Gian Pio Mattogno: Perle talmudiche: quando l’ipocrisia diventa virtù

Gian Pio Mattogno 

PERLE TALMUDICHE: QUANDO L’IPOCRISIA DIVENTA VIRTÙ

 

Senti un’inclinazione a compiere una cattiva azione? Cerca di resistere. Ma se non ci riesci, allora vattene in un luogo dove nessuno ti conosce, vestiti interamente di nero e fai ciò che il tuo cuore ti dice di fare.

È esattamente quello che consiglia quel meraviglioso patrimonio della saggezza ebraica che è il Talmud, che qualche solerte Shabbath Goy vorrebbe addirittura porre a valore fondativo dell’Unione Europea (cfr. Ora ci mancava pure la Shabbath Goyah. Ursula von der Leyen e i valori fondativi talmudici dell’Europa, andreacarancini.it).

Il passo talmudico in questione recita testualmente:

«Rabbi Ilai dice: Se uno vede che la sua inclinazione (al male sta prendendo il sopravvento su di lui e lui non riesce ad averne ragione, allora) dovrebbe andare in un luogo dove non è conosciuto, indossare abiti neri, avvolgersi (la testa) di nero, (come se fosse in lutto. Forse questo lo influenzerà, di modo che non pecchi. Anche se queste azioni non aiutano), dovrebbe (almeno) fare ciò che il suo cuore desidera (in privato) e non profanare il nome del Cielo in pubblico.(Sebbene questa persona avesse peccato, lo ha fatto in privato ed in modo da non profanare pubblicamente il nome di Dio, e quindi era giusto darle una sepoltura onorevole)» (Moed Katan 17a) (Trad. e aggiunte, tra parentesi, del rabbino Adin Steinsaltz).

L’identità della persona in questione e il senso del passo talmudico si comprendono alla luce del contesto generale relativo alla scomunica decretata dai rabbi ad uno studioso della Torah, di cui non si conosce il nome.

Il Talmud racconta che un certo studioso della Torah si guadagnò una cattiva reputazione a causa delle voci sulla sua condotta. Rav Yehuda disse che non si poteva scomunicarlo, in quanto i Saggi avevano bisogno di lui, essendo egli una grande autorità in materia. Ma il non scomunicarlo avrebbe comunque costituito una profanazione del nome di Dio.

Di fronte al dilemma se scomunicarlo o meno, Rav Yehuda chiese consiglio a Rabba bar bar Hana, il quale gli riferì l’insegnamento di R. Yohanan, secondo cui se uno studioso della Torah, anche esperto, non ha l’animo puro e retto, non bisogna cercare la Torah dalla sua bocca, cioè non bisogna imparare nulla da lui. Sulla base di queste affermazioni, Rav Yehuda decise di scomunicarlo.

Qualche tempo dopo Rav Yehuda si ammalò e fu sul punto di morire. I Saggi si recarono da lui, e si unì a loro anche lo studioso scomunicato. Quando Rav Yehuda lo vide, si mise a ridere, ma non per prendersi gioco di lui, bensì per la felicità di andare all’altro mondo e per averlo trattato con giustizia, in conformità con la Halacha, la normativa rabbinica.

Dopo la morte di Rav Yehuda, lo studioso chiese di essere liberato dal decreto di scomunica. I Saggi gli risposero che solo R. Yehuda Nesia in Eretz Israel avrebbe potuto farlo. Lo studioso allora si presentò da R. Yehuda Nesia, il quale rimandò il caso a R. Ami, invitandolo, se necessario, a liberare lo studioso dalla scomunica per suo conto. Dopo una discussione con altri rabbi, R. Ami però non lo liberò dalla scomunica, e lo studioso se ne andò via in lacrime.

Per giunta, una vespa lo punse sul pene e morì. Dal momento che era un grande studioso della Torah, lo portarono in una grotta dove venivano sepolti i pii (gli hasidim, superiori ai giudici) per seppellirlo lì, ma la grotta non lo accettò (un serpente si fermò all’ingresso e non li lasciò passare).

Allora lo portarono nella grotta dei giudici, che lo accettò.

Il Talmud si chiede: per quale ragione lo studioso è stato accettato nella grotta dei giudici?

E risponde che, sebbene avesse peccato, aveva comunque rispettato l’insegnamento di R. Ilai, secondo cui, se uno vede che la sua inclinazione al male sta prendendo il sopravvento, dovrebbe andare in un luogo dove non è conosciuto, vestirsi di nero etc. E lo studioso, se aveva peccato, lo aveva fatto in privato, senza profanare pubblicamente il nome di Dio.

Questo passo, che sembrerebbe giustificare un’azione malvagia, purché fatta di nascosto, ha creato un certo imbarazzo fra gli esegeti giudei, i quali, da par loro, hanno cercato in qualunque modo di minimizzarne la portata.

Per il rabbino Gil Student il Talmud offrirebbe al riguardo «un consiglio validissimo». A questa persona, ci assicura, non viene detto direttamente “non puoi farlo”, ma piuttosto le viene consigliato di «ritardare» (sic!) la cattiva azione recandosi in un luogo dove non è conosciuto, perché questo viaggio servirà come un periodo di riflessione, e il vestirsi di nero le ricorderà il dovere dell’umiltà. «Invece di dare carta bianca al permesso di peccare, il Talmud suggerisce una forma indiretta di rimprovero per impedire alla persona di peccare» (Refuting various claims about the Talmud, talmudfaithweb.com. Student si basa sull’autorità di Rashi, Rav Hai Gaon, Chiddushei HaRan e tos. Kiddishin 40a).

Il rabbino Israël Salzer, che ha tradotto in francese il trattato Moed Katan (Le Talmud. Traité Moed Katan, Ed. Verdier, 1988) osserva in nota che il peccato in questione sarebbe stato il rischio di lasciarsi sedurre dalla condotta dei pagani. (Ma di ciò non v’è alcuna traccia nel testo. Qualcuno, per via del riferimento al pene, crede possa essersi trattato di un peccato sessuale).

Ad ogni modo, aggiunge il rabbino Salzer, R. Ilai non ha assolutamente inteso suggerire un tale consiglio per atti contrari alla legge morale o religiosa. (Sarà, ma anche qui di ciò non v’è alcuna traccia nel testo) (R. Salzer riporta anche l’opinione delle tosafot, secondo cui lo studioso menzionato non sarebbe stato accettato nella grotta dei pii perché non aveva osservato l’insegnamento di R. Ilai) (p. 127, n. 132).

R. Mordechai Kornfeld ammette che il consiglio di R. Ilai «è molto difficile da comprendere». Indipendentemente da quanto forte sia l’impulso di una persona a peccare, non ci sono motivi per consentire di lasciare libero sfogo alle proprie passioni. Come è possibile, si chiede, che R. Ilai abbia dato il permesso ad una persona di peccare?

Kornfeld riporta le risposte (più o meno stravaganti) di Rabbeinu Chananel (R. Ilai non permette di peccare, ma si riferisce ad una persona che ha il desiderio di bere una bevanda inebriante, mentre ascolta canzoni che lo inducono a peccare, consigliandola di recarsi, vestita di nero, in un luogo straniero, affinché il suo cuore ne sia umiliato e receda dalla sua intenzione di peccare), di Rashi (la persona si umilierà e il suo desiderio di peccare svanirà), del RIF (R. Isaac ben Jacob Alfasi) (critica l’insegnamento di R. Ilai, obiettando che ognuno dovrebbe fare il massimo sforzo per reprimere il proprio impulso a peccare, a nessuno essendo permesso di recarsi in un luogo straniero per soddisfare i propri desideri) (Moed Katan 17. (2) Permession to sin, dafyomi.co.il).

Il RIF aveva dovuto ammettere a denti stretti che l’insegnamento di R. Ilai non era dei più edificanti.

Anche oggi per fortuna, al di là di tutte le acrobazie dialettiche tipiche dell’esegesi rabbinico-talmudica, c’è sempre qualcuno che non teme di dire chiaramente come stanno in realtà le cose.

Scrive al riguardo il rabbino Jay Kelman:

«Sebbene sia auspicabile che cambiarsi d’abito e viaggiare in un’altra città aiuti a controllare la propria inclinazione al male, consentendo di resistere all’impulso di peccare, i nostri Saggi sapevano che ciò non era sempre possibile. A volte, le persone hanno bisogno di peccare (people need to sin); e se è così, i nostri Saggi ci insegnano a farlo in privato, ed in un luogo dove non siamo conosciuti, e quindi, anche se scoperti, il nostro peccato avrà un impatto minore sugli altri».

Insomma, bisogna imparare «a chiudere un occhio verso chi pecca in privato» (Moed Katan 17: How to Sin, August 28, 2014, torahinmotion.org).

Quello del Talmud non sarà forse un invito a peccare, ma una scappatoia ipocrita dalla censura morale certamente sì.

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