
Gian Pio Mattogno
EX ORE TUO: CONTROINDICAZIONI STORICO-BIBLIOGRAFICHE DI PARTE GIUDAICA
PER IL CONTRASTO AL FILOSEMITISMO
Una volta il rabbino Elio Toaff ebbe a scrivere che la causa principale dell’antisemitismo (impiego questo termine, oramai di uso comune, come sinonimo di quello più corretto di antigiudaismo, e questo vale anche per il termine filosemitismo) risiederebbe nell’ignoranza della religione e della storia del popolo ebraico. Difatti, sosteneva, solo chi ignora la religione e la storia del popolo ebraico può nutrire sentimenti di ostilità nei confronti del giudaismo.
Naturalmente si riferiva alla narrazione ufficiale della Sinagoga.
Con buona pace del rabbino Toaff, la verità è esattamente l’opposto.
Storicamente l’antisemitismo non nasce dall’ignoranza, ma dalla piena conoscenza della religione e della storia del popolo ebraico.
Non nasce da un “pre-giudizio”, ma da un “giudizio”.
Di conseguenza, paradossalmente (ma non troppo), l’ignoranza della religione e della storia del popolo ebraico non è la causa principale dell’antisemitismo, ma del filosemitismo.
In linea generale, solo chi ignora la vera natura del giudaismo rabbinico-talmudico può nutrire sentimenti filosemitici.
A più riprese, anche su questo sito revisionista, ho denunciato le strategie truffaldine dell’apologetica rabbinico-talmudica, a partire dal primo mentitore professionale, il rabbino Yehiel di Parigi, in occasione del processo contro il Talmud del 1240, fino ai giorni nostri, passando per innumerevoli altri mentitori seriali, tra i quali spicca il filosofo Hermann Cohen.
Ho ricordato anche come, lungo i secoli, gli apologeti, mentendo sapendo di mentire, si siano affannati a respingere le accuse dei polemisti antigiudei costruendo pazientemente enormi castelli di carta a difesa del Talmud e della letteratura rabbinica, e siano poi arrivati altri rabbini e studiosi ebrei, i quali non solo non negano la giustezza delle accuse, ma se ne fanno addirittura un vanto.
Ciò vale ad esempio per la questione dell’anticristianesimo nel Talmud e nella tradizione rabbinica.
Gli ebrei, specie quelli nostrani, si affaticano a negare (mipnei darkhei shalom, per amore della pace) che il Gesù del Talmud sia il Gesù dei Vangeli, ed ecco altri ebrei ‒ forse più impudenti, certamente più onesti ‒ che ascrivono a merito del giudaismo rabbinico-talmudico le blasfemie e l’odio contro Gesù, Maria e i cristiani.
La narrazione ufficiale della Sinagoga è in parte quella compendiata dal rabbino David Gianfranco Di Segni, docente di Talmud, in uno scritto apparso su un’autorevole rivista ebraica (Il non-ebreo nella letteratura rabbinica, «La Rassegna Mensile di Israel», 71 (2005), pp. 201-208).
Nonostante il titolo, Di Segni in realtà non prende in considerazione il Talmud, ma si limita a riportare diversi testi biblici (Es. 22,20; Deut. 5,12-15; 24,14-22; Lev. 19,3 sgg.) in cui si ingiunge di non ingannare, né angustiare, né defraudare lo “straniero”, ma anzi di amarlo come il prossimo, nonché l’esegesi di alcuni commentatori classici (Rashi, Rabbenu Bechaye ben Asher, Chizqia ben Manoach, Ramban, Chaym ibn Attar, Abravanel).
È vero che il rabbino Di Segni ha la bontà di precisare che lo “straniero” in questione non è il nochri, il non-ebreo idolatra, ma bensì il ger (il forestiero residente), ma egli dimentica di aggiungere che è unicamente a questo ger, cioè al non-ebreo giudaizzante e giudaizzato, che si riferiscono i testi biblici in questione ed i commentatori, e non di certo agli empi e immondi goyim idolatri, cioè praticamente a tutto il genere umano non ebreo.
E questo lo sa benissimo anche l’ultimo studente delle yeshivot.
Qui di seguito ho raccolto l’invito del rabbino Toaff, segnalando alcuni scritti fondamentali per la conoscenza della vera natura del giudaismo rabbinico-talmudico.
Ma l’ho fatto, per una volta, senza menzionare i soliti Eisenmenger, Rohling, McCaul, Pranaitis, Bischoff, Kittel, Kuhn, Pohl etc. No, stavolta mi sono attenuto all’adagio latino: ex ore tuo te iudico, ti giudico dalla tua stessa bocca, da ciò che tu stesso dici.
Pertanto mi sono limitato ad indicare unicamente alcuni scritti di studiosi ebrei, i quali nel tempo hanno fornito del giudaismo rabbinico-talmudico una visione ben diversa da quella che ci viene propinata dai vari Toaff e Di Segni.
Tralascio le pagine classiche di Spinoza e di Bernard Lazare (ed anche di Giacomo Leopardi) sulle cause reali dell’antisemitismo, nonché i numerosi interventi degli intellettuali israeliani di DAAT EMET (Per altre indicazioni bibliografiche al riguardo cfr. Come ti erudisco il pupo goy. Controindicazioni storico-bibliografiche per il contrasto all’antisemitismo nella scuola, andreacarancini.it; Sputi (e altro) controvento: l’UCEI e le linee di contrasto all’antisemitismo nella scuola, andreacarancini.it).
Una trentina d’anni prima dell’opera di Bernard Lazare (L’Antisémitisme. Son histoire et ses causes, Paris, 1894), Hirsch B. Fassel, rabbino capo di Gross-Kanizsa (Ungheria), aveva dato alle stampe la seconda edizione di un volume sulla dottrina giuridica ed etica mosaico-rabbinica, nella quale esponeva i princìpi dell’etica ebraica, anche in relazione ai non-ebrei: Die mosaisch-rabbinische Tugend- und Rechtslehre, bearbeitet nach der philosophischen Tugend- und Rechtslehre des seeligen Krug, und erläutert mit Angaben der Quellen, von Hirsch B. Fassel, Oberrabbiner zu Gross- Kanizsa … Zweite vermehrte und verbesserte Auflage, Gross-Kanizsa, 1862.
Nel par. 34 della Terza Parte il rabbino Fassel così riassume la concezione del non-ebreo secondo il Talmud e la tradizione rabbinica:
«I non-ebrei non sono uomini, e perciò sono al di fuori della legge. La loro vita non deve essere risparmiata, i loro beni sono da considerare beni senza padrone, verso di essi non si deve avere la medesima considerazione che si ha verso gli ebrei. Ma coloro i quali osservano i sette comandamenti noachidi hanno gli stessi diritti degli ebrei, e verso di essi debbono essere adempiuti gli stessi doveri etici e di giustizia che si adempiono verso gli ebrei» (p. 187).
Subito dopo segue la spiegazione:
«Sulla non-umanità degli idolatri cfr. il par. 6: Spiegazione. “Un idolatra in pericolo di vita non deve essere tratto in salvo” (Aboda Zara 26a). Il senso di queste parole indicherebbe semplicemente un obbligo, mentre Maimonide dice: Si può non trarlo in salvo (H. Rozeach 4,11). Che sia permesso di uccidere un idolatra risulta esplicitamente dal Talmud. Secondo Aboda Zara 26b tos., l’uccisione degli idolatri, tranne il caso in cui si è in guerra con loro, non è obbligatorio, ma è comunque permesso. Maimonide tuttavia afferma che è un obbligo di uccidere gli idolatri (H. Akum 10,1) [L’obbligo di uccisione riguarda i traditori ebrei, i minim (tra i quali vanno annoverati i cristiani) e gli apikorsim, nonché chiunque non osservi i comandamenti noachidi (H. Melachim 8,9), cioè esattamente, come scrive il rabbino Fassel, tutti gli “idolatri”, vale a dire tutti i non-ebrei n.d.r.]. Che non vi sia alcuna pena per l’uccisione di un idolatra lo si può apprendere da numerosi passi talmudici (Ketuboth 15a etc.).
«“Contro l’idolatra si può fare una guerra di conquista per togliergli la terra” (Maim., H. Melachim 5,1, da Sota 44b). “È permesso di non restituire all’idolatra un oggetto da lui smarrito. Lo si può fare solo per determinati motivi” (Sanhedrin 76b; Maim., H. Gesela 11,3). “Se l’idolatra commette un errore, è permesso di approfittarne” (Baba Kamma 113b)» (pp. 187-188).
Il rabbino Fassel aggiunge che tuttavia non si deve ingannare l’idolatra, né derubarlo o rapinarlo, perché questi sono peccati contro la dignità di Israele e come tali non debbono essere commessi, neppure nei confronti di un idolatra.
Ma egli deve convenire che questi ed altri comportamenti apparentemente benevoli verso il non-ebreo idolatra sono dettati unicamente «nur um des Friedes Willens» (così traduce in tedesco l’espressione ebraica: mipnei darkhei shalom), cioè solo dalla volontà di mantenere rapporti pacifici col non-ebreo.
Fra gli scrittori ebrei contemporanei, oltre alla nota opera di Israel Shahak Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni (Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 1995. Come altri, Shahak in verità non era “ebreo”, ma solo di origine ebraica, il solo e unico ebraismo essendo quello rabbinico-talmudico) (si vedano in particolare le pagine di Shahak dedicate alle falsità, alle menzogne e ai meccanismi di difesa dell’apologetica giudaica tradizionale, nonché alle leggi contro i non-ebrei: omicidio, furto, crimini sessuali, inganni, frodi, furto, rapina) segnalo i seguenti contributi.
All’inizio della sua opera sull’identità ebraica nei primi scritti rabbinici, Sacha Stern (Jewish Identity in Early Rabbinic Writings, Leiden-New York-Köln, 1994, pp. 1 sgg.) scrive che le fonti prestano molta attenzione al non-ebreo, visto sempre in contrapposizione all’ebreo, il quale ha un posto privilegiato fra le nazioni (Num. R. 10,5).
L’autore rimarca l’importanza del concetto di havdalah (separazione), che sta alla base del rapporto fra ebreo e non-ebreo: «Dio distingue il sacro dal profano, la luce dalle tenebre, Israele dalle nazioni, il settimo dal sesto giorno» (Pes. 103b). Il Midrash glossa che la differenza fra la luce e le tenebre è la stessa che c’è fra Israele e le nazioni (Num. R. 18,7).
Stern sottolinea che tale contrapposizione non è frutto di una qualche contingenza storica, ma nasce da una differenziazione formale (potremmo anche dire: ontologica e metafisica). «Le nazioni sono seme d’impurità, voi siete seme di verità e di santità» (Tanh. Naso ed altri testi).
In un certo numero di fonti, scrive Stern, il non-ebreo viene preso in considerazione unicamente come negazione assoluta di Israele. «Voi siete chiamati uomini, non le nazioni» (Jeb. 61a) (Cfr. Sacha Stern e il razzismo talmudico, andreacarancini.it).
Rabbi David Bar Chaim, Gentiles in Halacha (daatemet.org). ‒ La netta distinzione tra ebreo e non-ebreo nella Torah, nella Halacha (normativa rabbinica), nella Cabala, in Maimonide, nella letteratura rabbinica e nei codici; l’omicidio del non-ebreo, rapina, furto e frode ai danni del non-ebreo; il non-ebreo assimilato ad un animale etc.
Leon Zilberstein et al., Judaic Sources on the Attitude towards Gentiles (talkreason.org). ‒ Repertorio delle fonti relative all’atteggiamento del giudaismo rabbinico-talmudico nei confronti del non-ebreo, preceduto da un’introduzione che ne illustra il contesto: omicidio del non-ebreo, rapina, furto e frode ai suoi danni etc. Ne esiste una versione coi testi originali in ebraico.
Naftali Zeligman, Letter to my Rabbi. 9. Moral Problems in the Halacha (talkreason.org). ‒ «Molte leggi halachiche discriminano i non-ebrei, gli ebrei laici e le donne in un modo piuttosto brutale e inumano». Le leggi discriminatorie contro i non-ebrei nel Talmud, in Maimonide, nei codici e nella letteratura rabbinica: è permesso di ingannare il non-ebreo perché non è il prossimo; è permesso di uccidere gli idolatri, «o, più precisamente, tutti i non-ebrei», perché, coma sta scritto nel Sefer HaYerein, par. 175, del tosafista R. Eliezer ben Samuel di Metz (sec. XII), «chi uccide il suo prossimo è chiamato assassino, ma chi uccide un idolatra non è chiamato assassino», etc.
Sassoon Lerner, Gentiles, Rabbis and Texts (talkreason.org). ‒ Una confutazione puntuale dello scritto The Real Truth About the Talmud del rabbino Gil Student (talmud.faithweb.com), compilato nello spirito della più piatta apologetica giudaica denunciata da Israel Shahak.
Alexander Eterman, Simple Halachic Observations and Jewish Universalism (talkreason.org). ‒ Questo scritto è particolarmente interessante, in quanto tra l’altro mostra come anche le citazioni false o manipolate da certa propaganda antisemita possano nondimeno contenere un fondo di verità. Ad un corrispondente, il quale gli dice d’aver trovato sul web la seguente citazione: “Ogni ebreo ha l’obbligo di far bruciare e spazzar via le chiese cristiane. I fedeli debbono essere insultati ed il clero messo a morte” (Shulhan Aruch, Yore Dea 146, 14), Eterman risponde che la citazione esatta è la seguente: «Il comandamento richiede che chiunque trovi un idolo lo distrugga. Come può essere distrutto? Lo si riduca in polvere e lo si disperda nel vento, oppure lo si getti in mare».
Eterman precisa che lo stesso vale per tutti gli oggetti che accompagnano l’idolo, come è scritto nella Torah: “Distruggi completamente tutti questi luoghi”, e che questo insegnamento deriva direttamente dal Talmud tramite Maimonide, di cui riporta diversi passi ostili ai non-ebrei. Egli cita altresì un passo di Yore Dea 158, dove si afferma esplicitamente che gli eretici e gli idolatri che violano i comandamenti della Torah debbono essere messi a morte, alla luce del sole se possibile, con sotterfugi se necessario.
Quindi, è vero che nella citazione in questione non si parla di idoli cristiani da distruggere e di cristiani da uccidere, ma, come ricorda opportunamente Eterman, non ci si deve aspettare di scoprire clamorose espressioni anticristiane nei testi ebraici (anche se, aggiungiamo noi, queste non mancano), perché gli autori hanno cercato di evitarle per motivi pragmatici.
Non dimentichiamo che lo Shulhan Aruch di Rabbi Joseph Karo è stato compilato nel XVI secolo per gli ebrei di quell’epoca.
Chi erano gli “idolatri” (nei testi censurati: AKUM) da mettere a morte (con tutti gli oggetti “idolatrici” da distruggere) che vivevano in Europa a quei tempi? Gli improbabili adoratori pagani di Giove, oppure i cristiani? Quindi è vero che la citazione è stata riportata in modo non corretto, ma in relazione all’uccisione dei cristiani “idolatri” e alla distruzione dei loro oggetti “idolatrici” (paramenti sacri etc.) essa contiene un fondo di verità, e ciò è accertato inequivocabilmente sulla base di altri testi, questi sì autentici, contenuti nel Talmud e nella letteratura rabbinica.
HORAJ HA EMET (orajhaemet.org) si definisce «un’organizzazione ebraica antimissionaria [leggi: anticristiana]», sorta con l’intento di «proteggere le persone della comunità ebraica di lingua spagnola» dalle altre religioni, e segnatamente dal cristianesimo. Di particolare interesse sono gli scritti su Gesù nel Talmud e nella letteratura rabbinica, nelle Toledoth Yeshu e nell’Epistola allo Yemen di Maimonide, dove compaiono – e il sito ebraico le riporta con sadico compiacimento – le più rivoltanti blasfemie contro Cristo, Maria e i cristiani.
Gli autori non solo non ne negano l’esistenza, ma, citando puntualmente le fonti originali ebraiche con relativa traduzione in spagnolo, ne rivendicano orgogliosamente la veridicità.
La Sinagoga intende combattere realmente l’antisemitismo?
Allora ne elimini radicalmente le cause, e innanzitutto la smetta di tenere ermeticamente nascosti negli armadi i propri scheletri più imbarazzanti.
Del resto, la teshuvah (“ritorno”, pentimento) è un concetto tipicamente ebraico.
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