Panagiotis Heliotis: recensione del libro “Holocaust and Genocide Denial: A Contextual Perspective”

HOLOCAUST AND GENOCIDE DENIAL: A CONTEXTUAL PERSPECTIVE[1]

Di Panagiotis Heliotis, 2018

Paul Behrens, Nicholas Terry, Olaf Jensen (curatori), Holocaust and Genocide Denial: A Contextual Perspective, Routledge, New York 2017; ISBN 9781138672734

I revisionisti sono ben consapevoli del fatto che gli storici ortodossi evitano di discutere del negazionismo dell’Olocausto. Ma vi sono delle eccezioni. Oggi daremo uno sguardo alla più recente: il libro Holocaust and Genocide Denial: A Contextual Perspective (“Olocausto e negazionismo del genocidio: una prospettiva contestuale”), curato da Paul Behrens, Nicholas Terry e Olaf Jensen.

Prima di esaminarne il contenuto, deve essere notato che il suo prezzo è inspiegabilmente alto (se non assurdo): 123 dollari per 270 pagine! Hanno usato…inchiostro d’oro o cosa? Chi esattamente lo dovrebbe leggere? Vogliono davvero che le persone lo leggano? Chi lo sa…

Comunque, questi sono i contenuti:

Introduzione

Parte I Sviluppo e concetto del negazionismo del genocidio

  1. Alexander Ratcliffe: il negazionismo britannico dell’Olocausto in embrione
  2. Contrastare il negazionismo dell’Olocausto in relazione ai processi di Norimberga
  3. Il negazionismo dell’Olocausto nell’età del web 2.0: il discorso negazionista a partire dal processo Irving-Lipstadt

Parte II: l’Olocausto e il negazionismo del genocidio nel mondo

  1. Silenzio e negazionismo nelle testimonianze sul Gulag: ascoltare l’inesprimibile
  2. La presenza del passato: sul significato dell’Olocausto e la criminalizzazione della sua negazione nella Repubblica Federale di Germania
  3. La proibizione della “glorificazione del Nazionalsocialismo” come ampliamento del disposto penale sul negazionismo del genocidio: (Articolo 130 (4) del codice penale tedesco)
  4. Fare i conti con il passato? La revisione della legge contro l’ideologia del genocidio del Ruanda e la legge internazionale sui diritti umani sulla libertà di espressione
  5. Un esame dell’impatto delle leggi sulla negazione del genocidio in Ruanda
  6. Contrastare il negazionismo del genocidio: usare la legge come uno strumento per combattere la negazione del genocidio in Ruanda
  7. Srebrenica e il negazionismo del genocidio nella ex Jugoslavia: cosa ha fatto il Tribunale penale internazionale per affrontarlo?
  8. Il negazionismo dell’Olocausto in Iran: Ahmadinejad, il convegno del 2006 e la legge internazionale
  9. Un centenario di negazionismo: il caso del genocidio armeno

Parte III: trattare l’Olocausto e il negazionismo del genocidio

  1. Dall’introduzione all’attuazione: i primi passi della decisione quadro 2008/913/JHA della UE contro il razzismo e la xenofobia
  2. Combattere la negazione del genocidio con la legge: stato di fatto della legislazione antinegazionista
  3. Perché non la legge? Opzioni per trattare il genocidio e il negazionismo dell’Olocausto

Pensieri conclusivi

E questi sono i contributori, insieme con alcune informazioni di base:

Elisabeth Anstett, PhD[2], è un’antropologa sociale e ricercatrice al Centre national de la Recherche Scientifique (CNRS) e lavora all’IRIS (Institut de recherche interdisciplinaire sur les enjeux sociaux) a Parigi.

Niamh Barry, BL[3], BCL[4], LLM[5], esercita la professione di avvocato in Irlanda.

Paul Behrens, PhD, LLM, è un lettore (professore associato) in Legge all’Università di Edimburgo.

Björn Elberling, è avvocato (Rechtsanwalt) a Kiel ed è un ex ricercatore del Walther Schücking Institute for International Law, Università di Kiel.

Caroline Fournet, PhD, LLM, è professore associato e membro del Dipartimento di Diritto Penale e Criminologia all’Università di Groningen, dove ella ha una cattedra in Diritto Penale Comparativo.

Nariné Ghazaryan, PhD, è professore assistente di Legge all’Università di Nottingham. Ella è stata in precedenza lettore alla Brunel University, Londra.  

Mark Hobbs, PhD, MA[6], è lettore in Scienze umanistiche alla University of East Anglia. Il dr. Hobbs è specializzato in genocidio e “pulizia etnica” nei Balcani durante gli anni ’80 e ’90.

Alexander Hoffmann è avvocato a Kiel ed è un ex ricercatore nelle università di Kiel e di Regensburg.

Olaf Jensen, PhD, è un membro associato onorario dello Stanley Burton Centre for Holocaust and Genocide Studies all’Università di Leicester, di cui è stato direttore per diversi anni.

Freda Kabalsi, LLM, LLB[7], Dip. LP.[8], è attualmente lettrice alla Catholic University of Eastern Africa, Nairobi, Kenya.

Paolo Lobba, PhD, LLM, è un giurista della Corte Suprema del Tribunale speciale della Cambogia.

Christian Mentel, MA, è ricercatore associato presso il Zentrum für Zeithistorische Forschung Potsdam, Germany (ZZF), e membro dello staff editoriale del Zeitgeschichte-Online.

Sejal Parmar, PhD, LLB, è professore assistente nel Department of Legal Studies e membro di facoltà nel Centre for Media, Data and Society della Central European University (CEU)

Clotilde Pégorier, PhD, LLM, DESS[9], è lettore nella School of Law della Università di Essex.

Martin Petrov, LLM, è un ex capo ufficio della Cancelleria del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, dove ha supervisionato le comunicazioni esterne e il programma di sensibilizzazione, tra le altre cose, e ha mantenuto contatti approfonditi con i paesi della ex Jugoslavia.

Dejana Radisavijevic, LLM, è una PhD candidate[10] all’Università di Sheffield, dove la sua ricerca è incentrata sulle sentenze penali internazionali.

Michael Salter, PhD, LLB, è professore alla University of Central Lancashire (dal 2000). Ha pubblicato oltre 40 articoli sottoposti a revisione paritaria e 4 libri, il più recente sull’Olocausto e i processi di Norimberga (Nijhoff 2009, 2 volumi).

Nicholas Terry, PhD, è lettore in storia moderna europea nel Dipartimento di Storia all’Università di Exeter.

Con un tale schieramento di studiosi, è questa la fine per il revisionismo? Ebbene, non esattamente. Questo libro non è un tentativo di confutare il revisionismo. È un’analisi della sua storia, dei metodi impiegati da vari paesi per contrastarlo, e di altre questioni rilevanti. Come i curatori dichiarano:

Non è lo scopo di questo libro impegnarsi in un dibattito con i negazionisti, e non vuole elevare le loro affermazioni al livello di una discussione accademica” (p. 3).

Così la domanda è: possiamo aspettarci una presentazione obbiettiva? La risposta è probabilmente un chiaro NO, ma verifichiamolo. Il negazionismo dell’Olocausto e i revisionisti vengono trattati nella Parte I. Il resto del libro riguarda soprattutto discussioni legali. Iniziamo.

L’Introduzione

L’Introduzione inizia con la solita predica:

I fatti dell’Olocausto sono chiari; la sofferenza dei suoi milioni di vittime è fuori ogni ragionevole discussione. È comprovata dalle parole e dagli scritti di coloro che sfuggirono alla macchina della morte e di coloro che la concepirono e la attuarono. Le prove documentarie e architettoniche sono schiaccianti. I film dimostrano le condizioni dei campi di concentramento; vi sono le dichiarazioni testimoniali di coloro che liberarono Bergen-Belsen, Auschwitz e gli altri luoghi in cui la capacità umana di fare il male ha ricevuto una nuova definizione. Come se questo non fosse abbastanza, gli eventi sono stati sottoposti a esame giudiziario – a partire dal processo del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga fino ai processi del 21° secolo; processi in cui le uccisioni, le torture e i maltrattamenti sono stati sottoposti ad un esame meticoloso e hanno resistito all’esame del contraddittorio” (p. 1).

E poi continua:

Alla luce di questo, è legittimo chiedersi perché l’Olocausto e il negazionismo del genocidio meritino uno studio a sé stante. Le tesi dei negazionisti, dopo tutto, comportano un grado di assurdità che li pone nei ranghi di coloro che sostengono che l’atterraggio sulla luna fu una mistificazione e che la terra è piatta. E c’è il rischio che anche la menzione di tali tesi dia loro un’importanza che non meritano. Ignorarli sembra l’opzione più sicura e a tempo debito, così si pensa, spariranno. A questo riguardo, tuttavia, la negazione della violenza di massa è una questione molto differente. Non c’è niente di banale in essa. Ai sopravvissuti degli eventi e alle loro famiglie, la negazione provoca nuova sofferenza. Essa prende di mira una delle poche cose che essi hanno salvato dagli orrori del tempo: il loro diritto alla memoria degli eventi, che è parte integrante della loro personalità. Essa tipicamente attacca la loro dignità, perché la negazione della violenza di massa comporta il messaggio implicito che i rapporti di questi eventi erano stati un’invenzione” (ibid.).

E ancora:

Né è tale negazione il passatempo di pochi individui eccentrici. Il negazionismo dell’Olocausto in particolare è diventato un’industria. Il movimento negazionista ha tenuto convegni, pubblica giornali e dispone di organizzazioni costituite come l’’Institute for Historical Review’ e il ‘Committee for Open Debate on the Holocaust’. I suoi seguaci sono entusiasti di occupare i riflettori dei giornali e di internet” (p. 2).

Norman Finkelstein, autore de L’industria dell’Olocausto, probabilmente scoppierebbe in una risata nervosa nel leggere tutto ciò. Un’industria per definizione prevede prodotti, una gran quantità di pubblicità dai media e, naturalmente, tonnellate di denaro. Poche riviste, alcuni convegni e un sito web non sono assolutamente qualcosa di equivalente. E non dimentichiamo che leggiamo tutto ciò in un libro che costa 123 dollari, quando i revisionisti regalano la maggior parte dei loro libri. Così è già chiaro che questo libro non è rivolto a nessuno che conosca il revisionismo. Ora diamo uno sguardo più ravvicinato.

Il negazionismo e il suo scopo

Iniziamo con due estratti dal Capitolo 1, scritto da Mark Hobbs. Dopo aver fornito una breve storia del negazionismo nella Gran Bretagna, il nostro professore ci assicura che:

In effetti, sembra oggi come se il negazionismo dell’Olocausto sia l’aspetto principale della ‘storia’ e della teoria del complotto dell’estrema destra, e che altre teorie del complotto sugli ebrei derivino da quest’idea piuttosto che l’inverso” (p. 12).

Naturalmente, è una calunnia consueta quella di definire il negazionismo dell’Olocausto una teoria del complotto. Ma ecco come si cambiano le carte in tavola (letteralmente): andiamo a vedere i registri del processo di Norimberga, la cosiddetta Blue Series, e leggiamo il primo capo d’accusa dell’Imputazione (Vol. 1, pp. 29-41). Il titolo è THE COMMON PLAN OR CONSPIRANCY [Il Piano Comune o Complotto], e nel testo la parola complotto appare non meno di 15 volte. La parola cospiratori appare 60 volte     ! E per quanto riguarda l’Olocausto:

Dei 9,600,000 ebrei che vivevano nelle zone dell’Europa sotto il dominio nazista, si ha come stima prudenziale che 5,700,000 siano scomparsi, la maggior parte di loro deliberatamente messa a morte dai cospiratori nazisti”.

In realtà, l’Olocausto stesso, dal presunto linguaggio in codice dei nazisti alla distruzione completa delle tracce del crimine, quadra molto di più con il concetto di una teoria del complotto. A parte ciò, qual è lo scopo di questa negazionista “teoria del complotto”?

Il negazionismo dell’Olocausto fornisce perciò una copertura differente. È stato utilizzato, naturalmente, per cancellare i crimini dei nazisti e per presentare il fascismo e il nazismo come alternative legittime alle istituzioni democratiche, come sostenuto da Lipstadt. Oggi viene utilizzato come una bandiera per attrarre alla sua causa individui e seguaci che la pensano allo stesso modo. Il revisionismo dell’Olocausto e il negazionismo si pongono quasi come un’espressione di odio antisemita che camuffa attentamente un’aperta retorica antisemita, permettendo ai suoi sostenitori di presentare un profilo pubblico con l’etichetta di ‘legittimo revisionismo storico’ tenendo il lato più brutto delle proprie opinioni antisemitiche dietro porte chiuse e lontano da un uditorio pubblico” (p. 19).

Come sostenuto da Deborah Lipstadt? Invece di parlarne qui, rimando il lettore ad un importante articolo e documentario senza ulteriori commenti.

Il negazionismo e Norimberga

Il Capitolo 2 è stato scritto da Michael Salter, e riguarda il contrasto al negazionismo dell’Olocausto in relazione ai processi di Norimberga. Salter ci informa innanzitutto che:

Tale negazionismo include affermazioni specifiche secondo cui, nonostante fatti storici accertati che documentano il contrario, i nazisti non uccisero c. [a?] 6 milioni di ebrei, che l’idea di camere a gas omicide è un mito, e che tutte le morti degli ebrei avvenute sotto i nazisti ebbero luogo solo a causa di privazioni dell’epoca di guerra. Tale negazionismo persiste nonostante il fatto che questo genocidio è uno degli esempi meglio documentati, con un ampio spettro di prove reciprocamente corroboranti e schiaccianti, che riaffermano i suoi vari elementi” (p. 22).

Per queste “prove schiaccianti” Salter ci rimanda a Evans, Lipstadt, van Pelt, Pressac, Rees e Shermer/Grobman. Purtroppo per Salter, non solo tutti gli argomenti dei predetti autori sono stati confutati, ma alcuni di costoro si sono anche dimostrati dei mentitori e dei falsificatori. Forse è per questo che questo maledetto negazionismo persiste?

I tentativi di negazionismo del genocidio avvengono a dispetto di dimostrate prove storiche che consistono di centinaia di documenti originali e di deposizioni di testimoni. La veridicità di questi ultimi è stata dimostrata da un processo in cui gli avvocati difensori hanno scoperto che era praticamente impossibile sfidare, tanto meno screditare, la loro veridicità, a parte due o tre casi irrilevanti” (p. 26).

Ebbene, questo non è sorprendente, considerando l’Articolo 21 dello Statuto del Tribunale:

Il Tribunale non dovrà chiedere prove di fatti di notorietà pubblica, ma li considererà come provati. Esso considererà ugualmente come prove autentiche i documenti e i rapporti ufficiali dei Governi delle Nazioni Unite, compresi quelli compilati dalle Commissioni costituite nei diversi paesi alleati per effettuare le inchieste sui crimini di guerra, come pure i processi verbali delle udienze e le decisioni dei Tribunali Militari o di altri Tribunali di ognuna delle Nazioni Unite”.

Ma non aspettatevi che Salter vi parli di questo (egli non lo fa). Continua poi nel modo seguente:

All’infuori di queste reazioni di ‘buon senso’ ai casi di negazionismo, virtualmente ogni serio studio erudito delle prove di Norimberga e delle sue implicazioni è in grado di fornire una massa di ragioni che screditano il negazionismo dell’Olocausto” (ibid.).

Costui non scherza. Ebbene, come afferma Carlos Porter, tutto quello che bisogna fare per mettere ulteriormente in pericolo l’Olocausto, o forse per condurlo all’estinzione, è prendere le trascrizioni del Processo di Norimberga e leggerne alcune. Lì si scopriranno “prove schiaccianti” come le seguenti:

  • Camere a vapore.
  • Pavimenti provvisti di corrente elettrica.
  • Sapone fatto di grasso umano.
  • Paralumi, copertine di libri e guanti fatti di pelle umana.
  • Teste rimpicciolite di detenuti.
  • Avvelenamento di un’intera città con bevande analcoliche avvelenate.
  • Aver costretto prigionieri a scalare alberi, per poi tagliare gli alberi.
  • Aver fatto saltare in aria un intero villaggio di 20,000 ebrei con una sorta di bomba atomica.
  • 5 milioni di vittime a Majdanek
  • 4 milioni di vittime ad Auschwitz.

Tutte queste dicerie (e molte, molte di più) sono relegate oggi nel bidone della spazzatura della storia. In breve, uno studio delle trascrizioni dell’IMT fornisce un’insuperabile massa di ragioni che screditano le “prove” di Norimberga.

E allora, quale pensa Salter sia il miglior modo per contrastare il negazionismo?

Nondimeno, sarebbe, suggerisco, controproducente impegnarsi in un dibattito aperto e pubblico con David Irving e gli altri. Agire in tal modo rischierebbe di suggerire che gli storici accademici riconosciuti riconoscono il suo lavoro come la realizzazione di un’erudizione genuina rispetto alla quale si professa semplicemente un disaccordo accademico per ragioni puramente erudite. Questa è già una concessione eccessiva e ingiustificata, che ha poco a che fare con la realtà. I tentativi dei negazionisti del genocidio di attrarre l’attenzione verso le loro tesi assurde e politicamente motivate che prevedano o che provochino dibattiti pubblici con accademici riconosciuti, devono essere respinti. Devono essere respinti con la motivazione che il tentativo stesso di un coinvolgimento contiene un implicito riconoscimento che tali tesi richiedano in qualche modo delle reazioni e delle analisi accademiche. Si presumerebbe che esse sono almeno potenzialmente contributi legittimi al dibattito storico accademico, mentre esse chiaramente non lo sono. L’idea che il mio lavoro diriga i lettori a prendere seriamente le tesi di Irving in quanto partner di un dibattito è ripugnante ad ogni livello immaginabile: cognitivo, politico ed etico” (p. 28).

Queste sono le affermazioni di un professore o di uno zelota religioso? Salter sembra rendersene conto, così cerca di salvare qualcosa dalle macerie nel paragrafo successivo:

D’altro canto, vi sono dei pericoli nel passare semplicemente sotto silenzio le tesi dei negazionisti quando si è provvisti delle copie integrali della documentazione originale che li confuta. Questo è particolarmente vero quando le implicazioni di quest’ultima sono, quando vengono lette nel contesto, praticamente l’opposto di quello che Irving le attribuisce – per esempio in relazione alla tesi della ‘manomissione delle prove’. A mio giudizio, vi sono molte cose da dire sulla risposta di Lipstadt nel suo libro del 1993, Denying the Holocaust. Questa si concentra non sul discutere la veridicità delle tesi, come se queste fossero dei contributi legittimi al dibattito accademico. Al contrario, si concentra sul disvelamento dei discutibili metodi pseudo-analitici che Irving e altri negazionisti impiegano per falsificare i fatti storici. Almeno come istruttivo atto di immunizzazione, rimane ad essa il merito di evidenziare i metodi e le tecniche attraverso cui tali lavori polemici travisano deliberatamente le prove archivistiche empiriche”.

Il problema con questa affermazione è che un dettagliato studio revisionista del libro di Lipstadt mostra precisamente che queste descrizioni si attagliano perfettamente proprio al libro di Lipstadt: ella è colei che utilizza “discutibili metodi pseudo-analitici” per “falsificare i fatti storici”, e “tecniche attraverso cui” ella “travisa deliberatamente le prove archivistiche empiriche”.

E cosa pensa Salter della criminalizzazione del negazionismo?

Dovrebbe lo stato promuovere un nocciolo obbligatorio di verità basilari sui genocidi storici in modo analogo ai valori sociali difesi da altre leggi contro la bestemmia, la sedizione, il tradimento e la diffamazione? Se accettiamo la politica di garantire a tali fatti storici uno status privilegiato di questo genere, se solo come il male minore, tutto ciò provocherebbe ancora le note obiezioni sui diritti umani basate sulle obiezioni liberali verso ogni forma di ‘censura’. Come risposta, si può sostenere che la nostra partecipazione al discorso pubblico di uno Stato democratico e liberale presuppone un impegno minimo a regolare il discorso veridico, la buona fede e il rispetto per le prove empiriche. A sua volta, una tale dedizione ai valori democratici richiede almeno una forma simbolica di applicazione della legge, in particolare nei casi estremi rappresentati dalle espressioni di negazionismo del genocidio orientate verso una politica fascista” (p. 31).

Una forma simbolica di “applicazione della legge”? Cosa c’è esattamente di simbolico in multe pesanti, condanne al carcere, tragedie familiari, oltre all’ostracismo professionale e sociale, solo per il fatto di esprimere un’opinione su una questione storica? Per quelli come il professor Salter, al fine di impedire una politica fascista, è giusto applicare una politica fascista fintantoché si è devoti ai valori democratici!

Comunque, dopo essere andato avanti e indietro, Salter propone questo:

Forse il migliore antidoto alle espressioni del negazionismo che sostiene falsamente di essere radicato fermamente nei fatti storici è costituito dagli studi empirici/archivistici approfonditi, che siano chiaramente svincolati da ogni agenda politica sionista. L’effetto complessivo di tali studi sui lettori sarebbe sicuramente quello di collocare le questioni sollevate dai negazionisti nella stessa categoria dei terrapiattisti” (p. 32).

Tenendo presente il cognome dello stimato professore, prendiamo tutto ciò con un grano di sale.

Il negazionismo e il web

Il Capitolo 3 si occupa del negazionismo dell’Olocausto nell’era del Worldwide Web, ed è stato scritto da Nick Terry. Nell’offrire una breve storia del movimento dopo il processo Irving-Lipstadt, inizia nel modo seguente:

Ventiquattro anni fa, Deborah Lipstadt etichettò il negazionismo dell’Olocausto come una ‘aggressione crescente contro la verità e la memoria’. Come si è sviluppato negli anni recenti il fenomeno del negazionismo dell’Olocausto? A prima vista, il negazionismo sembra essere dovunque su internet. Digiti le parole su Google, e l’internauta curioso sarà ricompensato con più di 3.4 milioni di risultati riferibili a pagine web solo per quanto riguarda il mondo di lingua inglese. Tuttavia i risultati grezzi del motore di ricerca ci dicono poco sulle vere dimensioni del negazionismo dell’Olocausto effettivamente esistente, o sulla vitalità del cosiddetto ‘revisionismo dell’Olocausto’ nel momento attuale. Un esame più approfondito del negazionismo dell’Olocausto su internet suggerisce che nonostante una valanga di informazioni altamente pubblicizzate, lungi dall’essere cresciuto negli anni recenti, il movimento ‘revisionista’ è senza dubbio in relativo declino” (p. 34).

Egli aggiunge anche:

Così, mentre il negazionismo dell’Olocausto continua ad avere un grande riconoscimento del suo brand, ora ha sorprendentemente pochi clienti” (p. 35).

Prima di tutto, la scienza non è un ristorante. Sono le prove che contano, non i clienti. La storia del sapone ha ancora un sacco di clienti, ma questo non la rende vera. Ora quanto al resto, Terry sostiene che dopo il 2002 il movimento revisionista è declinato (sebbene in precedenza ci era stato detto che è diventato un’industria), con i suoi argomenti che si sono focalizzati sulla scomparsa dell’IHR[11], sulla morte o sull’abbandono di alcuni revisionisti, e sul basso traffico dei siti web revisionisti. Sebbene qualcosa di questo sia vero, tali argomenti sono sufficienti a convalidare la sua tesi?

La prima cosa da considerare è che anche prima del 2002 il revisionismo non è mai stato nemmeno lontanamente “grande”. Ha sempre avuto solo pochi ricercatori con risorse anche minori (e questo non è cambiato). Qualche volta ha ricevuto più attenzione sui media (Faurisson, Zündel), ma a parte questo, non è mai stato un “movimento” che potesse essere descritto come qualcosa che schizzava alle stelle. Con l’arrivo di Internet, tuttavia, il revisionismo è diventato noto e accessibile ad un pubblico molto più ampio. E allora, cosa possiamo dire sullo stato attuale del revisionismo?

Iniziamo con la questione dei “clienti”. Un’indagine dell’ADL[12] del 2014 ha dato i seguenti risultati:

Se dobbiamo fidarci dell’ADL, non solo vi sono ancora molte persone che non hanno mai sentito parlare dell’Olocausto, ma un notevole 32% esprime dubbi su di esso o chiaramente lo rifiuta. A causa di ciò, titoli bombastici come “Il mondo è pieno di negazionisti dell’Olocausto” sono comparsi in alcune pagine web come quella dell’Atlantic[13].

Una percentuale del 32% è ancora una minoranza, ma significativa, tale che non può essere il risultato di un declino.

E allora che dire dello stato delle ricerche del revisionismo? Su questo, non vi possono essere dubbi. Dagli studi pionieristici di Rassinier e di Butz, l’era successiva al 2002 ha visto la pubblicazione di dozzine di opere revisionistiche (libri e video) che sono tutt’ora in crescita, concentrandosi su tutti gli aspetti dell’Olocausto, e questo non è certo un segno di declino. E c’è di più. Nel marzo del 2017, tutti i libri revisionisti, che ammontano a centinaia, sono stati MESSI AL BANDO da Amazon. Chiaramente, vi sono delle persone, molto più influenti di Terry, che non approvano affatto le sue affermazioni su un declino del revisionismo. E Terry non proferisce una sola parola su questo.

Ecco come Terry riassume le sue ragioni per sostenere il presunto declino del revisionismo (p. 53):

  1. Una consistente disapprovazione sociale
  2. L’inefficacia politica del revisionismo
  3. La facilità di trovare altri modi per esprimere l’antisemitismo o la delegittimazione di Israele
  4. La perdita di “quote di mercato” in favore di altre teorie del complotto
  5. L’incapacità di far fronte alla massa delle recenti ricerche olocaustiche
  6. La mancanza di novità
  7. L’anzianità del “movimento”

Le ragioni 2 e 3 riguardano solo i partiti neonazisti e simili. Se essi abbandonano il negazionismo dell’Olocausto per diventare più mainstream, il revisionismo non ha nulla da perdere, poiché – in primo luogo – a loro non deve nulla. La ragione 4 è infondata. Le ragioni 5 e 6 sono pii desideri, e si applicano perfettamente agli stessi storici ortodossi. Quanto alla ragione 7, le persone possono invecchiare, ma non le idee. Specialmente quando sono sostenute dalle prove.

È interessante notare che la ragione più importante del perché al revisionismo è impedito di crescere e di avere successo non viene elencata – a meno che non la forziamo nel suo [di Terry] primo punto, vale a dire la “disapprovazione sociale”, un’espressione che indica una fondamentale minimizzazione delle questioni in gioco:

  • La censura operata dai governi, dalle piattaforme social, dai distributori e dai rivenditori di media, e dai mass media
  • Diniego di accesso ai servizi da parte delle aziende che gestiscono le carte di credito, da parte delle banche, da parte dei fornitori di servizi Internet, ecc.
  • Persecuzione mediante cancellazione dei contratti di locazione, dei contratti di lavoro e di impiego, diniego e revoca dei gradi accademici ecc.
  • Incriminazioni giudiziarie in un numero pesantemente crescente di paesi, che si concludono con ammende e imprigionamenti di revisionisti, che vengono bollati come “criminali”, e trattati come gli ultimi paria e reietti
  • Attacchi fisici perpetrati da fanatici, con le autorità governative che guardano dall’altra parte.

Ora vediamo cosa ha da dire Terry sui revisionisti stessi.

Centrale per la codificazione del ‘revisionismo’ come scandalosa negazione dell’Olocausto fu lo scrittore francese Paul Rassinier, i cui scritti assunsero un’implacabile posizione negazionista dalla fine degli anni ‘50” (p. 35).

Terry non informa il lettore che Rassinier in realtà era stato lui stesso un internato, perché questo dettaglio rovinerebbe la sua pappardella. Egli continua:

Una serie di scandali pubblici in Francia insieme a due processi largamente pubblicizzati contro l’attivista neonazista canadese Ernst Zündel nel 1985 e nel 1988 convinsero i ‘revisionisti’ che essi ora avevano guadagnato terreno, una convinzione rafforzata dalla conversione del popolare storico di destra David Irving alla causa ‘revisionista’ e da un nuovo accento posto sulle prove fisiche” (p. 36).

Quei processi provarono oltre ogni dubbio che il revisionismo era qualcosa di più di una sciocca teoria del complotto. I sopravvissuti vennero controinterrogati per la prima volta, come pure lo stesso “Papa dell’Olocausto”, Raul Hilberg. La pressione esercitata su di essi dall’avvocato difensore [di Zündel] mediante una raffica di precise domande fu tale che entrambi – i sopravvissuti e Hilberg – rifiutarono di comparire nel secondo processo. Prevedibilmente, Terry omette di menzionare tutto ciò.

Questa ‘svolta forense’ nel negazionismo, esemplificata dal famigerato rapporto Leuchter e dai suoi test sulle tracce di cianuro nelle rovine delle camere a gas di Birkenau, segnò uno spostamento dalla pseudo-storia di Rassinier e di Faurisson verso l’argomentazione pseudo-scientifica. Dopo che gli errori del rapporto Leuchter vennero velocemente smascherati, i negazionisti tedeschi cercarono di migliorare la mossa con un nuovo rapporto forense scritto da un giovane studente dottorando di chimica, Germar Rudolf, il cui ‘Rapporto Rudolf’ aiutò a sostenere una prolungata offensiva propagandistica nella Germania riunificata durante la prima metà degli anni ‘90” (p. 37).

Terry non si prende la briga di spiegare cosa c’è esattamente di pseudoscientifico nel concentrarsi sulle prove fisiche. Inoltre, il Rapporto Leuchter, a parte alcuni difetti, rimane in linea di principio inconfutato, come pure il Rapporto Rudolf.

A partire dal 2000, i ricercatori negazionisti più eminenti sono stati il negazionista italiano Carlo Mattogno, attivo dal 1985, l’antisemita svizzero Jürgen Graf, attivo a partire dai primi anni ’90, e lo scrittore svedese Thomas Kues (uno pseudonimo), il solo autore di qualche rilevanza che sia emerso nella terza fase del ‘revisionismo’. Mattogno in particolare spicca per la sua iper-produttività, essendo autore o coautore di 50 libri e pamphlet nel corso di 30 anni. A differenza della stragrande maggioranza degli autori ‘revisionisti’, Mattogno, Graf e Kues (MGK) citano fonti primarie e hanno condotto ricerche d’archivio, tuttavia nessuno di costoro in realtà è uno storico adeguatamente formato, né alcuno di costoro possiede più di una laurea in ogni altri disciplina. Così, mentre MGK hanno indubbiamente elevato la qualità della ricerca negazionista ad un nuovo livello, questo è avvenuto con il costo di un crescente isolamento e della incapacità di comunicare le loro idee agli altri ‘revisionisti’, molto meno agli accademici mainstream” (p. 41).

Ci siamo di nuovo. Non prestate attenzione a questi negazionisti, non sono veri storici, bla, bla, bla. Sfortunatamente, c’è un piccolo problema – o piuttosto, vi sono tre piccoli problemi:

Uno: questa lama taglia da entrambi i lati. Né Hilberg, né Pressac, Lipstadt, Rees, van Pelt, o Shermer, per nominarne solo alcuni, sono storici “adeguatamente formati”. Tuttavia questo non impedisce alle loro opere di essere considerate “standard” nel loro campo.

Due: molte volte essere uno storico adeguatamente formato non basta. Quando un aereo precipita, non ci rivolgiamo agli storici per avere risposte. È il compito degli investigatori qualificati quello di scoprire cosa è successo. Lo stesso è vero per qualunque evento. La situazione può richiedere l’intervento di un chimico, di un fisico, di un medico, di un archeologo, di un navigatore, di un ingegnere, di un geologo, di un astronomo ecc. adeguatamente formati. Non solo gli storici ortodossi dell’Olocausto non possiedono nessuna di queste qualifiche, essi non si sono mai arrischiati a esaminare tali aspetti. Costoro sono, come il professor Faurisson afferma, solo degli storici di carta.

Tre: c’è un aspetto sottovalutato e sempre dato per scontato. La qualifica più importante di uno storico, e di uno scienziato in generale, è la SINCERITÀ. Nessuna università al mondo ti insegnerà a dire la verità. Non c’è laurea in Sincerità. La formazione ti darà gli strumenti e parte della conoscenza. Ma questi non ti impediranno di mentire se lo desideri – o se la “disapprovazione sociale” – vale a dire le minacce di persecuzione e di incriminazione – ti spingerà a mentire.

Quanto all’osservazione di Terry secondo cui MGK sarebbero incapaci di comunicare le loro idee ad altri revisionisti e agli storici accademici, si tratta di un ulteriore esempio del suo pio desiderio. I revisionisti sanno, tramite commenti anonimi e confidenziali, che alcuni accademici mainstream sono in ascolto. Non parlano apertamente perché tutti costoro capiscono che devono rimanere zitti o persino continuare a mentire per evitare di cadere vittime della “disapprovazione sociale”.

Il ‘revisionismo’ pseudo-erudito reca tutti i tratti distintivi di un’programma di ricerca degenerato’, per usare la terminologia del filosofo della scienza Imre Lakatos. A tale riguardo, il negazionismo rispecchia più in generale una tendenza comune alla teoria del complotto pseudo-erudita. Non solo vi sono sempre meno ricercatori ‘revisionisti’, ma i loro libri si sono allungati poiché i guru sono costretti a confrontarsi con una più grande massa di prove in favore dell’Olocausto. inoltre, la ricerca negazionista rimane risolutamente negazionista, con ulteriori sforzi spesi per attaccare testimoni oculari, documenti e prove forensi volti a dimostrare lo sterminio, piuttosto che a individuare qualunque prova che potrebbe sostenere le tesi complottiste ‘revisioniste’ sulle manipolazioni alleate e sovietiche, o che potrebbe dimostrare una spiegazione alternativa del destino degli ebrei nelle mani dei nazisti e delle forze dell’Asse” (p. 42).

Innanzitutto, non c’è una “più grande massa di prove in favore dell’Olocausto”. I revisionisti semplicemente affrontano sempre più argomenti e più dettagliatamente, mentre gli storici ortodossi continuano a ripetere le stesse cose ancora e ancora. In secondo luogo, il termine ‘negazionista’ equivale ad una chiara disinformazione. Una vera posizione negazionista è solitamente espressa nella forma di “io non credo a questo”. Non puoi riempire libro dopo libro con una tale affermazione. Il revisionismo riguarda il dire le cose come stanno. Quello che è accaduto e quello che non lo è. Lo Zyklon serviva a uccidere i pidocchi, non i prigionieri. Le fornaci servivano alla cremazione, non a cancellare le tracce. O per dirla più semplicemente: Babbo Natale non porta i regali. Li portano i genitori. Terzo, le allucinazioni di Terry sulle “tesi complottiste ‘revisioniste’ sulle manipolazioni alleate e sovietiche” sono fuorvianti. I ricercatori revisionisti non affermano che vi fu un tale complotto. Lo sviluppo della narrazione olocaustica ortodossa fu un processo altamente complesso che non può essere spiegato da alcun genere di complotto”.

Tutti i restanti guru negazionisti combinano una profonda e costante ignoranza della stragrande maggioranza della recente ricerca olocaustica con attacchi ad hominem contro gli storici e un ossessivo stile ‘confutatorio’ rivolto a partner del dibattito veri o allucinati, cosa che contraddistingue anche altre scuole di scritti ‘revisionisti’. Tuttavia questi argomenti sono stati largamente ululati nel vuoto, poiché la risposta all’opera di MGK è stata quella di un assordante silenzio da parte degli accademici. Questo a sua volta ha indotto MGK a credere di aver conseguito un traguardo significativo, in una classica illustrazione della logica circolare capovolta propria degli pseudo-studiosi di frangia, poiché la mancanza di risposte da parte degli accademici deve significare che gli storici non possono confutare i guru negazionisti” (p. 43).

Naturalmente, Terry non fornisce nessun esempio di questi presunti attacchi ad hominem contro gli storici. Quanto all’assordante silenzio degli accademici, i revisionisti non abbisognano di nessuna logica capovolta. La migliore risposta di Shermer e Grobman come la peggiore risposta di Lipstadt dimostrano che gli accademici hanno gettato la spugna.

E così, alla fine, chi è davvero questo Nick Terry? Quanti clienti lui ha? Ebbene, nonostante sia un lettore universitario, per molti anni Terry è stato solo un blogger. La sua produzione ammonta praticamente a zero. Il suo solo contributo è una risposta ai revisionisti disponibile solo come file pdf scaricabile. Gli accademici lo ignorano totalmente. I revisionisti, d’altro canto, non essendo così crudeli, hanno dedicato un considerevole sforzo al suo lavoro, pubblicando due interi volumi per rispondergli. Su questo, Terry commenta in una nota a piè di pagina:

Una risposta di 1396 pagine è apparsa nell’autunno 2013, dilatata a più di due volte la lunghezza della confutazione, poiché ribatteva paragrafo per paragrafo, rendendo la risposta largamente illeggibile” (p. 43).

Troppo lunga per essere leggibile? Ma non è quello che dovrebbero fare gli storici adeguatamente formati? Ebbene, mandategli una cartolina la prossima volta.

Come nota conclusiva, Terry avrebbe dovuto pubblicare il libro Auschwitz: The Practice of Extinction nel 2016. Finora compare su Amazon UK senza indicazione di prezzo e “attualmente indisponibile”. Naturalmente, saremo qui se e quando il libro alla fine diventerà disponibile. Fino ad allora, questo è quanto per lo storico adeguatamente formato dr. Terry.

Avere a che fare con la negazione

Come abbiamo già osservato, il resto del libro riguarda questioni legali. Ma alcune cose dal Capitolo 15 scritto da Paul Behrens sono meritevoli di menzione. Innanzitutto, Behrens inizia con le seguenti considerazioni:

L’effetto inquietante del negazionismo si manifesta in varie forme. Uno dei suoi aspetti più preoccupanti deve essere visto nel messaggio implicito che esso tipicamente reca: che i sopravvissuti a gravi atrocità sono disonesti sulle loro esperienze. Quando queste dichiarazioni vengono espresse pubblicamente o rivolte direttamente alle vittime, le loro conseguenze possono essere devastanti: essi impongono nuove sofferenze a coloro che hanno già a che fare con le conseguenze traumatiche del trattamento inumano a cui vennero sottoposti” (p. 230).

I revisionisti evitano le insinuazioni. Essi giustificano le loro affermazioni con fatti documentati. E come è stato mostrato, la maggior parte dei sopravvissuti non sono deliberatamente disonesti. Sono solo vittime di dicerie e di sentito dire. Ma vi sono stati anche individui deliberatamente disonesti. Un esempio recente è quello di un certo Joseph Hirt[14], che ha tenuto conferenze pubbliche nelle scuole sostenendo di essere un sopravvissuto di Auschwitz. Ma la sua storia si è rivelata essere una totale invenzione. Egli è stato smascherato da un insegnante di storia che ovviamente non concorderebbe con Behrens. Sfortunatamente, nella scienza, la logica viene prima del sentimento, che ci piaccia o no.

Il falso testimone dell’Olocausto Joseph Hirt (The Guardian)

Per uno, le idee a cui i negazionisti aderiscono non scompaiono semplicemente perché la loro espressione è stata resa punibile. Lechtholz-Zey ha ragione quando ella fa notare che, nell’era di internet, le idee importanti rimangono semplicemente alla distanza di un clic del mouse, e con questo, il reclutamento di nuovi seguaci rimane una realtà. Ma anche nelle società in cui il negazionismo non ha basi solide nella popolazione, il legame tra la debolezza del movimento e la minaccia delle sanzioni legali non è una conclusione scontata. Il fatto che un membro ordinario della società non possa cadere preda degli sforzi dei negazionisti, può in effetti avere più a che fare con gli sforzi educativi dello Stato (e con la forza schiacciante dei fatti) che con l’adozione della criminalizzazione. Accreditare al sistema della giustizia penale successi di questo genere, significa porre una fiducia nella legge che la legge potrebbe non meritare” (p. 241).

A suo credito, Behrens ammette che le leggi contro il negazionismo potrebbero non avere l’effetto desiderato. I suoi suggerimenti meritano di essere riportati per intero:

Ma se la legge non è la soluzione, devono essere presentate delle alternative che possano conseguire dei risultati più efficienti. In questo capitolo sono state esplorate varie opzioni, ma l’approccio più convincente potrebbe richiedere una combinazione di metodi diversi. Si propone che i seguenti aspetti abbiano un impatto su questa considerazione. Primo, il genocidio e la negazione dell’Olocausto hanno luogo in differenti società e in differenti contesti. L’identificazione della proporzione più appropriata dei metodi per contrastare il negazionismo dipende perciò da parametri situazionali. In alcune società, la natura diffusa della negazione potrebbe richiedere più di uno sforzo comune, incluso l’accresciuto accento sull’istruzione pubblica e la fondazione di istituzioni capaci di raggiungere la società nella sua interezza. Dove il negazionismo viene promosso semplicemente da una piccola minoranza all’interno di una società, l’obbiettivo potrebbe spostarsi alle opzioni di trattare con i capi e i seguaci di quel movimento. Secondo, non tutti i negazionisti hanno lo stesso profilo. Il leader politico che si è costruito un seguito con il negazionismo, lo scrittore la cui prominenza si basa sull’ideologia negazionista, agiscono con motivazioni che differiscono da coloro che si trovano alla base del movimento, che potrebbero spesso non aver prestato molta attenzione alle prove delle atrocità o in realtà alle conseguenze delle attività negazioniste. Una curiosità genuina si potrebbe incontrare nel secondo gruppo, ma non la si può aspettare nel primo, e i metodi appropriati per affrontare il comportamento dei negazionisti devono variare di conseguenza. Terzo, anche con un particolare gruppo di riferimento, una valutazione dettagliata dei metodi disponibili è indispensabile. L’impatto di un articolo accademico su un giovane delinquente può essere messo in dubbio; la proiezione di un film sulle atrocità che costui ha negato potrebbe essere più efficace; il confronto con i resti fisici attuali dei crimini internazionali e gli incontri con i sopravvissuti hanno portato a qualche successo in passato. La messa a punto di questi approcci è cruciale per lo sviluppo di un meccanismo di risposta persuasivo; e che a sua volta richiede un certo intuito del condizionamento psicologico dei seguaci del negazionismo. Poiché la dissociazione dalla ‘società mainstream’ costituisce spesso il nocciolo della loro ideologia, il successo di ogni opzione per contrastare il negazionismo potrebbe essere misurato non dal grado con cui la loro esclusione dalla comunità è stata conseguita, ma dal grado con cui la società è riuscita a operare la loro reintegrazione” (p. 249).

Molto bene. Se solo il professor Behrens riuscisse a convincere alcuni politici…

Conclusione

Questo è un libro molto prevedibile. Non c’è nessun tentativo di confutare i revisionisti, né una chiara presentazione delle loro idee. Troviamo invece la solita disinformazione e le solite calunnie, e tutto ciò, tristemente, da parte di professori universitari e accademici. Alcuni contributori cercano di salvare la situazione, sebbene non molto. Ma allora, di nuovo, considerata la minaccia di “disapprovazione sociale” che incombe su chiunque non urli “maledetto assassino” alla vista di un revisionista, questo è probabilmente ciò che potevamo aspettarci. Almeno, il design della copertina è indovinato.      

 

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: https://www.inconvenienthistory.com/10/1/5309

[2] Nota del traduttore: PhD sta per Philosophiae Doctor «dottore in filosofia», usato nel mondo anglosassone per designare il titolare di un dottorato in qualunque disciplina.

[3] Nota del traduttore: BL sta per Bachelor of Laws (laureato in legge).

[4] Nota del traduttore: BCL sta per Bachelor of Civil Law, dottore in Diritto Civile.

[5] Nota del traduttore: il titolo LLM (dal latino Legum Magister, ovvero Master of Laws) è un master in diritto conseguito al termine di un programma di specializzazione post-laurea.

[6] Nota del traduttore: MA sta per Master of Arts, dal latino Magister Artium. È un titolo di studio universitario corrispondente alla italiana laurea magistrale.

[7] Nota del traduttore: LLB sta per Bachelor of Laws.

[8] Nota del traduttore: Dip. LP. Sta per Diploma in Professional Legal Practice. È una qualifica postlaurea necessaria in Scozia per intraprendere l’avvocatura.

[9] Nota del traduttore: DESS sta per Diplôme d’Etudes Supérieures Specialisées.

[10] Nota del traduttore: un PhD candidate è uno studente che ha superato l’esame di abilitazione a scrivere la tesi, che di solito si sostiene al terzo anno.

[11] Nota del traduttore: IHR sta per Institute for Historical Review.

[12] Nota del traduttore: ADL sta per Anti-Defamation League.

[13] Emma Green, The Atlantic, May 14, 2014; www.theatlantic.com/international/archive/2014/05/the-world-is-full-of-holocaust-deniers/370870/

[14] Alan Yuhas, “Man who claimed to have escaped Auschwitz admits he lied for years,” The Guardian, June 24, 2016; https://www.theguardian.com/world/2016/jun/24/holocaust-survivor-lied-joseph-hirt-auschwitz.

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