
Viviamo in tempi di diffusa scristianizzazione, dove anche coloro che pensano di essere cattolici, talvolta invece hanno una mentalità che cattolica non è più. Pensavo a questo nei giorni scorsi, discutendo con degli amici a proposito della liceità morale della cremazione. Durante la predetta discussione, una mia amica, addirittura, ha auspicato l’introduzione legale della obbligatorietà della cremazione, in quanto pratica più “igienica” (sic) rispetto alla sepoltura tradizionale. Ma questo auspicio della obbligatorietà della cremazione, la mia amica questo lo ignora, era anche l’auspicio dei frammassoni italiani alla fine del diciannovesimo secolo.
Per approfondire questo argomento, ho da poco finito di leggere un libro bellissimo. Il libro in questione si intitola: “Se sia lecito abbruciare i morti”, ed è stato pubblicato nel 1885 dal sacerdote milanese Giacomo Scurati. Un libro dimenticato dai più, ma la cui lettura è davvero necessaria per premunirsi da questa mentalità anticristiana che si fa sempre più minacciosa. Ne ripercorro le pagine qui, a beneficio dei miei lettori.
La prima cosa da dire è che, per un cattolico, il cadavere deve essere seppellito, non bruciato, in quanto il seppellimento esprime la fede nella immortalità dell’anima e nella risurrezione dei corpi. Da questo punto di vista, il sentire autenticamente cattolico non può che conformarsi rispetto a quanto scritto a suo tempo da S. Agostino e da S. Tommaso. A proposito di S. Agostino, ecco come viene richiamato da Scurati:
“Siccome però questo beneficio [l’immortalità] fu sottratto all’uomo per il peccato dei primi genitori, la morte e la corruzione del sepolcro ora è pena del peccato, per modo di pena tassata dal giudice, e perciò non devesi da altri aggravare: chi ciò facesse si rende reo di crudeltà e sevizie. E smisurata sevizia chiama in fatto S. Agostino l’abbruciare i morti, nel fatto dei Martiri di Lione” (p. 45).
Ed ecco come si esprime S. Tommaso:
“La sepoltura fu trovata pei vivi e pei morti. Pei vivi, perché i loro occhi non venissero offesi dalla bruttezza dei cadaveri, e i loro corpi avvelenati dal fetore; e ciò quanto al corpo; ma anche spiritualmente giova ai vivi in quanto per essa si conferma le fede della risurrezione. Giovano poi ai morti i sepolcri, in questo che coloro che li guardano conservano la memoria dei defunti, onde pei defunti preghino” (p. 61).
La cremazione invece, in quanto distruzione violenta del corpo umano, usurpa i diritti di Dio: l’uomo del proprio corpo è bensì amministratore ma non padrone, il padrone è Dio. Questo è un punto sottolineato a chiare lettere da Scurati:
“Ardisco dire che se, mentre l’uomo è vivo, Dio condivide la signoria coll’anima spirituale alla quale unì il corpo perché servisse all’esercizio delle sue facoltà, dopo la morte, per la separazione dell’anima, Dio ne è il solo e pienissimo Signore e provisore che lo governa, per vie a noi impenetrabili, all’ultimo suo destino. Per conseguenza, se Dio è il padrone del cadavere come è padrone del corpo vivo, anzi più e solo padrone; chi si usurpa i suoi diritti offende quella giustizia che impone il rispetto dei diritti di Dio, è la prima e principal parte della giustizia e chiamasi religione; e perciò stesso pecca contro la legge naturale” (p. 43).
La destinazione del corpo del defunto morto cristianamente non è il fuoco ma la terra, quella terra da cui è stato tratto: la terra, per il defunto, è come il seno materno. Da questo punto di vista c’è una mirabile consonanza di vedute tra il libro biblico dell’Ecclesiastico e un pensatore pagano come Cicerone:
“L’essere ritenuta la terra come il seno materno, da cui venne e a cui ritorna l’uomo che muore, col seppellimento del cadavere. Cicerone pagano, in mezzo ai roghi di Roma, da filosofo qual era, scriveva: E a me per vero sembra che fosse preferibile il genere di sepoltura di cui fa uso Ciro in Senofonte, poiché rendesi il corpo alla terra, e così posto e situato viene come ricoperto col manto materno. In conformità a quanto abbiam detto più sopra che il fine del corpo deve rispondere al principio, ond’essendo stato tratto dalla terra nella terra dev’essere riposto; e in conformità alla parola del divino Spirito, che nell’Ecclesiastico non pone altro termine al corpo in morte che la sepoltura nella terra, non le fiamme ardenti d’un rogo, d’un forno, e si era espresso in guisa consimile a quella dell’oratore filosofo: Un giogo pesante pesa sui figliuoli di Adamo, dal giorno in cui escono dall’utero della madre fino al dì della lor sepoltura nel sen della madre comune (XL, 1)” (p. 27).
L’uomo è polvere, non cenere: questa è una distinzione molto importante da fare, come a suo tempo rimarcò il famoso teologo Cornelio a Lapide:
“I Cristiani tolsero quest’abbruciamento (dei pagani), sia per meglio conformarsi alla sentenza data da Dio ad Adamo ed a’ suoi posteri: Sei polvere, in polvere (non in cenere) ritornerai; sì per seguire la natura, che fa spontaneamente risolversi i corpi morti nei loro elementi, sì principalmente per insinuare nei superstiti la fede e la speranza della risurrezione. Poiché consegnavano i cadaveri alla terra, quasi in deposito, per questo che nel dì della risurrezione li ridomanderebbe, per risuscitarli e vivificarli” (p. 147).
La fede nella risurrezione dei morti espressa dall’inumazione è stata ribadita, in tempi più recenti, dal dottissimo cardinale Franzelin:
“Né l’anima, né il corpo, mentre costituiscono una natura, sono ipostasi; ma ipostasi è quest’uomo composto di quest’anima e di questo corpo. Anzi, fatta la separazione, l’anima non è affatto sostanza intiera, ma ritiene l’imperfezione di parte. Ciò stesso deve dirsi del corpo umano, in quanto è sopranaturalmente destinato ad una nuova composizione coll’anima. Perciò il corpo esanime nella sua sostanza essenziale (non nelle parti accidentali che se ne vanno) ritiene una relazione sommamente reale coll’anima sua vivente e immortale, come parte componente coll’anima, non in atto ma per destinazione, come una cosa dell’anima, non fisicamente, ma moralmente. QUINDI LA REVERENZA RELIGIOSA DOVUTA AI CORPI in speranza della gloriosa risurrezione, e il culto religioso verso il corpo dei Santi, e in questi corpi una certa virtù e forza soprannaturale che viene dalla congiunzione colle anime sante, la quale congiunzione, ora in sé è soltanto morale, ma è fondata nell’unione fisica passata e futura” (pp. 88-89).
Ineccepibile è anche questa osservazione di Scurati relativa alle parole di un celebre passo di S. Paolo:
“E nei loro scritti gli Apostoli, parlando della risurrezione non accennano che all’interramento. Udiamo S. Paolo: Si SEMINA (un corpo) corruttibile, sorgerà incorruttibile. Si SEMINA ignobile, sorgerà glorioso: si SEMINA inerte, sorgerà robusto: si SEMINA un corpo animale, sorgerà un corpo spirituale. Non si semina né sul rogo, né nei forni ardenti degli abbruciamorti, ma nella terra” (p. 147).
L’inumazione dei defunti è prassi comune tanto nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Nell’Antico Testamento il fuoco, associato ai cadaveri, compare solo in contesti punitivi:
“Nel III dei Re, al capo XIII, Dio predice a Geroboamo che Giosia farà bruciare su quell’altare sul quale egli ardeva incenso agli idoli le ossa dei cadaveri dissotterrati, in punizione di quel culto esecrando. Predizione che fu appuntino eseguita 340 anni dopo” (p. 71, nota1).
“Che poi Davide non stimasse un onore l’abbruciamento dei cadaveri, lo si desume chiaramente dall’averlo usato come punizione, quando per giusta vendetta degli oltraggi ricevuti dal re di Amon, presa Rabbath di assalto, ne fece mettere a pezzi gli abitanti li fe’ gettare in fornaci (ardenti), di mattoni, fatto che appartiene alla giustizia punitiva; forse in punizione del culto che rendevano a Moloc, nel quale i Rabbathiti abbruciavano i loro bambini in sagrifizio all’idolo” (p. 160).
Nel Nuovo Testamento gli Apostoli seppelliscono tanto i buoni (S. Stefano) quanto i rei (Anania e Saffira). Anzi, la stessa sepoltura di Cristo è considerata dai teologi come un esempio e un ammaestramento riguardo alla settima opera della misericordia:
“Il Suarez pertanto così ragiona sulla convenienza della sepoltura di Cristo: Quest’ossequio era dovuto a Cristo più che a qualunque altro: onde Agostino e gli altri Padri notano che Cristo HA VOLUTO ESSERE SEPOLTO PER APPROVARE COL SUO ESEMPIO QUEST’OPERA DI PIETÀ; egli che anche in difesa della Maddalena disse: HA FATTO UNA BUONA OPERA VERSO DI ME” (p. 147).
Chiosa a tal proposito Scurati:
“Sicché la consuetudine della Chiesa di non bruciare e di seppellire invece i cadaveri si fonda nella pratica e nella dottrina degli Apostoli, e questa nella pratica e nell’insegnamento di Cristo, il quale approvò colle parole e coi fatti la settima opera della misericordia: che dall’abbruciamento verrebbe eliminata. E sarebbe una professione di fede della immortalità dell’anima, dell’umanità divina di Cristo, del cancellamento del decreto d’eterna morte operato dal Riparatore, del riposo tranquillo d’oltre tomba, della risurrezione della carne che professiamo nel Simbolo. Anzi il divin Redentore volle esser sepolto per un decreto eterno, all’esecuzione del quale predispose le figure e le profezie dell’Antico Testamento” (ibidem).
L’inumazione dei defunti è stata la prassi comune impartita dalla Chiesa per oltre diciannove secoli. Una prassi che non prevedeva eccezioni:
“LA CHIESA DA NOI RISALENDO AGLI APOSTOLI NON ABBRUCIÒ MAI I SUOI MORTI. Quanto all’esistenza, quando i liberi muratori, in questi ultimi anni, presero a promuovere l’uso di abbruciare i morti, la Chiesa era in possesso imperturbato e pienissimo dell’uso di seppellire i suoi morti, e di non abbruciarli. Quest’uso, che non aveva eccezione alcuna, risalendo di secolo in secolo, ci conduce all’ingresso nella chiesa delle tribù barbare del Nord che abbandonavano insepolti, o mutilavano, o ferivano i cadaveri, od anche li abbruciavano. La Chiesa non tollerò questa barbarie, e rammentiamo i capitolari, già sopra recati, di Carlo Magno, che vietavano sotto pena di morte d’abbruciare i morti, e di Dagoberto che impediva gli oltraggi ai cadaveri” (p. 131).
I cristiani nel corso dei secoli hanno sempre guardato con orrore alla cremazione:
“L’Ottavio di Minuzio Felice diceva che i cristiani esecrano i roghi e condannano le sepolture nel fuoco; e gli archeologi son d’accordo nell’affermare che i cristiani ebbero in sommo orrore l’abbruciamento. Per non citare il De Rossi che tant’anni fa scriveva nella Roma sotterranea: «Non ripeterò le notissime allegazioni intorno al rispetto dei cristiani per i cadaveri… laonde l’aborrimento dal bruciarli»; né l’Armellini che, nelle Lezioni popolari di archeologia cristiana, pone tra le cause «che dettero origine al Cimitero cristiano, l’abominio della cremazione»” (p. 132).
L’uso di inumare i cadaveri era così connaturato al sentimento cristiano che non c’era nemmeno bisogno di una legge che proibisse la cremazione:
“Se pertanto nella grande antichità della Chiesa non troviamo legge che vieti l’abbruciamento dei cadaveri, la sola ragione è che non ce n’era bisogno: nessuno li abbruciava, tutti aborrivano dall’abbruciarli. Se ciò non fosse già chiaro da quanto abbiam detto, valga a conferma l’autorevolissima parola del Sig. Comm. De Rossi, il quale, da noi pregato, con squisita condiscendenza e cortesia, ci scrisse: «Il rito del seppellire ed il divieto di bruciare i cadaveri nella Chiesa non fu prescritto da legge positiva, almeno prima del secolo ottavo: non perché non sia cosa tenuta in conto di gravissima e connessa coi più augusti dommi e pratiche della religione; ma perché giammai si è neppure tentato di contravvenirvi. Laonde, come dissi, di ciò non v’ha legge, perché è istituto spontaneo e connaturale alla fede, religione e liturgia cristiana; e superiore ed anteriore a qualsivoglia legge positiva. Quando nel secolo ottavo il cristianesimo si sparse presso le genti nordiche, che usavano la cremazione, e forse non volevano di leggieri acconciarsi a rinunciarvi, si fecero canoni per inculcare a quelle Chiese di neofiti semi-barbari il rito universale della cristianità rispetto alla sepoltura»” (p. 136).
Se la sepoltura tradizionale (e, in particolare, l’inumazione) reca ai parenti del defunto la consolazione delle più alte verità della fede, la cremazione prefigura invece gli eterni tormenti riservati ai dannati:
“L’ardore intensissimo del forno degli abbruciamorti, e l’agitarsi, il contorcersi delle membra tra le fiamme, riescono piuttosto ad una testimonianza del terribile ed eterno fuoco finale, preparato per i reprobi; la qual cosa non può essere certamente onorifica, né un segno di rispetto usato dall’uomo vivo verso il fratello defunto. Donde la conseguenza che per legge naturale e per carità né uno può disporre che gli sia abbruciato il cadavere, né altri lo può far abbruciare” (p. 49).
La cremazione è una pratica disumana non solo verso il corpo del defunto ma anche nei confronti dei suoi familiari:
“Inoltre [la cremazione] rapisce alla società domestica quanto ha di più caro, il corpo della persona amata, aggravando invece di lenire il dolore della perdita, nel momento in cui esso è più vivo. Alla distruzione della vita fatta dalla morte, il forno degli abbruciamorti aggiunge quella del corpo fatta dal fuoco. Sulla terra che copre il cadavere, la famiglia ha velata sì, ma ancora parte del suo caro, quelle ossa, quelle carni che abbracciava e baciava, e che, nell’ordinazione di Dio, si consumano colla lentezza con cui s’attutisce il dolore, e si dilegua la memoria. Dio come mitigava ai morenti la pena del ritornare nella terra primitiva, mitigava anche ai superstiti il dolore della sottrazione” (p. 50).
A questo punto, per capire bene cosa succede quando un cadavere viene cremato, leggiamo le considerazioni di un contemporaneo dell’autore del libro, il medico Edoardo Porro e teniamo bene a mente le sue parole, che evidenziano il carattere violento del procedimento crematorio:
“Se per le splendide descrizioni degli antichi poeti, che tutto indoravano, anche i vizi più laidi, alcuno stentasse ancora a persuadersi che le fiamme non fanno onore al cadavere, riferiamo qui un’altra descrizione degli abbruciamenti d’oggi, dai quali checché ne dica il descrittore, non differivano e non potevano differire, in nessuna particolarità sia della dispersione del busto, sia delle contorsioni del cadavere, neppure gli antichi. Ecco le parole del più volte citato medico Professore Edoardo Porro, che pur vagheggia la solennità dei roghi antichi: «Un cadavere legato come un salame su uno sconcio piastrone metallico, un angusto forno di abbruciamento, per concordare in qualche modo il lato economico alla necessità crematoria, il disperdimento degli avanzi, la forma di spettacolo, di curiosità, che fin qui accompagnò la cremazione, colla rispettiva annunciazione nella cronaca cittadina, assieme alle liti nei lupanari ed alle gesta dei ladruncoli. Le mani di molti che toccano il cadavere prima e gli avanzi dopo, gli occhi di tanti che contemplano il miserando spettacolo del disfacimento rapido, violento di un corpo, non sono incentivi che stimolino ad accedere alla idea della cremazione.
“Ed io sfido una madre che vincendo il dolore che la opprimeva, superando eroicamente l’angoscia, abbia dato opera a vestire il cadavere del proprio bambino, a comporlo amorosamente nel feretro, a coprirne il viso diletto degli ultimi baci, sfido questa donna ad assistere, a resistere alla scena preparatoria e di effettuazione della cremazione! Come tollerare che il proprio pargoletto sia tolto da mani profane dal feretro, che le candide vesti sian contaminate da contatti, per lo meno indifferenti, che quelle parti dilette sian stirate, accomodate, legate alle esigenze crematorie, che il fumo annerisca quel corpo, che la fiamma lo divori, lo disperda, che occhi curiosi assistano al contorcimento del cadavere, allo schizzar di fiamme, al colar di grasso in fusione, che si possa udire lo stridor delle carni che abbruciano, lo scricchiolio delle ossa che si fendono, che si contorcono, che si rompono? Come tollerare che dopo alcune ore di doloroso raccapricciante spettacolo, del suo tesoro non si abbiano che pochi informi, incompleti avanzi, raccolti sovra una immonda lamina, mescolati alla cenere del combustibile, commisti ad avanzi di cadaveri precedentemente abbruciati?
«Né si creda che in ciò vi sia dell’esagerazione, poiché quanto è detto è la vera e la pura narrazione di fatto, di quello che si osserva nel tempio crematorio». E per contrario: «Gli avanzi scheletrici, continua egli più avanti, tolti dalla fossa… conservano sempre la impronta dell’umana architettura ossea, epperciò domandano di per sé soli il rispetto. Gli avanzi crematori invece, se confusi colla cenere, col terreno, nulla ricordano per forma, per volume, per consistenza, dell’umano frale e non attirando l’attenzione non guadagnano il rispetto dovuto e voluto. Nessuno credo, per deliberato animo, ardirebbe, nel recinto di un cimitero, porre il piede sacrilego sopra un teschio, comechessia corroso, nel mentre gli avanzi cefalici della cremazione son così minuti, irregolari, nulla ricordanti, che a condizioni pari, riuscirebbe assai meno contro natura il calpestar questi che quello. Ma anche volendo considerare ciò che di materiale impressione ricaviamo alla vista di uno scheletro ed alla vista degli avanzi della cremazione, dirò che lo scheletro, sia di persona conosciuta che no, comanda riverenza e rispetto, suscita ricordi e considerazioni, mentre invece il tritume osseo degli avanzi crematori, non impressiona per nulla e non richiama altro alla memoria che il fatto della distruzione violenta.
“Io ho assistito alla esumazione dei resti cadaverici del mio genitore e posso assicurare che la vista dello scheletro dell’autore dei miei giorni mi ha altamente impressionato e commosso, e per certo non avrei avuto la stessa impressione e commozione se avessi osservato nell’urna crematoria un miscuglio di cinericcio animale e vegetale. Ho visto avanzi crematori di persone amiche, di persone stimate, ed il confesso non provai altro che un senso di disgusto nel vedere così sconciate le loro salme e ridotte a così miseri e deplorevoli avanzi (E. Porro, A proposito di una Cremazione)!” (pp. 71-72, nota 2).
Fin qui, il dr. Porro, citato dal sacerdote Scurati. Il quale Scurati arriva alla seguente conclusione:
“… Che l’uso dell’abbruciare i morti in Grecia e in Roma comincia coi principi della loro decadenza e termina coll’introduzione della civiltà cristiana; e altrove non si vede che fra alcune tribù barbare e selvagge” (p. 200).
Ma come mai, dopo secoli e secoli di oblio, la cremazione ai nostri giorni è tornata in auge, fino a diventare una pratica diffusissima? La cremazione è riemersa dalle tenebre del paganesimo grazie alla propaganda dei massoni, una propaganda attiva già ai tempi di Giacomo Scurati. Il fatto che la cremazione sia stata riesumata dai massoni e goda del loro favore dovrebbe aprire gli occhi a tutti i cattolici in buona fede. Eppure, non tutti aprono gli occhi, perché, a partire dal Concilio Vaticano II la verità cattolica è stata annacquata a tal punto da stemperare persino le differenze tra la Chiesa di Cristo e la contro-chiesa massonica. Oggi, i cattolici formati dagli insegnamenti della gerarchia post-conciliare non guardano più con sospetto le dottrine dei “fratelli” muratori. Comunque, se qualcuno avesse dei dubbi sull’origine massonica della moderna pratica crematoria, leggiamo cosa scrive in proposito Scurati, citando con scrupolo le fonti:
p. 194. L’ABBRUCIAMENTO DEI CADAVERI FU ED È PROMOSSO DAI LIBERI MURATORI.
“Se non bastassero i nomi dei promotori fin dal principio, o protestanti, o increduli, o notoriamente liberi muratori, e nei gradi più avanzati della setta; e neppure la natura dei congressi in cui si propose e si cominciò a far gradire il rogo, o la fornace; ce ne assicura la Rivista della Massoneria Italiana del dì 1° giugno 1871, in cui si legge che un’adunanza dei fratelli tenuta sei giorni prima, il dì 26 maggio, nelle sue decisioni «si augura, che i Cimiteri divengano puramente civili, senza distinzione di credenze e di riti, e si lascia piena libertà ai FRATELLI, del luogo e del modo di deporre le salme… di PROMUOVERE LA CREMAZIONE PRESSO I MUNICIPI… LO STUDIO DEI SISTEMI PER RAGGIUNGERE L’INTENTO». E la D. R. Zeitung dei 31 d’ottobre dello stesso 1871, affermava che la Cremazione fu «PROPOSTA DALLE LOGGE» E CHE «i nostri Fratelli DELL’ALTA ITALIA l’hanno posta nel numero dei lavori da compiersi».
p. 195: “Il giornale della Framassoneria universale, La Chaine d’Union, di Parigi, nel numero del dì 8 d’agosto del seguente 1877 (a pagina 415 e seg.) ha dal Fr. Ettore Tarabiono, in data di Milano, del dì 20 giugno 1877, uno scritto in cui si dice che a Milano, il dì 9 giugno «cominciavano le adunanze dell’Assemblea Generale delle Logge del Grand’Oriente d’Italia… 120 Logge vi erano rappresentate», in cui il Fr. Pantano fece un’interpellanza, alla quale rispose il Gr Or Gaetano Pini, non soddisfacendo i FF. Ora, in queste adunanze «La proposta presentata dalla R. L. La Ragione di Milano, che la Massoneria PRENDESSE SOTTO I SUOI AUSPICI LA QUESTIONE DELL’ABBRUCIARE I CADAVERI, FU FAVOREVOLISSIMAMENTE ACCOLTA ED APPROVATA». Onde la promozione dell’abbruciamento dei morti, incominciato da una loggia milanese, passava ad essere oggetto del lavoro di queste 120 loggie d’Italia”.
Ibidem. “Il medesimo libero muratore corrispondente della Chaine d’Union, in data di Milano, 10 dicembre 1877, descriveva al direttore di quel foglio Fr. Hubert, 33, a Parigi, i funerali puramente civili fatti al Fr Giovanni Mussida, «che si fecero col concorso della maggior parte dei Fratelli delle Loggie Milanesi» e il suo abbruciamento, poi aggiunge: «Fu una cerimonia commoventissima che consacrò una volta di più questo nuovo progresso, IL CUI TRIONFO IN ITALIA È DOVUTO IN MAGGIOR PARTE ALLA FRAMMASSONERIA»”.
Questo scriveva il sacerdote Giacomo Scurati nell’anno 1885. Oggi, in pieno 21° secolo, la cremazione è sempre più diffusa. Le remore e le difese cattoliche sono venute meno. E questo, non c’è dubbio, grazie agli insegnamenti della gerarchia postconciliare. Prima del Concilio, infatti, era severamente vietato per un cattolico autorizzare la propria cremazione: gli veniva negata l’assoluzione in articulo mortis, a meno che non si fosse debitamente pentito. Oggi invece, la gerarchia postconciliare permette la cremazione (sia pure con la precisazione che tale soluzione non sia il frutto di uno spirito di ostilità nei confronti della fede cattolica).
Se un cattolico non capisce più che la cremazione è violenza e barbarie, vuol dire che si è estinta la pietas nei confronti dei defunti.
C’è un ultimo punto che mi sembra meritevole di riflessione. Abbiamo visto che nell’Antico Testamento l’inumazione dei defunti era prassi generalizzata (gli esempi che scaturiscono dalle pagine bibliche sono fin troppo numerosi). Quindi l’antica Sinagoga mosaica considerava la sepoltura una costumanza doverosa e irrinunciabile. Non così, a quanto pare, la moderna Sinagoga talmudica. Leggiamo infatti, sempre nel libro di Scurati, la seguente notizia:
“E bisogna che gli sforzi di tali società [quelle che promuovevano la cremazione] siano approdati a ben poco se l’Osservatore Romano, in data di Roma 22 aprile 1885, aveva questo articoletto: «La Cremazione e i protestanti. Il Consiglio Superiore della Chiesa protestante prussiana ha emesso un decreto col quale si proibisce a tutto il clero protestante di accordare le cerimonie religiose a coloro che preferiscono la cremazione alla sepoltura. Questo decreto deve interpretarsi come un biasimo severo inflitto ai pastori evangelici di Gotha che assistettero in gran pompa alla cremazione del loro sopraintendente generale dottor Schwarz. «Tutta la stampa ebrea e materialista della Germania è su tutte le furie per questo decreto, accusando tutta la Chiesa protestante di essere più intollerante della cattolica…»” (p. 204).
Gli ebrei moderni sembrano quindi più affini ai massoni che ai propri antenati biblici.
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