediatiche su casi specifici in Iran.

Tre episodi precedenti – quelli di Sahar Khodayari (la “Ragazza Blu”), Mahsa Amini e Armita Geravand – esemplificano un copione propagandistico coerente che ha anticipato le successive tattiche di disinformazione.

Il caso del 2019 di Sahar Khodayari, una giovane donna con problemi di salute mentale documentati, morta suicida dopo una lite con la sicurezza dello stadio, è stato trasformato dai media occidentali nella narrazione semplificata di una martire femminista che si oppone alla segregazione di genere.

Fatti chiave – la sua storia di salute mentale, la natura dello scontro e le dichiarazioni della sua famiglia che contraddicevano la narrazione politica – sono stati sistematicamente minimizzati o omessi per costruire una storia che inquadrava la sua morte come una conseguenza diretta della repressione statale, alimentando le richieste internazionali di sanzioni sportive contro l’Iran.

Questo approccio si è intensificato dopo la tragica morte di Mahsa Amini nel 2022. Nonostante le dichiarazioni ufficiali che citavano una preesistente patologia cardiaca, supportate da filmati di videosorveglianza e da un rapporto medico legale che non mostrava alcun trauma fisico, la narrazione occidentale dominante ha immediatamente preso piede, sostenendo un pestaggio mortale non verificato da parte della polizia.

Media importanti come la CNN e il Guardian hanno presentato questa affermazione come un fatto, ignorando le indagini in corso e le prove mediche per dipingere l’incidente come un atto deliberato di violenza di Stato.

Il caso divenne un punto critico geopolitico, con i leader occidentali che condannarono l’Iran sulla base della narrazione mediatica, che a sua volta legittimava e amplificava ulteriori disordini.

Lo schema si ripeté nell’ottobre 2023 con Armita Geravand, un’adolescente che perse i sensi in una stazione della metropolitana di Teheran.

Nel giro di poche ore, reti televisive come Sky News e Fox News, citando gruppi per i “diritti umani” in esilio come Hengaw, hanno riferito che la donna era stata “picchiata fino al coma” dalla polizia per non aver indossato l’hijab, nonostante le riprese complete delle telecamere di sorveglianza non mostrassero alcuna aggressione e le testimonianze degli amici confutassero l’affermazione.

I media occidentali diffusero un filmato abbreviato e fuorviante per seminare dubbi, liquidando il filmato completo e le testimonianze oculari come “testimonianze forzate”.

Funzionari in Germania e negli Stati Uniti condannarono prontamente l’Iran sulla base di questi resoconti non verificati, dimostrando il flusso ininterrotto dalle accuse degli attivisti ai titoli dei media fino alla risposta diplomatica.

Il tessuto connettivo tra questi casi e le invenzioni del 2025-26 è inequivocabile. Ciascuno di essi si basava su un insieme prestabilito di fonti finanziate esternamente, gruppi allineati all’opposizione e con una comprovata storia di attivismo anti-iraniano.

In entrambi i casi, un’affermazione iniziale e non verificata si è rapidamente trasformata in una narrazione mediatica definitiva, che ha ignorato o respinto le prove contrarie fornite da funzionari iraniani, perizie forensi e persino dalle famiglie delle vittime.

Ogni episodio ha scatenato un’immediata condanna politica nelle capitali occidentali, strumentalizzando la tragedia individuale per esercitare una pressione geopolitica più ampia.

E ognuno di essi ha dimostrato la volontà dei media di sospendere le soglie probatorie standard quando si parla di Iran, applicando un approccio “narrativo prima di tutto” che trattava tragedie complesse e sfumate come simboli monolitici del male di Stato.

Le false vittime del 2025-26 non sono state quindi un’anomalia, ma l’ultima iterazione di una collaudata strategia di disinformazione, in cui il potere emotivo del vittimismo – reale o inventato – viene sfruttato per sostenere uno stato permanente di conflitto informativo e diplomatico.

https://www.presstv.ir/Detail/2026/02/07/763652/iran-riots-info-war-when-dead-came-back-debunk-death-stories

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