
Roberto Mazzetti
L’ANTIEBRAISMO DELLA “CIVILTÀ CATTOLICA”
ALL’INIZIO DEL SEC. XX
(Orientamenti antiebraici della vita e della cultura italiana. Saggi di storia religiosa, politica e letteraria, Modena, 1939, pp. 127-133)
Al sorgere del secolo XX si sono formate nuove condizioni per un diverso atteggiamento del problema ebraico.
Non si tratta più fra l’altro, di giudicare gli ebrei prima della loro emancipazione, ma dopo la loro emancipazione.
“La Civiltà Cattolica” dal 1900 al 1915, preoccupata di combattere il Modernismo, la Scuola laica, la Massoneria, attenua alquanto la sua violenza contro l’ebraismo moderno, per quanto continui a rimanere fedele al suo sostanziale antiebraismo talmudico.
Essa continua a scorgere nella vita ebraica post-cristiana una enorme espressione di risentimento, di rabbia: «la rabbia di Giuda».
Così essa aveva già considerato il contributo dato dagli ebrei al Risorgimento italiano.
Il p. Bresciani, narratore de “La Civiltà Cattolica”, contro cui il De Sanctis aveva drizzato i suoi strali acuti, nel suo romanzo L’ebreo di Verona aveva messo in bocca a due figure di patrioti italiani, dominanti nel suo racconto, questo dialogo: (parla il dottor Sterbini):
«Gli Ebrei d’Italia, di Germania, di Polonia, di Boemia d’Ungheria ci prestano aiuti d’ogni ragione. Essi danaro, essi tipografie, essi libri, essi stampe di ogni bulino; ma ciò che importa meglio, essi uomini d’ogni condizione d’ogni età che viaggiano sotto vista di commessi di commercio, e ci recano un servizio che mai il più fedele e sicuro. Costoro sono per ogni lato, spiano per ogni spiraglio, si ficcano per ogni buco: in fatti sono il nostro telegrafo elettro-magnetico.
«Vi fidate voi de’ giudei, riprese La Polissena, gente sozza, ignorante, taccagna, vigliacca, che per due quattrini ne disgraderebbe Giuda? ‒ Appunto, disse il dottore, non è grandezza d’animo, non è generosità, non cortesia che ce li affratella così strettamente, è la rabbia di Giuda. Purché la risurrezione d’Europa ricrocifigga e riseppellisca il Nazzareno, ci darebbono insino alla pelle. Del resto tu misuri gli Ebrei d’oltre monti con quelli dei nostri ghetti d’Italia, così succidi, cenciosi e puzzolenti: t’inganni a partito: colà son liberi, colti, ricchi, frequentano le università, s’avvolgono fra le gentili brigate, hanno traffichi in tutti i porti, banchi in tutte le metropoli: sono adoperati in tutti i carichi dai governi, e poco meno che non sono gentiluomini di camera ne’ palazzi reali» (Bresciani, L’Ebreo di Verona, Bologna, 1850, vol. 1, pp. 79-80).
“La Civiltà Cattolica”, anche all’inizio del sec. XX continua a studiare il problema ebraico nel suo aspetto religioso (rapporti dell’ebraismo con il cristianesimo) e nel suo aspetto sociale e politico (rapporti dell’ebraismo con la vita moderna).
Assertrice, secondo la tradizione cattolica, dei valori provvidenziali dell’ebraismo antico, preparazione e figura del Nuovo Testamento, la Rivista si guarda bene dal considerare il Cristianesimo come uno sviluppo naturale del giudaismo (CC, 1910, pp. 691-692), come si guarda bene dallo svalutare la funzione dell’ebraismo prima di Cristo e, in genere, dell’Antico Testamento.
Dando notizia dello studio del Lagrange: Le messianisme chez les Juifs, la rivista romana scriveva:
«Niuno infatti ignora che per l’intelligenza del N.T. è necessario avere un’esatta conoscenza dell’ambiente in cui esso nacque e così potrà ciascuno apprezzare, come si conviene la relazione fra la dottrina di G. Cristo e quella professata dal giudaismo; punto questo nel quale gli autori espressero giudizii tanto diversi. Infatti mentre alcuni non videro nel Vangelo altro che una evoluzione naturale del giudaismo, altri invece esagerano andando all’estremo opposto» (CC, 1910, pp. 465-466).
“La Civiltà Cattolica” segue anche gli aspetti quotidiani, cronachistici della vita ebraica.
Rileva così, che in Russia sia per evitare persecuzioni, sia per dimostrare il loro spirito di assimilazione, molti ebrei si fanno battezzare e che molti, fra essi, fanno del battesimo una speculazione finanziaria (CC, 1904, p. 695).
Dando, con discreta serenità, notizia dell’inaugurazione della nuova sinagoga di Roma fa una messa a punto come segue:
«L’avv. Sereni presidente dell’università israelitica pronunciò un discorso, in cui, tra le altre cose che disse, molto a torto si lamentò della misera condizione degli ebrei sotto il governo papale; perché come dimostrò in un articolo la “Vera Roma”, nel solo stato Pontificio gli Ebrei poterono godere una pace e sicurezza che non goderono mai in altri paesi e nazioni, a cagione dei molti editti e privilegi concessi dai Papi in loro favore. Se talora vi furono casi di molestia, ciò non forma regola generale, e si dovettero all’insolenza popolare che non potea reprimere una certa avversione e antipatia che aveva per questo popolo» (CC, 1904, pp. 492-493).
Segue naturalmente l’attività ebraica in tutto il mondo: scrive, così, degli ebrei in Mesopotamia e degli aiuti dati ad essi dai Rothschild (CC, 1914, pp. 198-199) e nel 1905 pubblica dall’Inghilterra questa interessante corrispondenza:
«Tutti i giornali inglesi si occupano sempre più della questione dell’approvazione di una legge che escluda gli stranieri poveri dall’Inghilterra. Questa questione assume un carattere acuto specialmente in seguito alla guerra russo-giapponese; poiché numerosi rifugiati russi, specialmente ebrei, sbarcano continuamente nei nostri porti. Essendo già rilevantissima la disoccupazione, specie a Londra, tale immigrazione in massa di ebrei russi e polacchi provoca fra il nostro basso popolo vive inquietudini. Varii sindacati operai hanno presentato al primo ministro Balfour una petizione per impedire la entrata dei rifugiati russi. Nell’elezione parlamentare per il distretto di Mile End di Londra, ove ferve una fortissima agitazione contro questa classe di forestieri, il conservatore Lawson fu il 13 gennaio eletto con 2136 voti contro Strauss liberale, che ne ottenne 2000. La lotta elettorale si era svolta esclusivamente sulla questione dell’immigrazione degli stranieri, combattuta dai conservatori.
«Il “Times” ha da Ottawa (Canadà) in data 7 gennaio che in quest’ultima settimana giunsero colà 1000 ebrei russi indigenti. Il sindaco di Montreale ha scritto al primo ministro Balfour per chiedere che le autorità intervengano per impedire l’immigrazione al Canadà degli ebrei poveri. Dal primo gennaio gli Stati Uniti hanno respinto al loro arrivo a New York 1000 immigrati ebrei russi» (CC, 1908, pp. 760-761).
In seguito all’uccisione avvenuta a Kiew di un bambino undicenne, di nome Andrea Iouchinscki, di cui in un clamoroso processo, rimasto in sospeso, fu indicato come indiziato un ebreo russo, “La Civiltà Cattolica” continua a ribadire all’ebraismo l’accusa del delitto del sangue cristiano.
Scrive nel 1914:
«Un fanciullo è sparito dal recinto di una manifattura ebraica e il suo corpo fu trovato crivellato di ferite. La scienza ha verificato il tempo, il modo: ha misurato i colpi sistematici e lo spasimo sofferto dalla vittima: ha indicato lo scopo, riproducendo tutta la scena del delitto e ha pronunziato secondo l’evidenza dei suoi metodi: l’assassinio è stato commesso da gente che voleva estrarne il sangue. Ora di tal gente non si conosce che una sola razza.
«Israello freme, si agita, urla, scaglia ingiurie contro quelli che lo dicono e maledizioni contro quelli che lo credono: e, sforzandosi di deviare la questione, si accalora a ripetere quel che ne pensano i suoi partigiani ed a presentare discolpe e dichiarazioni concesse da persone benevole di Londra, di Parigi, di Vienna. Ma l’opinione della gente di Vienna, e di Londra dimostra forse che il bambino non fu ucciso nella officina di Zaitzef?
«Né noi in tutto questo, si noti bene, vogliamo attribuire tali riti sanguinari a tutti i giudei. Ammettiamo facilmente che molti non li conoscano, come ammettiamo ancor più facilmente che molti, specialmente tra i più colti, ormai non sono ebrei che … di razza e praticamente sono senza religione. Il fatto proposto non richiede altro se non che vi siano stati degli ebrei, i quali, secondo superstiziose credenze fondate sopra false dottrine religiose, con certi riti, si procurano il sangue cristiano. E ce n’è d’avanzo» (CC, 1914, vol. 2°, p. 344).
Nel corso dei suoi due articoli sul processo di Kiew la rivista trova necessario riaffermare e documentare l’assoluto e deleterio predominio ebraico nella stampa moderna. Ragionando del giornalismo ebraico in Germania, la rivista veniva, in questo modo, a confermare la tesi di Raffaele Mariano sulla funzione settaria e disgregatrice dell’ebraismo specialmente in Germania.
«Ci sia permesso – dichiarava – richiamare, benché di passata, l’attenzione sopra questo fatto capitale e di cui spesso non si tiene abbastanza conto dai dabbenuomini cristiani nello studiare la cronaca contemporanea: il fatto cioè della strapotenza ebraica nel giornalismo. Portiamo qui ad esempio il caso della Germania di cui appunto nel tempo del processo di Kiew gli Hammer Flugblätter di Lipsia davano un ragguaglio soprammodo interessante.
«In un articolo, citato dalla Croix del 10 novembre, passando in rassegna la stampa tedesca, mostravano come gran parte e la più influente dei suoi giornali si trova in potere degli ebrei. Così alla ditta Mosse (Moise) appartengono il Berliner Tageblatt, il più importante foglio berlinese, colla Berliner Morgenzeitung che ne è la riduzione popolare e la gazzetta più diffusa nella Germania del nord: tutti i redattori sono israeliti.
«La stessa ditta pubblica la Berliner Volkszeitung organo democratico fondato dal giudeo Bernstein, e l’Allgemeine Zeitung des Judenthums diretta da Lud. Geiger professore all’università di Berlino. Anche il Berliner Boersen Courier fondato dal giudeo Davidsohn è redatto interamente da giudei. Giudeo è il fondatore del Berliner Lokal Anzeiger e del Tag che è diretto da Carlo Marx nipote del famoso socialista. A giudei appartengono pure la Kreuzzeitung, le Deutsche Nachrichten, la Deutsche Zeitung, e le Berliner Neueste Nachrichten.
«La Vossische Zeitung, che è uno dei principali fogli liberali-radicali berlinesi, dominante soprattutto tra l’alta borghesia, fu comperata nel 1911 dalla banca israelita Speyer, Elissen e soci; ed i principali redattori sono gli ebrei Bachmann, Muench ed il prof. Klaar. Pubblicazioni ebraiche sono i Berliner Stimmungsgebilde, Berliner Waechter, Grosse Glocke, Freisinnige Zeitung, e le Politische Nachrichten di Berlino e la Friedenwarte giornale pacifista, e i Sozialistische Monatshefte, e la Gegenwart e la Zukunft e il Kritiker e il Literarisches Echo e cento altri compilati e diretti da giudei come Jacobsohn, Heilbon, Alfredo Kerr, Friedegg, Bernstein, Gold, Cassirer, ecc.
«La casa ebrea Ullstein e C. possiede la Berliner Post, la B.Z. Am Mittag, la B. Abendpost, la B. Allgemeine Zeitung. Il noto giornale socialista Vorwaerts è anch’esso proprietà giudaica, come altresì l’Arbeiter Jugend, (la Gioventù dei lavoratori), e l’Infreien Stunden (Nelle ore libere) e la Communale Praxis e la Schaubüne. Alla stessa guisa gran copia di riviste tecniche delle varie industrie stanno in mani ebree; e gli Hammer Flugblätter ne citano novantuna, principiando dall’Allgemeine Tapezierer Zeitung (Gazzetta dei tappezzieri) al Geistes Eigentum (proprietà intellettuale).
«Non parliamo poi di un gran numero di giornali finanziari tutti a servizio delle banche e degli interessi giudaici: come la Breslauer Zeitung, il Kasseler Tageblatt, la Frankfurter Zeitung, la Koenigsberger Z., la Karlsruher Z., la Süddeutsche Reichskorrespondenz, giornale ufficiale, la Neue Badische Landeszeitung, il Rathgeber auf dem Kapitalmarkt (Consigliere del mercato finanziario), l’International Volkswirt (Economista internazionale).
«Moltissime pubblicazioni ufficiali del Governo sono accaparrate da giudei, come le Entscheidungen des Koeniglichen Preussischen Oberverwaltunges Gerichts (Decisioni del regio tribunale supremo d’Amministrazione prussiana); e Johanniter Ordensblatt (giornale dell’Ordine di S. Giovanni). Così il Zentralblatt für das deutsche Reich (giornale centrale dell’impero germanico) e il Preussisches Verwaltungs Blatt (giornale israelita dell’Amministrazione prussiana) sono proprietà della signora Loewenstein editrice di Sua Maestà l’imperatore e Re.
«Ma benché allo scopo di dominare il mondo politico e finanziario l’astuto semita appunti gli sforzi soprattutto ad impadronirsi dei maggiori organi di pubblicità, pure non isdegna verun mezzo nel campo della stampa, sapendo che nulla è piccolo di ciò che può avere qualche influsso nelle idee e nei costumi di un popolo. E perciò vediamo la sinagoga impadronirsi, per esempio, di quasi tutte le pubblicazioni dette Familienblätter (giornali di famiglia) cominciando dalla rivista illustrata Die Woche (la settimana) e le Gartenlaube, das Buch für alle (Il pergolato – il libro per tutti); di tutti i Generalanzeiger (Indicatori generali) di Germania: di tutti i giornali di sport come Pariser Sport, Sport im Bild (illustrato), Rennsport Zeitung (giornale delle corse), e fino ai giornali umoristici come il Semplicissimus, Pschutt, Seck, Ploch.
«Anzi, cosa più singolare ancora, una delle specialità giudaiche sono le riviste di moda e di economia domestica, ecc.; e la ditta Schwerin e la Ullstein già nominata, ne hanno una dozzina: la maggior parte scritte da giudei e da giudee: donde il lettore ricaverà la conclusione un po’ comica che la sinagoga è la ispiratrice e la maestra del buon gusto e dell’eleganza germanica, imposti per mezzo di pubblicazioni diffusissime, come il Buon gusto, der Gute Geschmack, ecc.
«È inutile rilevare che in tutte queste imprese Israello non dimentica naturalmente le sue speculazioni e i suoi “piccoli” profitti. La sullodata ditta Mosse, per esempio, ha preso l’appalto degli annunzi in novantacinque dei maggiori giornali o periodici, e ha contratti d’affari con più di altri quattromila! Questo basta per capire che la ditta tiene in sua balìa la fonte più ricca del guadagno di quei giornali e può quindi imporre loro le sue dispotiche condizioni. Ah il ghetto!
«Dopo questa sommaria esposizione il lettore non ha bisogno d’altro per ispiegarsi tutto il movimento di agitazione suscitatosi attraverso la Germania per il processo di Kiew!» (pp. 327-339).
Conclude “La Civiltà Cattolica”: una causa che si difende con tali mezzi è una causa perduta.
Comunque, anche questo processo è un nuovo documento della nefanda superstizione e dell’odio anticristiano elevato a domma sacro fra i seguaci del Talmud o di quella nefanda superstizione e di quell’odio dei quali «discorse già lungamente il nostro periodico, appoggiando le sue deduzioni a fatti e testimonianze il cui valore non si distrugge colla disinvoltura di una frase contro il fanatismo religioso o col ricorso sistematico all’ignoranza e alla barbarie del medioevo» (CC., 1914, vol. 1, pp. 198-199).
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